Fight Night: Rubber Johnny

Rubrica settimanale di colonne sonore da combattimento per caricarvi, emozionarvi o avere paura forte

Artista: Aphex Twin
Titolo: afx237 v7
Dal film: Rubber Johnny

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Vieni qui che ti faccio il cyberpunk degli italiani – Nirvana di Gabriele Salvatores

Per essere un Paese da sempre immerso fino ai gomiti nel cinema di genere, non si può dire che l’Italia abbia mai frequentato più di tanto la fantascienza: come si spiega questa macchia imbarazzante in un curriculum altrimenti perfetto fatto di poliziotti coi baffoni, delitti efferati e spiare Edwige Fenech dal buco della serratura?

Principalmente, soldi — perché pure con tutta la buona volontà e l’ottima tradizione di artigianato, la science fiction fatta bene (il che esclude quella fatta nella cucina di Ed Wood) richiede un’effettistica non esattamente affordable e per questo, oggi come allora, appannaggio quasi esclusivo dei porci capitalisti americani. E comunque ammettiamolo, noi italiani siamo sempre stati troppo occupati a guardarci l’ombelico per rivolgere lo sguardo alle stelle, troppo occupati a rimuginare sul passato per immaginare il futuro.

Da una scena di “Terrore nello spazio”: italiani #114 nella fanascienza, ma sempre #1 nello stile.

Da una scena di “Terrore nello spazio”: italiani #114 nella fantascienza, ma sempre #1 nello stile.

Chiunque mastichi l’argomento — o sia capace di cercare “cinema italiano di fantascienza” su Wikipedia — sa che per fare bella figura a una serata elegante con tutti i cineblogger che contano basta fare due nomi: Mario Bava e Antonio Margheriti. Del primo si ricordano le inevitabili contaminazioni horror, il genere che lo ha reso decisamente più famoso e leggermente meno povero, e un titolo in particolare, Terrore nello spazio (1965), il film che ha sostanzialmente offerto su un piatto d’argento a Ridley Scott la trama di Alien; il secondo ci sta troppo simpatico perché era fissato con le astronavi che si sfrociano contro pianeti (e viceversa), si firmava “Anthony Daisies” per darsi street cred ed è stato “interpretato” da Eli Roth in Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino.

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In entrambi i casi si tratta, senza malignità ma pure senza dedicargli tesi di laurea, di autori di un cinema indifendibilmente minore. E contando che in produzioni più ambiziose come, per esempio, La decima vittima di Elio Petri (calciabile o no, se non l’avete ancora visto sapete cosa fare stasera), l’intento satirico scavalcava così platealmente la cornice fantascientifica da garantirgli l’appartenenza al genere del cinema politico, la prima vera pellicola italiana di fantascienza, pura e “di serie A”, è Nirvana, del 1997, di Gabriele Salvatores.

Non è che non esista una saggistica, anche piuttosto vasta, attorno a Nirvana, il fatto è che l’unica cosa che sembrava premere ai critici che se sono occupati era dimostrare che nonostante si fosse “sporcato” col cinema di genere, Salvatores continuava ad essere un Autore.

Ho rivisto Nirvana di recente, e ci tenevo a tranquillizzarvi: nonostante ci abbia messo le mani un Autore, anche la fantascienza continua a essere una cosa divertente.

Luisa Corna truccata da dea Kali, da bambino mi faceva paurissima

Luisa Corna truccata da dea Kali, da bambino mi faceva paurissima

Blade Runner è dell’82, Neuromante di William Gibson dell’84 (dopo 20 minuti di Blade Runner, Gibson uscì dal cinema imprecando perché quella roba volevo scriverla lui): le istanze contenute nei due pilastri del genere cyberpunk hanno affondato le radici nell’immaginario collettivo per tutti gli anni 80, e nei 90 la comparsa di film come Johnny Mnemonic, Il tagliaerbe, Strange Days hanno convinto definitivamente il mondo che nel terzo millennio gli hacker sarebbero diventati i padroni di tutto e che internet fosse un reticolato nero e verde all’interno del quale avremmo surfato a bordo di tastiere e fatto sesso sicuro previo utilizzo di guanti e caschi per la realtà virtuale. Nirvana, che è del 1997, è figlio di tutto questo e, assieme, di un’attenzione morbosa nata in quegli stessi anni verso le filosofie orientali a causa di vari eventi atmosferici, il fallimento del capitalismo e Roberto Baggio.

‘spetta che metto il mio Casco Per L’Internet e controllo un attimo la posta

‘spetta che metto il mio Casco Per L’Internet e controllo un attimo la posta

Jimi (Christopher Lambert da giovane) vive nel grande “Agglomerato del Nord”, una megalopoli multietnica, inquinatissima e distopica che Salvatores ha ricavato negli stabilimenti abbandonati dell’Afla Romeo dell’area Portello di Milano (dove ora io vado a fare la spesa tutti i weekend ma all’epoca, signora mia, palazzine diroccate e drogati dappertutto!). Jimi fa il programmatore di videogiochi, che in ottemperanza delle regole del cyberpunk è circa il mestiere più rispettato e meglio pagato dell’universo, ma è depresso perché la morosa (Emmanuelle Seigner da giovane) l’ha lasciato e non si decide a finire il gioco, “Nirvana”, che dovrebbe consegnare per Natale.

Milano, area Portello prima della disintossicazione.

Milano, area Portello prima della disintossicazione.

Quando un virus infetta il beta di Nirvana, il suo protagonista (Diego Abatantuono da serio) acquista inspiegabilmente coscienza di sé, si prende malissimo e chiede a Jimi di cancellarlo. Per fare ciò, Jimi mette assieme una banda di hacker composta da Sergio Rubini (con gli occhi bionici) e Stefania Rocca (coi capelli blu) per aiutarlo a penetrare nella blindatissima banca dati della Okasama Starr, la zaibatsu che ha prodotto Nirvana e ne conserva l’unica copia di backup. Hilarity ensues.

Nominatene uno qualunque, i topoi del genere ci sono t-u-t-t-i: la megalopoli fascistoide e la periferia brulicante di emarginati, la “Matrice”, l’evoluzione della rete rozzissima e un po’ ingenua, le riflessioni sulla vita dentro e fuori di essa, le intelligenze artificiali e gli innesti cybernetici, gli hacker trattati come rockstar, le multinazionali che se sono magnate tutto, Giappone ovunque, soldati armati ovunque, le droghe psichedeliche, il senso costante di paranoia e di mancanza di un futuro perché il futuro è già lì — e fa schifo.
Dal punto di vista della sceneggiatura Nirvana è a dir poco derivativo, può facilmente passare per un freddo compitino scritto col manifesto del cyberpunk a fianco, e i “prestiti” non si fermano alla trama: suggestioni visive prese di peso da Blade Runner riempiono, anche con una certa arroganza, quasi ogni inquadratura.

Manifesti pubblicitari animati.

Manifesti pubblicitari animati.

Non stai facendo bene il cyberpunk, se non ci metti il noodles bar per strada aperto tutta la notte.

Il colpo di genio, però, l’asso nella manica, la zampata, ciò che distingue Salvatores da un Antonio Margheriti e che ti ricorda, questo sì, che hai a che fare non con un mestierante ma con un Autore, arriva a scoppio ritardato: pur con lo sguardo costantemente rivolto all’America e al suo cinema, Nirvana ma non fa finta neanche per un momento di non essere un film profondamente, intrinsecamente italiano.

Attorno a Christopher Lambert, con la sua dizione e i suoi denti perfetti, elegante e posato in qualsiasi situazione, orbitano gli sgraziatissimi interpreti della commedia italiana coi loro tic, le loro battutacce, il loro accento e le quelle facce da galera o da caratteristi di b-movie. “La commedia italiana è morta”, dichiara Salvatores nel 97, quindi per sopravvivere i suoi personaggi non potevano che migrare nella sci-fi: se come doppio virtuale del protagonista, Salvatores sceglie un un Diego Abatantuono incredulo ed esasperato che affronta yakuza e cacciatori d’organi con una faccia da 120% done with this shit, la spalla di Lambert per la quasi totalità del film è un altrettanto improbabile (e spettacolare) Sergio Rubini con occhi bionici, che sproloquia sull’hacking e sbraita in barese contro le multinazionali.

“Forse vi ricorderete di me per Manuale d’amore e Manuale d’amore 2”

“Forse vi ricorderete di me per Manuale d’amore e Manuale d’amore 2

Se dovessi organizzare un cineforum domani, non avrei dubbi: il selling point di Nirvana è vedere la crème del cabaret milanese degli anni 90 interagire con Connor MacLeod truccati da cattivi di Kenshiro: da Claudio Bisio (tassista e spacciatore) con la faccia tatuata a Paolo Rossi (recensore di droghe sintetiche) con una cresta rossa e nera, passando per Bebo Storti col terzo occhio e Silvio Orlando con turbante e, pure lui, un occhio bionico. Meravigliosi, dal primo all’ultimo.

“Nanni Moretti? More like Nanni Cobretti.”

“Nanni Moretti? More like Nanni Cobretti.”

Non sono un fan del cinema italiano… Oddio, non sono un fan dell’Italia in genere, ma ormai sono qua, va bene aspirare a mete più esotiche, ma cerchiamo di non farne un dramma: non c’è niente di cui vergognarsi nell’essere nati nella periferia dell’impero e, francamente, non riesco a immaginare un setting più decadente della Lombardia per creare un mondo in rovina. Salvatores batte Margheriti perché non ha bisogno di firmarsi “Gabriel Savers” per fare la fantascienza.

Oh sì, con Nirvana Salvatores affronta una quantità di temi che gli sono cari e che ritornano ossessivamente in tutta la sua filmografia (la fuga, il viaggio, l’amicizia virile, dare da lavorare a Diego Abatantuono), reinterpreta con ingegno e sensibilità principi della filosofia orientale, riflette sul senso dell’esistenza e permette a tutti gli insicuri cronici di potersi dire che il film è bello perché nonostante il genere è anche profondo. Ma Nirvana è principalmente un atto di sfida verso il cinema italiano, che guarda al resto del mondo ma non rinnega la sua italianità. È un mostro mutante che si imbuca a un party elegante, si mangia tutte le tartine (il film è costato circa 17 miliardi di Sesterzi o “vecchie Lire”) e poi sale in piedi sul tavolo e canta Anarchia in Italìa.
La storia ci dice che pochi minuti dopo quel mutante è stato portato via dalla security e gli invitati hanno continuato a sorseggiare prosecco facendo finta che non fosse successo niente, ma, ehi, l’importante è provarci.
Prima di essere cyber, bisogna essere punk.

DVD-quote:

“Il miglior film di fantascienza italiano di sempre. E, tipo, l’unico.”
Quantum Tarantino, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

120% done with sci-fi

120% done with sci-fi

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Avengers: l’era di Iron Hulk (trailer)

E mentre in giro non solo spuntano le prime recensioni dei Guardiani della Galassia tre mesi dopo di noi, ma pure siti che non resistono alla tentazione di copiare il bellissimo titolo del nostro articolo al riguardo, voi fancalcisti per essere tenuti adeguatamente svegli avete bisogno di una novità seria.
La Marvel ascolta e rimedia: inizialmente il trailer del nuovo Avengers sarebbe dovuto uscire la settimana prossima insieme al nuovo episodio di Agents of S.H.I.E.L.D.S., ma qualcuno l’ha leakkato stanotte (uno schifo, ve lo giuro, quando l’ho trovato io aveva ancora tutta la bava addosso) per cui sono corsi ai ripari e l’hanno messo online subito in versione ufficiale.
Eccolo qua:

Molto bene.

Ecco le mie cose da notare:

1) l’incredibile acrobazia in colonna sonora, che mischia la cover eterea al dub step alla vuvuzela, coprendo quindi tutti i luoghi comuni del 2014 in un colpo solo e portando a casa l’intero montepremi

2) Iron Hulk:

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3) questa micro-sequenza:

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Che cos’è?
Cosa significa?
Che ci faceva in mezzo al consueto montaggio finale di scene catastrofiche e faccette intense?
È un easter egg?
È un supereroe Marvel che non conosco? “Iron Dancer”? “Captain Ballerina”? “Dark Fracci”?
È Loki travestito?
È una supercazzola visiva tanto per trollare a caso?
Cosa significa PER L’AMOR DEL CIELO DITEMELO STO STRIPPANDO

4) Andy Serkis travestito da Andy Serkis!!! Shyamalan Twist!

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5) IRON. HULK.

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Voi che ne pensate?

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La lobby delle armi ringrazia: Treehouse

Prologo: qualche tempo fa sono venuta a conoscenza di un utile vademecum per ragazzi americani chiamato My Parents Open Carry. Già il titolo grida vendetta alla lingua inglese ma passiamo ai contenuti: il tomo illustra con calma i motivi per cui una ragazzina non dovrebbe trovarci nulla di strano se i suoi genitori vanno in giro armati, anzi dovrebbe sentirsi tranquilla e protetta. Il nome del capofamiglia? DICK STRONG. Non sto scherzando. Cercate in rete. Quando vi siete asciugati le lacrime tornate qui che vi parlo del film di oggi.

Dick Strong e la sua famiglia felice.

Dick Strong e la sua famiglia felice.

C’è un paesino americano qualsiasi; c’è un mostro che fa sparire i bambini; c’è una ragazzetta furbissima che va per i campi in cerca del fratellino scomparso, scalza ma armata di fucile. Finisce coi piedi pieni di cocci di vetro, senza fucile e nascosta in una capanna su un albero. Cosa le è successo? Cosa sono le urla che sente mentre guarda terrorizzata verso il bosco? Chi o cosa l’ha portata lì sopra, visto che con quei piedi non può muovere un passo?

C’è anche un ragazzino complessato, debole nel fisico e nell’anima, schiacciato dai compagni di scuola che corrono più veloci, da un fratellone figo che conosce il significato del verbo “limonare” e da un padre manesco e scemo di guerra (Clint James, il miglior attore della truppa). Una notte i due fratelli scoprono la ragazzina nella capanna: il figo va a cercare aiuto, lo sfigato rimane lì a fare amicizia con la tipa e ad affrontare prove iniziatiche telefonatissime che lo porteranno verso l’età adulta. Intanto i ragazzi devono anche nascondersi dal mostro che va in giro ad ammazzare la gente e ad appenderne i cadaveri sugli alberi a 50 metri da terra.

Siore e siori, un archetipo

Siore e siori, una prova iniziatica

Fin qui tutto bene, la tensione è ben costruita, la fotografia imbastisce dei buoni giochi di ombre e tenebre, i dialoghi fra i due ragazzi sono credibili e ben congegnati; i due giovani attori non saranno il massimo dell’espressività e il “sangue” si reduce a quattro ditate di rossetto in faccia, ma l’impegno dopotutto si sente. Nell’aere persiste un lieve sentore di maccosa, ma sicuramente è da imputare alla presenza del mostro, un essere chiaramente sovrannaturale che fa succedere cosa strambe e senza senso. Certo, deve esserci una spiegazione. Dopotutto il regista è Mike Bartlett, di cui ho già coperto gli sforzi registici; per sua stessa ammissione, dopo essersi dedicato a zombie e fantasmi, il regista inglese trapiantato in America (meglio precisarlo, alla luce di ciò che leggerete) ha voluto dedicarsi a una storia di “coming of age”, e questo lato del film è chiarissimo. Per quanto riguarda il lato misterioso, la seconda parte farà luce su tutto il casino e io sarò soddisfatta; o no?

"Cicciolina, povera illusa..."

“No, Cicciolina. No.”

Ed eccolo, finalmente, il dénouement! Eccolo, il cattivo, anzi (SPOILERINO-INO) i cattivi! E qui iniziano i problemi, perché l’unica parola che può commentare l’arrivo dei cattivi è il monosillabo “no”.

No.

NO.

NO, CRISTO SANTO.

NO perché a questo punto ti viene da ripensare a tutto ciò che è successo fino ad allora e ti chiedi “Ma come cazzo/ma perché cazzo/ma quando cazzo”, e delle due l’una: o Bartlett stava leggendo due sceneggiature diverse insieme, è inciampato nel cavo del computer e ha mischiato tutti i fogli, o i tre sceneggiatori (Bartlett incluso) hanno fatto un gran casino. Ecco: a questo punto il vago aroma di maccosa che si percepiva nella prima metà diventa esponenzialmente intenso e puteolente; è ora di legarvi la mascella bella stretta, amici, altrimenti vi cade dalle scale e non la ritrovate più. E dire che pareva andare tutto bene, e dire che rispetto ai suoi film precedenti, piuttosto noiosetti,  Bartlett sembrava aver trovato un linguaggio discretamente efficace – e invece NO. Per mettervi nelle condizioni giuste prima di andare avanti, riguardatevi il filmatino di questo eroe dell’Università della Strada e gioite; cosa c’entra col film? Non troppo, ma qualcosa sì.

Voglio metterlo in chiaro fin dall’inizio: mentre tutta la prima parte di Treehouse regge piuttosto bene, la seconda è un disastro dal punto di vista cinematografico, prima ancora che morale. Le incongruenze si ingigantiscono, la regia si sfilaccia, le motivazioni latitano e la storia prende strade sempre più sensazionalistiche e insulse. C’è una sequenza di inseguimento nei boschi, una farsa che veramente io non so come spiegare a meno che non si svolga in una cazzo di ipotetica dimensione parallela in cui le leggi della fisica, dello spazio e della verosimiglianza non esistono: fatemi capire, un ragazzetto asfittico e una ragazzetta dai piedi martoriati sgominano cattivi che hanno già fatto non so quante vittime? Eh? Ma stiamo scherzando? Poi arriva una sorta di deus ex machina, nel senso di automobile, e qui il film entra in un interessantissimo, ancorché probabilmente involontario, METAFORONE: così come l’automobile per un po’ va dritta, poi sbanda, balla un po’ e infine si spiaccica, così fa anche Treehouse. Prima parte niente male, seconda parte balorda, finale fuori da ogni logica. L’intero snodo narrativo, cioè l’automobile spiaccicata e quel che ne consegue, è trattato con una superficialità che finora era stata avvistata solo dalle parti di Ooga Booga – non in senso razziale ma squisitamente, umanamente morale. Non so se sia meglio o peggio e non voglio neanche chiedermelo.

Quando il “coming of age” arriva a compimento, il vero significato di Treehouse appare evidente, ed è il gradito ritorno di un nostro vecchio amico: il fascinema! Secondo Bartlett, la differenza fra “adolescente frustrato” e “ragazzo maturo” sta nel fatto che quest’ultimo corrisponde a “adolescente tuttora frustrato che maneggia le armi per imitare il padre pazzo e violento e andare in giro a ripulire il Paese dai suoi mali”. Ora, che l’America fosse questa lo sapevamo; che fosse una buona cosa, no. Che poi, dal film non si capisce mai per quale criterio un padre delirante con gli occhi iniettati di sangue che passa il tempo a tormentare i familiari sia un modello di vita positivo per il figlio chiaramente succube. Fino all’ultimo fotogramma ho sperato che il finale si rivelasse onirico, partorito dalla mentalità di un adolescente frustrato che maneggia eccetera, e invece no!, è proprio la mentalità di Bartlett ad essere quella di un adolescente frustrato che eccetera.

Ti sei accorta che io sono un ometto?

Ti sei accorta che io sono un ometto?

Ora: so cosa state pensando. Io scrivo per un sito di cinema di menare. Io amo il cinema di menare. Io amo il cinema ultraviolento, soprattutto all’arma bianca. Amo gli stuntman che compaiono su IMDb e il giorno dopo sulla pagina dei necrologi. Amo i duelli e i trielli. E a ben guardare, Treehouse non è poi così violento; non ci sono particolari scene truculente, si mostrano gli effetti del crimine più che il crimine stesso, e questa a onor del vero è una scelta non scontata. Ma è la totale mancanza di problematicità dietro il film a fare paurissima: la storia sfoggia una semplicistica assenza di senso critico che lo rende adatto o ad un pubblico trigger-happy e dal QI offensivamente basso, o all’uso propagandistico per la prossima campagna di Sarah Palin. Attenzione, la cosa che mi fa incazzare è che questo non è un film apertamente, coraggiosamente militarista e nemmeno un prodotto subdolo, che imbastisce attentamente una storia allo scopo mirato di giustificarla con l’apologia dele armi; questo è un film che la parola “apologia” non l’ha mai sentita, non sa cosa vuole dire e non ha voglia di cercarla sul vocabolario. E’ un film stupidotto, proprio come l’adolescente frustrato di cui sopra, che risolve le situazioni (di regia, di sceneggiatura, di narrativa) a modo suo e non ci arriva a capire che di modi ce ne sono altri.  Guardate Treehouse solo se avete valori come Dio, patria e famiglia; oppure, se ci riuscite, per il LOL.

La protagonista fra qualche anno

La protagonista di Treehouse fra qualche anno

 

 

DVD-quote:

“Dio, Patria, Famiglia e LOL”
Cicciolina Wertmüller, i400Calci.com

>> IMDb | Trailer

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All’inizio c’era… Howard (e il destino del mondo)

LO SAPEVATE? Steve Gerber, creatore di Howard the duck, lavorò anche ai primi numeri dei Guardiani della Galassia quando, nel 1976, furono promossi da personaggi secondari a protagonisti di avventure tutte per loro.
Per questo motivo (e nessun altro che mi venga in mente) oggi, mentre finalmente esce anche in Italia il film di James Gunn che vi abbiamo già recensito tre mesi fa, vi raccontiamo di questo famoso/famigerato film dedicato a Howard nel 1986 da un’idea di George Lucas in persona.
Buona lettura.

Cartel-Howard

Il contesto fumettistico, di Darth Von Trier

Orestolo il papero, perché così annomato arrivò nelle mie mani da bimbetto, fu uno dei più grossi squarci del fumetto mainstream statunitense sull’underground che da qualche anno imperversava nei fumetti statunitensi che di fatto stava rivoluzionando molti canoni tradizionali, nicchia dopo nicchia, tenendosi ben lontano dal Comics Code Authority.
C’era un gran proliferare di animali antorpomorfi nella grafica della controcultura della fine degli anni sessanta e dei primi settanta, spesso prendendo ovviamente di mira l’establishment Disney per ribaltarne i contenuti: da Alice rivista in chiave lisergica fino ai fumetti erotici clandestini con Biancaneve e i sette nani. Fritz The Cat di Robert Crumb è forse l’emanazione pura più celebre di quella ondata.
Orestolo nasce da Steve Gerber, lo stesso che più tardi ribadirà quanto non abbia mai toccato uno spinello in vita sua curando i primi numeri dei Guardiani della Galassia nel 1976.
È in tutto e per tutto un papero disneyano, un cugino pusillanime, pieno di vizi ed intriso di sarcasmo da knickerbockers di Paperino. Un Walter Matthau dei paperi, ecco.
Non arriva agli eccessi di sesso droga e alcol di Fritz, siamo pur sempre alla Marvel, ma costituisce nel 1973 una piccola rivoluzione culturale come tanti suoi colleghi animali antropomorfi più marci e scassoni: Orestolo infatti, oltre a portare la controcultura dei suoi anni nel mainstream. segna la nascita dell’autoparodia da parte del colosso editoriale di New York, che poi proseguirà con una vena più o meno demenziale per decenni a seguire trovando il culmine con gli spassosi What The…?! a fine anni ottanta.
Il nostro eroe piomba sul nostro mondo da una dimensione di paperi, non ha alcun potere straordinario ­anzi è uno smidollato cronico,­ ma il fatto che sia strano su un un pianeta popolato da supereroi fa credere a tutti che lui abbia qualcosa di speciale, deve avercelo per forza, quindi si trova suo malgrado a vivere avventure da eroe, trascinato dal caso o da altri supereroi in imprese che vanno dal ridicolo, al surreale, all’avventuroso. Questi all’inizio sono ovviamente principalmente pretesti per mettere alla berlina i cliché e gli status del fumetto supereroistico, usandone tutte le carte ­da quelle grafiche a quelle narrative­ ma ribaltandole, creando uno dei personaggi più sovversivi, folli e divertenti della Casa delle Idee e che negli anni troverà una sua dimensione ed importanza al di là della sua chiave parodistica, diventando un personaggio di tutto rispetto nel cosmo Marvel senza mai abbandonare il suo umorismo.

Dal prestigioso 1976: Orestolo e gli autoadesivi

Dal prestigioso 1976: Orestolo e gli autoadesivi

Il contesto filmico, di George Rohmer

Dopo cotanto sfoggio di cultura fumettistica tenterò di mettere in evidenza un dato su cui pochi si soffermano: Howard e il destino del mondo fu il primo film tratto da un fumetto Marvel apposta per essere distribuito al cinema, se escludiamo un serial di Capitan America uscito negli anni ’40.

Prima di allora, gli eroi Marvel erano già stati trasposti in versione live action, ma solamente in televisione. Il primo ad approdare sul piccolo schermo nel 1977 fu The Amazing Spider-Man , seguito da L’incredibile Hulk e dai pilot di Dr. Strange e Captain America (con Reb Brown). Tutti partoriti da un accordo tra Marvel e CBS, tutti rigorosamente falliti tranne il fortunatissimo Hulk. Una striscia negativa che non può che essere attribuita a chi stava a capo dei progetti alla CBS: era un’altra epoca e mancava totalmente il rispetto per la fonte, i fumetti erano giudicati intrattenimento per bambini e perciò traditi o semplificati all’eccesso. Pensate che nel pilot di The Amazing Spider-Man non c’era alcun accenno allo zio Ben, una svista colossale che la dice lunga: chiaramente alla CBS non volevano “tediare” il pubblico a casa con risvolti deprimenti o drammatici. Fa strano pensare che, nello stesso periodo, la rivale DC portava con successo al cinema Superman, mentre la Marvel era relegata alla televisione…

Cito Nanni Cobretti perché in un recente scambio privato ha colto alla perfezione il momento storico: “In quel periodo Marvel vendeva Spider-Man e Capitan America alla Cannon, quando Lucas ha chiesto Howard secondo me hanno festeggiato per due settimane in stile Wolf of Wall Street”. Con tutto il bene che possiamo volere a Menahem Golan, se scegli una nota casa di produzione di B-movies per produrre i film dei tuoi due personaggi-bandiera, vuol dire che stai sbagliando qualcosa. Persino i diritti dei Fantastici 4, il primo fumetto dell’era Marvel, vennero dati via a una compagnia tedesca nel 1983 per appena 250.000 dollari (e da quella disgraziata transizione sarebbe poi nato, nel 1994, il film prodotto da Roger Corman e mai distribuito). Flashforward a trent’anni dopo, quando la cifra ipotetica che Marvel/Disney dovrebbe pagare alla Sony per riavere i diritti cinematografici dell’Uomo Ragno si aggira intorno ai due miliardi di dollari.

In tutto questo, Howard fu il punto di non ritorno, ma forse anche a causa del suo insuccesso i personaggi Marvel ci avrebbero messo un’altra decina d’anni prima di cominciare a popolare le sale, se escludiamo il Punisher del 1989, quello con Dolph Lundgren (da noi Il vendicatore), e il Capitan America del 1990, fedele sulla carta ma scadente nei risultati. C’è da aspettare il 1996 prima che, con Blade, inizi l’era dei Marvel Studios. Ora l’unica cosa che separa la Marvel dalla conquista del mondo sono quei due contrattini capestro stipulati con Sony e Fox, che li privano di due universi fondamentali come quelli di Spider-Man e X-Men. Ma già nel primo caso si parla di possibili accordi.

Vedremo mai un altro film su Howard? Qualche anno fa avrei risposto sicuramente di no, ma se c’è una cosa che il successo di Guardiani della Galassia ha dimostrato una volta per tutte è che la Marvel di oggi può permettersi di scommettere su personaggi sconosciuti e vincere il jackpot. Tanto ormai non conta più il singolo film: conta il brand.

Rock'n'Roll

Rock’n’Roll

La recensione, di Nanni Cobretti

“Ma non capisci, è un papero che si comporta come una persona!!!1!”

Dev’essere così che reagiva George Lucas a chiunque gli chiedeva di cosa si volesse occupare dopo la trilogia di Guerre stellari e i primi due Indiana Jones e, davanti alla risposta “Howard il papero”, si esibiva nello stesso sguardo perplesso/frastornato che avete voi ora che vi ho ricordato la vicinanza temporale con appunto Guerre stellari e i primi due Indiana Jones.
Ed è questo che Lucas deve aver capito di Howard/Orestolo, a giudicare dalle mostruose differenze tra il suo film e il fumetto di Steve Gerber.
Eppure ci credeva a pacchi. E con lui la Universal, che gli affidò un budget di 35 milioni di dollari (un termine di paragone? Appena tre anni prima, Il ritorno dello Jedi ne costò 32).
Howard e il destino del mondo nasceva spacciato per un motivo ben preciso: il pupazzo faceva abbastanza cacare.
Non c’erano le tecnologie necessarie per renderlo credibile, punto e basta.
All’epoca te la potevi cavare con alieni semi-muti come gli Ewoks, perché nessuno aveva pretese o particolari riferimenti, ma Howard doveva ricordare un papero, doveva muoversi, chiaccherarsela ed essere espressivo come un umano, e in più era completamente bianco, non si potevano metterne in ombra i difetti. Era troppo.
La Industrial Light & Magic era l’azienda leader dell’Universo per questo tipo di missione, ma nel 1986 questo superava anche loro: messi alle strette, se la giocarono con un trappolone di costume dentro al quale si alternavano otto nani capitanati da Ed Gale (che si becca il nome nei credits), più una maschera semi-meccanica capace di qualche abbozzata espressione.
E il problema, puro, semplice e insormontabile, è che se non ti bevi il costume ti fotti almeno il 60% del film. E se hai più di otto anni, bersi quel costume è un’ardua impresa. Non ardua quanto bersi Benigni che fa Pinocchio, ma quasi.
L’altro grosso problema è che Lucas aveva un’idea del target che cozzava completamente sia con i problemi tecnici di cui sopra, che di base con la sceneggiatura che aveva fatto scrivere ai fidatissimi Willard Huyck e Gloria Katz, ex-compagni di Università (lo stesso corso da cui uscirono Milius, Coppola e compagnia) a cui aveva già affidato lo script di American Graffiti e Indiana Jones e il tempio maledetto, e che lui ricambiava regalando a Huyck anche la regia di questa tragedia annunciata.
Guardate come lanciarono il film:

E il trailer seguente insiste sul lato adulto (“passatempi preferiti: sigari e sesso”) senza mai mostrare il protagonista in faccia.
E in più, Howard fuma dritto nel poster.
Immaginate quindi un adulto che va al cinema aspettandosi una specie di live action di Fritz il gatto misto a Star Wars e si trova davanti invece una strana versione di E.T. che al posto dell’alieno ha un nano a disagio vestito da papero smargiasso, e al posto del bambino una cantante new wave mezza scema.
Perché alla fine è così che se la giocano: una grande avventura super easy della domenica pomeriggio per tutta la famiglia, in cui ogni occasione è buona per doppi sensi papereschi tipo “sono cintura nera di quack-fu”, e ogni tanto si strizza maldestramente l’occhio agli adulti non con canzonette e citazioni pop stile Shrek, ma con schizzi di brutale inappropriatezza tipo papere in topless, preservativi trovati nel portafoglio e un’intera scena ambientata in una sauna per scambisti. È come vedere un episodio delle Winx in cui a un certo punto, così, en passant, e senza cambiare di una virgola il tono del racconto, le dolci fatine vanno a pigliarsi un cocktail in un locale di striptease.
Ad aumentare il disagio, il fatto che i personaggi di contorno non sappiano come reagire a Howard: chi urla e scappa, chi non ci fa caso, chi lo scambia per un bambino, chi per un adulto eccentrico, chi addirittura lo tratta come un comunissimo papero nonostante l’abbia appena sentito parlare e ragionare.

Howard il papero e il futuro regista di Dead Man Walking

Howard il papero e il futuro regista di Dead Man Walking

E sapete qual è il punto? Il punto è che se bypassate tutte queste (gravissime) cose – il brutto costume, gli sbalzi di target – Howard e il destino del mondo è un film tanto convenzionale quanto infondo onestissimo e realizzato con seria competenza.
Lea Thompson era una delle giovani attrici più spigliate della sua generazione e infila il giusto equilibrio fra simpatia, ingenuità e tocchi sexy a tradimento, facendo letterali acrobazie per rendere vagamente credibile la sua progressiva infatuazione per Howard; Tim Robbins, allora emergente, ce la mette tutta e dimostra il suo talento comico nei ruoli dell’entusiastico tontolone; Jeffrey Jones divora le sue scene di competenza accollandosi una sequenza di possessione spaziale retta unicamente dalla sua mimica e dai suoi sbalzi di voce, e resa ulteriormente (e volutamente) esilarante dall’assenza di qualsiasi effetto speciale; Howard stesso, limiti meccanici a parte, è recitato con la giusta dose di carisma per reggere il film da protagonista (la voce originale è di Chip Zien, quella italiana di Vittorio Stagni).
Non è esattamente la sceneggiatura più ispirata dell’Universo, ma c’è un team di professionisti impegnato a realizzare il miglior film possibile chiudendo entrambi gli occhi sui grossi problemi di sospensione dell’incredulità riguardanti l’eroe della vicenda e filando dritti, spediti e sicuri come se tutto fosse normale. E la loro coraggiosa faccia tosta paga definitivamente nel secondo tempo, praticamente un’unica impeccabile, energetica, divertente sequenza action non-stop che va dalla distruzione di una tavola calda a un inseguimento terra/aria al finale nel mega-laboratorio spaziale chiuso da uno splendido mostrone in stop-motion.
Il flop a suo tempo fu memorabile, e portò alle dimissioni forzate del CEO della Universal. Ma il film rimase nel cuore di chi all’epoca aveva sia l’età giusta per fottersene di un costume da papero inverosimile, che genitori abbastanza svegli da non fare una tragedia sulle scene equivoche mentre i loro figli diventavano grandi anche grazie al glorioso sedere di Lea Thompson.

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La vostra prima erezione

(sì, il finale di articolo mi piace così)

DVD-quote:

“Fossero davvero questi i ‘film più brutti della storia’, vivremmo in un mondo meraviglioso”
Nanni Cobretti, i400Calci.com

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Trailerblast: Il Gatto Nero

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Mi casa es tu casa: Mockingbird.

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“Esatto, brava. Le solite due passate di smalto e poi ci spruzzi sopra il dryer”.
“….”
“Guarda, io l’ho preso su eBay, che è anche più comodo…”
“…”
“Mhm. Ma senti, per il compleanno di zia tu prepari qualcosa?”
“…”
“Seee, e quando mai. Quella è pure allergica al lattos…Uh! Aspetta…Mà, devo attaccare, sono usciti i titoli di coda.”
“…”
“Eh sì. Bisogna scriverla lo stesso, la recensione. I Lettori devono sapere”.

 

 

E dunque eccomi a voi.
Allora: che Bryan Bertino avesse dei problemi irrisolti con la quiete domestica lo avevamo già intuito dal suo esordio alla cinepresa. Ora, non mi dilungherò sul topic The Strangers, promesso.
Al riguardo, vi basti sapere che:
1) l’ho visto.
2) Avevo precedentemente visto Funny Games.
3) Bryan, ccà nisciuno è fesso.
4) Ho affrontato la visione di Mockingbird con i peggiori pregiudizi possibili.

La quiete domestica, dicevamo. Probabilmente l’infanzia di Bryan Bertino deve essere stata segnata da una lettura totalmente distorta de Il mago di Oz. Altrimenti non si spiega come mai, ogni volta che costui decide di girare un film, il punto di partenza, lo svolgimento e la morale confluiscano sempre nel messaggio “No place like home un paio di palle”. E qui sorge il problema: data un’ideuzza di base che considereremo invariabile per motivi che solo l’analista di Bryan può conoscere, come si fa a introdurre una parvenza di cambiamento atta giustificare un nuovo dispendio di pellicola?

Martin

Il Lettore che la sa lunga.

Le vie per risolvere l’annoso problema sono diverse. E Mockingbird sceglie di seguirle tutte, fedele alla strategia Spariamo nel mucchio e che Dio ce la mandi buona.

Soluzione n.1: LA MOLTIPLICAZIONE. In The Strangers avevamo una casa presa di mira da folli sconosciuti? Bene, in Mockingbird le case sono TRE. Tiè.
C’è la solita coppia borghesuccia – per tranquillizzare lo spettatore, frastornato da tutte queste novità – c’è la studentessa fuori sede che abita da sola e non conosce nessuno e c’è il disoccupato che vive ancora da mammà. Tre vite tranquille che verranno sconvolte in contemporanea quando, verso l’ora di cena, tutti i protagonisti troveranno un bel pacco regalo fuori dalla porta di casa. Anziché porsi delle domande elementari quali “Ma chi è il mittente?”, “Come fa costui ad avere il mio indirizzo?”, “Sono di nuovo andata su Yoox da ubriaca?”, i nostri eroi concludono che a caval donato non si guarda in bocca e si portano il misterioso pacco dentro casa.
Non avete già l’acquolina in bocca? Ma aspettate, il meglio deve ancora arrivare. Perché Mockingbird non si accontenta mica di un lieve cambiamento a livello di trama. No: la rivoluzione deve essere anche formale. The Strangers era girato come Dio comanda che si girino i film a Hollywood? Un sacco di operatori, dolly, combo, steadycam e chi più ne ha più ne metta?
Mockingbird no. Perché indovinate un po’ cosa c’è dentro quel pacco regalo?

Soluzione n.2: LA VIDEOCAMERA. Già. Proprio lei. Non posso mentirvi: siamo di fronte all’ennesimo horror girato alla DIY. Mockingbird è il montaggio di quanto ripreso dagli stessi protagonisti, coinvolti a sorpresa in un sadico gioco le cui uniche regole sono: non smettere mai di filmare quello che sta succedendo in casa tua e mettiti il cuore in pace perché probabilmente ci lasci le penne. Ora, prima di addentrarci nei dettagli della storia e cercare di cavarne anche qualcosa di buono, fermiamoci solo un istante a riflettere sull’ennesimo ricorso totalmente gratuito al found footage (found non si arriverà mai a capire da chi) in un film che non ha alcuna pretesa di vendersi come Fatto-realmente-accaduto e per di più artificiosamente suddiviso in capitoli dallo stesso regista.
Avete riflettuto? Ok, ora raccogliete i testicoli e andiamo avanti.

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Please, don’t.

Come la trama di un qualsiasi Home Invasion, anche quella di Mockingbird si riassume in una riga o meno: pian piano, i protagonisti si rendono conto che fuori dalla loro casa c’è un pazzo che vede tutto ciò che loro stanno filmando e ne approfitta per tormentarli. State calmi, che già sento le vostre repliche da saputelli: no, non possono materialmente spegnere la videocamera, quel modello è fatto così. Sì, in effetti potrebbero farla a pezzi. Ma che fine ha fatto il vostro fanciullo interiore? Sospensione dell’incredulità e via.
Liquidata la trama nei primi minuti del film, da lì in poi è tutta atmosfera, luci che si spengono, rumori improvvisi, riprese a schiaffo e dettagli che diventano le colonne portanti del film: una volta entrati nel vivo della faccenda, anche Mockingbird ha i suoi momenti interessanti.  Il personaggio del kidult disoccupato, ad esempio, avrebbe meritato un film a sé stante. Se con gli altri il misterioso maniaco si limita a squadernare l’ABC della violenza psicologica, con il povero Leonard si spinge fino all’umiliazione pubblica, obbligandolo a travestirsi da clown, farsi dare calci nelle parti intime e scattarsi foto creepy con bambini sconosciuti. Il tutto senza che il povero disgraziato arrivi minimamente a sospettare che in questo gioco in palio non ci sono soldi, ma la vita.  Insomma, diciamo che una volta digerita la somiglianza con The Strangers, una volta digerite le riprese oscillanti alla Von Trier, la parte centrale di Mockingbird per un po’ riesce a catturare la nostra attenzione.
Finché non inizia a serpeggiare in noi una domanda: ma tutto ciò dove andrà a parare? Come mai sono state scelte proprio queste vittime? Chi c’è dietro questo stalking a oltranza?
È presto detto. C’è la soluzione n.3.

Soluzione n.3: IL COLPONE E IL COLPETTO DI SCENA.

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Sicuro sicuro?

Tranquilli, potete continuare a leggere senza  paura: non rivelerò in cosa consistano. Ma non perché io sia una bella persona, né perché se vi spoilerassi il finale Nanni mi farebbe fare la fine del citato Leonard. No. Non vi dirò nulla perché sapete già tutto. Perché verso la metà di Mockingbird, nel pieno dell’azione, sentirete un vostro neurone sussurrare al compagno di banco: “Ma vuoi vedere che alla fine…”. E da quel momento in poi non riuscirete a pensare ad altro. Sullo schermo le donne urleranno, voci inquietanti impartiranno ordini da segreterie telefoniche, giocattoli vintage verrano sparsi a caso con intenti macabri, ma voi a questo punto vorrete solo arrivare al gran finale per scoprire se davvero avevate capito tutto già da un’ora prima.
E con la morte nel cuore devo dirvi che la risposta è sì.

DVD-quote:

“Se non ne avete visti molti altri, può essere anche un bel film.”
Belen Lugosi, i400Calci.com

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Consigli per l’arredamento: Scalps

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Il fermo immagine del lunedì

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