Miei giovani amici, vi presento Mad Max

Erano almeno dieci anni che George Miller, tra una cazzata per bambini e l’altra, ce lo stava promettendo.
Dieci anni in cui è successo di tutto: la più divertente riguarda un nubifragio a seguito del quale nel set desertico del film è spuntata una distesa di fiori selvatici rendendolo di colpo inappropriato.
Ma alla fine, tra un rinvio e un reshoot, ce l’hanno fatta.
E ce l’hanno fatta trovando in Tom Hardy l’unico attore che oggi avrebbe speranza di replicare il carisma psicopatico del primo Mel Gibson.
Scordatevi maialini e pinguini parlanti: George Miller è diventando famoso facendo sfrociare macchine come nessun altro e inventando IL mondo post-apocalittico con il quale ancora oggi ci si confronta quando si tratta di ambientare una storia in un mondo post-apocalittico, Ken il guerriero pesantemente incluso.
Ed è tornato.
A voi il primo trailer di Mad Max: Fury Road.

Per me, film più atteso del 2015.

Tags: , , , , , , , , , ,

Il sequel che non è tale del remake che non era tale AKA Anarchia – La notte del giudizio

Vi ricordate il remake che non era un remake? Ora ha un sequel che non è tale (ma anch’esso pare un remake).
Scusate se ho scombussolato le vostre sinapsi di prima mattina così. Ora vi ripeto il concetto allargandolo ad un post intero.

Un anno fa James DeMonaco porta al cinema La notte del giudizio, cioè (e cito il boss in un flashback in bianco e nero) “un concept che promette violenza e distruzione fuori controllo, ambientato in un futuro distopico in cui il governo ha istituito 12 ore all’anno in cui la legge cessa di esistere e i servizi pubblici non sono attivi per cui tutto, omicidi compresi, è consentito. E poi lo smorza al volo, non mostrando nulla di tutto ciò e incentrandosi piuttosto su una stra-vista e risaputa storiella appartenente al classico filone delle invasioni casalinghe”. Il film non era niente male, a parere del calcista che qui vi scrive. Era come tutte le produzioni della Blumhouse: pochissimo denaro, praticamente un ambiente solo, concept stringato e pedalare!

Pedalare

Pedalare

Ora invece siamo da tutt’altra parte. Il primo film ha avuto successo e l’idea è molto semplice: fondare una mitologia intorno a quella storia, dargli un background più preciso, mettere in scena delle fazioni e fornire alla storia un contesto molto più grande, cioè gettare le basi per 10, 20, 1000 sequel, prequel e via dicendo.
Durante la notte della purga i due protagonisti (AKA agnelli sacrificali, personaggi senza personalità, a cui nessuno si affeziona e dunque pronti al macello in ogni scena) rimangono senza benzina in mezzo alla strada, non riescono a tornare a casa e dovranno attraversare la città nelle ore in cui tutto è consentito. Ovviamente ben presto un gruppo di giovini purgatori comincerà a dargli la caccia e nel loro peregrinare ne incontreranno altri fissati con il far fuori proprio loro. Vi ricorda qualcosa?

Vi ricorda qualcosa?

Vi ricorda qualcosa?

Fin qui in fondo non è male (e SPOILER questo è anche il giudizio finale: “In fondo non è male”), peccato che la parte del duro che cercherà di portare tutti sani e salvi a casa è lasciata con inspiegabile scelta di casting a Frank “zero dark personality” Grillo.
DeMonaco riprende le città vuote (bravo!), mette i protagonisti in fuga da qualcosa e poi si rifugia nelle case, negli appartamenti, nei quali fa scoppiare piccoli segmenti d’ultraviolenza familiare. E quelli sono i momenti migliori di Anarchia, quelli in cui davvero si respira l’anarchia. Mi spiego meglio. Quello della fuga da un nemico che ti bracca non è anarchia, è un diverso ordine: tutti possono uccidere quindi si rivedono i ruoli buoni/cattivi. La vera anarchia invece è quando non c’è regola e onestamente diventa impossibile capire chi sia con chi, chi faccia cosa, chi sia affidabile. Qualcosa che mette davvero paura, destabilizza e attira. Questo ahimè accade in pochi momenti del film ma sembra davvero che siano i migliori perchè solo a quel punto si realizza lo spirito del film (schiarisce la voce): andare a guardare quanto sono stronzi gli uomini quando solo gliene si dà la possibilità e quanto sia fondamentalmente violenta la società americana che ogni giorno reprime la voglia d’uccidere.
Invece James DeMonaco cede e mostra tutto quel che è più semplice e scontato mostrare. Se ve lo state chiedendo vi dò subito conferma che c’è la scena in cui dei megaricconi si fanno portare a casa la gente (“Dei negri per favore“) per poterli purgare senza dover uscire di casa e in tutta sicurezza, come c’è anche un piccolo gioco organizzato da quello che intuisco possa essere il Rotary Club che guarda ammirato dalla finestra mentre il popolo si scanna. Anche in un contesto in cui ognuno tira fuori il peggio di sè i ricchi sono sempre rappresentati un pelo più bastardi dei poveri: a quando un miliardario dal cuore d’oro che scappa da dei maledetti bastardi senza una lira? Io lo guarderei.

Il duro del film

Il duro del film

Non manca anche un fronte della liberazione, guerrieri che lottano contro il concetto stesso della notte in cui tutti i crimini sono depenalizzati, iniziato dai nuovi padri fondatori, ovvero i protagonisti del prossimo film se questo andrà bene.
Il punto è che Anarchia – La notte del giudizio ha tutte le idee migliori ma sembra che le abbia avute uno stagista al quale nessuno dava fiducia perché, una volta mostrate, subito gli si preferisce la parte più moscia della trama. Nel momento in cui i protagonisti viaggiano dentro la città vediamo di continuo focolai di bastardi, bestie da omicidio e figure inqualificabili (il mio preferito è il macellaio con cappello da baseball che gli copre gli occhi, armato di M60 nel suo furgone) tutto condito con una buona dose di sangue e nessun timore di superare il PG13 che affliggeva il film precedente. Ma è tutto sfiorato, ogni volta che vorremmo averne di più ce ne viene dato di meno con frustrazione incomparabile.
A questo punto la vera domanda è: “Ne vogliamo ancora di questa serie?” personalmente alla fine direi di si, però cercando di capire cosa davvero conta.

Il mio preferito

Il mio preferito

Dvd-quote suggerita:

“Sono sempre i migliori ad andarsene per primi”
Jackie Lang, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Il fermo-immagine del lunedì

nocure

X-Men 3 – Conflitto finale

Trappola al Clapham Grand: Steven Seagal live in action

(inizialmente avevo condiviso questo aneddoto solo sul Twitter e sul Facebook, poi ho pensato potesse far piacere a tutti)

"Tranquilo"

“Tranquilo”

Succede che vai al concerto di Steven Seagal e la sua Blues Band, al Clapham Grand di Londra, e in mezzo al pubblico scoppia una rissa.
Una seria, con la gente che si allarga e cinque tizi della security che intervengono.
Tutti si voltano verso Steven, perché è chiaramente il suo momento per brillare.
Le sue parole sono, pressappoco: “Nessuna rissa sarà tollerata, a meno che io non sia coinvolto. E se scendo giù, rompo il culo a entrambi”.
Non scende, perché era palese che non c’avesse voglia ma dovesse rispettare il personaggio, ma va bene così.
A volte la vita sorride al fancalcista.

The Steven Seagal's Blues Band

The Steven Seagal’s Blues Band

Il resto dello show è un onestissimo concerto blues vecchia scuola come si può sentire immagino in ogni festa del paese intorno a New Orleans.
Per chi non lo sapesse, Steven suona la chitarra da una vita e si vede.
Niente plettro, corde pizzicate per lo più solo col pollice, ma mano sinistra che corre sul manico con la sicurezza di chi si esercita da sempre nelle pause tra un allenamento e un film, tra una visita al Dalai Lama e una a Putin.
Dal vivo è rilassato e sorridente, e gli unici momenti di imbarazzo capitano ai macchinosi cambi di chitarra quando l’apposito addetto impiega sempre i suoi cinque minuti per riaggiustargli la tracolla, operazione che richiede immancabilmente lo sganciarla, fare il giro e vedere se ci arriva dall’altra parte.

The Mojo Priest

The Mojo Priest

C’era molto ovviamente anche una corista con le tette di fuori, ma le sue foto mi sono venute tutte mosse.

Tags: , , , , ,

Fight Night: Spawn

Rubrica di colonne sonore da combattimento per caricarvi, emozionarvi o anche solo ricordarvi che perfino gli Slayer hanno un remix hardcore techno.

Artista: Slayer & Atari Teenage Riot
Titolo: No Remorse (I Wanna Die)
Dal film: Spawn

Fenomenologia della meta-natica: la recensione di All Cheerleaders Die

Ok: se non altro, Lucky McKee si è inventato un bel titolo.
All cheerleaders die! Non è fantastico?
È un titolo che può avere diversi significati – o meglio, è un titolo che si può applicare a sfere tematiche via via più ampie:

- è uno spoiler riferito alla trama del film stesso? Sì, anche se solo fino a un certo punto;
- è una strizzatina d’occhio ai cliché ripetitivi e immutabili dello slasher studentesco? Certo;
- è un’affermazione universalmente valida? Più che mai, se si considera «Tutte le cheerleader muoiono» come la proposizione conclusiva di un sillogismo inattaccabile: «Tutti gli esseri umani uomini muoiono – tutte le cheerleader sono esseri umani – dunque Socrate è una cheerleader», o qualcosa del genere. Insomma, avete capito. Questo è un film in cui le cheerleader muoiono perché questo film appartiene a un genere in cui le cheerleader muoiono perché noi viviamo in un mondo in cui tutti gli uomini muoiono ma le cheerleader di più.

Che bel titolo.

Talmente bello che Lucky McKee (assieme al co-regista e co-sceneggiatore Chris Sivertson) l’ha usato due volte. La seconda volta è questa. La prima volta era nel 2001, solo un anno prima prima che McKee facesse il botto (con May, che ricorderete), e solo due anni prima che McKee non azzeccasse mai più un altro lungometraggio e si guadagnasse il titolo di one hit-wonder dell’horror americano. Il film del 2001 era una robina a bassissimo budget oggi quasi irreperibile, e questo del 2013 ne è il remake con più danaro e relativa visibilità.
Evidentemente anche McKee conosce i sillogismi e deve aver pensato:
- Tutti i miei film dopo il 2003 sono bruttini
- Siamo nel 2013
- Faccio il remake di un film antecedente al 2003.

Questa logica stringente avrà dato i suoi frutti?
Datemi una enne! Datemi una o! Datemi una sigla e poi vi spiegherò!

Stereotipi studenteschi! A chi non piacciono gli stereotipi studenteschi?
Gli stereotipi studenteschi nei film americani ambientati al liceo piacciono a tutti: ci sono le cheerleader, i bistecconi del football che dicono «smamma, pivello» e abbrancano le cheerleader a scopo limone, ci sono i pivelli che smammano, gli amici scemotti del maschio alfa, c’è quella bruttina, e tutto intorno ci sono chilometri, chilometri, chilometri di corridoi con gli armadietti. Alcuni di questi corridoi possono essere percorsi solo al rallentatore. Uh, e c’è l’outsider inquietante che fa cose strane e viene tenuto/a in disparte.
Ora, come ben sapete, questo mazzetto di stereotipi lo puoi sempre rimescolare a piacimento e farci un po’ quello che vuoi: le commedie romantiche, i film sportivi, i musicarelli, i film con le band emergenti, i film con gli adolescenti neri scapestrati e i professori che li ascoltano, i film di sette segrete, i film dove la gioventù innocente scopre il cazzo, i film di Gus Van Sant, e i film dove alla fine tutti diventano nani (ok, questo è un genere che non esiste, però è un sogno che ho io). E poi ci puoi fare gli slasher. Che ve lo dico a fare? Le high school sono il più fertile dei terreni da inseguimento/squartamento, vuoi per quel loro miscuglio istintivo di familiarità e repulsione, di immaginario positivo e negativo, limoni e bulli, scoperta e insicurezza; vuoi perché sono popolati da una fauna di stereotipi (appunto) che amplia e moltiplica il classico campionario/microcosmo giovanile di ogni horror degno di questo nome (il “quintetto Cabin in the Woods“, per intendersi).
E Lucky McKee tutto questo lo sa benissimo. E siccome siamo negli anni post-post, e non puoi azzardarti a fare niente se non tieni l’indice e il medio di entrambe le mani saldamente ancorati nella posizione delle virgolette, ecco che il buon Lucky decide che PURE LUI giocare sugli stereotipi studenteschi.

Peccato che si faccia un po’ prendere la mano, e decida che PURE LUI pure un botto di altre cose.

Gnam

Gnam

La scena prima dei titoli di testa detta il tono: musica dei giovani sparata a mille su montaggio yéyé di cheerleader che ballano e fanno le stronzette e si chiamano “bitch” l’una con l’altra; rapida presentazione dei personaggi, rapida identificazione degli stereotipi, e poi di punto in bianco la più bitch tra tutte le cheerleader bitch, BAM!, si fracassa il cranio durante un’acrobazia e BAM!, titoli di testa, e BAM!, Lucky McKee: hai la mia attenzione.
E sapete che c’è? C’è che quando rivolgi la tua attenzione a qualcuno, e quel qualcuno è un insicuro, si emoziona, e magari non è nemmeno il diamante più brillante della parure, il poverino inizia a strafare.
Mi spiego.
Il film inizia come un revenge movie in cui la protagonista sensibile si infiltra tra le cheerleader per rovinar loro la vita per motivi che non vi sto a dire. Solo che il piano per rovinare la vita delle cheerleader funziona talmente bene che dopo neanche mezz’ora succede una cosa grossa (SPOILER: è il titolo del film) e di lì tutto prende una piega completamente diversa.
Quello che succede dalla svolta in poi è un po’ SPOILER, non tanto perché ci siano colpi di scena, quanto perché McKee si mette a esplorare e mescolare talmente tanti sottogeneri horror che per qualche decina di minuti la macedonia, nel complesso, risulta persino divertente. E l’imprevedibilità fa parte del gioco; quindi, se proprio siete tra coloro che passano la vita a mettersi le dita nelle orecchie e fare lalalalala quando qualcuno racconta una trama, NON leggete il prossimo paragrafo!!! SPOILER!!! Però siamo onesti: come diceva Čechov, se nel primo atto compare una wicca goticona lesbica, entro il terzo atto essa dovrà necessariamente fare le magie con le pietrine e risuscitare i morti. Nessun colpo di scena, ve l’ho detto. Comunque fate voi.

Pon pon

Pon pon

SPOILER! Succede che tutte le cheerleader muoiono per colpa di un belloccio malvagio, ma la wicca/outsider inquietante goticona lesbica con gli occhi pittati di nero risuscita tutte le cheerleader grazie alle sue pietrine magiche, e le cheerleader diventano delle cheerleader non-morte che vogliono vendicarsi dei bellocci malvagi che hanno provocato la loro morte. E quello che era un revenge movie individuale diventa un revenge movie collettivo con le morte risuscitate. Non vi basta? Ci aggiungo: le cheerleader risuscitate sono pure vampire. Infatti, quale metafora più originale e azzeccata per raccontare la vendetta delle donne-oggetto contro i maschi malvagi che un vampirismo “al contrario” con le cheerleader che dissanguano i malcapitati fino all’osso? Capito? Eh? Satira sugli stereotipi? Wink wink, nudge nudge, say no more? Non vi basta? Allora facciamo anche che tutte le cheerleader risuscitate e vampire metaforiche sono anche tutte legate da magica simbiosi con il potere delle pietre wicca, quindi il dolore o il piacere sentito da una cheerleader viene sentito anche da tutte le altre nello stesso momento. Segue ilarità. Non vi basta? Non riuscite ancora ad apprezzare appieno la mia destrezza nel giocolare i topoi? Ci butto lì anche una sottotrama con 2 cheerleader risuscitate vampire metaforiche wicca che ENTRANO MAGICAMENTE UNA NEL CORPO DELL’ALTRA come in Tutto accadde un venerdì. Segue altra ilarità, seguono spettatori che esclamano «Evviva il riuso consapevole!», ma soprattutto segue il fatto che - ormai lo avrete capito - c’è troppa carne di cheerleader al fuoco.

FINE SPOILER! Un bel bentornato agli amici che hanno evitato il paragrafo precedente. Se non riuscite a riprendere il filo del discorso affari vostri.
Il succo della questione è che McKee, a forza di accatastare stereotipi più o meno consapevoli per giocarci liberamente senza venire accusato di stupidità o sessismo, non riesce a tenere tutto in equilibrio e inizia a buttar giù idee come viene viene, in maniera sempre più raffazzonata e superficiale, fino a ricadere con tutte le scarpe negli stessi stereotipi che intendeva parodiare. Mi spiego con questo pratico diagramma a torta:

Didascalia del diagramma a torta

Didascalia del diagramma a torta

Dunque.
- L’area bianca a forma di CULO rappresenta la misura in cui Lucky McKee vorrebbe soltanto divertirsi e fare un bel film caciarone con le cheerleader in mutande che limonano tra loro e poi morte magia coltellate eccetera eccetera. Come vedete dal diagramma, tale area è non solo molto ampia ma anche centrale, e su di essa si focalizza l’attenzione.
- La cornice della foto, invece, così come la didascalia, stanno lì a ricordarvi che quella che avete davanti agli occhi è – appunto – una foto, e non un vero culo davanti ai vostri occhi. Ceci n’est pas un culo. La cornice e la didascalia rappresentano quindi la sovrastruttura meta-post-virgolettata che McKee cerca di dare al suo film, per nobilitarsi e non passare da Davidone. È una cornice che è sempre più o meno presente, però… vedete com’è sottile? Non è abbastanza forte per sostenere tutti quegli stereotipi liceali, e finisce per farsene sopraffare; l’insistenza ironica su culi e stupidità è pur sempre insistenza, e l’ironia e gli archetipi fanno presto a diventare stupidità e banalità quando non hai il polso per tenere tutto a posto.
- Da ultimo, notiamo la faccina sorridente in alto a sinistra del diagramma: l’ho disegnata io, e sta a rappresentare quella piccola percentuale di minutaggio in cui il film si regge miracolosamente in equilibrio. C’è infatti una ventina di minuti, poco dopo la grande SVOLTA, in cui sembra che McKee abbia capito cosa vuole fare e lo faccia bene, e in quel momento All cheerleaders die diventa una commedia nera molto divertente che dosa a puntino tutto il suo mixtape di elementi, sorprende con trovate crasse quanto basta e lavora finalmente di fino sugli stereotipi com’era sua intenzione sin dall’inizio (c’è forse la scena di camminata al rallenty nei corridoi della scuola più azzeccata nella storia recente delle scene di camminate nei corridoi).
Poi basta, però, perché come nulla il film si infogna in un finale slasher pigro e affrettato, che oltretutto risente molto dell’esiguità di budget (negli inseguimenti in auto si capisce a malapena chi stia inseguendo chi) e manda a ramengo natiche, meta-natiche, strutture e sovrastrutture ed è solo brutto e pieno di urlacci.

All cheerleaders die è un film svelto svelto e a tratti pure divertente che però, per incapacità più che per indecisione, non concretizza quasi mai le sue premesse e le sue promesse.
Alla fine, l’unico stereotipo rispettato in pieno è questo: ogni volta che nei film liceali c’è una coppia di sorelle in cui una è fica e ammiratissima e l’altra timida e sfigatina, a me piace sempre immancabilmente molto di più la seconda. Qui, uguale; per cui ci tengo a chiudere il post salutando l’amica Amanda Grace Cooper. Ciao!

Amanda+Grace+Cooper+Cheerleaders+Die+Portraits+mzJTxtfedQdl

DVD-quote suggerita:

«Che delusione: un altro film dove alla fine nessuno diventa nano»
(Luotto Preminger, i400calci.com)

>> IMDb|Trailer

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Ripassi obbligatori: la saga del Pianeta delle Scimmie

Questo discorso lo avrete sentito centinaia di volte, ma si applica perfettamente a Il pianeta delle scimmie: che cosa dire oggi di un film che ha segnato la storia del cinema, la storia della fantascienza, dato vita a un franchise che continua a mietere successi ancora adesso e che è stato analizzato e dissezionato praticamente da chiunque?

Proprio non lo so e non lo voglio sapere.

Proprio non lo so e non lo voglio sapere.

Perciò, quando sono stato incaricato (insieme allo stimato collega Darth Von Trier il cui pezzo leggerete qui sotto) di parlare del film originale, e in parte della saga che ne è seguita, ho deciso di adottare un punto di vista personale. Magari non è obbiettivo, ma sticazzi dell’obbiettività. Spero, anzi, di spingere chi tra di voi non lo ha mai visto a dargli un’occhiata proprio evocando le sensazioni che ho provato la prima volta che l’ho visto. Ma prima, un flashback.

Dopo aver visto Il pianeta delle scimmie di Franklin J. Schaffner, a circa quindici/sedici anni, sono rimasto talmente colpito che ho deciso di leggere il romanzo originale di Pierre Boulle. Forse pochi ricordano, infatti, che alla base di tutta la saga c’è un libricino breve scritto da un autore francese nel 1963, in cui c’è più o meno tutto quello che si vede nel film – Zira, Cornelius, Nova, gli astronauti che sbarcano sul pianeta “al rovescio”, la divisone della società scimmiesca tra gorilla militari, oranghi burocrati e scimpanzé intellettuali – eppure mancano alcuni degli elementi che hanno reso il film leggendario. Ad esempio, nel finela del romanzo c’è si un colpo di scena, ma è più l’ennesima burla dell’autore che una riflessione vera e propria (e sarà ripreso quasi paro paro nel remake di Tim Burton). Inoltre la società delle scimmie nel libro è evoluta esattamente come quella umana, tecnologicamente parlando. Nel film, invece, c’è quel misto tra Medioevo, Santa Inquisizione e primo Ottocento che è decisamente più interessante e stimolante rispetto alla società allo specchio del libro.

"Io preferisco il libro". "Whaaat?".

“Io preferisco il libro”. “Whaaat?”.

Ma ovviamente c’è un motivo: nel romanzo, il pianeta delle scimmie è effettivamente un mondo alieno. Il fatto che i primati parlino la stessa lingua degli astronauti non viene spiegato, perché non ce n’è bisogno: Boulle non ha scritto un romanzo di hard sci-fi, cioè fantascienza con rigorose basi scientifiche, quanto una sorta di Viaggi di Gulliver nello spazio, una storia che usa l’arma del grottesco per parlare della società di allora. Il film prende questo concetto ma lo infonde di un realismo estraneo al romanzo: dai dettagli sul viaggio interstellare, con tanto di disquisizioni sulla relatività, alla tecnologia che permette di ibernare gli astronauti. Fino, ovviamente, a quel finale talmente famoso che non starò neanche a pretendere si tratti di uno spoiler: quando Charlton Heston trova la testa della Statua della Libertà, ancora oggi ci si caga in mano. Eppure il film non poteva che andare a parare in quella direzione: in che altro modo, dopo tutto, le SIMMIE avrebbero potuto imparare l’inglese, a meno che quel pianeta “nella costellazione di Orione” non fosse in realtà la Terra futura?

Un colpo da maestro ideato da Rod Serling, che aveva già sperimentato il formato del twist finale nel suo Ai confini della realtà , quarant’anni prima che Shyamalan riprendesse la moda e puppasse clamorosamente la fava. Il colpo di scena è un modo per convogliare una volta per tutte il messaggio del film: che l’Uomo è solo in grado di far guerra ai propri vicini e distruggere tutto ciò che tocca. Quando vidi il film la prima volta già sapevo che sarebbe finito così perché mio padre me lo aveva “spoilerato” (quando ancora il termine “spoiler” non esisteva). Eppure me lo sono goduto lo stesso, perché quella scena è potente ugualmente, è cinema allo stato puro. Il dettaglio della torcia, poi la corona… Heston che scende da cavallo e inizia a maledire il genere umano. Brividi. Riguardiamocelo.

È la scena che suggella un capolavoro e che ne definisce la superiorità rispetto al romanzo. Da ragazzino sono cresciuto con il mantra “i libri sono sempre meglio dei film da essi tratti”, e ci ho creduto finché non ho letto il romanzo di Boulle e ho fatto i raffronti. Lì ho capito che un film PUO’ essere meglio di un libro, se sceglie di non ricalcarlo ma preferisce tradire il testo per dire qualcosa di unico, qualcosa di “cinematografico”. Pensate per un attimo se la scena della Statua della Libertà fosse stata scritta anziché filmata: non avrebbe lo stesso impatto viscerale, perché è una sequenza nata per un medium visivo. Solo il cinema la può raccontare.

È anche un momento chiave della fantascienza tutta. La sci-fi americana anni Sessanta era stata, fino ad allora, un’estensione di quella anni Cinquanta, in cui concetti e premesse interessanti andavano a braccetto con una realizzazione ancora legata a stilemi vecchi, tanto è vero che, rivisti ora, quei film sono chiaramente “d’epoca”. Prendete invece Il pianeta delle scimmie, ma anche 2001: Odissea nello spazio e in parte anche un capolavoro come L’ultimo uomo della Terra. Siamo di fronte a tutt’altro tipo di cinema, a scelte di scrittura e messa in scena moderne, che si scrollano di dosso l’aura da “vecchio film” per diventare senza tempo. È ovviamente il risultato della rivoluzione culturale che, a fine anni Sessanta, destabilizzò ogni campo dello scibile umano. Potrà pure esserci scritto 1968 accanto al titolo de Il pianeta delle scimmie, ma in realtà siamo già di fronte al cinema del decennio successivo. La paranoia anni Settanta, la disillusione dovuta al fallimento del ’68 (e infatti gli scimpanzé intellettuali finiscono per dover chinare il capo di fronte all’immobilismo sociale dettato dagli oranghi), la paura della guerra nucleare. Tutto confluisce e viene sviscerato con occhio attento, imbastendo allo stesso tempo un’avventura esaltante e agilissima. Il pianeta delle scimmie è tanto exploitation quanto film politico. Due coordinate che dettano il resto dei sequel: la trovata bizzarra dei viaggi nel tempo controbilancia le elucubrazioni politiche su guerra e schiavitù, raggiungendo un equilibrio perfetto tra divertimento e riflessione.

Roddy McDowall si diverte e riflette.

Roddy McDowall si diverte e riflette.

Quella che inizia come una storia narrata dal punto di vista umano (come nel romanzo) si ribalta in corsa e diventa la storia delle scimmie. Un po’ come ha fatto il mio quasi omonimo con la saga dei Morti viventi, in cui ha professato più volte la sua simpatia per gli zombi, Paul Dehn, sceneggiatore chiave della saga a partire dal secondo capitolo, L’altra faccia del pianeta delle scimmie (1970), a un certo punto prende decisamente la parte delle scimmie. Il secondo film è ancora un po’ incerto, e tenta di riprendere in parte le atmosfere del primo, azzeccando qualche sequenza (specialmente quella delle rovine di New York fotografate come rovine greche e romane, tanto per ribadire come ogni grande civiltà possa cadere) e alzando la posta in gioco in un finale di un nichilismo ancora più devastante dell’originale, anche se meno iconico. Roba che oggi non si vedrebbe mai, MAI, in un blockbuster commerciale. Da Fuga dal pianeta delle scimmie (1971) il franchise cambia totalmente direzione, spostandosi ai giorni nostri con un geniale time-loop: Cornelius (Roddy McDowall, vera star della saga che amava tornare a casa dal set guidando con il make-up ancora intatto, per spaventare gli automobilisti) e Zira viaggiano indietro nel tempo a bordo della navicella su cui era giunto Taylor, e inavvertitamente danno il via alla stirpe di scimmie evolute che un giorno dominerà il pianeta. Sarà loro figlio, Cesare (sempre McDowall) a guidare la rivolta degli schiavi/scimmie nel successivo 1999: Conquista della Terra (1972), che torna a essere politico quanto il primo, ma con la prospettiva ormai ufficialmente ribaltata. L’ultimo della serie classica, Anno 2670: Ultimo atto (1973) sembra dirci che il futuro può essere cambiato e che c’è speranza per la convivenza pacifica tra scimmie e umani, ma si chiude, come da tradizione, in maniera abbastanza ambigua.

"We come in peace".

“We come in peace”

Tralasciando il remake di Tim Burton, la nuova saga iniziata da L’alba del pianeta delle scimmie (2011) tenta la strada del remake rivisto e corretto di 1999: Conquista della Terra e re-immagina le origini di Cesare togliendo di mezzo Cornelius e Zira e i loop temporali. Ora, a me non dispiace il film di Rupert Wyatt, ma non posso negare che, per amore del “realismo a tutti i costi”, si sia eliminato uno degli elementi bizzarri che facevano la forza della serie anni Settanta. Perché c’era il realismo, è vero, ma non a scapito del fantastico. D’altro canto il genere si chiama “fanta-scienza”. E, come si diceva prima, Il pianeta delle scimmie è tanto politica quanto exploitation. Bisognerebbe ricordarlo a tutti quelli (e non mi riferisco certo al caso de L’alba, eh) che oggi spacciano la poca fantasia con la ricerca della “plausibilità”.

Detto questo, lascio la parola a Darth Von Trier, che ne avrà da dire.

DVD-quote:

“Alla fine il pianeta delle scimmie era la Terra!!1!”
George Rohmer, i400Calci.com

Grazie George, diamoci un po’ la carica con questo groovettone del maestro Lalo Schifrin in tema.

Sigla!

Tralsciando tutti gli aspetti prettamente cinematografici, giacché  il mio caro collega George vi si è ampiamente soffermato, mi concentrerò su altro e cercherò di mettere a fuoco con voi alcuni degli aspetti culturali più rilevanti de Il pianeta delle scimmie.

Cominciamo col fatto più evidente, cioè che è la prima grande saga, continuativa e unitaria, del cinema.
È insomma il primo franchise propriamente detto -da questo concetto dobbiamo escludere le saghe di mostri della Universal e affini perché non formano un corpus narrativo coeso- ed ha tracciato il solco su cui ogni serie e franchise futuri si sono mossi, fino ai giorni nostri.

Il Pianeta delle scimmie godette immediatamente di un successodi pubblico  travolgente, un successo talmente dilagante, sperato ma insapettato a tali livelli, che il mercato non era pronto a sfruttarlo all’uscita del primo film ed iniziò un po’ in seconda battuta. C’era in qualche modo merchandise per i fumetti e per i cartoni animati, c’era per i succitati mostri dei film – i vari Frankenstein, Dracula e compagnia mostruosa – ma non c’era, e non c’era nel modo in cui si concretizzò, per una saga così lunga e ramificata; fu un fiume in piena che tracimò invadendo qualsiasi oggetto della cultura popolare, per più di dieci anni filati, partendo propriamente in quarta a ridosso del secondo film. Sarebbe accaduto di nuovo con Star Wars quasi due lustri dopo e da lì in poi sarebbe stato definitivamente il modello commerciale di un certo cinema per sempre.

“Un’apparizione promozionale in costume, completamente a vanvera, dei primi anni settanta”

Questa potenza “cultural-popolare” generata dal film, al di là di evidenti meriti artistici e commerciali, è lampante se pensiamo che ancora oggi è al cinema, riattualizzato in ben due film e che nella sua forma classica ha ancora una nutrita nicchia specifica di mercato.

La fruttuosa saga partì con un episodio a budget medio-alto – circa sei milioni di dollari -, con una star di assoluto richiamo come Charlton Heston come protagonista e dei solidi comprimari a fargli da contorno, musicato dal veterano e futuro premio Oscar -nominato anche per Il pianeta delle scimmie- Jerry Goldsmith, si avvaleva del lavoro di una colonna di Hollywood come Jack Martin Smith per la parte visuale e vedeva John Chambers -uno dei futuri protagonisti dell’operazione CIA immortalata in Argo- al trucco e per il quale vinse un meritatissimo Oscar. Insomma le intenzioni di fare le cose per bene c’erano tutte, ma di creare una macchina così importante non credo nessuno ne avesse idea, una macchina che solo per il primo episodio fruttò quasi trentatré milioni di dollari e avrebbe continuato a macinare soldi per decadi.

“Numeri musicali in costume per il pubblico del prime-time lì a casa”

Per capire come crebbe il fenomeno presso il pubblico vi basti notare che negli anni la saga diventa talmente importante in sé-per-sé da svincolarsi dagli attori di richiamo, via via nei sequel è la storia stessa a contare, i volti non truccati sono transitori, è una serie che si vende da sola a prescindere di chi ci sia dentro e questo per cinque film, per una serie televisiva di quattordici episodi ed una animata di altrettanti. Non male eh? Ai punti è ancora un record di tutto rispetto e diventa un record imbattibile se andiamo a vedere la qualità del tutto: per una quantità di ore di girato esorbitante e al netto di un inevitabile invecchiamento tecnico e stilistico, la qualità della saga e dei suoi prodotti satellite oscilla tra il “più che dignitoso” e lo “stellare”.

smokingape

“Stellare ti dico, amico mio. Stellare”

Una delle cose che ancora oggi affascina chi la vede per la prima volta, che posso solo immaginare quanto fosse trascinante all’epoca per un pubblico completamente nuovo a qualsiasi cosa del genere, è lo sviluppo completamente imprevedibile della storia. La storia della saga de Il pianeta delle scimmie  a partire dall’epocale e ormai musealizzato colpo di scena sul finale del primo episodio, è un susseguirsi di trovate spiazzanti tutte di grande qualità, frutto di una scrittura intelligente e rispettosamente paracula: rispettosa perché la qualità era alta e paracula perché è tutta un gigantesco cliffhanger in cui una volta entrati è prevista una sola uscita, ovvero alla fine della saga.
Meccanismo di do-ut-des che gran parte dei franchise contemporanei non hanno granché capito del corso di “cinema e commercio” che è Planet of the apes: si ricordano tutti la lezione sul merchandise e il suo sfruttamento ad libitum per una decade, ma si dimenticano stranamente quella del “guadagnarsi per dieci anni la fiducia del pubblico con un prodotto di qualità”.

Dicevo prima che per certi aspetti è inevitabilmente invecchiato, tecnicamente e stilisticamente, ma sarebbe ingeneroso non riconoscere ai cinque film della saga i meriti visivi tutt’ora rilevanti.

Fox_Ranch38

Una scampagnata sui meriti visivi rilevanti

Innanzitutto il design del film, l’intera progettazione visuale dell’ambientazione, dei costumi, delle maschere, degli oggetti, persino dei simboli. Esiste una palette cromatica ben precisa ed una serie di forme frutto di una visione autoriale del direttore artistico che caratterizzano l’intera saga e della quale riusciremmo a riconoscere un fotogramma senza attori solo dal mood visivo che percepiamo. Qui apro un excursus su di una cosa che ho sempre reputato importante nei film, soprattutto quelli che raccontano mondi del tutto inesistenti, e questa cosa è “la stilizzazione”.
Nel caso in esame, come  appunto dicevo prima, c’è una palette di colori ben definita tutta sui toni del sottobosco e delle terre e la scelta della luce estiva, piena, quasi western, che satura dei colori che altrimenti sarebbero piuttosto spenti e rende tutto quasi disegnato.

planet-of-the-apes-ending

“disegnato”

E le forme, dicevo sempre prima, che formano un filo rosso estetico tra le forme dei glifi che le scimmie usano come scrittura e le loro costruzioni, i loro monoliti, le loro abitazioni, persino le forme dei loro vestiti. Questa coerenza interna, semplificante e appunto stilizzante è secondo me uno dei fattori che latentemente ci stampa i film nel cervello in combutta con la sceneggiatura e la regia. Star Wars ha lo stesso approccio -non credo sia una sorpresa per nessuno se vi faccio notare che ogni film della prima trilogia ha un suo spettro di colori ben preciso e che ci sia una assoluta ricorsività delle forme, no? – e anche per la saga di Lucas sapremmo dire se una cosa è in linea o meno col mood estetico del film, in un colpo d’occhio.
Ecco: in questo Il pianeta delle scimmie arriva per primo e meglio di tutti, facendo affidamento su meno budget e meno elementi, ma usando tutto al top.

Fox_Ranch5

“Al top”

Nel design del film includo anche la bellissima ambientazione, una sorta di età tardo-antica che subentra al crollo dell’impero della civiltà moderna, un medioevo nascente in cui esistono ancora alcuni elementi dell’età tramontata mentre altri sono sprofondati nell’oblio, culturale e trecnologico- in attesa di un nuovo rinascimento. Una tardo-antichità assolata e quasi western dicevo, in cui si cavalca nei canyon e si gira a cavallo ma aggirandosi nelle rovine dei templi dell’uomo moderno, ormai tramontato.

Pota-tv

un western tardo antico ma soprattutto: il fomento.

Un ultima menzione alla sintesi, anche qui perfettamente stilizzante, del make-up prostetico di Chambers che riassume l’uomo e la scimmia in un model sheet efficacissimo in cui i due animali si fondono armonicamente creando una terza specie, iconica, riconoscibile anche solo dall’attaccatura del pelo sul volto, come ben sa chi ha progettato il marchio di A Bathing Ape.

Il pianeta delle scimmie è un capolavoro di film, di saga, di concetto e di realizzazione, è tra i film che passerei a chiunque voglia capire come si progetta un film.
È un capolavoro, uno splendido nonno che invecchia più che bene, ridendo della smania di aggiornamento del cinema odierno e sta ancora lì sul trono del suo stesso franchise a ridere dei tentativi di Burton e a rimanere perplesso con il recente reboot.

DVD-Quote suggerita:

Quando la fantascienza partì talmente bene che di rado si è superata.
Darth Von Trier, i400calci.com

>> IMDB | Trailer

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Vecchi bacucchi con la schiena dritta: 24 – Live Another Day

24

già qui io piango.

Questo pezzo contiene modesti spoiler. Il primo spoiler è che parlando della nona stagione di 24, mi sento abbastanza tranquillo nell’affermare che Jack Bauer alla fine della stagione 8 sopravvive. Il Day 9 di 24, cavallerescamente intitolato Live Another Day, è un giorno nella vita di Jack Bauer quattro anni dopo le vicende che l’hanno visto coinvolto e operativo durante le precedenti stagioni.

Vi racconto cosa ho fatto dopo la fine di 24. Ok? Ok. Stagione 8: Jack sparisce. Piango. Recupero le ore di sonno che ho perso per l’accoppiata finale, cambio passo, cerco qualche altra serie. Per prima cosa decido di provare Lost, così, giusto per vedere che effetto mi fa. Arrivo circa a metà della prima stagione e finisco la benzina. Non credo che Lost sia brutta, è solo che in quel particolare momento non me ne frega poi molto. Nell’ottobre del 2010 esce, super-annunciata, The Walking Dead. Il primo episodio mi esalta, poi inizio progressivamente ad ammosciarmi. Concludo la prima serie senza il fiatone, non recupererò mai una seconda. Chiedo agli amici dell’internet, una specie di pattern. Mi consigliano cose tipo Mad Men di cui riesco a vedere tre episodi prima di fuggire urlando. Provo Breaking Bad, finisco la prima stagione, bellina, non male, ma non ho voglia di imbarcarmi nella seconda per il momento. Non mi ci imbarco. Mi dicono che ci sono serie inglesi che vale la pena di provare: Dead Set (bellina), Misfits (mi annoio ma procedo, a un certo punto smetto, manca una puntata per finirla), Sherlock (bellissima, sono in pari). Qualcuno mi dice che se sono un fan di 24 dovrei provare Luther. Protagonista Idris Elba: mi innamoro. È come 24, con personaggi più psicotici e meno malvagi, un protagonista sfigatissimo fissato con la moralità e i limiti della stessa, e via di questo passo. Quando comincio sono uscite due stagioni intere, le guardo in un fine settimana e passo oltre. La terza stagione stillicidio puro nell’attesa. Nel frattempo mi convincono che Sorkin è uno tosto, porto avanti West Wing nei ritagli di tempo, mi imbarco in Studio 60 e la finisco in una settimana. Ho tempo libero. Inciampo dentro Touch: Kiefer Sutherland ha giurato di smetterla con le serie per sempre, gli è arrivato il copione e ha detto “oh no, mi tocca farla”. Parla di un bambino superintelligente che sembra autistico. Il veicolo dell’azione è suo babbo. Ne guardo qualche episodio, mi piace perché c’è Kiefer Sutherland, mi piace perché è carina, smetto per non so quale motivo, un momento noioso verso l’episodio 5, non riprendo più. Nel 2012 esce The Newsroom: non è action ma è la mia serie preferita, escluso 24. Parla della redazione di un telegiornale, il protagonista è Jeff Daniels. Qualcuno mi convince a guardare Suits: divoro la prima stagione in quattro o cinque giorni, avvocati giovani e fighi che scopano avvocatesse e segretarie giovani e fighe. Nella risacca a metà della seconda stagione perdo la cognizione. Guardo due stagioni e mezzo di Community, tutte le stagioni di Californication con cui sono sempre stato in pari (un inesorabile declino dalla fine della 4 in poi; all’episodio 5 della stagione finale decido che non è più cosa). Mi guardo anche Fringe. Inizia benissimo, la prima stagione in crescita costante, la seconda anche meglio. Bei personaggi oscuri. Verso la terza iniziano a sminchiare tutto, vado avanti per un po’, finisco la stagione, la quarta è un incubo distopico di noia dilagante e la abbandono con la paura di essere stato contagiato per sempre dalLa Merda. Peggio di Heroes. Recentemente inizio Agents of SHIELD, di cui tutti dicono meraviglie dopo i primi episodi che non riesco nemmeno a stare sveglio per vederli. Masters of Sex mi ammazza dopo tre puntate, peccato per la tipa. Da qualche parte ci infilo la prima stagione di Homeland, che me l’hanno venduta come una specie di Rubicon (il cazzo) e che muore da qualche parte verso la seconda stagione per colpa di una sottotrama di regazzini di merda per la quale non riesco a proseguire. Mi vedo House of Cards, prima serie carina, seconda serie noiosa e infame, la terza sarà peggio. Game of Thrones, traballo verso la fine della seconda serie ma continuo, mi piace ancora.

BFF

BFF

La notizia di una stagione aggiuntiva di 24 è di qualche mese fa. Da allora finisce tutto in cantina, iniziano gli attacchi d’asma, inizio a cercarmi degli hobby. DEVO rivedere Jack Bauer, devo vedergli fare quella cosa. Quella cosa che fa lui. Ci sono quelli che fanno una cosa orribile e imboccano la via della redenzione a caro prezzo, tipo film di Scorsese, e poi ci sono quelli che imboccano il tunnel delle scelte sbagliate e fanno sempre peggio, come nei libri di Bunker. E poi ci sono quelli che fanno una cosa orribile dietro l’altra perché qualcuno deve avere il coraggio di farla, come Jack Bauer. 24 non è più roba calda. Nel mondo reale non conosco molta gente che sta lì con il naso aggrappato agli aggregatori di torrent per guardarsi la nuova puntata di una serie alle sette del mattino dopo, così spargo la voce tra gli amici dell’internet. Siamo in tre o quattro in tutto. Di questi un paio si defilano subito, uno dice ok, guardiamola assieme e commentiamola assieme. Poi si defila anche lui. Poi recupera. Finiamo di vedercela lo stesso giorno, ci inviamo commentini d’amore e pianti liberatori. Un amico, a volte, serve ancora. Per il resto 24 non è più all’ordine del giorno: ce ne siamo accorti facile ai tempi dell’uscita del series finale, la fine del day 8: la concomitanza con il finale di Lost (e il susseguirsi di interpretazioni su cosa diavolo significasse) l’ha fatta finire alla chetichella e senza dibattiti aggiuntivi su internet. Ci sta, naturalmente, per una serie che è sempre stata appannaggio del mondo reale, del fanatico d’azione gretto e senza cazzi per la testa che vuol contare i corpi e vedere gli uomini fare cose orribili. Solo, migliore di tutte le altre. Da questo punto di vista, ha senso che 24 – Live Another Day non abbia scatenato dibattiti e si sia conclusa con dati di audience non eccezionali ma nemmeno brutti.

Eppure Live Another Day è puro 24. Se guardo 24 non pretendo scene d’azione girate all’ultimo grido o con uno stile riconoscibile. Anche se le scene d’azione di 24 sono spesso molto buone. Non ricordo chi firmava, ma a un certo punto su Duel lessi una rece del Gladiatore in cui il tipo scriveva “girare bene non è più un merito”. Era incazzatissimo perché era un film di polistirolo con tre scene d’azione ben girate. Aveva ragione. Mi torna in mente ogni volta che vedo cose tipo 24: mi dispiace scrivere “solido” perché è un po’ quel modo di far tornare gli anni settanta in luoghi cinematografici in cui gli anni settanta non sono richiesti.  È più una soluzione di concretezza, una scelta narrativa di base. Nelle scene d’azione di 24 c’è sempre uno che segue la squadra sul campo con un computer, dalla parte dei buoni o dei cattivi. Li assiste mentre sfondano le porte, dice dove sono dislocati gli scagnozzi e via di questo passo. Fornisce una mappatura in tempo reale del luogo in cui l’azione si svolgerà. Se non c’è copertura satellitare qualcuno dice “entriamo alla cieca” e si gioca sull’entrata alla cieca, angoli bui, gente con i coltelli, armi sporche e via di questo passo. Un cronometro scandisce il tempo. Gli eventi si svolgono in tempo reale. C’è Michelle Fairley nella parte di una terrorista, una storia di droni da combattimento, il presidente è James Heller, sua figlia è in salute. Scaramucce. Mary Lynn Rajskub è conciata come Lisbeth Salander. Il suo capo è Michael Wincott, è tutto incredibilmente bello. Kiefer Sutherland in compenso non ha incassato benissimo il corso del tempo: gonfio e teso, capelli grigi, scuro in volto.  Uccide un sucker dietro l’altro. Nessuna pietà. Il fatto che la serie sia di 12 puntate anziché 24 impone di fare delle scelte su personaggi, numero di rovesciamenti e sottotrame, ma non c’è un singolo personaggio sprecato o buttato lì a cazzo. I buoni e i cattivi stanno tutti su una linea di demarcazione tra bene e male e spesso la valicano da un verso e dall’altro. Muoiono in molti. A volte si soffre.

Ho sentito che a qualche fan Live Another Day non è piaciuta: ci può anche stare. Il tempo passa, il modello 24 è roccioso e immutabile, passa di moda, diventa retrogrado. Per quanto mi riguarda, sapere che avrebbero realizzato altri dodici episodi mi ha tolto il sonno. Ho aspettato con pazienza, ho visto le puntate, le ho riguardate. Non riesco a non considerarlo un regalo a tutti quelli come me. Ed è la miglior serie TV che ho visto quest’anno. Ed è ancora la miglior serie TV mai realizzata. Parere personale.

Tags: , , , , , , , , , , ,

Trailerblast: Colpi perfetti

 

>>iMDB

Se questo è un film: Eric Roberts, la sfiga e lo slasher in “Camp Dread”

Eric Roberts è un attore che viene spesso frainteso.
Fratello più bello e più divertente dell’inutile Julia, la gente lo vede di tanto in tanto in direct to video e film per la tv su cui non pisceresti nemmeno se stessero andando a fuoco e dice “poverino, come si è ridotto male quello che faceva Perfetti ma non troppo ed era tanto tanto bravo in The Dark Knight“. Ecco, quello che sfugge alla gente è che sono quelle — il regular in un telefilm da prima serata e il cattivo in un film di Christopher Nolan — le anomalie nella carriera di Eric Roberts, un uomo che in tutta la sua vita si è sempre messo in discussione ma che mai, mai ha avuto dubbi su cosa scegliere tra la qualità e la quantità.

«Io ti ho già visto da qualche parte» «Sì, ero in, tipo, tutti i film.»

«Io ti ho già visto da qualche parte»
«Sì, ero in, tipo, tutti i film.»

Come quell’incorreggibile cialtrone di Michael Madsen, che di tanto in tanto viene ancora scambiato per una star per grazia ricevuta da Quentin Tarantino, Eric Roberts è il tipo di attore che potrebbe tranquillamente sbarcare il lunario con dignità selezionando con più cura i lavori cui prende parte (al momento viaggia al ritmo di 40 ruoli l’anno, roba che neanche uno che fa la comparsa di professione) — e sceglie di non farlo. Dalla particina minuscola nella megaproduzione alla particina umiliante nella poracciata, da Nolan all’Asylum, dalla nomination agli Oscar a Uwe Boll, dagli Expendables a L’onore e il rispetto: ci sono produzioni che non possono permettersi le scenografie, ma possono permettersi Eric Roberts, vi siete mai chiesti perché?

Io non so se sia pazzo, se abbia il cervello così sfondato dalla droga (difficile capire quale, ho letto tre biografie online e ognuna gli attribuisce una dipendenza diversa) da non sapere cosa sta facendo per la maggior parte del tempo o se, ed è la versione che preferisco, si stia divertando un casino, ma sta di fatto che Eric accetta qualunque parte senza mai risparmiarsi (a patto, s’intende, di essere a casa entro mezza giornata), affrontando ognuna con la stessa dose di incoscienza e di mega acting, e questo lo rende un grande protagonista del cinema di serie B (o “quasi-cinema”) al pari di un Danny Trejo pre-internet o di un Mickey Rourke pre-Wrestler, una figura assurda e fantastica che — e lo dico senza un filo di ironia — adoro.

Eric Roberts non è un attore in caduta libera, ERIC ROBERTS è un missile lanciato a velocità supersonica contro la Terra.

Dio mi aiuti, il sito ufficiale di Eric Roberts — con tanto di tre video che partono da soli e quando lo apri!

Di Danielle Harris ho già parlato in passato, e anche se la metafora mi è sfuggita di mano piuttosto in fretta e non sono del tutto sicuro di cosa stessi cercando di dire, anche con lei vale all’incirca lo stesso discorso che faccio per Eric: mi è impossibile considerare i suoi lavori singolarmente, per me lei è la sua carriera e per quanto ci sforziamo — io di essere obiettivo e lei di fare ogni anno scelte artistiche sempre più idiote — non smetterò mai di sperare che la bambina di L’ultimo boyscout, prima o poi, ricominci a imbroccarne qualcuna.

Ora, prendete la follia di Eric Roberts, prendete il talento di trovarsi sempre al posto sbagliato nel momento sbagliato di Danielle Harris, e benvenuti a “se questo è un film“, una nuova rubrica che inauguriamo questa mattina perché mi sta bene parlare di dtv che abbiamo visto per intero giusto io e quello che l’ha montato, ma per cortesia e per onestà intellettuale, cazzo, smettiamola di chiamarli “film”. Quello di oggi si intitola Camp Dread e fa pressapoco così:

Trova l'intruso

Trova l’intruso

Già la locandina è un esempio da manuale di dtvismo:

  • Eric Roberts è in un certo senso il protagonista, ha un ruolo centrale, mette in moto gli eventi e nonostante lo screentime ridotto è senza dubbio l’unico personaggio che vi ricorderete alla fine; per una volta, la sua presenza su un poster è assolutamente giustificata;
  • Danielle Harris è la classica attrice-esca: la sbattono nel poster, il suo nome è il secondo nei titoli di testa, ma interpreta un personaggio meno che insignificante con, letteralmente, un minuto e mezzo di screentime spalmato su due scene;
  • ma il premio “l’immagine in foto potrebbe non coincidere col prodotto” va a mani basse alla tenda da campeggio, visto che il “camp” del titolo è più di nome che di fatto, piazzato lì per evocare ricordi di altri slasher e cannibalizzare un po’ di fascino riflesso: in tutta la pellicola, nessuno nomina, monta o usa una singola tenda da campeggio.

Di cosa parla, quindi, Camp Dread, che è sì camp ma per altri e meno lusinghieri motivi?

Questa settimana Eric Roberts è un regista, famoso negli anni 80 per una serie di film dell’orrore (che strizza l’occhio al franchise di Sleepaway Camp) di discreto successo, ma ora in rosso e dimenticato da tutti, a cui si presenta la possibilità di tornare alla ribalta grazie a un reboot in chiave moderna della sua creatura… E poiché siamo nel 2014, niente urla “modernità” come il Grande Fratello! Nello sconcerto generale, principalmente perché NON HA ALCUN SENSO, Eric annuncia che il “reboot” consisterà in un reality show senza alcun nesso con la serie originale in cui i partecipanti, una schiera (che aumenta o diminuisce di numero a seconda delle scene) di mezzi delinquentelli a cui è stato offerto di partecipare allo show come alternativa al riformatorio, saranno costretti a vivere tutti assieme in un campo estivo per un periodo di tempo imprecisato; il vincitore riceverà un milione di dollari.

dr_male

Quale sia, esattamente, il senso del reality, non viene mai spiegato. Quali siano il format, il selling point, le regole, cosa debbano fare i concorrenti — niente di tutto questo viene neanche lontanamente accennato, perché tanto mi ha detto uno che basta urlare abbastanza forte “CRITICA AI REALITY” per poter dire di stare facendo della satira (?) mentre lo spettatore riempie i buchi narrativi con la propria esperienza in materia — o col fatto che non gliene frega un cazzo perché, andiamo, siamo in un horror, è abbastanza ovvio che presto o tardi i concorrenti inizieranno ad essere presi di mira da un misterioso serial killer dal volto coperto trasformando l’innocente gioco in una lotta per la sopravvivenza e il format del programma non avrà più alcuna importanza.

Ma arrivarci, a quella parte..!

Come detto prima, Eric Roberts mette in moto la baracca e tiene in pugno la scena come pochi altri su questa verde Terra di Dio, ma se la squaglia anche abbastanza in fretta per tornare solo nella parte finale, lasciando il grosso del minutaggio ai suoi giovani protagonisti. Senza desiderarlo particolarmente, facciamo la conoscenza dell’ennesimo ensamble di caratteri tracciati con l’accetta, dalla zoccola al bravo ragazzo passando per lo stronzo, la lesbica, la gothicona, il nero e, il mio preferito, il buffone con un cappellino rosso di traverso (immagino il tumulto interiore del costumista, che era lì lì per farglielo mettere dritto, ma poi, all’ultimo momento, ferma tutto e glielo gira di 180 gradi, “vai figliolo, ora sei davvero perfetto”), e li osserviamo, mentre la sceneggiatura prende platealmente tempo aspettando che si faccia ora di iniziare ad ammazzarli, impegnati in una serie di attività che almeno all’inizio assomigliano a qualcosa che vedresti in un reality — confessionali, momenti di confronto di gruppo, prove di forza fisica stile American Gladiator — per poi passare semplicemente a ciò che la gente fa quando è in vacanza: giocare a palla, fare il bagno nel lago, prendere il sole, guardare le lesbiche.

Guardare le lesbiche

Guardare le lesbiche

Quando la gente inizia a crepare ti sei ormai dimenticato più o meno di tutto, sia per quel che riguarda la trama, sia del perché hai iniziato a vedere questa roba, e forse proprio grazie a questo stato mentale di smarrimento misto noia è possibile godersi cose come occhi spappolati, teste tranciate, un ragazzo handicappato picchiato a morte col suo arto prostetico e tutto il repertorio del genere. Se solo anche il resto fosse stato portato avanti con questo stesso entusiasmo…

Occhio, eh!

Occhio, eh!

Io cerco di non attaccarmi alle piccolezze, ma persino una delle tagline che leggo da IMDb, recita “What Would You Do For Your Fifteen Minutes of Fame?”, parla di robe che non succedono (la motivazione di protagonisti è il denaro, e questo viene esplicitato più e più volte, l’argomento della fama non viene mai toccato neanche di striscio): devo pensare che neanche chi ha scritto lo slogan si è preso il disturbo di sapere cosa succedeva nel film..?

Non è tanto che il tutto sia stato fatto in, toh, tre giorni, il problema, quanto che tutte le persone coinvolte si fossero chiaramente già stufate a metà del secondo. Molti elementi della “trama” (andiamoci piano) sono stati evidentemente tirati via a metà strada, tra personaggi che avrebbero voluto dire di più (non avrebbero detto comunque nulla di interessante, eppure…) e riferimenti (Felissa Rose, interpreta sé stessa nel ruolo dell’ex star degli slasher degli anni 80) che sarebbero potuti andare un po’ più in là della mera strizzata d’occhio, mentre la cornice, anche a fronte di un finale a sorpresa tutto sommato non malvagissimo, continua a non avere il minimo senso: a parte cercare di sembrare al passo coi tempi e fallire clamorosamente, a cosa serviva tirare in ballo il reality show? Tutto considerato, sospetto l’abbiano scelto semplicemente per non doversi preoccupare se i microfoni entravano nell’inquadratura.

DVD-quote:

“All’inizio ero tutto gasato perché avevo letto Camp Dredd
Quantum Tarantino, i400calci.com

“Anche oggi ci siamo guadagnati la cocaina.”
Eric Roberts, attore, idolo.

>> IMDB | Trailer

Sai chi ti saluta tanto..?

Sai chi ti saluta tanto..?
Sto cast!

Tags: , , , , , , , , , , , ,