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Prima che Bong vincesse i Sylvester: la recensione di Memories of Murder

Cominciamo belli

Toh. Parasite, ancora ebbro dalla notte dei Sylvester, ha proseguito la sua gloriosa sbronza vincendo l’Oscar quello importante. Che è una magnifica notizia. E se non la pensi così vuol dire proprio che al Bong non ci vuoi bene, sei uno di quelli che accelera quando vede una pozzanghera grande di fianco a un pedone e forse ti puzza anche un po’ il fiato. Ma almeno rimaniamo d’accordo sul fatto che la vittoria di Bong non ha improvvisamente trasformato i membri della Academy in un collettivo di geni illuminati, né ha reso gli Oscar un riconoscimento che vuole sul serio premiare la qualità slegata dal marketing e dalla politica. Facciamo un esempio a caso, senza nemmeno tirare in ballo Crash – Contatto fisico o i contatti fisici d’altra specie del mentecatto Harvey Weinstein. L’Oscar per il Miglior film straniero, nel 2004, lo ha vinto Le invasioni barbariche. Bello eh, ma il fatto che per prima cosa vi sia venuta in mente Daria Bignardi vi dà l’idea di quanto fosse memorabile. Però è proprio il film che piace all’Academy: ben fatto, impegnato, profondo, un modello semplificato ed esposto con chiarezza di un sistema complesso, che gratifica lo spettatore mettendolo relativamente alla prova. Se sei il tizio sudcoreano che nel 2004 doveva scegliere quale film candidare per il tuo paese e sai che i criteri privilegiati sono quelli lì, è giusto che proponi Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera: un gran film, con il merito (fra gli altri) di saper risvegliare l’istinto paternalista condiscendente dell’uomo bianco, che rimarrà incantato da oh l’esotismo della filosofia orientale quanta saggezza e misticità e misticismo e domani ci iscriviamo ad acroyoga. Di per sé gli Oscar, senza tutte le contingenze e la campagna elettorale che hanno accompagnato Parasite alla vittoria, quell’anno non se ne sarebbero fatti un bel niente di un film come Memories of Murder – che adesso ha un titolo italiano, Memorie di un assassino, perché esce al cinema proprio per il solo motivo che ogni tanto succedono anche delle cose belle. Ché Memories of Murder è, per amor di sintesi, un film GROSSO, più grosso del mostro grosso di The Host. Un film che intrattiene, ah signora mia se intrattiene, e al contempo mette alla prova lo spettatore nel migliore dei modi – nudi e inermi, siamo accompagnati ad abbracciare i lati più meschini di noi stessi e a riconoscerne la buffoneria e l’umanità – gratificandolo con un +5 in intelligenza, un +7 in empatia e un +12 in ridacchiare durante momenti che nella vita vera forse sarebbe inopportuno. Un film che insegna cinema (questa meraviglia qui spiega bene uno degli aspetti più interessanti della messa in scena) con una regia che, sempre vivan Peter Jackson e Il ritorno del re, in un premio ideale e utopistico che non sia l’Oscar, insomma: se solo fossero esistiti i Sylvester nel 2004, sarebbe arrivata prima, seconda e terza. Sigla!

Innanzitutto

Siccome ci sono un sacco di cose da dire su Memories of Murder, tanto vale partire con quella più semplice. Solo che auguri. Perché la cosa più semplice da dire del secondo film da regista e sceneggiatore di Bong Joon Ho è che si ispira a fatti realmente accaduti, quelli che hanno per protagonista invisibile il primo serial killer coreano – o se il titolo di “primo serial killer” vi sembra troppo fumoso, diciamo l’assassinio seriale più famigerato della storia contemporanea coreana – ma da qui si aprono una serie infinita di parentesi. Per primo il contesto: siamo nella Corea del Sud del 1986, con Wikipedia che ci dice che manca un anno alla caduta della seconda dittatura filata (alla terza sarebbe scattato il cesto di frutta dalla famiglia Kim a nome di tutti i vicini del Nord). Ne consegue che la gestione della cosa pubblica sia generalmente in mano a branchi di imbecilli sdraiati sotto al regime, spernacchiati dai ragazzini della classe di judo che non rispettano il coprifuoco e troppo impegnati a soffocare nel sangue proteste studentesche per supportare l’indagine su un serial killer che colpisce nel nulla rurale. In mezzo a campi di riso tutti uguali viene ritrovato il cadavere di una ragazza, legata e strozzata con i suoi stessi indumenti. A gestire le indagini arriva sul posto il detective della polizia locale Park, che al di là di essere l’indiscusso capo dei cialtroni è soprattutto (come suggerisce Bong in una delle prime scene) un bambino nel corpo di un adulto, un uomo che piuttosto di venire a patti con i propri limiti caratteriali e professionali rimane convinto di avere il superpotere di distinguere un criminale da una persona onesta solo scrutando l’indiziato negli occhi. Un uomo in comando che è anche il prodotto residuale di un sistema sociale avvelenato e moribondo; un sistema in cui la cosa giusta conta sempre meno della cosa facile, e in cui il come non ha alcun valore rispetto al cosa e al chi.

Anche i carrelli di Bong sono spettinati

Nel processo di cattura di un omicida, quindi, a Park e soci importano il cosa (la cattura) e il chi (di uno a cui mettiamo l’etichetta di omicida). Il come – prendiamo un ragazzo disabile notoriamente invaghito della vittima, gli estorciamo una confessione a forza di calci volanti e falsifichiamo una prova che era stata compromessa dalla nostra inefficienza – non ha alcuna importanza. E soprattutto nessuna ripercussione disciplinare, tanto che l’unica persona sveglia di quella stazione di polizia (nonché la sola donna) continua a servire caffè per tutto il film. Quando in città si presenta Seo, ambizioso detective che ha chiesto di essere trasferito da Seoul proprio per dare una mano con le indagini, la musica cambia leggermente. Nel senso che al nuovo arrivato importa qualcosa del come, ma più come conseguenza della sua fede nella logica e nel valore delle prove fisiche che non per il bisogno etico di scagionare un innocente. Seo vuole la soddisfazione e il prestigio di trovare la soluzione corretta a un rompicapo in apparenza impossibile, non vuole semplicemente liberarsi con il minimo sforzo della scocciatura di un’indagine aperta. Nel frattempo le vittime, sempre ragazze giovani e attraenti uccise con lo stesso modus operandi e durante serate di forte pioggia, continuano ad aumentare – peggio: i dettagli si fanno via via più cruenti e il cinema dovrebbe smettere di rovinare le pesche alla gente – mentre i sospetti individuati dai superpoteri di Park continuano a essere scagionati dalla logica di Seo. Le prospettive dei due, distanti anni luce seppur accomunate da una buona dose di autoreferenzialità, collidono in un duello a colpi di banana e vomito. Uno scontro che segna l’evoluzione dei personaggi: Park mette da parte la tracotanza e in un rigurgito di maturità arriva ad ammettere di aver sbagliato tutto, mettendosi finalmente a disposizione di un’indagine condotta come si deve per scovare e catturare il vero colpevole; Seo fa il percorso inverso, si fa bruciare dall’ossessione di risolvere il caso a tutti i costi e perde di vista il come corretto. Park evolve, ma senza possibilità di redimere la sua pervicace incompetenza passata. Seo involve, senza nemmeno essere ricompensato con la risoluzione che cercava.

“Godetevela finché potete, coglioni”

Boh. Starei qua le ore a parlare di Memories of Murder. A chiedermi come sia possibile che questo film qui non sia invecchiato nemmeno di un secondo negli ultimi 17 anni, e a rispondermi che semplicemente (si fa per dire) Bong è uno di quelli che sa (e vuole) raccontare per immagini prima ancora che a parole, che (al contrario dei suoi personaggi) non prende mai la scelta più facile e comoda per arrivare al risultato, ma sempre quella più semplice (attenzione alle sfumature) e creativa. Poi se ne potrebbero spendere altrettante di ore anche a fare i dovuti paragoni con Zodiac, uscito quattro anni dopo il film di Bong. Che a me quando mi chiedi se voglio più bene alla mamma o al papà rispondo David Fincher, ma Zodiac (pur nella sua grandezza relativa) impallidisce un po’ se confrontato con Memories of Murder. Ha la medesima capacità di raccontare una società tramite le perversioni, le ossessioni e le storture che lei stessa ha contribuito a formare. Solo che Bong, poi, sa infondere di umanità e di calore il tratteggio dei suoi personaggi, li mette alla stessa altezza dello spettatore e ci obbliga se non all’empatia, quantomeno al confronto con quanto di loro si riflette in noi; mentre a Fincher questo mestiere non interessa più di tanto e i suoi protagonisti, pur ispirati a persone reali, vengono definiti quasi esclusivamente dal loro scopo narrativo. Ma invece che continuare a parlarne, vado a rivedermelo per la centordicesima volta con la certezza di scoprire, di nuovo, qualcosa che non avevo notato prima. Serve davvero altro per sapere che hai davanti un film grossissimo, di quelli che non capitano tanto spesso?

Ci sono anche i chiodi arrugginiti perdio, cosa volete di più dalla vita?

DVD quote:
«Memorie di un film grosso come una casa»
Toshiro Gifuni, i400calci.com

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