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Aggiornamento Scott Adkins: Savage Dog

Vedere Scott Adkins dare pugni in faccia alla gente è sempre bello, molto bello. D’altronde è quello che gli riesce meglio, quello per cui è famoso. Ha un corpo costruito apposta, modellato a seconda del bisogno collettivo di botte spettacolari. Film come Savage Dog nascono da questo e dalla voglia di un atleta di dare sempre più dignità al cinema d’azione, perché a Scott Adkins interessano le botte quando non sono fini a se stesse. Gli interessano le botte nel contesto, come la tradizione di Jean-Claude Van Damme, ad esempio, vuole. Trame che vanno avanti grazie ai calci e si risolvono grazie ai pugni. Le parole, le menate, dovrebbero essere solo un contorno. Eppure raramente è così, e Scott Adkins è il primo colpevole, perché Scott Adkins ha ‘sta fissa: vuol fare l’attore. Scott Adkins vuole il dramma tutto su di lui, vuole la complessità, la profondità. Vuole dimostrare di essere anche cervello, e lo è, sia chiaro, solo che l’egocentrismo ha spesso il sopravvento, e allora esagera. Nel caso di Savage Dog, diretto dal coordinatore di stunt Jesse V. Johnson, abbiamo una roba dove un ex-pugile imprigionato in Indocina passa le giornate a fare a pugni con gente gigantesca mentre ricchi magnati della droga ci scommettono sopra. Ogni incontro è una figata fatta di pugni pesanti e calci in faccia, con Scott Adkins sempre mezzo nudo e coi nervi a fior di pelle. C’è un bel film in queste scene, un film che sembra davvero figlio di Lionheart. Tra una botta e l’altra, però, trama. Drama. Intreccio. Tutto che va avanti con un pilota automatico noiosissimo, gente che parla seduta al bar, gente che parla in ufficio e, peggio ancora, Scott Adkins che fa l’accento irlandese. Inascoltabile Scott Adkins che tenta, inesorabile, di valorizzare le sue doti da attore che, raga, non esistono. Poteva interpretare un americano e non sarebbe cambiato nulla. È solo un problema che trasforma una roba dignitosa in una barzelletta. A questo aggiungiamoci una narrazione che, per comodità, va avanti col voice over svogliato di Keith David e un montaggio piuttosto grezzo.
La cosa assurda è quanta differenza ci sia tra le scene di non botte e le scene di botte. Mentre lo guardavo passavo dal “beh figata” al “cazzo che noia” circa quattro volte ogni quarto d’ora. Per delle cose buonissime, tra cui una svolta revenge a fucilate in faccia e mitragliate a fuoco libero, ce ne sono altrettante insopportabili che purtroppo rendono la visione di questo tipo di film quasi un sacrificio. Se non avessi voluto scriverne probabilmente non avrei mai avuto voglia di vederlo, perché purtroppo è così, non ne vale più la pena, nemmeno se le cose buone ci sono. È diventato sfiancante doversi sedere e tirar fuori scuse e giri di parole per giustificare l’esistenza di questi film, che sono fatti da persone che ci provano con tantissimo cuore, che sono fatti per noi, che sono i nostri film. Voglio consigliarne la visione e dire che cazzo, almeno qui il cinema d’azione è cinema d’azione vero, senza trucchi, senza morale, ma voglio anche dire che i bei film sono un’altra cosa. Poi però arriva lo scontro finale tra Scott Adkins e Marko Zaror e si finisce a pensare che tutto sommato non è male e va benissimo così. Un po’ si sorride. Sembra di stare al manicomio.

bruh

DVD-quote:

“Tra il bello e il brutto in una giostra di pugni in faccia”
Jean-Claude Van Gogh, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

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