Vieni su Arrakis con noi, ci manca il verme: la recensione di Dune (2021)

Il pezzo di George Rohmer

Mi appassiona sempre vedere come da uno stesso materiale possano essere tratte opere molto diverse. Penso ad esempio ai vari adattamenti di Batman, che passa da essere un tizio in calzamaglia con la panza che balla il Batusi a un giustiziere violento ossessionato dai nomi delle madri altrui. Il caso di Dune è l’esempio perfetto di come una diversa lettura di un testo, pur nella fedeltà pressoché assoluta alla fabula, possa condurre a risultati diametralmente opposti.

Tralasciando il progetto mai realizzato di Alejandro Jodorowsky, la cui interpretazione del testo di Frank Herbert si può sintetizzare in “W la droga”, se accostiamo il film di David Lynch (di cui ci ha ampiamente parlato Stanlio la scorsa settimana) a quello di Denis Villeneuve ci rendiamo conto che entrambi tentano circa la stessa operazione: trasporre fedelmente il testo di Herbert al cinema. Eppure, curiosamente, i due risultati non potrebbero essere più diversi. Sigla!

Prima di poter finalmente mettere gli occhi su Dune, ne avevo sentite di tutti i colori sul film di Villeneuve. Le opinioni provenienti dalla Mostra di Venezia erano in genere abbastanza positive, ma molti lamentavano una certa mancanza di fantasia e il paragone infelice con l’impianto visivo del film di Lynch. Tutto si può dire del vecchio Dune, tranne che visivamente non fosse una costosa meraviglia. Dune è l’esempio definitivo del look sontuoso e barocco tipico delle produzioni De Laurentiis. Magari può non piacere, o risultare indigesto, ma è di una ricchezza e di una complessità innegabili, soprattutto considerando che era tutta roba prodotta con le manine e il sudore della fronte da uno stuolo di artigiani al massimo della forma.

Molti, dunque, si sono avvicinati a questo nuovo film con l’attitudine prevenuta tipica del boomer che “Ah signora mia, una volta sì che li sapevano fare i film, mica come oggi che è tutto computers!”. Molti hanno visto le architetture lineari e austere immaginate da Villeneuve e dai suoi collaboratori e hanno immediatamente pensato, in malafede, che non fosse un effetto voluto, ma la conseguenza di una certa aridità tutta moderna. Dimenticando con chi avevano a che fare.

“Tuo figlio si droga.”

Perché Villeneuve è da mo’ che porta avanti questa sua visione rigorosa e marziale della fantascienza. Pensiamo ad Arrival, dove tutto l’impianto, a partire dagli alieni stessi, era monumentale eppure volutamente scarno, plausibile. Anche Blade Runner 2049, pur dovendo pagare pegno ai design originali di Syd Mead, si dimenava in tutte le direzioni per cercare una sua visione molto più concreta e desolante del futuro.

Denis Villeneuve è questo. Denis Villeneuve fa questa cosa qua. Non ama le cose barocche, predilige i look funzionali e pratici. Vuole che gli oggetti che popolano i suoi mondi futuri, dai più piccoli ai grandi palazzi e astronavi, abbiano l’aspetto di cose che potreste utilizzare nella vita quotidiana. Per questo nel suo Dune non c’è spazio per le pareti dorate o gli abiti coi ghirigori alla Moebius. Per questo è tutto grigio, scarno, lineare. La società feudale di Dune è un mondo militare, militarizzato, in cui a dominare è l’etichetta di corte. Non c’è spazio per voli di fantasia, specialmente quando sei costretto a vivere su un pianeta in cui le temperature raggiungono i 60° e se tutto non è fatto a modino rischi di morire facendoti una passeggiata.

Pratico. Funzionale.

E, posso dirlo?, vedere una cosa del genere – una tale manifestazione di rigore e volontà – in un blockbuster da milioni di dollari nel 2021 è davvero rinfrescante. Dune, alla fine, non somiglia a niente di quello che vediamo in giro oggi quando, nella peggiore delle ipotesi, avrebbe potuto somigliare a TUTTO. Per come l’ha concepito e adattato Villeneuve, sfido anche lo spettatore più distratto a dire “ma è copiato da Star Wars!”.

Perché il rischio era questo, no? In fondo, Dune è un testo seminale che è stato copiato a destra e a manca, un po’ come John Carter che tutti pensavano essere copiato da Avatar. E invece il vecchio Denis c’ha la vista lunga e ha dribblato tutti i problemi semplicemente facendo un film durissimo, che non abbellisce mai gli aspetti più spigolosi del romanzo e, anzi, li cavalca come un Fremen cavalca Shai-Hulud. Tipo: sì, Timothée Chalamet c’ha la faccia del tuo compagno di classe stronzo e vorresti cancellargli quel sorrisetto di merda a sprangate. Ma Denis Villeneuve lo sa! Paul Atreides nel romanzo è inizialmente un ragazzetto un po’ ingenuo, ma poi, quando si manifestano i suoi poteri, diventa un mezzo stronzo insopportabile col tiro messianico. Uno che, pur avendo visioni di un futuro in cui nel suo nome viene scatenata una Jihad cosmica, prosegue stile Doctor Strange perché sa che ci sono molte versioni del futuro peggiori di quella in cui è lui a guidare i Fremen. Non deve stare simpatico, deve spaventare e trascinare con arroganza e carisma, e questo Villeneuve l’ha capito perfettamente. E ha scelto l’attore giusto.

“Ti prenderei a schiaffi da qui a Giedi Prime.”

Idem per il rapporto tra Paul e sua madre Jessica, che nel romanzo a un certo punto quasi si spezza e poi non sarà più quello di prima. Villeneuve e i suoi co-sceneggiatori Eric Roth e Jon Spaihts non si nascondono dietro a nulla e portano a galla tutti gli aspetti meno consolatori del testo, in barba a qualsiasi convenzione in voga oggi. Ma soprattutto riescono dove Lynch non era riuscito: rendono comprensibile un universo estremamente complesso, con dietro un world-building di una pignoleria quasi tolkieniana, con pochi tocchi chirurgici. Laddove Lynch ripeteva le cose tre volte a ogni scena, tra dialoghi ridondanti, voice-over e pensieri dei personaggi, Villeneuve e compagnia cantante lasciano tutto ai dialoghi, limitano gli spiegoni veri e propri a qualche brevissima scena (usando un trucchetto molto intelligente) e tagliano di netto tutto ciò che non è immediatamente utile alla comprensione del racconto (la CHOAM, il Jihad Butleriano, il condizionamento di Yueh, l’Imperatore, Feyd Rautha). Certo, hanno il vantaggio di dover raccontare solo metà della storia, ma non era per nulla scontato.

Villeneuve applica questo suo rigore austero a tutto, persino alle morti. Tutti i personaggi che muoiono nel corso del film lo fanno in maniera assolutamente anti-spettacolare, sgraziata, spesso fuori campo o comunque in pochi secondi. I corpo a corpo, più che dei balletti, sembrano zuffe di strada. Persino le grandi scene di battaglia, per quanto la composizione delle inquadrature sia studiata nei minimi dettagli per aumentare l’impatto scenico, cercano il realismo caotico della guerra piuttosto che il fomento alla Braveheart.

“Mi raccomando, vi voglio tutti in palla. Ce la dobbiamo PRENDERE questa parte 2, chiaro?”

Poi, ecco, bisogna ammettere che il finale è tronco. Warner si è fidata abbastanza di Villeneuve da concedergli di dividere in due il romanzo, ma gli ha lasciato girare solo la prima parte. Il progetto è rischioso, è vero, ma in un caso come questo forse un investimento unico avrebbe avuto più senso: se Dune andrà male, la parte 2 non si farà proprio e perderà valore anche il primo film in home video e streaming. Se avessero girato entrambi i film, almeno si sarebbero assicurati di venderli come un pacchetto unico e limitare i danni. Ma chi sono io per giudicare le scelte strategiche di una major? Mi limito piuttosto a constatare come lo spettatore non avvezzo al film di Lynch o ai romanzi Herbert resterà un po’ confuso e basito quando vedrà partire i titoli di coda dopo un finale che più aperto non si può. Eppure.

Eppure, siccome Denis Villeneuve è un figo, riesce a dare un certo qual senso poetico anche a un finale monco. Dopo le Grandi Battaglie di metà film, tutto si chiude con un terzo atto tanto intimo e raccolto quanto sferzante come la sabbia del deserto in piena fazza. Quasi che fosse un manifesto di ciò che Dune è realmente per Villeneuve: nel trailer avrete pur visto ‘stronavi e ‘splosioni, ma, sotto sotto, Dune è una ruvida e aspra storia di sopravvivenza in un mondo duro e spietato, e di volontà che supera ogni ostacolo e si fa azione. Villeneuve l’ha capito perfettamente e, invece di un pippone scotto e pedante, ha girato un segaligno film d’azione.

Il pezzo di Xena Rowlands

Non ho (ancora) letto il libro di Herbert, non ho visto il documentario sul tentativo fallito di Jodorowsky, del film di Lynch avevo ricordi lontani e vaghi e comunque macchiati dalla schizofrenica fama di “film sbagliato, capolavoro incompreso”. Dune l’ho visto la prima volta due settimane fa a Venezia in terza fila in sala Darsena, che è una sala molto grande e molto bella (più bella della più prestigiosa sala Grande, se volete il mio parere), la seconda volta l’altro ieri sera in un multisala fighetto in un centro commerciale fighetto di un quartiere periferico milanese recentemente riqualificato e reso fighetto e perciò inavvicinabile dalla gente che ci abitava una volta. In entrambi i casi l’aria condizionata era a livelli oltre la Barriera di Westeros, in un interessante (interessante = ho perso la sensibilità degli arti) contrasto con il clima raffigurato sullo schermo, ma in entrambi i casi lo schermo era molto grande e il volume della colonna sonora molto alto. Entrambe le volte è stata, per me, un’esperienza molto bella. Sigla!

Sapevo che George Lucas, per quel meraviglioso frullatone d’influenze e ispirazioni che è Guerre stellari, aveva pescato a piene mani dal Dune di Herbert, al punto che c’è chi sostiene che un vero e riuscito adattamento del romanzo ci sia già stato, e sia appunto la saga dell’intraprendente Skywalker. Non so se arriverei a tanto (più che altro perché non ho, appunto, letto il libro), ma una delle cose che più mi hanno colpito del Dune di Villeneuve è che è Star Wars, però maledettamente serio. Non sto certo dicendo che Star Wars non sia una cosa seria, eh, ci tengo alla mia vita e alla mia incolumità, per cui non fraintendetemi. Ma Star Wars è sempre stato soprattutto una cosa per ragazzi, si è sempre mosso su un registro di leggerezza nonostante i temi alti, la filosofia, la posta in gioco, le battaglie, il bene vs. male, il viaggio dell’eroe, la redenzione, la politica, il melodramma familiare e tutto il resto. Star Wars beccava quel punto magico tra sincerità totale e avventuroso divertimento, e, come sappiamo, facendolo ha cambiato la storia del cinema. Ha trovato la quadra, la formula alchemica per trasformare la celluloide in oro. Il film per tutti! Sì, Lo squalo, con la sua innovativa strategia di wide release in contemporanea e di martellante campagna di marketing, aveva “inventato” la formula blockbuster come la conosciamo oggi, ma era pur sempre un “horror” (tra molte virgolette), un “film di paura”, non esattamente quello che viene percepito come “film per tutta la famiglia”. Pensate all’executive che realizza il potenziale di una cosa insieme così banale e così ovvia – un film per tutta la famiglia! – e con gli occhi a forma di dollaro mormora “ci facciamo i soldi con questo posto”.

squeeze!

Vabbè, com’è andata lo sapete, poi sono venuti Superman, Indiana Jones e Jurassic Park, nel 2001 un tizio neozelandese con gli occhiali tondi è riuscito nell’impresa incredibile di trasformare Il signore degli anelli in una (bella) trilogia, trascinando al cinema le folle e spiegando a Hollywood che, sì, da quel momento in poi si potevano anche pensare e realizzare e filmare tutte insieme le trilogie, le saghe, i franchise. Poi è arrivato Kevin Feige, col suo cappellino inamovibile, i suoi piani quinquennali, il suo universo cinematografico condiviso. A un certo punto ci siamo ritrovati invasi di reboot che erano anche remake ma erano anche sequel pronti a lanciare nuovi spinoff, divertentissimi da farci i video comparativi e da riconoscerci le citazioni, ma qualcuno ha cominciato a chiedersi se forse non si stava cominciando a esagerare con l’autoreferenzialità e l’autofagocitazione, e un sacco di gente se l’è presa con Martin Scorsese. Ma, a parte qualche tentativo diverso più o meno riuscito, la formula alchemica distillata da Lucas & Spielberg ha continuato a prevedere una certa leggerezza di fondo: le battute, l’ironia, la lievità, l’autoconsapevolezza. Cose meravigliose e memorabili se scritte da dio, un po’ stancanti all’ennesima strizzata d’occhio pigra che ormai non può più mancare nemmeno nell’animazione per l’età prescolare.

In Dune di Denis Villeneuve, che dura 155 minuti, ci sono esattamente due – DUE – momenti che strappano un micro sorriso. Il primo serve a rimettere al suo posto quell’arrogantello di TChalamet, e l’hanno messo nel trailer per convincere gli appassionati della risatina wink wink ad andare in sala; il secondo (vedi alla voce “sputazzi”) comunque è funzionale a spiegare cose importanti senza spiegoni, insomma partecipa comunque al world building, e viene immediatamente ricontestualizzato nella cornice seria del racconto. Tutto il resto del film è drittissimo e diretto, grave e impassibile, austero e solenne, rigoroso e ieratico: sì, cari miei, siamo su un pianeta bollente dove la sabbia nasconde una potente droga allucinogena che fa viaggiare nello spaziotempo e dei vermoni giganti assassini, c’è un cattivo in grado di levitare, ci sono pseudo elicotterini a forma di libellula, c’è chi indossa una tuta in grado di riciclare il proprio sudore e la propria pipì e NON C’è PROPRIO UN CAZZO DA RIDERE, VA BENE? Oh.

ma proprio un cazzo di niente

È l’approccio di quel preso bene di Nolan a Batman, solo che lì eravamo comunque sulla terra, in una Gotham che neanche ci provavano a non farla passare per New York, e anzi il punto di tutta l’operazione era fare i supereroi “realistici”. È ancora di più l’approccio di Peter Jackson a Tolkien, il modo in cui è riuscito a far funzionare meravigliosamente la sua prima trilogia, cioè ricostruendo un mondo fantastico nei minimi dettagli storico-sociali-di costume-linguistico-antropologici e prendendo tutto quanto sul serio, i discorsi, le battaglie, gli archi dei personaggi, le dichiarazioni d’amore tra Sam e Frodo. Solo che in Il signore degli anelli c’erano comunque degli elementi di commedia, di alleggerimento, vuoi perché gli hobbit hanno proprio una funzione e un valore di contrasto molto umano e buffo alla vasta solennità di tutto il resto, vuoi perché, soprattutto dal secondo film in poi, hanno deciso che un comic relief ci doveva essere per forza, e che ovviamente sarebbe toccato al Gimli. In Dune di Denis Villeneuve, però, non c’è nessun Gimli, e non ci sono gli hobbit. Allora è un po’ come Mad Max: Fury Road però non ci sono (più di tanto) il sangue, la violenza esibita e il metal, e quindi il film può essere tranquillamente un film per tutti, di modo che possano andare a vederlo anche i giovini fan di Zendaya e di TChalamet senza irritare il MOIGE.

E dunque io tutto questo l’ho trovato meravigliosamente rinfrescante (no pun intended). Dune è Star Wars serio, ma non freddo né barboso. Certo, la noia è soggettiva, e so che c’è chi s’è lamentato di certe lentezze, del passo flemmatico che però Villeneuve ha dimostrato essere il suo, come dice qui sopra George, già in Blade Runner: 2049 e Arrival (entrambi film amatissimi dalla sottoscritta: oh, ragazzi, a volte è anche pura e semplice questione di gusto). Ma a me sembra che il ritmo compassato – ma comunque spedito: a rallentare l’azione sono di base le “visioni” di Paul, che sono però anch’esse fondamentali al personaggio, alla storia, al world building – sia in perfetta sintonia col registro scelto per il racconto. E che contribuisca pure lui a costruire un’atmosfera ipnotica, avvolgente, immersiva, che è poi una delle cose che più cerchiamo nella fantascienza e nel fantasy: certo, uno specchio del presente, un’alternativa al quotidiano che ci permetta di fare ipotesi su di noi e sul reale; ma anche, se non soprattutto, un’avventura impossibile, un viaggio stupefacente (ah ah) nella meraviglia, un’esplorazione dell’ignoto. Se il merito probabilmente maggiore, e innegabile, di questa Parte 1 è edificare da zero un universo complesso, iper specifico e politicamente articolato, e di farlo in gran parte (come da lezione di Peter Jackson) per mezzo delle scenografie, dei costumi, degli artwork, delle lingue parlate, della colonna sonora (sì, mi è piaciuto pure Hans Zimmer, col suo irrinunciabile “tasto SBRAAM”), anche la flemma narrativa contribuisce profondamente a far sì che quest’universo ci sembri vero, tangibile, coerente ed emozionante.

l’emozione

E nuovo: un “problema” di Dune è anche che è stato un romanzo talmente influente per chiunque abbia bazzicato la fantascienza (e non solo) che farci un film oggi, nel 2021, quando di certi immaginari e di certe strutture narrative la cultura pop è satura, rischiava di risultare già visto, già sentito, già arcinoto. Ci sono un giovane apparentemente un po’ sfigato che però in realtà è un eletto, una metafora della colonizzazione e dello sfruttamento, un ordine pseudo religioso dai poteri quasi soprannaturali, velivoli che s’inseguono ed esplosioni, un cattivo spietato e mostruoso, un Impero e una Resistenza, una profezia messianica, dei mostri grossi. Quante origin story abbiamo visto anche solo negli ultimi dieci anni? Quanti tentativi, più o meno riusciti, di world building fantasy o sci-fi, tra cinema e tv? Quanti mostri grossi? (Okay, l’ultima è facile: NON ABBASTANZA). L’unico modo per avere un’opportunità di non sembrare “la solita storia” era adottare un approccio, a suo modo, radicale: nell’estetica (è comunque un film tutto grigio e beige, eppure è duecento volte meno “piatto” degli hangar della Marvel), nel tono, nel ritmo. È una specie d’incrocio tra i kolossal smisurati d’una volta e i blockbuster d’azione di oggi. E, per un film che ha disperatamente bisogno di incassare bene per poter essere davvero finito, questa radicalità è una scelta perfino coraggiosa, ancor più in un panorama mediale che punta sempre di più sull’usato sicuro e/o sull’algoritmo.

Per quanto mi riguarda, è anche la scelta giusta. Spero davvero tanto che pagherà – non solo perché il film mi ha lasciata con una grande voglia di vedere il secondo tempo, ma anche perché abbiamo sempre bisogno, e nei blockbuster fantastici più che mai, di “altri modi” di fare le cose.

Ecco, andate a vederlo al cinema, dai. C’è ben più di una ragione per cui se lo merita.

Blu-Ray 4K UHD Extravaganza quote:

“Meglio di questo c’è solo il Dune nella tua testa”
George Rohmer, i400Calci.com

“Spice up your life!”
Xena Rowlands, i400Calci.com

>> IMDb | Trailer

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182 Commenti

  1. Zalone in the Dark

    Vermoni che entrano a spintoni nella categoria Miglior Mostro dei prossimi Sylvester.

    Per il resto visivamente il film è una delizia. Per un giudizio finale sulla trama/semplificazione/mancanza di dettagli invece aspetterei il secondo.

  2. CerealBKiller

    Certo che senza citazioni non andate da nessuna parte.
    Piuttosto cita Favij che ti è piú congeniale o un trapper a caso: brr brr (urlettini e manine pazze).

    Carlo, non fare il fallitennial da tastiera accontentati di finanziare i boomer che ti comandano, gli piaci cosí come sei. Criiinge wee wee brr brr

    Questo film è la dimostrazione di quanto possano spingere sul trash e incassare un botto nonostante tutto. Il grading è di un dozzinale che solo i lobotom possono fibrillare di piacere. Onestamente, se negli anni 80 avessero fatto una roba simile l’avrebbero etichettata come cinepanettone. Certo manca boldi sul cesso e il finto papa che scia ma almeno spendevano 30 mila lire in tutto, skipass compreso.

    • aaa

      quanto disagio

    • il mio nome é remo williams

      Il film fa pena ma il color grading é solo l’ultimo dei suoi problemi.

    • Ervin

      Stai bene? Dimenticato qualche pillola?

    • SandroKan

      Sul colorgrading depresso e dozzinale sono abbastanza d’accordo ma aspetta di vedere il nuovo top gun prima di usarlo come riferimento del trash. É innegabile che l’arte venga influenzata del periodo storico, e questo é tra i piú leopardiani mai visti, sembra l’incubo di un abitante della ddr degli anni 70.

      Dune é altra cosa da quello raccontato nel film, ma concorderai con me sulla superioritá rispetto alla pellicola con sting! Se qui si puó criticare il “millennial” smidollato hikikomori nel primo dovremmo prendere un blocco note!

    • Mistral

      Si va beh te entri qui, al manicomio dandy del dams e ti permetti di dare dei giudizi tecnici sul colorgrading?

      Questi ascoltano ancora i vinili! (cit)

      Però datti una calmata, sto odio che hai verso i millennial dovresti indirizzarla verso chi li ha creati: i boomer o gli x gen.

    • ste

      manicomio dandy del dams? cos’è han liberato le gabbie dello zoo dei disagiati?

    • Gestore del Manicomio Dams

      Si e tu sei stato il primo a fuggire, torna indietro. Per il tuo bene.

    • ste

      che pena… chissà quanti anni hai?

    • Mistral

      che pena ste, quanti ne hai? Che brutta figura che fa ogni volta che commenti da disadattato.
      Prenditi il citalopram.

    • Q

      Zio, te c’hai grossa crisi.
      Aridatece Ciobin, porcoddue.

    • ste

      che il disagio sia con te!

    • Mistral

      Q e Ste siete due disagiati da competizione, curatevi con il prozac.

      400 calci é diventato il centro di recupero per disagiati e nullità sociali, quasi quasi era meglio con i troll di una volta.

  3. Jaylen7

    Quando vado a vedere un film tratto da un libro della “coerenza” con lo stesso non mi fotte nulla, sono due linguaggi completamente diversi. Detto ciò il film è deludente. Ma davvero piace questa regia? Anche a DV, ormai, come a Nolan, togli il gran casino (tutto è una botta pazzesca alle orecchie, pure se si chiude una porta) tra musiche, esplosioni, navicelle che si alzano e resta poco o nulla. Personaggi sciapi, epica zero, cuore meno di zero. Una regia anonima, vista e stravista, tra ralenty, sogni con cantilene e particolari che non lasciano il segno. Discreta la prima mezz’ora dal sapore medioevale, dalla sbarco sul pianeta due coglioni giganti. E non perché il film sia lento ma perché è proprio brutto. Qualcosa di “nuovo” dal punto di vista dello sguardo negli ultimi anni l’ho trovato nei film di Ari Aster, ancorché pure lui soffra di inizi col botto per poi perdersi a metà film, ma questo Dune di Villeneuve di fresco non ha proprio nulla. L’unico personaggio interessante è il protagonista, il resto davvero dimenticabile.

  4. Nathan

    Visto e gradito.

    Non ho letto i libri, mi sono ben tenuto lontano dal film di lynch e a parte qualche isolato caso di nozione nota a sommi capi per vie traverse (la spezia, ad esempio), quindimi sono approciato da profano.
    L’ho trovato in film che sicuramente ricguede un seguito, ma che non necessariamente lo necessita, poiché la storia ha una sua evoluzione e coerenza interna a come viene presentata:
    Il padre all’inizio del film pone le basi di lettura del finale, dicendimo che i grandi uomini non diventano leader ma sono chiamati ad esserlo ed è come rispondono alla chiamata ciò che li definisce; tutto il resto del film si pone nel portare paul ad accettare la chiamata e nel finale fa proprio questo; avrebbe potuto rifiutarla, seguendo la comoda via di uscita (anche letterale dal pianeta) costituita dal piano della madre, invece decide di restare abbracciando il proprio destino, le proprie visioni e, probabilmente, penso sfruttandole per prevenire gli sviluppi non “graditi”.
    Da questo punto di vista il finale si ricollega all’incipit e non risulta arbitrario il momento di inizio e conclusione della narrazione: cosa tutt’altro che banale, dato che non sempre questa coerenza è presente.

    Spero in un seguito, anche due se servissero, purché non sia un allungare il brodo dopo un esito al botteghino più positivo delle aspettative.

    Nathan

  5. Simone

    Visto ieri sera. In sostanza è un buon film, anche se non un capolavoro.
    Ha sicuramente aiutato l’aver visto la versione di Lynch, per cui ho capito molte cose che ad altri saranno sfuggite. Visivamente è spettacolare, mi sono piaciute moltissimo le scene sul pianeta dell’esercito e quelle nel palazzo degli Harkonnen. Ho apprezzato anche l’idea di inserire elementi moderni (le cornamuse, il nonno torero) in una ambientazione fantascientifica-fanatsy, il che stacca piacevolmente da altre opere simili come Guerre Stellari.

    Tuttavia non ho avvertito né pathos né epicità, il che è grave per un kolossal di questa portata. Se lo confronto ad esempio col Signore degli Anelli, non c’è nessun momento che faccia veramente saltare sulla sedia per lo stupore o strabuzzare gli occhi, tutto quanto bene o male è già stato visto, colpa credo dello stile esageratamente asciutto di Villeneueve, figo ma senza emozioni, che può andar bene per Sicario o The Arrival, ma non per Dune. l’impressione è quella di un compito fatto con precisione e dovizia, ma senza passione. Anche le musiche sono deludenti, dovrebbe esserci un motivo ricorrente, orecchiabile e che rimanga associato al film (senza citare i soliti filmoni, penso banalmente ad un altro film di fantascienza con la sabbia, Stargate, che ha una musica spettacolare e riconoscibilissima), invece ci sono quelle orribili urla che sembrano tanto quelle di Troy.

    In definitiva sono curioso di vedere il prossimo capitolo, sperando che sia più emozionante di questo.

  6. ste

    Comincio a pensare che tra i frequentatori del sito (non tutti ma ultimamente tanti) , appena ci si scosta un attimo dal film senza grandi pretese di menare, horror, triller o quel che è, parta la gara a dare del dimenticabile o piatto o “della merda” al film di turno…boh sarà che si sono abituati al livello infimo dei pigiami o delle serie che van per la maggiore…e appena esce qualcosa con un briciolo più di ambizione e richiesta di sforzo il cervello va in corto circuito…comunque si leggono commenti deliranti..sarà una nuova moda.

    • Mistral

      Il tuo é per distacco il più delirante del lotto.
      Vai a nanna.

    • Nevvero

      Questa specie di aggressività acida nei commenti – notata anche nei toni esasperati con cui si commenta un film – è una cosa vecchia, stantia e noiosa e fa solo tenerezza. “Vai a nanna”. Ma che cazzo sei, il bulletto de cortile?
      Aaaaaah… che noia, che pena infinita.

  7. zzzz

    quanti anni hai , 10?

  8. Jar Jar Nes

    SPOILER (anche se vedo che sempre meno si usa questo avvertimento).
    Ho molto apprezzato il Dune di Villneuve il quale, credo, abbia saputo rendere tanto la dimensione materiale di Arrakis quanto il senso di religiosità messianica che è alla base del racconto (anche se qui si chiama l’eletto…).
    Penso anche che vi siano almeno due rimandi “a contrario” rispetto al film d Lynch: nella scena dell’ordalia del Gom Jabbar dove si ribalta la prospettiva e l’attenzione viene riposta su Jessica che per controllare il suo panico pronuncia la litania della “paura piccola morte, ecc…” e dove la veneranda madre Gaius Helen si reca dagli Harkonnen per chiedere di risparmiare Paul (che evoca, al contrario appunto, quella di apertura di Lynch con la gilda dei navigatori che chiede all’imperatore di uccidere Paul – chi Leto? – no Paul il figlio del duca, ecc…).
    @George Rohmer: il tuo link su Moebius mostra una tavola di Gimenz uguale uguale al costume di un sacerdote/gerarca che sbarca insieme alla reverenda madre su Caladan. A dimostrazione che Villeneuve il mondo di Jodorosky e le varie opere tratte dal suo primo tentativo (mi riferisco alla saga dell’Incal, ai Metabaroni proprio di Gimenez ecc..) le conosce bene.

  9. uqbal

    Visto ieri (spoilerini minimi)

    Sono andato al cinema con un’amica che non era troppo appassionata di fantascienza ma era incuriosita abbastanza da venirlo a vedere. Ha detto che le è sembrato senza capo né coda, né costrutto.

    Io al contrario, che ho visto il vecchio film e non ho letto il libro, l’ho trovato chiaro e consequenziale, a parte poche smagliature: soprattutto l’arbitro che dice di non essere schierata tre secondi prima di schierarsi, o dopo che l’ha già fatto. Si poteva risolvere meglio puntando sul fatto che per i Fremen la cosa più naturale, e comunque sfruttata nel film, era guardare con sospetto agli Atreides dopo aver conosciuto gli Harkonnen.

    (a latere: amato BladeRunner 2049, trovato insopportabilmente fragile Arrival)

    IMPORTANTE: vi ci voglio vedere a voi a spiegare che i computer non esistono senza rimandi esterni al nostro mondo. Avete mai visto un film sugli antichi romani in cui spiegano perché non hanno ancora inventato la polvere da sparo? Come fai raccontare l’assenza di computer a chi non sa nemmeno che esistono (i personaggi che fanno gli spiegoni)?

    Sulle armi da guerra, si poteva spiegare qualcosa di più senza perderci troppo tempo.

    Entrambe le cose non mi hanno infastidito, però.

    Io sono uscito contento dalla sala, mi sono divertito, mi piaceva questo feudalesimo tecnologico, mi piace il peso dell’imperatore “in absentia”, mi piace anche che il misticismo si sposi con la futurabilità in maniera abbastanza fluida. Le Bene Gesserit saranno anche poco spiegate ma alla fine si capisce abbastanza cosa sono (una massoneria femminile con idee messianiche). Insomma, il world building (o la sua resa) mi è piaciuto e visivamente è molto bello (ma c’è qualcuno che si lamenta della piattezza dei colori…nel DESERTO?).

    Zendaya inutile bambolina, e il film insiste troppo sui sogni. Alla fine pensi: “E vabbé, è adolescente, sogna il pelo e si ammazza di pippe”. Quei sogni andavano usati per creare aspettativa, erano il luogo della costruzione dell’epicità e invece vanno sprecati.

    E alla fine, per quanto piacevole, devo dire che il film non mi ha fomentato.

    • RavenNantes

      Altro che flop, il film sta incassando valanghe di soldi e solo in Europa, nel resto del mondo sarà uno sfracello.
      Il film di Lynch non ha bisogno di essere rivalutato dato che ha comunque moltissimi ammiratori.
      I combattimenti sono confusi sullo stile samurai, pochi fendenti rapidi e letali, se vedi un film di samurai moderno come Six Assassins distingui i buoni solo perché sono 6 e i cattivi centinaia

    • RavenNantes

      Scusa per la risposta, era per un altro commento ma da cellulare devo aver fatto un casino.

  10. Ruper Tevere

    “Ci sono un giovane apparentemente un po’ sfigato che però in realtà è un eletto”

    Ok ma io non capisco…siete sicuri di avere letto il libro? Paul è l’eletto dalla riga uno del capitolo 1 del primo libro e si sa perfettamente come finirà la storia (dalla prima pagina del primo libro dei primo capitolo). Per il resto, le recensioni mi hanno fomentato e non vedo l’ora di potere tornare qui a commentare per bene.

  11. Giulio

    Bellissimo film d’avventura. Di Dune (il libro) ha poco: certo l’ambientazione e la trama sono quelli, ma mancano le trame machiavelliche, i sotterfugi, i piani complicati a quattro strati che richiedono i mentat (computer umani) per essere districati.
    Le spade le hanno messe per la rule of cool: Dune e’ un mondo di assassinii, lame sotto le unghie, stiletti, una treccina nei capelli che dentro ha un filo per strangolarti.

    Ma nonostante il fatto che manchi praticamente quello che rende Dune Dune, e’ un film davvero ben riuscito.

    Ma imho Dune rimane infilmabile. Villeneuve ha risolto il problema semplicemente non filmandolo, ma facendo qualcosaltro.

  12. Anon

    Visto ieri, mi ero dimenticato che il film fosse una “parte 1 di due” e quando stava arrivando alla fine ero lì per andarmene dalla sala.
    Villneuve sicuramente è un regista con personalità, ma una personalità sbagliata, riucire a rendere pallosa una epopea hard Sci-fi come Dune non è da tutti.
    Capisco la voglia di estetica essenziale e senza fronzoli, ma si potevano sforzare per differenziare un minimo gli eserciti, nelle scene di combattimento seriamente un si capisce chi combatte contro chi, ci mancava solo che passasse l’arbitro a distribuire le canottiere fluo per distinguere le due squadre in campo.

    Spero solo che il flop di questo film aiuti a rivalutare quello di Lynch che, al netto dei suoi difetti, rimane un cult, questo del 2021 invece ce lo dimenticheremo ieri

    • Justus

      Quello di Lynch meritava 2=, questo di Villeneuve 4. Nonostante sia più fedele al libro (capolavoro assoluto) riesce a essere palloso quando invece il libro è pieno di tensione. Non si vive di soli effetti speciali. In film non basterà mai a condensare qualcosa di così potente e denso. Il seguito non mi vedrà in sala.

  13. Ruper Tevere

    Infatti LOTR devasta, per certi versi il libro, incredibile come i più se ne siano dimenticati. Disconosciutissimo da Christopher Tolkien (il figlio). Con un cast sbagliato in più punti. Con un’elfa guerriera cui è dato spazio quasi a caso. Sì certo, è un film riuscito, ma tradisce continuamente e sottilmente l’opera di Tolkien – e in quasi tutti i casi nemmeno per una visione autoriale diversa ma solo per esigenze commerciali.

  14. Ruper Tevere

    Non so come il mio commento in risposta al paragone su LOTR è finito qui sopra. In ogni caso: visto il film ieri sera dopo 18 mesi di assenza dal cinema. In effetti non si ride mai, a parte quando l’UCI ricorda tutte le importantissime regole di igiene in un cinema che è letteralmente lurido e dove mi aspettavo di vedere torme di Muad’ib assalirmi da un momento all’altro. Vabbè, questo è lo zeitgeist.

    Il film è bello. Siamo andati io e mio padre, 20 anni dopo il nostro ultimo mercoledì al cinema che una volta era una tradizione. Lui sempre stato in fotta con Dune, benchmark pertanto importante. Piaciuto molto a entrambi. Film lungo e pesante (in senso materico non come una pizza lievitata male), da rivedere e digerire prima di un giudizio definitivo (se mai ve ne sarà uno).

    Non capisco chi si lamenta del fatto che se uno ha letto il libro se lo gode di più: è verissimo infatti ed è parte della goduria. Robe da matti.

  15. Cicciput

    Arrivo solo ora in colpevolissimo ritardo, visto che i molteplici impegni mi hanno costretto a rimandare più volte la visione, per dire che mi è piaciuto un casino, più degli altri film di Villeneuve che già mi erano piaciuti tanto tanto, e che mi sarei bevuto altre due ore e mezza senza fare un fiato, talmente ero preso bene con questo susseguirsi di scene strafiche. Anche la colonna sonora mi è parsa bellissima, e dire che Zimmer da quando ha scoperto gli scoreggioni non lo sopporto quasi più. Uno di quei film che ti fa riconciliare con la sala, con buona pace delle ciabatte e di Netflix.
    Bello bello bello. Gli unici appunti li farei giusto su qualche scelta di cast, ma gli attori sono comunque bravi.

  16. Adolf Hitchcock

    @ilnuovomondo ma almeno sai leggere? La voce Wikipedia, che tu mi chiedi di leggere, riporta due periodi. Prima dice che sono i nati fino al 94 e poi fino al 96. Quindi (seguendo la tua fonte e leggendola nel modo a te più vantaggioso) hanno ALMENO 25 anni. I nati nel 2000 sono generazione Z o next generation. Certo che dire agli altri di andare a leggere Wikipedia quando tu stesso non l’hai letta/capita è piuttosto grave eh…

  17. Il nuovo mondo

    Alfred davvero, sembri un bambino vizziato a cui fanno notare che non sa un razzo anche se il papi ha la lambo.

    Wikipedia dice: “Researchers and popular media use the early 1980s as starting birth years and the mid-1990s to early 2000s as ending birth years”. TO EARLY 2000s.

    Ribadisco quanto detto in precedenza: non hai letto nulla a riguardo e hai preso mezza riga della versione italiana di wiki. Poi dai del disagiato agli altri… bah.

    Tornando a faviji, agli youtuber. Si dice che una generazione venga rappresentata meglio dall’arte prodotta che da dei freddi numeri, bene analizzando la musica, la pittura, la poesia, la scrittura etc prodotta da gente che viaggia dai 41 ai 21 anni si evince uno stacco netto negativo rispetto alle generazioni precedenti, almeno nel mainstream. La qualitá delle pubblicazioni scientifiche ha toccato livelli di dozzinalitá mai raggiunti prima e mi fermo qui.

    Favij è solo una piccola parte del mainstream, certo così come achille lauro lo è per la musica o i prequel, sequel, reboot lo sono per il cinema(registi vecchi vero, ma target millennial). Netflix etc non pervenuti.

    Idee nuove ma non troppo viaggiano nell’underground e indie ma sempre con richiami al passato, qualcuno ha detto vaporwave??

    Pace e bene.

    • Alfred Hitchcock

      @il nuovo mondo. Guarda, in realtà ero partito proprio dalla wiki inglese. Ti copio la frase che tu hai riportato, ma integralmente. “Researchers and popular media use the early 1980s as starting birth years and the mid-1990s to early 2000s as ending birth years, with the generation typically being defined as people born from 1981 to 1996”. Mi pare che di un articolo scegli le parti che confermano le tue tesi e ti fermi lì, senza approfondire un minimo. Un po’ come quelli che leggono solo i titoli delle notizie. Inoltre, se nella pagina dei millennial effettivamente si fa un po’ di confusione ti invito a fare un piccolo sforzo maggiore e di andare a leggerti anche la wiki della generazione Z. La fanno chiaramente iniziare prima del 2000. Quindi è evidente come dal 95 al 2000 sia un periodo di transizione tra le due generazioni. Comunque la cosa a me sembra piuttosto chiara, tu invece non vuoi uscire dalle tue convinzioni e lungi da me togliertele.
      Mi scuso con i 400 calci per aver alimentato questa discussione OT.

  18. Ilnuovo mondo

    Mi dispiace, quelli come te che non si arrendono nemmeno di fronte all’evidenza e che si inventano “periodi di transizione” pur di far quadrare il cerchio quando ci sono articoli citati proprio su wikipedia che parlano addirittura di 2001 come data di termine. Beh, che dire? Hai problemi di comprensione di testo e non solo. A tutto il mondo é chiaro, tranne a te. Se ne parla da anni, non solo su wikipedia e per convenzione comune viene scelto l’insieme più grande proprio perché esistono fenomeni culturali/storici chiave e dirimenti che segnano la fine e l’inizio delle generazioni.

    Detto questo, é quasi più simpatico cerealbkiller che con due sfiammate di delirio ha colorato un po’ questo post che i saputelli della domenica come te, che nulla sanno e tanto parlano.

    • Alfred Hitchcock

      @il nuovo mondo dalla pagina wiki sulla generazione Z “Researchers and popular media use the mid-to-late 1990s as starting birth years and the early 2010s as ending birth years, with members typically defined as being born from 1997 to 2012”. Però magari, se cerchi bene all’interno della pagina, trovi qualche scampolo di riga che dice che alcuni li considerano i nati dopo il 2000. Cerca bene, secondo me la trovi e puoi continuare a pensare di avere ragione.

    • Il nuovo mondo

      ” The Resolution Foundation uses 1981–2000.[71] Elwood Carlson identified the birth years of 1983–2001″.

      Parliamo di Elwood Carlson non di Alfredo di 400 calci. Ma tu non sapendo nulla di sociologia non riesci a contestualizzare il fenomeno, nemmeno se te lo scrivono su wikipedia.

      Googol, poi se ancora non hai compreso nulla dei range generazionali e di come vengono scelti torna qui che a far figure barbine fai sempre in tempo.

    • Alfred Hitchcock

      @il nuovo mondo e invece sulla pagina della generazione Z non hai trovato nulla? Che peccato caspita. Comunque sono contento che almeno hai un articolo del 2008 (quindi senza che venisse ancora definita una generazione z) che ti dà ragione. Sarà così per forza allora, devo ammettere che ne sai davvero parecchio.
      Tanti bei saluti, e che il bias di conferma sia sempre con te.

  19. Il nuovo mondo

    Potrebbe essere anche del 1995, se fatto bene e scritto da soggetti autorevoli con competenza ma i tuoi bias cognitivi superano addirittura la tua arroganza, ma rimangono indietro al cospetto della tua ignoranza. Da come scrivi devi avere seri problemi di autostima e di preparazione ma non solo sociologica. Non basta google a colmare la tua impreparazione e nemmeno la tua retorica da scuole basse a raccimolare informazioni da discussioni come questa. Arrenditi, non sai nulla sull’argomento e ogni tuo post lo conferma. Chiedi scusa a cerealbkiller.

    Nessuno comprerebbe da te un auto usata.

  20. Man in the mirror

    Ma tutto questo che cavolo c’entra con la recensione? Davvero tutto sto casino per la scelta del protagonista?

    Comunque per come l’ho studiata in università i millennial sono la generazione 1981-2001, anche se queste definizioni si prestano sempre a critiche perchè figlie di considerazioni molto complesse. Notate come, al contrario, ci siano poche obiezioni sull’inizio: 1981. Questo è un classico, più ci si allontana a livello temporale da alcuni fenomeni e meno dibattiti si creano, a meno che non tornino di moda.

    Eppure non è nemmeno tanto facile dare un inizio alla generazione Y, per assurdo la fine è molto più semplice da stabilire con un evento storico “game changer” come il 2001. La linea che vuole la fine nel 1996 è più recente, serve per introdurre la discutibilissima categoria dei nativi digitali, che si vuole far confluire nella gen Z e che comunque viene fortemente contestata proprio perchè non sembra esistere affatto. Almeno non come categoria.

    Ricordatevi che si tratta di convenzioni. Accettate o meno. E’ molto più facile che uno nato nel 1978 sia più “millennial” di uno nato nel 1986. Dipende dal contesto sociale, dal luogo di nascita, dal paese etc etc.

  21. Marlon Monicelli

    Leggo spesso le vostre recensioni e vi lascio il mio commento. Premetto che so poco o nulla di Dune libro, se non che c’è tanta sabbia, c’è la Spezia e i vermoni. Conosco appena la canzone To Tame a Land dei Maiden, di Piece of mind mi piace altro. Comunque… Per quanto abbia apprezzato Arrival e disprezzato Blade Runner 2049 (troppo innamorato del primo film) devo dire che questo film semplicemente non mi ha preso. Il motivo? Semplice, non mi piace il fantasy e le saghe alla LOTR/Star Wars, ragione per cui questo film mio ha annoiato profondamente a partire proprio dai dialoghi, teatrali e esageratamente solenni. A mio avviso di fantascientifico ha poco. Mi sembra più un fantasy ambientato nel futuro e con qualche navicella spaziale. So che a molti può piacere e ovviamente lo rispetto, ma a me ha annoiato. Eh sì, sogno di vedere altri film come Alien, dove i protagonisti sono dei semplici operai su una nave da trasporto e non dei nobili feudatari che attendono l’eletto. La colonna sonora? Non saprei, ho sentito soltanto parecchio rumore e i l’audio dei dialoghi non era particolarmente cristallino. Insomma, ho sbadigliato dall’inizio alla fine e se non fosse stato per il volume credo che avrei anche fatto una bella pennica. Concludendo, se voglio vedere un film con i vermi sotterranei mi riguardo Tremors, il primo.

  22. Landor

    Non è possibile leggere recensioni “non ho letto il libro ma non mi piace perché”
    A) non ci sono le pistole laser
    B) non c’è la tecnologia
    Etc etc.
    Tutti a sottolineare gli stessi punti e nessuno che abbia letto il libro.
    Ovviamente tutte queste cose nel libro vengono spiegate ed è proprio questo che rende l’ambientazione affascinante.
    I mentat, che sono un punto veramente importante e avrebbero potuto aiutare a spiegare perché i computer sono stati eliminati, sono praticamente inesistenti. Piter De Vries un personaggio fondamentale non viene nemmeno nominato.
    Praticamente questo è il film è l’adattamento della quarta di copertina del libro.

  23. Dopo aver visto Dune continuo a pensare che Villeneuve debba mollare la fantascienza e ritornare sulla Terra. Perché? Perché sì. Non ho mai letto il romanzo di Frank Herbert e onestamente non mi interessa neppure farlo. Ma non sai cosa ti perdi! Pazienza. Da giovane i libri belli voluminosi mi attiravano e li leggevo con una spiga di grano tra i denti. Ora che sono vecchio mi rifiuto di addentrarmi in cose che vadano oltre le 250 pagine. Forse a 13 anni Dune lo avrei pure letto (anche se ero attirato più dall’horror che dalla fantascienza) ma oggi non ce la farei. Fatico a ricordarmi dove si trova il bagno in casa mia figurarsi intrecci tipo questo: ci sta Atreides che sta con Jessica ed è amato dai Landsraad e dagli amici Idaho, Halleck e Hawat. Hanno dei problemi con i Sardaukar e l’imperatore Shaddam IV vuole disfarsi degli Atreides con l’aiuto degli Harkonnen. Si spostano quindi tutti su Arrakis dove ci stanno i Fremen che combattono il caldo con una tuta capace di riciclare urina, sudore, feci e bestemmie. Ma soprattutto su Arrakis c’è la droga che fa gola a chiunque. La droga è sempre la droga. Serve alla Gilda spaziale, ai mentat e alle Bene Gesserit che vogliono la nascita dello Kwisatz Haderach. Sarà forse Paul il Mahadi cioè il Lisan Al-Gaib? Ah, ci sono pure i vermi giganti. Sì, mettici tutta ‘sta roba in un film di due ore e mezza e bum bum, lo spasso è dietro l’angolo. Non dimentichiamoci della immensa simpatia di Timothée Chalamet che è poi il protagonista del film, carismatico come una trave di legno che affonda in una pozzanghera a novembre. Cane maledetto! Dopo aver visto Dune l’unica cosa ad essermi davvero rimasta impressa cosa è? Gli intrighi? Il misticismo? Il messianesimo? Gli scontri? Il colonialismo? Le vocine nel cervello? No, gli sputacchi. In una scena si sanciscono i patti sputando per terra. Ecco quello che mi è rimasto di Dune. Lo sputacchio come vera e propria materia significante in senso semiologico.

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