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Il blando freddo: la rece di The Ritual

«Un’entità mala!»

E così eccoci di nuovo qui, a discutere di quella volta che Netflix provò a creare un piccolo culto in provetta.

A questo giro, dal taccuino dei suggerimenti del signor Oreste Chesterton Netflix, fondatore e massima mente creativa della piattaforma di streaming, che ogni tanto spedisce ai suoi exec una lista di idee da sviluppare per massimizzare i profitti e approfittare delle masse, è uscita la frase “l’horror nei boschi”. A Oreste Netflix piace stare sul vago, ma gli piace anche suggerire sottilmente interpretazioni possibili (e di fatto auspicabili) delle sue intuizioni ai suoi scagnozzi, così da indirizzare quasi subliminalmente la loro creatività. Nel caso di The Ritual, il suggerimento, sussurrato a mezza voce durante una riunione consuntiva, è stato “come sarebbe stato The Blair Witch Project se l’ultima inquadratura fosse stata in realtà il preludio a un terzo atto tutto azione e disvelamento del mostro?”.

Sapete chi altri si è fatto questa domanda? Nessuno, ecco chi, perché è una domanda del cazzo. Onore e merito a questo punto, immagino, a David Bruckner e alla sua banda di spostati per essere comunque riusciti a trovare una risposta sopportabile e aver trasformato il film sulla carta più odioso dell’anno, un tentativo di saltare sul carro del successo di The Witch ibridandolo con il monster movie classico per semplificarsi la vita, in un’ora e mezza di cinema dignitoso e più che guardabile, per quanto innocuo come una cover band di Ligabue. Sigla!

La verità è che The Ritual è tratto da un libro che non ho letto, quindi la storiella di Oreste Netflix (devo confessarvelo: non esiste, me lo sono inventato) è falsa, anche se il tentativo di appoggiarsi a Blair Witch è vero. È una storiella plausibile, però! The Ritual è un film estremamente compiaciuto di esistere in questa forma e palesemente troppo soddisfatto della sua bellezza: ambientato tra i monti e i boschi della Svezia, si crogiola nei suoi paesaggi non appena la narrazione gliene concede il tempo. Il che avviene spessissimo, visto che nella più classica tradizione degli “horror che non succede un cazzo finché non succede” The Ritual è una miccia che brucia lenta, compassata, persino modesta e sottotono nel non esagerare con finti jump scare o spaventerelli gratuiti come aperitivo di adrenalina in attesa di quando si stappa lo champagne.

È anche un horror di persone, di esseri umani mediamente insopportabili: sono quattro amici che iniziano al bar, si spostano in mezzo a una tragedia e finiscono, per esorcizzarla, a fare escursionismo nel Sarek National Park, un posto assolutamente allucinante nella Lapponia svedese, tutto monti boschi e ruscelli d’acqua cristallina. I quattro si amodiano: sono cresciuti insieme e diventando adulti sono cambiati, e tutte le volte che si riuniscono per celebrare i vecchi tempi si ritrovano in realtà a confrontarsi con quanto siano diversi da allora e quanto le loro strade si siano divise e quanta fatica facciano a connettere di nuovo come una volta. Tutto materiale che va a braccetto con l’ambientazione (i boschi, poi altri boschi e infine un bosco) e con l’approccio mumblecore/camera-a-mano/realismo estremo di Bruckner, che pur essendo scampato alla consegna “fanne un found footage” non rinuncia, almeno nei momenti più tesi, a sfiorare il genere con trucchi, lucette stronze e inquadrature ballerine.

Il mio prefe è quello a sinistra, Finto Jack Di Lost.

Problema: al di là di qualche dialogo azzeccato e di un paio di scene di vera tensione amicale, questi quattro stronzi non fanno granché per farsi amare o farci provare empatia. Non sto parlando di quell’approccio all’horror che prevede che i personaggi siano scritti apposta per essere antipatici così da regalarci una gioia quando muoiono male: sto dicendo che i loro drammi e i loro problemi sono parecchio banali e mondani, ancora una volta non in quel modo realistico e tangibile che permette l’empatia e l’immedesimazione anche con la normalità più trita. Si fanno semplicemente delle menate del cazzo di cui non frega nulla a nessuno. Non succede mai nulla, nel corso della loro gitarella nei boschi, che cambi o faccia evolvere le personalità e i rapporti di forza dei quattro: ci vengono presentati e così rimangono, immutabili, fino al momento in cui incontrano il bestio dei boschi e si fanno da parte, per lasciare spazio all’orrore.

È un’altra delle magagne di The Ritual: è tutto così preciso, così segmentato, così chirurgico e a orologeria. È un cocktail di elementi (le frizioni tra i personaggi, le panoramiche della natura immensa e solitaria, il bestio dei boschi) che non si amalgama mai, ma nel quale ogni singolo ingrediente è così educato e rispettoso da sapere quando deve farsi da parte per far intervenire il collega. Ehi, hanno smesso di litigare: ora succederà qualcosa di brutto! Ehi, hanno smesso di scappare dal bestio dei boschi: ora arriveranno nella sua casa! Ehi, il bestio sembra essersi temporaneamente disinteressato di noi: approfittiamone per ricucire il nostro rapporto in questo istante di calma apparente!

Il bestio dei boschi (dettaglio).

Per fortuna Bruckner (aveva fatto tra gli altri Southbound, e in quell’occasione Jean-Claude di lui disse che “è un regista convincente, completo, in grado di iniziare qualcosa e finirlo, e abbiamo imparato a nostre spese che mica tutti sono capaci”) è un regista convincente, completo, in grado di iniziare qualcosa e finirlo: quando arriva il momento in cui si è evidentemente rotto il cazzo anche lui di condurre questi quattro manichini in giro per poetici boschi illuminati dal gelido sole svedese, il David grida un grosso VAFFANCULO e fa calare la notte, fa squartare delle persone, fa scappare i suoi personaggi in preda al terrore, comincia a suggerire il mostro con squarci passeggeri della sua imponenza, agita le fronde degli alberi, infila un paio di occhi luminosi nell’angolo dimenticato di un’inquadratura. E lentamente ma neanche troppo manda a cagare umanità e approfondimenti psicologici e tira fuori un terzo atto da film horror con il mostro drittissimo e soddisfacente, solo curiosamente depotenziato da una certa deriva finto-lynchana più volte suggerita ma mai pienamente integrata nel tessuto del film.

Ci sono incubi e realtà differenti che si fondono, visioni bizzarre e idolatri ultracentenari e avvizzitissimi, una certa qual gioia nello sguazzare nella mitologia locale senza dare l’impressione di capirne granché ma godendosi un sacco il fatto che è popolata di giganti cornuti e vecchie svedesi inquietanti. Fa paura? No, per il succitato disinteresse nelle sorti dei quattro e perché Bruckner si diverte un po’ troppo con la materia per preoccuparsi di renderla veramente spaventosa; più che altro shockante e di grandissimo impatto visivo. È in particolare il design della creatura, che qui si sceglie sul finale di mostrare senza vergogna e in tutto il suo splendore, a portarsi senza fatica sulle spalle tutto il film fin oltre la soglia della sufficienza; e immagino che non piacerà a tutti, qualcuno la troverà persino sciocca, qualcun altro avrebbe preferito che si rimanesse a livello di suggestione e che il ruolo di “cattivo” fosse lasciato tutto nelle mani dei suoi adoratori silvani. È quella parte un po’ imbarazzante di qualsiasi recensione, in cui sono costretto a scrivere banalità sul gusto personale e sull’ineludibile soggettività di certi aspetti dell’esperienza cinematografica. Mi piacerebbe stroncare il discorso con una bella foto di mostri, ma fare gli screenshot con Netflix, in particolare da Playstation, è una faticaccia, quindi eccovi un’altra foto dei quattro scemi:

La conclusione del pezzo è che The Ritual è un film ideologicamente irritante e assemblato a tavolino, senza troppa grazia ma con abbastanza misura da essere digeribile più o meno a chiunque, che viene salvato dal talento del suo regista che non voglio dire abbia cavato del sangue da una rapa, preferisco dire che sarebbe bello che gli dessero in mano un progetto con almeno un’oncia di personalità perché il ragazzo ci darà delle soddisfazioni.

«Il film più terrificante degli ultimi novanta minuti»
(Stanlio Kubrick, i400calci.com)

IMDb | Trailer

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