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Consigli per l’arredamento: Splatters, gli schizzacervelli

17/08/2010 | consigli per l'arredamento | di Jean-Claude Van Gogh

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Splatters, gli schizzacervelli (Alta qualità)

Mostrologia: Gli alieni gamberoni

09/06/2010 | mostrologia | di Wim Diesel
"così capisce subito com'è l'andazzo diobò"

"così capisce subito com'è l'andazzo diobò"

Nome. Gli alieni gamberoni.

Chi gliel’ha dato. La saggezza popolare.

È colpa degli americani? È colpa che è finita la benza (come direbbe il mio meccanico). Un bel giorno un’astronave aliena in avaria atterra su Joannesburg e non si muove di lì. Gli alieni scendono a terra e vengono più o meno segregati in un ghetto, mentre la gente del posto inizia a chiamarli “Gamberoni” per la somiglianza con i crostacei di cui sopra.

Trivia -in originale il corrispondente di  “gamberoni” è prawns, che pare essere -oltre appunto al gamberone- il nome popolare del Libanasidus vittatus, una specie di grillone tragicamente simile a un gamberone. Guardate che mancarone dei mancaroni è il libanasidus vittatus.

my name is mancarone delle mancaronerie

my name is mancarone delle mancaronerie

Questo mancarone dei mancaroni pare essere un infestante davvero tosto e rognoso, ragion per la quale è piuttosto inviso all’uomo e finisce nelle conversazioni per indicare una persona o non-persona che non vuoi avere attorno. La definizione Alieni Gamberoni quindi è più o meno come quelli che chiamano scaracchio i giapponesi (ma certo che lo sai chi intendo, era troppo facile).

Chiosa. Forse è necessario puntualizzare cosa intendo per mancarone. Mancarone (nome proprio, o infinito truccato del verbo mancare) definisce una situazione o un soggetto. Nel primo caso si dice mancarone quando qualcuno è assente, o quando senti la mancanza di un qualcosa, o quando muore una persona cara o non cara. “Mancarone Dennis Hopper”. “Mancarone che non sei venuto al Frightfest”. “Mancarone andare a pattinare sul ghiaccio in piazza con la parrocchia”. Nel secondo caso invece identifica soprattutto un soggetto tenero e puccioso, tipo le foto dei gattini in quei blog su cui le vostre fidanzate stanno più ore di quante ne facciate voialtri su youporn e i 400 calci messi insieme. Il rafforzativo di mancarone, non potendo droppare accrescitivi AC/DC (acronimo per a cazzo di cane), è mancarone dei mancaroni, o mancarone delle mancaronerie, e sta ad indicare un livello di mancaronaggine difficilmente raggiungibile nel mondo reale, quindi solo nella computer graphics (tipo WALL-E o ET) o nelle foto facebook, tipo quella del libanasidus vittatus di cui sopra.

Altezza. Poco sopra i due per quanto riguarda gli esemplari adulti. Abbiamo foto per le proporzioni.

è che la donna delle pulizie 'sta settimana m'ha dato buca

è che la donna delle pulizie 'sta settimana m'ha dato buca

Dalle foto in questione risulta che un alieno gamberone è alto all’incirca 1,2 volte un essere umano di corporatura media. L’altezza si misura sul cranio, ovviamente: le antenne lo portano ad una taglia più che sufficiente ad entrare in Mostrologia con onore e vanto, ma anche a un controllo più accurato sembra rispondere ai requisiti di base.

Specifiche tecniche. Esoscheletro da gamberone, fisico atletico e slanciato, anoressia incipiente. Passo sicuro e spedito. La tenacia delle grandi occasioni. Fauci vagamente predatoriane. La pazienza del cercatore d’oro. Qualcosa di melvilliano nel suo resistere ad oltranza alle asperità della vita da esule.

Filmografia essenziale. District 9, Neil Bloomkamp, 2009. Tutto qui.

Vittime preferite/mossa preferita/omicidio migliore. Niente trippa per gatti. I gamberoni sono dei pacifisti, o degli oppressi. I gamberoni hanno l’atteggiamento degli ebrei nel vecchio testamento, piangono per i mali del mondo e (a volte) vengono metaforicamente crocefissi per i peccati di tutti. Un gamberone che assiste al genocidio della sua specie si deprime e sogna l’Esodo, per capirci. Non è che si mette a fare un genocidio in sala mensa per dimostrare un punto di vista. Una serie di omicidi molto belli è quella che viene messa insieme quando il protagonista, dopo avere ingerito un po’ di succo di energon gamberone da un bussolotto, inizia ad assumere caratteristiche gamberone, viene portato in un laboratorio e testato nell’uso dei fucili gamberoni. I fucili gamberoni sono una specie di cannoni a laser che potrebbero bastare il pianeta terra in un pomeriggio, ma essendo i gamberoni un popolo pacifista E gli unici in grado di utilizzare le loro armi, i fucili gamberoni rimangono su un tavolo a far gola al CdA di Beretta. Ovviamente per i test vengono usanti come bersaglio alcuni alieni gamberoni sotto tortura, i quali vengono inopinatamente/inevitabilmente maciullati contro un muro.

Come si sconfigge. Il gamberone nasce sconfitto -nella fattispecie District 9 è abbastanza chiaro a spiegarlo nei titoli di testa. Il gamberone, che è un mancarone dei mancaroni, va segregato in una favela ed umiliato con continui controlli a tappeto.

dolore + sconfitta + mancarone

dolore + sconfitta + mancarone = gamberone

Ricorda una figa? Ricorda molto certe ragazze anoressiche che ho conosciuto in gioventù, anche se le ragazze anoressiche non sono dei mancaroni delle mancaronerie.

Lo compreresti? Sarebbe un regalo perfetto per Thornetta, la mia fidanzata. La quale è tutto sommato il principale motivo per cui la redazione ha iniziato ad associare il concetto di mancarone al concetto di gamberone.

Chiosa finale: ricordiamo che, sebbene Mostrologia non avesse ancora pagato il debito nei loro confronti, gli alieni gamberoni hanno vinto a man bassa il Sylvester 2010 per la categoria Miglior Mostro, il che basta e avanza ad imporre alla storia di doverne poter riparlare tra duecento anni.

Scontro tra titani: un uomo in minigonna

16/04/2010 | recensioni | di Nanni Cobretti

scontro tra titaniVogliamo spendere due righe sul titolo? Lo facciamo? Da quale tipo di sondaggio è risultato che è più furbo sgambettare la memoria con una controintuitiva sostituzione da “di” a “tra” soltanto per uscire con un 10 e lode dall’Accademia della Crusca (ammesso che così sia), e al prezzo di falciarsi ogni volta la lingua? Come lo vorranno chiamare il sequel? Scontro tra trentatre trentini?
Ok, basta così.
Comunque, è ufficiale: da oggi Louis Leterrier può vantarsi del “Bollino di Fiducia Cobretti”.
I suoi pregi ormai si conoscono bene quanto i suoi difetti: con L’incredibile Hulk aveva dimostrato di saper gestire i grossi budget girando scene d’azione baracconesche ma efficaci e – al contrario di parecchi colleghi – mai confusionarie; dall’altra parte, le scene di raccordo davano sull’imbarazzante peso. Scontro tra titani è quindi per lui il progetto ideale: la struttura è facilissima, a videogame, con Perseo e i suoi amici all’avventura tra livelli di difficoltà crescenti e il più classico dei mostri finali, mentre l’ambientazione nell’antica Grecia gli permette di mettere in bocca dialoghi orribili ad attori da recita scolastica senza che ciò comprometta eccessivamente l’atmosfera. Quello su cui il piccolo Louis mi ha stupito è la gestione del ritmo: pensavo sbragasse e invece, pur viaggiando a velocità non indifferente e facendo tirare pizze pure alle Parche pur di aumentare l’adrenalina, non si fa prendere dalla foga di mettere per forza una scena d’azione dopo l’altra e si cura di mettere tutta la punteggiatura minima del caso. Che a dirlo sembra poco, e in un certo senso lo dovrebbe essere, ma poi uno si guarda la roba di Sommers o Michael Bay, o l’autoindulgenza sfrenata di Peter Jackson in King Kong, oppure al contrario le botte di sonno che vengono tra una catastrofe e l’altra nei film di Emmerich… a Leterrier non manca la mano spettacolare (da intendersi qui nel senso più tamarro del termine), e in compenso dirige ancora da “essere umano”. E per ciò lo rispetto.

"No non ce li ho 20 centesimi per una telefonata"

"Ricordati che devi morire!"

Ovviamente a tutto questo c’è un prezzo.
Il prezzo è una sceneggiatura orribile, in cui il Perseo di Sam Worthington (che è meglio di Harry Hamlin ma bastava poco, bastava sembrare vivi) ne esce fuori come un’involontaria, stronzissima metaforona del figlio di papà che si bulla a ripetizione di voler fare l’indipendente parlando come un ultrà della Lazio, poi Papi gli regala la Playstation (la spada), la paghetta settimanale (la moneta per Caronte), il motorino (Pegasus) e perfino il troione (Gemma Arterton, che si vede che le piacciono i tortellini e i carboidrati in genere). E Perseo si vanta, e si vanta, e si vanta, ma alla fine cazzo se usa puntualmente tutto quanto, come quei punkabbestia che pretendono di campare di elemosina e poi appena ti giri vanno a fare bancomat. E alla fine sai già che, nonostante Persy si ostini a fare l’orgoglioso fino in fondo, prima o poi accetterà di entrare anche nell’azienda di famiglia. Ma tanto ogni sforzo era comunque vano. Non riuscivo a prenderlo sul serio. Gira tutto il tempo in minigonna, cazzo. Pare una cheerleader steroidata che non si lava da un mese.
A tutto ciò comunque il Louis rimedia alla grande infilando una serie impressionante di schizzi WTF che sono impossibili da citare tutti, per cui vado in ordine crescente coi più clamorosi:
1) la comparsata totalmente gratuita del gufo meccanico Bubo, un insulto per chi lo conosce, una scena assolutamente priva di senso per chi non lo conosce;
2) lo scorpionone che batte la coda a ritmo di musica ufficialmente senza motivo se non quello di rendere il trailer più figo – davvero, a un certo punto lo fa e basta, tipo impulso improvviso;
3) una vertiginosa panoramica sulle montagne in cui si intravede di sfuggita un pazzo non identificato in kilt e spada che sembra un fotogramma rubato di straforo da Highlander;
4) Agyness Deyn nel ruolo di Afrodite!!!
5) il matto del villaggio che nel finale si confonde, va nel pallone più totale e – lo giuro su Zeus – sbaglia mitologia e urla “Ribelliamoci a Satana!” (e spero per voi che il doppiaggio italiano l’abbia mantenuto).

"YAWN."

"YAWN."

Aggiungeteci poi: un Liam Neeson a disagio come non lo si vedeva da tanto, come se Leterrier gli urlasse di continuo “Fai il vocione più grosso!” e lui obbedisse mandandolo silenziosamente a cagare; un Ralph Fiennes che suscita più imbarazzo e compassione che terrore; una serie di attori che li vedi nei titoli di coda e ti chiedi “cosa? c’erano pure loro?” (Danny Huston, Mads Mikkelsen, Jason Flemyng…); uno splendido, morbido, cremoso Kraken, decisamente più bello di come sembrava nel poster/trailer.
Sommando tutto quanto: sette e mezzo, e me lo riguarderei adesso.

DVD-quote suggerita:

“Pazzia? Questo! È! Leterrier!”
Nanni Cobretti, i400calci.com

P.S.: se serviva uno spot al fatto che non puoi mettere il 3D a ufo in post-produzione dappertutto ma, affinché abbia senso, ci devi pianificare un ben determinato stile di regia attorno, questo funziona benissimo. In più è la seconda volta che al cinema mi rifilano occhialini sporchi, checcazzo, con tutti i soldi di biglietto che ci aggiungo quanto ci vorrà mai ad allegare almeno una salvietta?

>> IMDb | Trailer

Federico Alvarez puppami la fava!

02/02/2010 | divagazioni | di Casanova Wong Kar-Wai

Vi ricordate dell’affaire Federico Alvarez? Breve riassunto delle puntate precedenti: Neill Blomkamp, grazie a un piccolo cortometraggio, è diventato il migliore amico di Peter Jackson. I due se la intendono alla stragrande, e Peter Jackson per Natale ha regalato a Neil la possibilità di fare District 9.
Roso dall’invidia, perché a lui nessuno lo accompagna in fumetteria o al cinema il sabato pomeriggio, Sam Raimi decide di visionare tutti i cortometraggi del mondo al fine di trovare anche lui il suo personal buddy. Incappa in Ataque de pánico! di tale Federico Alvarez. Raimi vede dei robottoni e tante esplosioni, scalda due speedy pizza, e capisce di essere sulla strada giusta. Decide che Federico Alvarez è troppo il suo BFF e, per non fare la figura di quello con le tagliole nelle tasche, regala all’Alavarez la possibilità di fare un film con una fracassata di soldi. A questo punto entriamo in giuoco noi: i 400 Calci è lieto di annunciare a tutti i registi là fuori pieni di soldi e in cerca di un amichetto con cui andare ad Amsterdam a Pasqua, che c’è un nuovo cortometraggio che gira in rete. È perfetto: piccolo, girato in economia (pensate: in sole tre settimane!), ma con estrema fantasia e capacità di mezzi. Forse il tasso di nerditudine è un po’ troppo sopra la media, ma questo per molti è addirittura un plus. E ci sono anche le esplosioni! Insomma: la notizia è che Bill Parker è libero. Registi bisognosi d’affetto e con tanti soldi da investire, fatevi avanti. È un investimento sicuro…
Pronti? Ecco a voi Star Wars Vs. Star Trek!

Che ne pensate?

Mostrologia: arriva la Befana!

06/01/2010 | mostrologia | di Cicciolina Wertmüller

splatters - gli schizzacervelli

Nome: Vera Elizabeth Cosgrove, detta “Mamma”. Gli sceneggiatori anglofoni hanno questa idea strana che il nome “Vera” possa essere appioppato solo a vecchie antipatiche, dalla zia di Barbara Stanwyck in Il Romanzo Di Thelma Jordon a quella di Michael J. Fox in Il Segreto Del Mio Successo. Quella di cui parliamo è però la più bastardona di tutte, per cui d’ora in poi la chiameremo Mamma.

Chi gliel’ha dato: quello vero gliel’han dato forse le suore dell’istituto di carità dove questa arpia, già stronza da piccina, è stata probabilmente abbandonata. “Mamma” invece è come la chiama suo figlio Lionel. Eh, che fantasia.

È colpa degli americani? Poiché Mamma compare in Splatters – Gli Schizzacervelli di Peter Jackson (prima che si fottesse la cabeza con Tolkien), si sarebbe tentati di dire che sia colpa dei neozelandesi, quindi andando a ritroso è colpa degli inglesi e degli olandesi. Ma di sicuro c’è lo zampino dello zio Sam. Forse smembrato da uno zombie di passaggio.

Altezza: all’inizio normale. Poi, mentre spia Lionel che passeggia per lo zoo con la morosina, viene morsa da una scimmia-ratto a cui, per tutta risposta, sfonda la testa. Capito che elemento? Comunque il morso zombifica Mamma e il figliolo la chiude in cantina. Un giorno che sente un po’ troppo casino di sopra beve una specie di Red Bull per animali lasciata lì dall’incauto Lionel, s’incazza come nell’immortale canzone degli 883 e diventa circa 6 metri, compreso il nuovo collo da giraffa, cranio da coccodrillo, zampe da gallina un po’ troppo ruspante. Bisogna dire che Mamma conserva una qualche armonia nelle proporzioni, infatti monta un fisichino da Venere paleolitica che la rende, dopotutto, ancora scopabile.

Filmografia essenziale: Splatters – Gli Schizzacervelli e basta. Ma ci piace pensare che Mamma abiti gli incubi più remoti ed inconfessabili di ogni bambino.

Vittime preferite: tutti quegli imbecilli riuniti a casa sua per fare festa ignari del truce destino che li attende – e fin qui va bene. La dolce infermiera McTavish, che ha curato la vecchia Mamma per anni e ne ha sopportato il caratteraccio – e qui non va bene. Lo zio Les, uno col parrucchino pirla che pensa da pirla con la faccia da pirla come nell’immortale canzone di Charlie – e qui va benissimo. Tutti zombificati allegramente nella magione di famiglia.

Mossa preferita: il parto al contrario, ovvero fagocitare il figlio adulto in un ventre enorme. Scena da psicanalisi.

Come si sconfigge: dall’interno, come ogni nemico; ovvero squarciandole il ventre e rinascendo. Altra scena da psicanalisi. Oh ma che filmone!

Ricorda una figa? Ce l’ha, anche se non si vede. Non deve averne fatto molto uso, però, giusto il necessario. Da cui il caratteraccio.

Lo compreresti? No. Di Mamma ce ne è una sola. Se la seconda è questa, meglio girare al largo.

District 9: il giorno degli Zoidberg

25/09/2009 | recensioni | di Nanni Cobretti
Zoidberg non può entrare

Zoidberg non può entrare

Ma chiccazzo è Neill Blomkamp??? Uno che Peter Jackson ci si innamora talmente tanto che, una volta crollato il progetto Halo, gli dice “va beh allora gira quello che ti pare”, non importa quanto poco hollywoodiano sembri? Ellamadonna. Comunque “sembri” è una parola su cui torniamo dopo.
I primi venti minuti sono esattamente quelli che promette il trailer: cattivissimi, politicissimi, un Independence Day in salsa Matrix (quello di Mentana) con quell’astronave di alieni su Johannesburg che non è altro che un grosso gommone di albanesi che galleggia in aria. Perché a quanto pare il primo a sbarcare da noi non è E.T., non sono i meglio geni d’oltrespazio, e nemmeno i supercattivi supermilitarizzati: sono un gran carico di messi male, di poveracci in fuga, e mai come in questo caso la parola extraterrestre combacia con extracomunitario. E la gente reagisce di conseguenza, con tutto il carico di diffidenza, pregiudizi e insofferenze del caso. Per questi venti minuti, è davvero tutto un gran metaforone coi controcoglioni.

Poi il Blomkamp imbroglicchia, vuoi per timidezza o che ne so, fatto sta che abbandona il mockumentary urlando “tiè! ci eravate cascati!”, introduce un protagonista che pare lo Steve Carell sudafricano e diventa molto più tradizionale e favolistico di quanto ci avevano fatto credere. La storiella dello sfigatone maldestro che viene incastrato in un incarico più grosso di lui, e si ritrova contagiato da uno strano spry albanalieno che lo trasforma pian piano nel nipote di Brundlemosca, ragion per cui va in para dura e scappa sbraitando inseguito da tutti. In questo contesto se non altro le buone idee che avanzano spiccano di più, e una volta mandato giù il boccone che non si tratta di quel Gomorra vs. Predator che stavamo sognando, ci si ripiglia e lo si torna ad apprezzare di nuovo. Che comunque è sempre ambientato a Johannesburg in mezzo a un sacco di gente che fa brutto per davvero, mica a San Francisco California. I protagonisti sono tutti sudafricani dai nomi sudafricani e gli accentissimi sudafricani che in italiano ovviamente saranno pareggiati nel solito milanese televisivo da conduttore di TG. E il personaggio interpretato dallo Steve Carell sudafricano, che in realtà si chiama “Sharlto Copley” (ne avevo anch’io uno da bambino, ma dopo averlo fatto accoppiare con un Cocker Spaniel mi si è ammalato e l’ho dovuto abbattere), non è esattamente uno stinco di santo, anche se neppure lui sfugge alla regola inflessibile della redenzione finale.

Ciò che rimane quindi, è soprattutto il discorso tecnico. E non solo gli effetti speciali integrati in riprese a mano o addirittura filmati di repertorio, ma proprio gli effetti in sè. Perché la telecamera del Blomkamp ogni tanto si ferma e indugia sui primi piani, e in quel momento non resta che rimanere a bocca aperta davanti ai CGI più incredibili che abbia visto forse da sempre. Il tipo di CGI talmente dettagliato e non invasivo che ti ci vuole metà film a convincerti che i marzialbanesi non sono attori col costume di gomma, e se non fosse che hanno tutti un impossibile vitino da vespa la giuria sarebbe ancora fuori. E le astronavi! Che in confronto l’aereo dei G.I. Joe l’ho disegnato io a 8 anni con un Jumbo punta grossa.
E quindi District 9, pur leggermente diverso da come ce l’avevano dipinto, rimane un’esperienza imperdibile.
Blomkamp non è (ancora) un genio, ma dirà la sua.

"Buongiorno, siamo venuti per sottoporla a 10 domande"

"Buongiorno, siamo qui per sottoporla a 10 domande"

DVD-quote suggerita:

“Non è Gomorra vs. Predator, ma è figo lo stesso”
Nanni Cobretti, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

FF09: Smash Cut

21/09/2009 | recensioni | di Nanni Cobretti

Ma voi l’avete visto Jesus Christ Vampire Hunter? Io ammetto che non ne ero andato pazzo. Aveva cose meravigliose e altre un po’ troppo approssimative perfino per me.
E insomma, pur essendo infinitamente curioso, dal canadese Lee Demarbre – che nel frattempo ha continuato a campare di simpatiche puttanate improbabili a basso costo – non mi aspettavo tale prova di maturità.
Intendiamoci: Smash Cut è innanzitutto un commosso omaggio a H.G. Lewis, e subito dopo un film infinitamente meno serio di quanto il fighissimo poster lasci ad intendere.
La trama: Able Whitman è un regista horror in disgrazia che, esasperato dalle critiche ai suoi film ritenuti troppo finti (e grazie al cazzo, se l’assassino è un giocattolo armato di biro), decide di dire “e allora vaffanculo” e cominciare a fare gli effetti speciali con parti di cadaveri veri.
Segue film demenziale low budget che gioca ad essere ancora più low budget di quel che è. Una di quelle cose che sulla carta rischierebbe di irritare a mille, e che invece Demarbre tratta con tale genuina passione da conquistare dal primo istante. Niente volgarità o colpi bassi ma tante idee stupide/grandiose, e un’atmosfera leggera che fa pensare, più che a un Peter Jackson, a un potenziale erede di Joe Dante.
E poi tanto, tanto, tanto amore.
Amore per il leggendario David Hess, che regge quasi tutto il film da solo con il suo divertitissimo ritratto di regista frustrato che si improvvisa criminale (e chiede consigli al suo ignaro sceneggiatore per non farsi beccare…).
Amore per Sasha Grey, che non si spoglia ma con i suoi occhietti semichiusi e l’espressione impassibile si esibisce nientemeno che in un monologo da Amleto.
Amore per il tenerissimo Michael Berryman, che farfuglia e balbetta e sfoggia una parrucca che nemmeno Ricky Gervais in Extras, e per tutti i bravissimi caratteristi da Jesse Buck a Ray Sager a Peter Michael Dillon.
E amore ovviamente per H.G. Lewis in persona, che ispira e introduce il film ma soprattutto regala i titoli dei poster disseminati per l’ufficio di Hess, roba da far impallidire il curriculum di Troy McClure (Lover Take My Liver, Oops There Goes My Left Arm…).
Sono uscito che stavo bene da matti.

smash cut

DVD-quote suggerita:

“Divertimento assicurato per tutta la famiglia!”
Nanni Cobretti, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

District 9: le belle metafore sociopolitiche di una volta

09/07/2009 | news | di Nanni Cobretti
Come si fa a odiare siffatti alieni?

Come si fa a odiare siffatti alieni?

Chi è Neill Blomkamp, uno che al suo primo film riesce a far piazzare il nome sul poster grosso quasi quanto quello del produttore Peter Jackson? E soprattutto, perché ha una doppia “l” nel nome?
Della seconda domanda a ripensarci non ce ne frega un cazzo, quindi rispondiamo alla prima: Neill Blomkamp è un sudafricano che viene dal mondo della pubblicità, e che si è fatto notare per una manciata di spot tra cui quello fighissimo della Citroen che diventa un Transformers, e poi per aver fatto tre corti ispirati dal videogame Halo. Tant’è che Peter Jackson l’aveva assunto al volo appunto per girare un lungometraggio tratto da Halo, poi saltato.
Però ormai Jackson si era innamorato duro, per cui gli ha prontamente trovato qualcos’altro da fare.
Trattasi di questo District 9, per cui i canonici viral avevano già iniziato a girare da tempo, e che a suo modo aspira a diventare un piccolo Cloverfield (trama fantascientifica girata con stile documentaristico, budget basso, attori sconosciuti). La vicenda è ambientata in un mondo alternativo in cui un gruppo di alieni è atterrato sulla Terra da 30 anni scarsi, ma essendo che in tutto questo tempo non si sono resi particolarmente utili la gente si fiacca e li confina in Sud Africa in una zona chiamata appunto “Distretto 9″. Poi arriva un tizio che, per scoprire come funzionano le armi aliene, si fa involontariamente contagiare dal loro DNA: di colpo diventa ricercato da tutti, e si imparanoia tantissimo.
È appena uscito il primo trailer vero e proprio, che conferma le ottime impressioni avute finora: lo spunto pare interessante, visivamente è una goduria, e in mezzo agli alieni (delle specie di Zoidberg negri) mi pare addirittura di vedere dei robots.
Eccolo:

Data d’uscita: negli USA il 14 agosto, in Italia… lo volete sapere? Siete sicuri? Il 4 dicembre. Eh. Che volete che vi dica.

Dove c’è un tubo, c’è un idraulico.

26/06/2009 | recensioni | di Casanova Wong Kar-Wai

Durante Italia 90 la mia vita era scandita da due attività. 1) cantare tutto il giorno: “Notti maggiche inseguendo un gol sotto il cielo di un’estate italiana na na na nà”, 2) guardare Italia Uno. Adesso che ci penso, visto che nel 1990 avevo tredici anni, probabilmente c’era anche una terza attività che svolgevo con fare compulsivo, ma non è questa la sede per parlarne.

Onanismo!

Onanismo!

Comunque. Italia Uno era il massimo della vita, per una sola ragione: lo Zio Tibia, cari zombettini miei… Non vorrei fare il nostalgico sempre e comunque, ma… Quali gioie! Quante scoperte! Quanti bei film! Quante gustose cazzate! Contributo video.

È probabile che anche Jon Knautz, classe 1979, sia stato un assiduo spettatore di mirabolanti gags come Una Rotonda di Bare, Il Festivalbara o il Rigor Mortis… il suo ultimo film infatti – Jack Brooks: Monster Slayer – è “so 1987” che solo a vedere il trailer, ti viene in mente una granita al limone. La storia: Jack Brooks è un idraulico di quelli con la camicia a scacchi, i jeans e il cappellino con la visiera tutto sporco. Non gli manca nulla: neanche un furgone mezzo scassato. Il povero Jack – visto che la sua allegra famigliola è stata fatta a pezzi sotto i suoi giovani occhi da un orribile mostro assetato di sangue – ha qualche problema. Diciamo che non riesce a controllare la rabbia. Se lo urti inavvertitamente e a lui ci sale il sangue alla testa, scemopagliaccio, ti prende a testate per due giorni di fila. Comunque lui sta tentando di migliorare: va da uno psicologo, ha una ragazza carina (anche se insopportabile e perfetta esemplificazione dell’immortale Non me la Menare, canzone del periodo d’oro della carriera musicale di Max) e frequenta addirittura un corso di chimica. Tenuto da un professore che di nome fa Gordon Crowley (solo i più attenti avranno notato che a Jon Knautz piace citare l’horror: è infatti palese che Gordon Crowley è un omaggio al grande Stuart Gordon) il quale però abita in un’isolata villa. Ovviamente, essendo l’isolata villa antica e fatiscente, ha delle tubature vecchie e malandate.

Non ha realmente quel fisico. Io ve lo dico.

Non ha realmente quel fisico. Io ve lo dico.

E qui c’è una grande lezione di cinema: Luis Buñuel diceva che se in un film si vede una pistola, prima o poi ci sarà uno sparo. Qui è lo stesso: se c’è un tubo che perde, prima o poi ci sarà un idraulico (succede sempre anche nei film porno…). Ed è proprio questa catena di eventi che urla “Settima Arte!” a gran voce a fare in modo che dal giardino dell’isolata villa spunti il cuore di un mostro che se ti prende ti entra nel corpo e ti trasforma prima in una schifezza vomitante e poi in una schifezza fabbricante mostri assetati di sangue che poi, minghia, vanno in giro a uccidere la gente. Ma il nostro idraulico pepperino, ci metterà una pezza.

"Sono noiosoooooooooooooo!"

"Sono noiosoooooooooooooo!"

È ovvio che il solo scopo del film è quello di mettere i pupazzoni di gomma in stile Peter Jackson. La cosa curiosa è che ci si mette pure troppo prima di estrarre il lattice a chili. Visto che Trevor Matthews – il nostro Jack Brooks – non è un Bruce Campbell, affidarsi per ben un’ora di film (su 85 minuti totali) alle sue chiacchiere con la ragazza, il tipo dell’emporio, uno scemo che si fa le canne, il professore, lo psicologo, prima di far partire il massacro, non è una delle mosse più fresh che si possono fare. Per cui Jack Brooks: Monster Slayer rischia di essere noioso. Che se uno ci pensa è quasi impossibile: maccome? Mostri di plastica + Robert Englund (ebbene sì: Gordon Crowley è Robert Englund…) + mezza gnocca + altra mezza gnocca + locandina bellissima = noia. Sad But True.

DVD-quote suggerita:

“Dai cazzo, muoviti a far vedere i mostri!”
Casanova Wong Kar-Wai, i400calci.com