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L’indecisione presenta Resident Evil: The Final Chapter (forse, lo sai tu?)

“Citazione colta sul significato della ripetizione nell’involucro cinematografico; l’esasperazione dei concetti come forma artistica rappresentante il contemporaneo; Andy Warhol; consumo di massa; ma cos’è, alla fine, il cinema?”
Qualcuno d’importantissimo

L’idea, presumo, di Paul W.S. Anderson dietro l’ultimo, presumo, capitolo di una saga su Milla Jovovich contro tutti credo fosse quella di dimostrare come sovrapporre la stessa cosa sopra la stessa cosa, strato dopo strato, fino a raggiungere il suo punto di rottura. Una specie di esperimento sul consumo di un certo tipo di intrattenimento che non ha altra via d’uscita se non dentro se stesso. Un po’ come i numerosi cloni di Alice visti in passato, la saga di Resident Evil finisce sempre nello stesso posto, bene o male che vada. Si costringe a riguardarsi per andare avanti, chiusa in un labirinto di specchi e figa che prende a calci mostri.
Scelta la via conclusiva, Paul W.S. Anderson ha deciso di esagerare una volta per tutte, tirare in ballo quelli che dovrebbe essere gli elementi di chiusura di una storia che sembra strano sia, prima di tutto, iniziata. È quel momento nella vita di un uomo in cui o lo fai o lo fai, non c’è domani, più tardi, la sigaretta. Lo fai, e allora lui l’ha fatto.

TAAAC

Per una buona manciata di minuti, diciamo 45, forse 60, The Final Chapter è quella roba là con aggiunta di mostri volanti, blindati che sfrecciano e orde di zombi che li seguono. Va avanti come un treno, scena d’azione dopo scena d’azione, ha fretta di raggiungere il suo destino. In una sequenza che m’è sembrata tra le più riuscite di tutta la saga, un assedio a una torre di Raccoon City si trasforma in una battaglia medievale a colpi di catapulta e palle di fuoco. I vecchi e i nuovi arrivi fanno il loro, con Ruby Rose che conquista il mio cuore col suo fare da meccanico costretto a lavorare la domenica mattina, ma è Milla a essere sempre la solita incredibile figa pazzesca col carisma di quattordici Tom Hardy. Se questa è una gran saga lo dobbiamo per buona parte al suo 3/4, occhiata di sbieco, mascella incazzata, “vaffanculo pezzo di merda”.
Paul W.S. Anderson nel frattempo ci mette dentro un po’ tutto il suo cinema e pure quello che gli piace, gioca coi richiami visivi a Fury Road e infila una serie di trappole dentro l’Umbrella che sembrano uscite da Cube (come qualcuno ha già citato). Da un alto sembra voglia ancora dimostrare di essere uno dei registi action più dinamici e senza problemi in circolazione, dall’altro si lascia un po’ andare in montaggi frenitici facili facili, comodi comodi, che forse nascondono tutta una serie di “buona la prima, non ne ho più voglia”, o forse no, che ne so io.

Resident Evil: Treqquarti

Quando poi, alla fine, ci sono da risolvere cose, tocchi di trama lasciati lì sin dal primo capitolo, la faccenda diventa un po’ ridicola e con una serie di maccosa mica da ridere il punto di rottura viene raggiunto. Non voglio fare spoiler, ma eliminati gli specchi e scoperte le carte, il risultato sono altri riflessi, questa volta letterali, in una forzatura sensata ma che ci prova tantissimo e che bisogna farsi andare bene. C’è un motivo se ci hanno messo sei film per arrivarci: non volevano farlo.
Quando tutto finisce davvero, dopo aver promesso di finire davvero, beh, non finisce davvero. È specie di sconfitta dichiarata contro il circolo vizioso che va avanti da quindici anni, la prova che da se stessi non si può sfuggire, mai, che tu sia Alice, Paul W.S. Anderson o un film tratto da un videogioco. Davanti al grande specchio della vita, quel che resta sono Milla Jovovich, la sua moto e un cazzo di mostro alato gigante.
Se ne esce un altro son contento.

DVD-quote:

“Grazie raga”
Jean-Claude Van Gogh, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

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