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The Rock presenta: Bamm-Bamm – Il film. La recensione di Hobbs & Shaw

“Ho fatto due etti e mezzo, lascio?”

1625. Francis Bacon – un anno prima della sua morte per polmonite, che le malelingue insinuano contratta mentre cercava di congelare un pollo con la neve – pubblicava i suoi Saggi e metteva in giro l’aneddoto super orecchiabile di Maometto che insegna a quell’adolescente capricciosa di montagna come ci si approccia con maturità a un rapporto sentimentale. Storiella che prendiamo tutti per Corano, ma che in realtà è una fregnaccia accattivante inventata da uno che di lì a poco avrebbe immolato il suo corpo alla scienza per la scoperta del freezer.

2019. Il delirio di onnipotenza di Dwayne Johnson è quasi completo. Tira di più un suo deltoide che un carro di Jason Momoa, incassa tanto quanto pesa, dai social comanda un’armata di fedelissimi, si è unito alla famiglia Disney (Jungle Cruise, dopo le prove generali di Oceania) e a quella degli adulti in tutina estratti dai fumetti (Black Adam, dopo le prove generali di una vita in tutina). Ma lo sente, The Rock, nel suo cuore muscoloso; capisce che gli serve ancora qualcosa in più per consolidare la sua mitopoiesi di maschio alfa cinematografico definitivo. Una storia accattivante e orecchiabile. Senti come suona bene questa: a quei tempi The Rock era andato alla montagna ed era entrato nella Famiglia, l’unica maiuscola, quella di Fast & Furious. Poi, quando si è sentito pronto grazie alla miglior serie di successi commerciali della sua carriera, è sceso dalla montagna, l’ha abbracciata, l’ha sollevata e se l’è portata sul set di Hobbs & Shaw, l’ha appoggiata di fianco alla sua roulotte, indubbiamente la più grande che la storia del cinema ricordi, l’ha arredata a piacimento e infine ha scritto a Vin Diesel su Instagram: “Se ti svegli e dalla tua piccola roulotte da maschio alfetta® non vedi più la tua montagna: me la sono presa io. Stacce”. Sigla!

“Comunque più divertente del set di The Crown”

 

Il primo impatto con Hobbs & Shaw è quello giusto. Di quelli che al posto di una recensione, viene da scrivere un sacco di onomatopee di versi ed esplosioni su un grosso foglio bianco, prenderlo forte a pugni dopo avere immerso le mani nella senape, spacciarlo per poesia sperimentale e portare finalmente l’undécimo Nobel a Val Verde. Si parte con alcuni WIIIIIIIIIII, un CHOPPA CHOPPA, svariati PEM PEM!, diversi SBRAM e BUM e anche BOOOM, qualche SGRUNT e innumerevoli CRASH. E qua si mena di tutto, ma non i cani in giro per il cortile: oltre ad ammonticchiare cadaveri, l’incipit fa anche in tempo a presentare la co-protagonista e l’antagonista. C’è Vanessa Kirby che fa la tostissima, unica sopravvissuta di una squadra d’élite del MI6 che doveva recuperare il virus Fiocco di neve e che invece si è smaltata contro il super sgherro agli ordini dell’organizzazione terroristica Eteon: un Idris Elba potenziato in laboratorio, che nonostante si sia appena fatto sfuggire il virus – Vanessa Kirby se l’è inoculato per non farlo avere ai cattivi ed è scappata – si diverte comunque come un vigliacco a farsi ad alta voce domande retoriche tipo “Chi può fermarmi?”. Stacco sullo split screen di Luke Hobbs e Deckard Shaw, che nelle rispettive case si svegliano e si preparano all’ennesima giornata in cui il buon dio ha mandato un’infornata di cattivi da prendere a calci nel culo. Da qui in poi la questione è quella classica: riusciranno Dwayne Johnson e Jason Statham ad accordarsi sul fatto che i loro peni sono perfettamente equipollenti? E dopo aver smesso di battibeccare sulla durezza dei loro organi genitali, saranno in grado di collaborare per evitare che un altro simil-Thanos sfoghi il suo buon tempo tentando di decimare il genere umano?

“Proverem addosso al muro”

La quasi totalità degli altri impatti dopo il primo, invece, è un po’ meno divertente. Non che il volume si abbassi mai sotto il dieci, sia chiaro. Succedono un sacco di cose, ne esplodono altrettante, appare gente in minuscoli ruoli più o meno riusciti – Helen Mirren santa sempre, Eddie Marsan giganteggia, Eiza González cagnaccia senza scampo, Ryan Reynolds nei panni di Ryan Reynolds che ammicca a Ryan Reynolds – si riescono a infilare un sacco di “brother” e di discorsi sulla famiglia. In apparenza tutto bene e tutto Fast & Furious. Senza contare che il film l’ha scritto Chris Morgan, da Tokyo Drift in avanti scriba ufficiale della saga, con l’aiuto del solidone Drew Pearce. E a fare la regia hanno chiamato David Leitch, uno che tra il primo John Wick e Atomica bionda, ad avercene di così appassionati di botte e di cinema d’azione fatto con il cervello e le ecchimosi. Il problema di Hobbs & Shaw non è in superficie. Chiedete a una persona che non ha mai visto un film di Fast & Furious ma che non vive su Marte cosa sa della saga: macchine veloci, musica buzzurra, esplosioni, inquadrature di frizioni premute e marce scalate. E in Hobbs & Shaw c’è tutto. Prosegue anche la gara allo stunt più assurdo, ma al trenino di pick-up con elicottero non gli riesce di superare in magnificenza la fuga dal sottomarino nucleare dell’ottavo capitolo. A questo Fast & Furious – Rush Hour, piuttosto, manca il coraggio di non sentire il bisogno a tutti i costi di dover piacere a chiunque. Ché poi se insegui quella chimera lì del cercare il consenso di tutti, finisci sdentato, completamente desessualizzato e mortalmente innocuo nel tuo incedere verso il più banale dei messaggi positivi: “A voi ci piacciono le macchine, ma a noi ci piacciono la gente, che ci hanno un cuore, e per questo vinciamo noi”.

“La gente che ci piace”

Hobbs & Shaw è la vittoria a mani basse di Dwayne Johnson l’imprenditore, uno che monetizza su un’immagine di perfezione ottenuta grazie a disciplina, duro lavoro e positività; immagine che si è costruito con cura maniacale in decenni di sudore, che fa emozionare grandi e piccini, nonne e mamme e figlie parimenti, e che non verrà certo intaccata solo per un vago senso di appartenenza alla saga di Fast & Furious. Finché si è trattato di fare l’ospite, antagonista o deuteragonista, alla corte di Vin Diesel, le regole del re venivano rispettate (pur con qualche brontolio) e il risultato è quella serie action enorme, tamarra e adulta, che rispetta l’intelligenza dello spettatore e soddisfa la sua voglia di fomento. La questione cambia nel momento in cui Johnson diventa protagonista di uno spinoff e pretende (e ottiene) che sia il tono della saga ad adeguarsi alle sue esigenze di megastar per tutta la famiglia con un futuro da primo presidente enorme degli Stati Uniti d’America. Hobbs & Shaw è una buddy comedy la cui sceneggiatura pare vagliata dall’ufficio legale Disney, quello che rilascia il timbro patentato di “Intrattenimento insulso, ma innocuo”. Sembra scritta da un appassionato di wrestling a cui piace davvero Roman Reigns. È annacquata, buona a malapena a trasportare l’azione da un punto all’altro e riesce, con stronza pervicacia, a trasformare due fra i personaggi più letali del cinema moderno in una coppia di quindicenni che fanno a gara a chi ha il cazzo più lungo, peraltro in un mondo in cui la sessualità non è contemplata o, quando fa timidamente capolino, viene trattata con disgusto. Il risultato finale porta a tanto così dalla blasfemia e fa un po’ venire il latte alle ginocchia. Lo guarderete. L’adolescente fastidioso che è in voi batterà le manine. L’adolescente fastidiosa che è in voi farà solo finta di trovare idiote le moine a dentatura immacolata di Johnson. Nel giro di mezza giornata vi sarete dimenticati della sua esistenza e rimarranno solamente i rimpianti per le occasioni perdute. E la convinzione che Vin Diesel, da qualche parte in California, stia bestemmiando moltissimo.

DVD quote:
«Fast & Furious presenta: le occasioni sprecate»
(Toshiro Gifuni, i400calci.com)

F.A.Q:

MA SEI MATTISSIMO A NON PARLARE DI JASON STATHAM?
Innanzitutto stiamo calmi. Rilassiamoci. Che è stata una visione; questa di Hobbs & Shaw, anche a tratti dolorosa. Per di più in italiano. Mamma mia Jason Statham doppiato. L’immondizia proprio. Ma tornando al punto: Jason c’è, è un ottimo soldato che esegue con precisione i suoi ordini e ci mette quella fazza, quella voce e quella fisicità lì che, non c’è niente da fare, sembrano fatte apposta per fare quel cinema qui. Comunque il suo personaggio – il cattivissimo Deckard Shaw che ammazza male Han per vendicare il fratello e quindi tenta di far fuori tutto il resto della ciurma Fast & Furious, che poi diventa un po’ meno cattivo e si scopre essere il miglior babysitter di sempre – viene del tutto raddrizzato e portato dalla parte dei super buoni, fuorilegge ma solo perché in possesso di un senso morale superiore che non risponde alla burocrazia quando deve agire per fare del bene. Ci mette tutta la convinzione possibile per rendere meno faticose le interazioni puberali con The Rock. E finisce, volente o nolente come tutti noi, a fare la comparsa nel finale samoano del The Rock show (con tanto di tag team con Roman Reigns).

Ma quindi aveva ragione Tyrese Gibson?
Che a Dwayne Johnson non è mai fregato nulla della famiglia Fast & Furious e ha insistito per fare lo spinoff facendo posticipare il nono capitolo della saga perché è una primadonna egoista? Ma che ne so, che mi frega e poi Tyrese è matto. Ma probabilmente ha anche ragione. E sicuramente è una banalità, rinfacciare a uno come Johnson, così eminente nel mondo dello show business, di avere come priorità quella di portare acqua al suo mulino.

Bella la colonna sonora, vero?
Vaffanculo.

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