Vi abbiamo parlato di V/H/S, film antologico basato sul found footage che se siete su queste pagine c’è un 90% di probabilità abbiate visto, meno di un anno fa e benché ci abbia fatto scendere a compromessi con il mezzo continuiamo a voler prendere a schiaffi Oren Peli, colui che con Paranormal Activity rese talmente mainstream la tecnica del found footage da costringerci ad anni di variazioni low budget sul tema che avevano più o meno tutte la particolarità di fare schifo al cazzo allo stesso modo, e ho come l’impressione che anche alla balotta di V/H/S stia profondamente sul cazzo visto che in due film su due di lui non c’è alcuna traccia né come uomo né come idea di fare cinema. Da qui l’altra impressione che il progetto V/H/S sia nato proprio per ridare della dignità ad un mezzo ormai simbolo di mediocrità e mancanza di idee e far capire alla gente che c’è una bella differenza tra i termini regista/sceneggiatore e persona a caso. Il discorso è tra l’altro applicabile all’altro formato utilizzato, il cortometraggio, che più o meno per gli stessi motivi ha raggiunto un livello tale di inflazione da aver alzato gli standard a livelli piuttosto alti (tipo questo è un ottimo esempio). Tutti ormai sono in grado di girare un cortometraggio, pochi quelli in grado di uscire dal mucchio e farsi notare, e pochi sta per quella manciata di registi con delle basi tecniche e finanziarie abbastanza solide da garantire un prodotto cinematografico, e non amatoriale, di qualità.
Il punto è che quella del found footage (e per estensione del cortometraggio) è una tecnica versatile, accessibile ai più e quindi stimolante per più o meno chiunque voglia girare un film della paura senza avere i mezzi necessari; bastano una videocamera qualsiasi, qualche idea se proprio capita e i difetti vengono coperti dalla natura stessa del progetto. Insomma: permette a tutti di poterne girare uno, e per quanto possa sembrare positivo è anche la roba più tragica che potesse accadere.

La qualità sventa la tragedia, capito?
Da qui la domanda fondamentale: quanto fighi e bravi bisogna essere per riuscire ben due volte in un’operazione che, a conti fatti, rischiava di fallire miseramente sotto il peso delle proprie premesse? Ok, l’assunto sul cortometraggio è più personale che effettivo, ma anche guardando gli episodi migliori di The ABC’s of Death (film composto da soli corti horror) non potevo smettere di pensare come tutto si avvicinasse più a una serie di vicendevoli seghe a 52 mani che a una godibile antologia horror, e sono anche piuttosto convinto che se si decide di mettere insieme dei corti per farne un film questo deve reggere dall’inizio alla fine, altrimenti è solo un’accozzaglia di roba recuperabile casualmente, e non un film. Questo dando per scontato che film voglia ancora dire “una roba che inizia ed eventualmente finisce”, ma dopo Only God Forgives non ne sono più così tanto sicuro (ci tengo a informarvi che l’opinione del sottoscritto è “una gloriosa schifezza”). Lo so, sono peggio dei vecchi alla bocciofila: mi lamento e tendo alla digressione.
La riuscita del primo V/H/S fu una vittoria più concettuale che tecnica: i difetti erano diversi ed era difficile levargli di dosso quell’aria da esperimento che un po’ lo segnava, ma riuscì comunque a provare che il found footage era tutt’altro che morto e venduto alla banalità e, soprattutto, riuscì a chiarire una volta per tutte che anche dietro al più povero dei mezzi ci vuole un cervello per farlo funzionare. La tragedia è appunto l’essere arrivati a dover chiarire questo banale concetto: sarebbe bello se tutti potessero, ma non è così, e sarebbe carino diminuire il numero per aumentare la qualità. La banalità che mi piace dire al pub quando me ne bevo un paio è che tra trent’anni tutti gireranno film e nessuno lì guarderà, in un contesto apocalittico di superproduzione dove il meritevole non sarà più riconoscibile, ed è anche da questa paura che secondo me è nata l’idea di V/H/S, una missione segreta contro Oren Peli, primo cavaliere dell’apocalisse.

Un’arma segreta per affrontare l’apocalisse.
V/H/S/2 più che di un sequel ha l’aria di uno di quei remake dediti principalmente a correggere i difetti dell’originale aumentandone la fattura senza intaccarne lo spirito, marcando bene la differenza tra remake giusto e remake inutile. Il primo era un po’ lungo (110 minuti), aveva almeno un corto che non funzionava per niente (quello di Ti West) e la storia di contorno pareva solo un pretesto per mettere delle vhs in un registratore senza alcuno scopo narrativo. Sagge quindi le decisioni prese del seguito di tagliare un corto e di conseguenza alleggerire il film di 20 minuti secchi, lasciar perder qualsiasi approccio minimale alla Ti West e utilizzare il contorno come prologo ed epilogo (oltre che intermezzo) allargando la mitologia dietro le cassette e scrivendogli sopra un’effettiva storia. Il risultato è un film molto più bello, agile, grosso e consistente, privo di errori prettamente tecnici e in cui gli unici problemi possono essere attribuiti alla natura di un paio di corti e di conseguenza al vostro gusto a riguardo. Voglio dire, in alcuni momenti che io ho apprezzato è stato comunque facile capire cosa avrebbe potuto far storcere il naso ad altri.
Ora, visto che amo l’ordine e so già che se continuo così finirò per fare un casino, elencherò per punti ogni corto, dicendone il dicibile ed esaltandone l’esaltabile, senza spoiler di alcun tipo.
- Tape 49 o Quelli che hanno superato l’esame di riparazione
È la storia di contorno in cui una coppia di investigatori sta indagando la scomparsa di un ragazzo quando si imbatte nelle cassette nel suo appartamento. È scritta e diretta da Simon Barrett, tornato con Adam Wingard da V/H/S (dove scrisse il memorabile The Sick Thing That Happened to Emily When She Was Younger di Joe Swamberg) e con cui è anche produttore esecutivo. Barrett è anche la penna dietro buona parte dei film di Wingard ed essendo uno capace fa piacere vederlo anche girare qualcosa. Come detto prima, è tra i miglioramenti più evidenti della serie: anche se frammentata la narrazione funziona, è ricco di dettagli e ogni parte aggiunge la giusta dose di tensione per poi esplodere nel finale. Fungendo anche da prologo dà anche quel senso di conclusione che al primo film mancava e, come dicevo prima, i film secondo me è bene che finiscano, eventualmente.

Adam Wingard diretto da Adam Wingard.
- Phase I Clinical Trials o Quelli che ci provano
Scritto da Barrett ma diretto da Wingard è il primo corto a buttare lì l’idea di fare le diversamente, ma anche quello con cui ho avuto qualche problema: al protagonista, Wingard stesso, viene impiantato un occhio bionico che, essendo ancora in fase sperimentale, registra ogni cosa ma ha il vizio di far vedere la gente morta. Il problema è che il corto è tutto qui e registicamente non c’è nulla se non lo stretto necessario, con solo qualche guizzo nel finale e un ritmo in continuo crescendo a salvarlo dal fallimento. È senza dubbio godibile ma marcia troppo sugli spaventerelli e i rumori improvvisi per essere preso sul serio e una certa scena di nudo del tutto casuale e pretestuosa non lo ha di certo aiutato; diciamo che se preso singolarmente funziona e risulta migliore di qualsiasi found footage straight-to-dvd uscito negli ultimi 6 anni o comunque di qualsiasi Paranormal Activity, ma in questo contesto e alla luce di quello che lo segue sfigura terribilmente.
- A Ride in the Park o Quelli che ci riescono
È, cercando di non dire una cazzata, il ritorno al found footage Eduardo Sánchez, quello che con The Blair Witch Project ne fece un mito, qui accompagnato alla regia da Gregg Hale, che allora produsse. L’idea, semplicissima, è quella di attaccare una GoPro sul casco di un ciclista e seguirlo mentre diventa uno zombi e inizia a fare cose da zombi, e non scherzo quando dico che è probabilmente la prima volta da chissà quando che qualcuno riesce a fare qualcosa di veramente nuovo utilizzando direttamente degli zombi (e non come mezzo laterale per fare dell’altro). Il tutto è girato con agilità e, non potendo vedere lo zombi protagonista, con un’attenzione particolare per i rumori e i versi, a tratti quasi disgustosi; il tono è a tratti esilarante, con un momento ben preciso in cui si ride facile, e finisce con una nota del tutto inaspettata e quasi malinconica. Insomma, in meno di 15 minuti Sánchez e Hale (con l’aiuto di Jamie Nash alla sceneggiatura) sono riusciti a fare la storia degli zombi senza alcun apparente sforzo, giusto per ricordarci che coppia che vince non si cambia e cazzate del genere. Come dicevo prima, c’è una bella differenza tra dire regista/sceneggiatore e persona a caso che ha girato un film con degli zombi.

Stoooria… del… ciine… uuuuh…
- Safe Haven o Quelli che vincono tutto
Chiunque ne ha parlato, chiunque ne ha detto le meglio cose, chiunque aveva ragione. È diretto da Gareth Evans (The Raid) e Timo Tjahjanto (Macabre), rispettivamente il più grande e rispettato regista action indonesiano del momento e il più grande e rispettato regista horror indonesiano del momento (più o meno). Potrete capire quindi che quando due personalità così si incontrano l’unica cosa che resta da fare è sedersi e godere. Poteva andare meglio solo se con Evans ci fosse stato il Sam Raimi de La Casa 2 ma, insomma, i tempi sono quelli che sono e fare la storia del cinema come vorremmo noi è sempre un po’ un problema. Mettere insieme due registi del genere significa ritrovarsi tra le mani un prodotto in cui il sangue è versato a litri mentre della violenza inevitabile ti salta addosso con quella precisione ritmica che solo il più rispettato regista acrion del momento è in grado di offrire, il tutto inserito in un contesto che pare il concetto più stilizzato di Rosemary’s Baby applicato a fatti reali come il suicidio di massa di Jonestown. I protagonisti sono dei reporter indonesiani intenti a girare un servizio su un culto locale dalla dubbia condotta e anche un po’ chissenefrega, il bello viene dopo. È il corto più lento, il più lungo (mezz’ora secca), il più sanguinoso, il più bello, il più matto e quello che utilizza più fonti video, qualcosa come sette videocamere tra cui quelle nascoste nei bottoni di ogni reporter. Potrebbe non fregarvi un cazzo di niente di V/H/S/2, ma dovrebbe fregarvi tantissimo di questo.
- Slumber Party Alien Abduction o Quelli a cui si vuole del grandissimo bene
È il corto di Jason Eisener ed è esattamente quello che il titolo prevedere: ragazzi e ragazzini che si divertono a fare i ragazzi e i ragazzini quando ops arrivano gli alieni e tutto va malone. È anche quello che ci si aspetta da un regista come Eisener: una roba tutta pop, frenetica, colorata e un po’ nostalgica. Sulla carta è il più debole ma alla fine è quello che più riempie gli occhi e, diciamolo, il nostro cuore di celluloide. È il salto indietro di un uomo cresciuto con i Goonies, Scuola di mostri, Steven Spielberg e tutta la balotta Amblin e che ha sempre desiderato girare qualcosa con dei ragazzini, con dei mostri e con quel tono. Alla fine tutto sembra la versione più sentita e priva di menate di Super 8 e io non vedo l’ora di vederlo girare un film intero con lo stesso spirito. Ah, per buona parte del corto la videocamere è attaccata a un cane e insomma avrò anche parlato di tecnicismi e salcazzo prima, ma mi basta anche una cosa del genere per definire qualcuno un grande regista, amico, fratello di bighellonate.

STORIA DEL CIIIIIINEEEEEEE
Insomma: V/H/S/2 è, per quanto mi riguarda, l’horror dell’anno a poca distanza da Maniac che, casualmente, utilizza una tecnica POV simile. Potrebbe voler dire che il futuro dell’horror di qualità sta nelle nuove idee, ma facciamo che questa rece è già fin troppo lunga. Ah nel prossimo capitolo pretendo almeno un australiano, così chiudiamo il cinema.
DVD-quote:
“Forse mi è piaciuto”
Jean-Claude Van Gogh, i400Calci.com
>> IMDb | Trailer
ps. Stavo pensando: possibile che nessuno abbia mai pensato che V/H/S potrebbe voler dire Video Horror Stories? Non vi pare un sottotitolo perfetto per la serie? Forse fa cacare? Ok fa cacare.