YOU HAD ONE JOB: V/H/S: Viral

VHSVIRAL_POSTER_WEB-1Riassunto delle puntate precedenti: V/H/S bello, errori un po’ banalotti, esperimento riuscito ma da rivedere; V/H/S/2 horror dell’anno, difetti risolti, errori evitati, gente che fa scelte giuste, concrete, e l’Indonesia vince.
Penso che l’intenzione alla base di V/H/S fosse ridare una certa dignità al found-footage, sfruttando idee di registi abbastanza navigati da poterle gestire in maniera innovativa (Jason Eisener), registi che il genere lo hanno rivoluzionato (Eduardo Sánchez) e nuovi arrivati con qualcosa da dire (Radio Silence). Il ricambio di stili, idee e approcci fu notevole, con fallimenti un po’ inaspettati (Ti West) e capolavori facilmente annunciabili (Evans/Tjahjanto), e il genere ne uscì effettivamente con una nuova faccia, dimostrando che in mano a gente giusta poteva ancora regalare soddisfazioni e trasformando V/H/S in un appuntamento da aspettare con la giusta carica.
Tenendo questo in considerazione, V/H/S: Viral parte male: Nacho Vigalondo è il Nome della situazione, un regista che s’è fatto una reputazione 7 anni fa con un bel film (Los cronocrímenes) ma che poi è stato solo in grado di tirare fuori qualche idea senza mai riuscire a farne davvero qualcosa di concreto. Il più recente Open Windows ne è un discreto esempio, una roba che per 15 minuti è ok, poi spacca il cazzo per sempre. È un personaggione, sempre a fare cose matte qua e là, sempre a fare il matto con le idee matte, ma come tutti quelli che ostentano stravanganza finisce solo per annoiare. L’hype nei suoi confronti me lo dovete spiegare, perché ok il primo film, ok la fantascienza low-budget e i viaggi nel tempo, ma io vorrei vedere anche del cinema meritevole da uno che campa di rendita da 7 anni. Ora, se lui è il nome di punta, immaginiamoci gli altri. Gregg Bishop tende al navigato ma viene ricordato per Dance of the Dead, una commedia horror a tratti divertente e più che altro dimenticabile; Marcel Sarmiento fece parlare di sé col discretamente amatoriale e poco deciso Dead Girl, ma pochi sanno che arrivò in italia con un film di triangoli amorosi e cani chiamato Lui, lei e Babydog; Justin BensonAaron Moorhead, infine, sono quelli che hanno convinto tutti, tranne me, con il mindfuck sconclusionato di Resolution, una roba per gente a cui piace quella roba. Insomma, tutti nomi che andrebbero pure bene per un’operazione del genere, ma che messi a confronto con quelli citati prima affondano la speranza che questo capitolo possa essere bello anche solo la metà del precedente.
Entrare nello specifico dei singoli episodi, raccontandoveli a dovere, sarebbe solo una perdita di tempo. Tutti soffrono degli stessi problemi: troppo lunghi e ripetitivi, poche idee sfruttate male, troppo chiaccherare e nemmeno un briciolo di coerenza. Credendo forse di essere alla festa della minchia, ogni regista ci mette del suo per dimenticare il proprio ruolo e fare le cose completamente a caso. Vigalondo, che dovrebbe essere l’Evans della situa, tira fuori l’idea figa con il portale tra dimensioni ma la gestisce tipo compito di terza media, inserendo elementi sempre più esagerati solo per far esclamare alla gente AH I CAZZI, AH CHE RIDERE e tornare a casa tutto contento a pettinarsi la barba. A Sarmiento è dato l’infame compito di girare il corto di cornice, di cui ricordo solo un incidente in bici e il resto è fumo che ha fatto spazio a ricordi migliori tipo Federico Tixi che mette i dischi al sabato pomeriggio. C’è forse dell’azione decente qua e là per la durata totale di 25 secondi, se siete appassionati di cose che durano molto poco come l’hardcore ma che non hanno alcuna consistenza, come l’indie-folk. Bishop e i due BensonHead invece riescono nel fastidio più totale dimenticandosi di dover girare un found-footage e utilizzando tranquillamente diverse riprese esterne e non giustificabili dal mezzo. Insomma, dovevano fare una cosa. Vorrei ripeterlo: UNA COSA. Allego diapositiva. Bishop tira fuori il corto più elaborato col mago che trova il mantello magico per davvero (base ottima per un lungo, bisogna ammetterlo) ma non va da nessuna parte e parte dal concetto rincoglionito che questo mago registri tutto, anche gli omicidi. Forse tira fuori un paio di scene decenti ma che non contano fondamentalmente un cazzo. Benson e Minchihead invece trasformano una situa da Jackass su skateboard VS morti messicani col machete nella noia più totale rivelando la loro completa incapacità nel girare una scena d’azione una che abbia una qualsiasi dinamicità o voglia di sembrare tale. Importante precisare che il loro corto è praticamente un’unica e molto lunga scena d’azione. Se non altro, c’è molto sangue e i messicani morti sono fighi. Pure loro non contano fondamentalmente un cazzo.
V/H/S: Viral ha dalla sua che se non altro a non ripetersi ci prova, ma se non ripetersi significa fare ‘sta merda allora forse le idee sono ufficialmente finite e possiamo pure passare oltre.

Troppo matto Vigalondo che fa guardare la gente negli occhi.

Troppo matto Vigalondo che fa guardare la gente negli occhi.

DVD-quote:

“No”
Jean-Claude Van Gogh, i400calci.com

>>IMDb | Trailer

Tags: , , , , , ,

Il fermo-immagine del lunedì

10_the_fly_bluray

La mosca

Tags: , , ,

Fight Night: Kairo

Rubrica settimanale di colonne sonore da combattimento per caricarvi, emozionarvi o farvi ammettere che anche il J-Pop ha il suo perché.

Artista: Cocco
Titolo: Lay Down My Arms
Dal film: Kairo

Tags: , , ,

Te lo do io Infernal Affairs, a calci. Donnie Yen è: Special ID

Ha ragione Nanni, ce l’avessimo anche in occidente un talento delle arti marziali in salute, versatile e costante come Donnie Yen, una carriera trentennale nel settore delle pizze in faccia, 26 stili di combattimento a curriculum che vanno dal wing chun al wrestling, e ancora, alla rispettabilissima età di 51 anni, perfettamente in grado di reggere sulle proprie spalle un ruolo da protagonista in un film di menare (senza scadere, s’intende, nell’Expendabilismo).

Questo è un signore di 51 anni

Questo è un signore di 51 anni

Del resto gli asiatici sono così: immortali. Nascono, crescono, imparano le arti marziali nel tempo che a noi serve per imparare la Canzone di Mozart al flauto in prima media, raggiungono il picco della forma fisica a 18 anni e restano così, per il successivo mezzo secolo. Senza contare che non muoiono neppure, come dimsotra il fatto che Milano è piena di cinesi, signora mia, ma lei l’ha mai visto un funerale cinese o un cimitero cinese? (Ovviamente si scherza, lo sanno tutti che i cinesi morti vanno ad allungare il pollo alle mandorle nei ristoranti) (Papà, se stai leggendo, sto scherzando anche qui)

 Ma tornando a bomba, Special ID (o Te Shu Shen Fen, che invito caldamente a cercare nella versione originale — che m’è capitata tra le mani quella americana e volevo spararmi nelle orecchie solo per far sentire in colpa i cani senza dio che l’hanno doppiato così male) è il film di menare che segna il ritorno di Donnie Yen in abiti civili (anche se da totale debosciato) dopo il quinquennio, determinante per la sua carriera, che lo ha visto indossare solo costumi d’epoca del primo Novecento cinese: consacrato a star di primissimo piano, la go-to-person del cinema marziale contemporaneo grazie ai period drama in cui ha dato volto e movenze a personaggi iconici come il maestro Yip Man e l’eroe Chen Zhen, Yen è tornato nel XXI secolo a cavallo del proprio ego.

Non a caso, i due commenti che leggerete più spesso su Special ID sono che è il one-man-show di un mitomane fermamente intenzionato a non uscire dall’inquadratura nemmeno per andare al cesso e che la sua epopea produttiva è di gran lunga più interessante della storia che vorrebbe raccontare. Sulla prima confermo, è vero al 100% (ed è un problema relativo, finché Donnie mantiene la capacità di menare gente per 20 minuti consecutivi senza quasi prendere fiato); la seconda, nì: Special ID ha una storia produttiva sì travagliata, che è però anche la più vecchia e banale del mondo: un divo fuori controllo grida “io io io” finché non prende tutti per sfinimento.

Haters alla mia sinistra

“Haters alla mia sinistra”

Haters alla mia destra

“Haters alla mia destra”

Donnie è un poliziotto di Hong Kong sotto copertura — il che è di per sé un tropo talmente vecchio e consolidato nella cinematografia cinese, che non ha alcun bisogno di essere spiegato. Gli mettono una catena al collo e un sacco di tatuaggi da cattivo ragazzo e taaaaac l’eroe della resistenza cinese contro l’invasore giappa, lo sponsor ufficiale del Wing Chun nel continente, diventa una testa calda col cuore d’oro, tutto MMA, prese di wrestling e frasi ad effetto tipo “io sono qui a rischiare la vita mentre voi damerini scrivete i vostri rapporti e vi prendete tutto il merito!”.

Sacrificio, morte e redenzione, tormenti interiori e crisi di identità li lasciamo ad Hard Boiled e Infernal Affairs (trilogia che forse ho idealizzato perché è la testimonianza di un tempo in cui avevo la stamina per vedere tre film cinesi di seguito in una sola tranche, ma oh, io me lo ricordo bello), piuttosto, aggiungiamoci un po’ di commedia romantica, che mi ha detto un amico produttore che nei film di menare ci sta da dio! Nella Missione Importantissima Per Sgominare La Mafia Cinese o qualcosa del genere, il grezzo Donnie verrà affiancato da una poliziotta dal carattere severo e rigoroso, costantemente impegnata a tenere la camicia dentro i pantaloni e seguire alla lettera tutto quello che dice il regolamento: se è vero che gli opposti si attraggono, tra i due saranno scintille! *wink wink*

I Sandra e Raimondo della polizia cinese

I Sandra e Raimondo della polizia cinese

La cosa fantastica è che quella romantica non è nemmeno la sottotrama più importante, né la più scema: più della metà delle scene in cui Donnie non combatte, sono spese ad approfondire il rapporto, giuro su Dio, con sua madre, dedicando interi blocchi di film a spiegare quanto i due si vogliano bene e che razza di mammone sia Donnie — cosa che, al di là del fatto che uno lo trovi poco salubre o morboso (considerando il ruolo che Donnie si è ritagliato di prepotenza nella stesura della sceneggiatura), c’azzecca in un poliziesco di menare come un inseguimento in moto in un episodio Una mamma per amica.

Menzione dettata unicamente da pietà e desiderio di completezza va al cattivo, un altro personaggio tragicamente penalizzato dalle manie di assolutismo di Yen. Praticamente inesistente per tutta la prima metà del film, è tratteggiato, al di là del poco screentime, in maniera così approssimativa che si fatica un botto a capire perché la polizia cinese lo consideri una minaccia da debellare: le due cose più criminali che fa in tutta la pellicola sono, nell’ordine, vestirsi come un cretino e picchiare una signora di mezza età. Non sorprende che Vincent Zhao, scritturato originariamente per la parte, se ne sia andato a metà riprese dicendo qualcosa che credo suonasse come “io non sto qua a farmi prendere per il culo”; al suo posto viene pescato dal cilindro (e questo spiega in parte la frettolosità con cui il personaggio è stato (ri)scritto) il meno esigente e meno conosciuto Andy On, hongkongese del Rhode Island (per qualche motivo in Asia fa molto più curriculum saper spiccicare qualche frase di inglese che saper eseguire un triplo calcio rotante, e il bilinguismo di On viene sfoggiato a più riprese come se fosse una cosa di cui ci può fregare qualcosa) che dimostra comunque più che dignitose capacità nel menare le mani.

"Donnie, hai rotto le palle!"

“Donnie, hai rotto le palle!”

Me lo sono tenuto per ultimo perché volevo andarmene dicendo almeno una cosa carina su Special ID, ma non vi soprenderà scorprire che il reparto pizze è quello più solido e che regala più soddisfazioni di tutto il film. Lontano dall’esibizione quasi fine a sé stessa di pellicole come Ip Man, qui Yen (come del resto aveva già fatto 6 anni fa in Flashpoint) “sporca” il proprio stile di combattimento con mille contaminazioni, anche occidentali, che rendono tanto più varie le coreografie quanto più “realistici” (con tutte le virgolette del caso) gli scontri. Dovessi scegliere una sola sequenza da conservare, nella prima metà del film, una scazzottata che vede Yen affrontare il consueto esercito di sgherri nelle cucine di un ristorante regala in egual misura risate e momenti di gran fomento.

Donnie Yen è un po' il fratello maggiore che ti fa le prese di wrestling che vedete alla tv e ti scorreggia in faccia finché non ti arrendi

Donnie Yen è un po’ il fratello maggiore che ti fa le prese di wrestling che vedete alla tv e ti scorreggia in faccia finché non ti arrendi

Unico neo delle scene d’azione, un product placement che non conosce la vergogna, che ha il suo apice in un inseguimento in auto in cui marche e modelli potevano essere più in primo piano di così solo se li illuminavano con dei led rossi. Artefice della messinscena, nell’incestuoso panorama cinematografico cinese, è quello stesso Clarence Fok Yiu-leung che negli anni 90 firmava un film come Naked Weapon e si fregiava del titolo di regista “controverso”: terza o quarta scelta alla regia dopo che Yen aveva fatto scappare più o meno tutti, qui gira infamia né gloria, totalmente asservito alle esigenze dello sponsore alle coreografie di Yen: il trionfo di questo tentativo disperato di conciliare i due mondi, è l’intero combattimento finale, consumato attorno a una Volvo sospesa sul ciglio di un ponte pericolante.

Non fate caso ai due che mi menano di fianco alla Volvo

Non fate caso ai due che mi menano, comprate una Volvo

Non vi racconterò che Special ID è un capolavoro incompreso, non lo metterei neanche nella top 5 di un’eventuale maratona Donnie Yen che qualche circuito d’essai mi chiamerà a organizzare da un momento all’altro, ma è talmente cristallino nella sua totale assenza di pretese che è impossibile non volergli bene. Non è il film che vi cambierà la vita, ma nemmeno quello da tenere in sottofondo mentre si fa altro: è la scelta vincente di un venerdì sera in cui in frigo c’è solo un barattolo di noodles istantanei.

DVD-quote:

“Donnie Yen è tornato, a cavallo del proprio ego”
Quantum tarantino, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

#400tv Revenge Edition presenta: Demolition Man

Carissimi fancalcisti e fancalciste!
Com’è andata la Demolition Man Live Deluxe Experience, mi chiedete?
Beh ma alla grandissima, ovvio, perché?
Avete intasato la sala, nonostante le previsioni metereologiche fossero a dir poco scoraggianti. Ma intasata sul serio, con gente in piedi e altra persino fuori dalla porta.
Eravate carichi – mica come me, che ero sveglio dalle 3 del mattino – e avete fatto esattamente il rumoroso tifo da stadio che si addice a queste occasioni.
Insomma, posso dirlo? C’era tanta gio-gioia nell’aria.

Foto di @SanteriaMilano, wallpaper psichedelico di Luotto Preminger

Foto di @SanteriaMilano, wallpaper psichedelico di Luotto Preminger

Poi che dire: nonostante Stallone e Wesley Snipes che menavano, sfasciavano tutto e dicevano parolacce come si poteva fare solo nel 1993, all’ennesima inquadratura su Sandra Bullock madre natura non ha retto e ha scatenato la sua ira sull’incolpevole Santeria sotto forma di esondazione del Lambro, e il futuro distopico insolitamente pacifico del film si è trasformato in una più classica e reale apocalisse catastrofica che ci ha costretti a interrompere la visione prima della fine nel più malaugurato (ma anche più calcistico) dei modi.
Non è giusto.
Non è stato un cazzo giusto.
E allora rimediamo a modo nostro.
Per il film, è semplice: #400tv per tutti.

400tv-demolition-man

COSA:

I400Calci commentano in diretta su Twitter un classico dall’importanza sottovalutata.

QUANDO:

Martedì 25 novembre 2014, ore 22:30

LE REGOLE:

1) tenetevi il prossimo martedì notte libero;
2) tenete d’occhio i seguenti account: @i400calci, @nannicobretti, @darthvontrier, @jcvgogh, @bongiornomiike, @cicciolinawert, @stanliokubrick, @luottopreminger, @wim_diesel, @georgerohmer, @blugosi1;
3) seguite l’hashtag “#400tv”;
4) fate l’importantissimo Demolition Test per scoprire il vostro talento innato;

Per una maggior soddisfazione: comprate/noleggiate il film, sincronizzate gli orologi e guardatevelo in nostra compagnia.

Il trailer:

Per le birre, le chiacchere e le strette di mano, che erano la cosa a cui onestamente tenevo di più, è un po’ meno semplice ma ci rifaremo.
Non è una promessa: è un dovere.

Di nuovo un grazie infinito a Santeria per l’ospitalità e per aver fatto di tutto per evitare l’inevitabile (fortunatamente senza danni), e un inchino a tutti quelli che sapevano cosa rischiavano e sono venuti lo stesso.
A martedì!

Tags: , , , , , , , , ,

Speciale 1984: Delitto al Blue Gay

Che anno è stato il 1984, signora mia? La risposta la sapete già: ammirevole, per tutta una serie di ragioni che non sto qui a rispiegare altrimenti famo notte, per cui do per scontato che negli ultimi mesi siate stati tutti attenti. Ma il 1984 è stato importantissimo anche per un’altra ragione, di cui finora non si è parlato. Una ragione storicamente fondamentale ma in retrospettiva anche molto triste: è l’anno che segna la fine del poliziesco in Italia. “E me lo dici così, caro George Rohmer, che dopo mi piglia tutto un magone che non riesco a scrollarmi di dosso neanche ascoltando un disco dei Goblin all’incontrario ed evocando lo spirito di Demetrio Stratos sacrificandogli un capretto?”. E come te lo devo dire, caro lettore? Certe cose bisogna dirle papali papali, ché la realtà va affrontata di petto, per brutta che sia.

Sopra: lo spirito di Demetrio Stratos.

Sopra: lo spirito di Demetrio Stratos.

È il 15 agosto 1984 quando esordisce nelle sale italiane Delitto al Blue Gay, l’ultimo film del secondo ciclo di avventure del maresciallo Nico Giraldi, alias “Er Pirata”, alias la versione sbirro del Monnezza (Nico NON è ufficialmente il Monnezza, checché* ne dicano i Vanzina, ma insomma, siamo lì) e Bombolo. Si tratta del sesto episodio della serie “Delitti”, se contiamo anche Assassinio sul Tevere, e dell’undicesimo in generale, se contiamo a partire da Squadra antiscippo del 1976. In mezzo ci sono otto anni cruciali per il genere del poliziesco all’italiana, passato nel frattempo da degno erede del western in quanto genere action popolare per eccellenza a parodia di se stesso. Otto anni intensi, vissuti pericolosamente a bordo di moto, alfette e ambulanze lanciate ai duecento all’ora nel mezzo di centri abitati o superstrade (true story), in barba alle forze dell’ordine e spesso alla coerenza narrativa, ma animati da una forza creativa che cancellava ogni difetto in nome dell’adrenalina e del sano divertimento. Otto anni per affossare per sempre non solo un genere, ma un’industria. Come cazzo hanno fatto? È presto detto: il modello produttivo italiano è sempre stato follemente bulimico, appena si vedeva che una formula funzionava la si riproduceva alla nausea fino a saturare il mercato. È lo stesso meccanismo che ha segnato il tramonto del western italiano e ne riparleremo. Ma prima concentriamoci un attimo sul film in questione.

"Finarmente"

“Finarmente.”

Delitto al Blue Gay non è un bel film. Non è nemmeno, a conti fatti, poi così calcistico. Quando ho proposto al Capo di trattarne nello Speciale 1984 avevo già in mente di sfruttarlo per parlare del tramonto del poliziottesco, ma speravo anche di riuscire a cavare qualcosa dal film stesso. Invece si è rivelata un’impresa impossibile: di azione, in Delitto al Blue Gay, non ce n’è manco per scherzo. Sì, ok, ci sono giusto un paio di scene clou di inseguimenti o scazzottate, ma proprio all’acqua di rose. Come ha scritto qualcuno, il Mereghetti mi pare ma non ho voglia di controllare perché già mi vergogno abbastanza per aver citato il Mereghetti, la transizione da poliziesco a cinema-barzelletta era compiuta. È vero: basta guardare Delitto a porta romana, di qualche anno prima, per vedere come, benché anche lì si trattasse di un gialletto più che di un poliziesco, c’era molta più voglia di spaccare tutto anche all’interno di una struttura che non sfigurerebbe in una fiction di Rai Uno. C’era più ritmo, più convinzione e, inutile negarlo, le battute facevano più ridere. Quando Nico si intrufola nel party dell’alta società milanese e finisce per intonare La società de’ li magnaccioni davanti alle signore eleganti un po’ schifate e un po’ arrapate, c’è dentro tutta l’anima di un cinema fatto dal popolo e per il popolo, c’è l’essenza stessa di Nico/Tomas Milian e l’indole working class che ha ereditato da Serpico.

"E l'anima de li mortacci tua 'nda metti?"

“E l’anima de li mortacci tua ‘nd’a metti?”

Qui, invece, al massimo ci sono un paio di battute in rima pronunciate da un Milian visibilmente stanco e sfibrato (infatti l’anno dopo era già in America), e qualche doppio senso sui froci. Il primo istinto sarebbe di dire che sono battute “scorrette”, ma non sarebbe accurato. Certo, qualcuno potrebbe offendersi ma andiamo, c’è gente che oggi si offende anche se i protagonisti di un film di supereroi sono tutti bianchi. Gli omosessuali ritratti in Delitto al Blue Gay, che deriva il titolo dal nome di un locale dove avviene il delitto su cui Giraldi indaga, non sono tanto più stereotipati di quelli di Il vizietto e alla fine Nico si affeziona anche a uno di loro (e viste le recenti dichiarazioni sulla sua bisessualità contenute nell’autobiografia, ora capiamo che non era poi così strano).

“Ma allora perché, esimio George, hai voluto parlare di ‘sto film se è brutto, non fa ridere e non è neanche calcistico?”. Per le ragioni che esponevo poc’anzi: è lo spartiacque di un’epoca. Magari non intenzionalmente, nel senso che se la formula avesse continuato a funzionare probabilmente ne avrebbero fatti altri (e per poco Giraldi non tornò in una serie televisiva), ma ciò non toglie che lo sia. Non fraintendetemi: già da tempo la produzione di poliziotteschi era clinicamente morta. Poliziotto solitudine e rabbia, il più tardo e crepuscolare tra i polizieschi con Maurizio Merli, era del 1980 e sul finire degli anni ’70 le correnti collaterali, cioè i polizieschi comici con Milian e Bud Spencer e i lacrima movie con Mario Merola, si stavano già dividendo la carcassa. Ma il 1984 di Delitto al Blue Gay è senz’altro la data da segnare sulla lapide: dal 1985 in poi gli sporadici tentativi di riportare in vita il genere non avrebbero più incontrato i favori del pubblico come nella Golden Age. E dopo una breve Silver Age, durata appena un lustro, siamo passati direttamente alla Shit Age e al tracollo totale del sistema. Gli anni ’80 ci avrebbero regalato solo qualche brutto film sulla mafia e l’ultimo baluardo del genere made in Italy, ovvero gli horror di serie Z cagati fuori da gente come Lamberto Bava, Fulci e pochi altri, ormai spompati e drenati di ogni gioia di vivere.

I vecchi valori di un tempo.

I vecchi valori di un tempo.

Vorrei però saltare i discorsi nostalgici fini a se stessi che troppo spesso fa chi loda in maniera a volte anche irrazionale il bel cinema di una volta vs. il cinema italiano brutto e noioso di oggi. E dico due cose: primo, che forse è un bene che film come Delitto al Blue Gay abbiano affossato il sistema, perché in quei film già si percepiva il germe delle fiction che infestano oggi le serate delle reti generaliste e Baphomet solo può immaginare dove saremmo finiti se qualcuno non avesse saggiamente tirato la catena. Un incubo di famiglie felici-anche-se-casiniste, di bambini saggi oltre i loro anni, di adulti cazzoni ma alla fine simpatici, di gay stravaganti ma senza pretese di destabilizzare la famiglia tradizionale e di plot gialli che farebbero vergognare la cugina della signora Fletcher. In Delitto al Blue Gay c’è già tutto questo. Il maresciallo Rocca non sarebbe mai esistito senza il maresciallo Giraldi – dopo un’opportuna ripulita, si intende. Perché, se non altro, Nico non ha mai smesso di tradire la moglie, neanche nel castigatissimo Delitto al Blue Gay.

In secondo luogo, e qui forse mi attirerò le ire di chi ha portato avanti una rivalutazione alle volte scriteriata dei generi italiani, l’industria cinematografica italiana così com’era non sarebbe andata da nessuna parte. Smettiamola di prenderci per il culo. Se da un lato l’industria italiana era sana, nel senso che produceva generi diversi e in grande quantità, dall’altro non si prendeva quasi mai rischi e non osava come, ad esempio, si faceva e si è sempre fatto negli Stati Uniti. Al contrario, trovata una formula la si sfruttava fino a che il pubblico non ne poteva più e poi se ne cercava un’altra. In USA questa si chiamava exploitation e ricopriva solo una percentuale della produzione di genere, da noi invece le due cose coincidevano quasi totalmente. E per carità, finché la cosa ha funzionato, benissimo, ci siamo goduti trent’anni di peplum, western, horror, gialli e polizieschi e in mezzo a tanta merda ci sono rimaste anche tante perle. Ma appena l’ultimo filone redditizio si è esaurito, ciao: lo stormo di cavallette non ha trovato altro terreno fertile e allora siamo finiti a raccontare storie di preti detective e nonni sbarazzini. Se si fosse spesa più cura e attenzione nel creare un sistema più variegato, anziché tentare sempre e solo la strada più facile dell’emulazione, forse oggi non ci troveremmo in queste condizioni.

Non resta che accendere un cero a Demetrio Stratos.

Non resta che accendere un cero a Demetrio Stratos.

Chiudo citando una scena di Delitto al Blue Gay che è emblematica di tutto ciò: Nico deve introdursi a Cinecittà per indagare su un regista tedesco forse implicato nel delitto. Per farlo, si finge “generico del cinema” e indossa un’armatura da antico romano sopra la sua tuta blu d’ordinanza. È una scena davvero stupida, ma fa sorridere di un sorriso amaro: perché evoca la bellezza di un’epoca scomparsa, ma allo stesso tempo sembra dirci “Lo sappiamo che tutto questo sta per finire e lo vogliamo immortalare proprio per non dimenticare”. Viva il 1984, viva Nico Giraldi, viva Tomas Milian, viva la figa.

"E viva pure il culo. E che cazzo."

“E viva pure il culo. E che cazzo.”

DVD-quote:

“Per non dimenticare”
George Rohmer, i400Calci.com

IMDb | Trailer (tedesco)

*Hahaha, “checché” in un pezzo su Delitto al Blu Gay, capito?!?

P.S.: non vorrei avervi depresso con questo articolo, perciò per non fare la figura del party pooper vi lascio con una sigla finale che è tutta una delizia. Play that funky music, white boys.

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Project Almanac e il passare del tempo (trailer)

La storia è questa: un giorno random fra il 2012 e il 2013 Michael Bay si sveglia, si rende conto di avere meno impegni del previsto ed essere piuttosto annoiato, e in preda al panico da estemporanea mancanza di stimoli decide di prendere l’ultima sceneggiatura che gli hanno sintetizzato a voce la sera prima e produrci un found footage. E probabilmente, mentre il suo efficientissimo team procede immediatamente a girarlo rientrando nei tempi e budget previsti con precisione svizzera, se ne dimentica.
Arriva dicembre 2013 ed esce il trailer che ne pubblicizza l’uscita al febbraio seguente: Michael Bay si sveglia e, siccome non è scemo, si rende conto che nel frattempo il found footage ha sfasciato ampiamente il cazzo. Ma ormai il film è fatto.
Per tamponare, decide di cancellare l’uscita e rifare la strategia di marketing.
Per cui ecco qua un nuovo trailer, ri-titolato e ri-impacchettato per non calcare sul lato found footage, a pubblicizzarne la nuova release per il 30 gennaio 2015, proprio alla fine del mese storicamente riservato ai film pacco.
Project Almanac (precedentemente noto come Welcome to Yesterday) parla di alcuni regazzini che scoprono di riuscire a viaggiare nel tempo e vanno in giro a fare danni che poi devono rimediare: in quanto tale, qualcuno di voi volente o nolente sarà costretto a guardarselo per motivi religiosi.
Nel cast si notano solo due nomi: Dean Israelite, regista, perché è il cugino di Jonathan Liebesman, e Sofia Black-D’Elia perché fa rima.
A voi il trailer:

Come vi sembra?
Film a parte, il succo della questione è: amici, se Hollywood inizia a vergognarsi dei found footage, significa che siamo vicini alla fine.
Era ora.
Stasera si brinda.

Tags: , , , , ,

Per la serie “Cinema di provarci”: Tiktik – The Aswang Chronicles

Sinfonia filippina in grigio n.1

Sinfonia filippina in grigio n.1

Uno dei, ah, privilegi dello scrivere per i400calci.com è la, uhm, inaspettata possibilità di entrare a contatto con culture cinematografiche, eh, distanti dalla nostra, e con i loro, aaah, tentativi di creare una scena cinematografica locale ma con, uff, riferimenti culturali molto occidentali, per fare appiglio su giovani generazioni always on che disprezzano tutto ciò che è domestico perché attirati dai lustrini e dalle paillettes hollywoodiane.

Ora io non sono la massima autorità che c’è in Italia sulla scena horror filippina, diamine, probabilmente non sono neanche la massima autorità che ci sia in casa mia sulla scena horror filippina. Ma che questa serie esista e guardi molto decisamente all’occidente e spesso a Stephen King lo so. E d’altra parte per motivi non meglio identificabili mi ricordo quando si parlava di questo e della sua scelta di sviluppare un horror molto classico partendo però da una tradizione/superstizione filippina.

Non sapevo quasi nulla del simpatico Erik Matti e del suo Tiktik: The Aswang Chronicles, se non che lui era in mezzo ad ABCs of Death 2, e che il film è il primo della storia del cinema filippino a essere girato interamente in green screen. Gli è venuto malino, ve lo anticipo. Lo spacciano come commedia horror e, seppure qualche eco del Rodriguez di Dal tramonto all’alba risuoni qui e là, soprattutto nell’ineluttabile senso del “noi contro loro” dove i noi sono tremendamente inadeguati fino a che non si dimostrano perfettamente adeguati, Tiktik è innanzitutto un Underworld un po’ del cazzo, mostri sbavanti e filtro grigio/blu su tutto compreso. Mi ha fatto simpatia perché comincia come una incomprensibile commedia degli equivoci a sfondo familiare e finisce con un boss di Castlevania, ma d’altra parte non dimentichiamoci che secondo Wikipedia l’aswang, il mostro vampiro mannaro del film, compare nella cultura popolare «in the fourth issue of comedy/horror webcomic Fantastic Crap Comics».

Non la conoscevo, ma Fantastic Crap mi pare una definizione adeguata. Sigla!

Di fondo, Tiktik: The Aswang Chronicles, che di per sé è un titolo bizzarro perché il tiktik è l’aswang ed è come fare un film intitolato Licantropi: le Cronache dei Lupi Mannari, comunque l’opera di Matti (ih ih) è la storia di come un tizio dalla dubbia moralità, Makoy, riesca a riconquistare l’amore della sua amata Sonia, e incinta del suo primo figlio, massacrando un branco di vampiri filippini.

Sorprendentemente oppure no, gran parte delle sottigliezze del primo atto, per esempio come mai la famiglia di una brava ragazza debba accettare in casa l’ex fidanzato potenzialmente manesco dopo averlo cacciato a  male parole solo poche ore prima, o la bizzarrìa della figura paterna che sarà centrale nel film, i cui comportamenti e atteggiamenti e persino recitazione pura e semplice sono sfuggenti e indefinibili e lievemente irritanti ai lati, se riesco a spiegarmi, queste sottigliezze dicevo vanno perdute per motivi di disabitudine al cinema di quelle latitudini, o più semplicemente perché sono recitate e girate molto male e rallentano il film come melassa?

Sopra: l'assolo di pianto.

Sopra: l’assolo di pianto.

Tramite qualche complesso giro di cuginanze e parentele, la storia prende il la quando Makoy viene in possesso di un maiale, che si rivelerà poi essere il tizio che ha venduto il maiale a Makoy, e che successivamente si rivelerà essere un coso mutaforma mannaro che vuole infilare la sua proboscide nel tunnel dell’amore di Sonia per risucchiarne il feto. Lo dice anche Wikipedia quindi immagino sia davvero una credenza popolare locale, il che è interessante perché l’idea del vampiro che si nutre di feti e/o infanti è vecchia quanto la Lamia e a modo suo quanto la cultura azteca, e si è invece completamente persa, in nome di un romanticismo estetizzato che ha nobilitato la figura di quello che era un demone/spirito malvagio, trasformandola in un vecchio signore distinto con bizzarri appetiti.

Tutto questo mentre il film prosegue senza che ce ne freghi poi un cazzo: più che il ritmo nella sceneggiatura, che è un susseguirsi continuo di situazioni e vignette, è il ritmo nelle singole scene che manca. Gran parte delle sequenze d’azione, in particolare, assomigliano a diorami interattivi, con uno/due personaggi al centro della scena che compiono un gesto semplice, e il resto del cast sullo sfondo, immoto oppure impegnato in un’azione ripetitiva e infinitamente loop-abile.

Carlo Conti ist krieg.

Carlo Conti ist krieg.

Non va meglio dal reparto effetti speciali, onestamente, né le scene di massa sono gestite con la grazia necessaria: da uno solo che era (quello della proboscide, che fa una brutta fine prima di poter fare danni), la famiglia di vampiri si moltiplica per vendicare il caduto, in un assedio/escalation che culmina in un tre contro tutti che, per scelta delle inquadrature, dinamicità delle coreografie e brillantezza nel montaggio, raggiunge a malapena i livelli della Grande Battaglia di House of the Dead. Non mi soffermo sull’abuso di split screen e lens flare e slo-mo tutti quegli altri trucchetti con nomi americani che fanno tanto «abbiamo visto i film giusti, quelli che piacciono anche a voi».

Poi certo, l’operazione in sé fa simpatia, e non c’è un’oncia né di quell’autoindulgenza né di quelle inutili strizzate d’occhio né di certo citazionismo acchiappagif che fa la sfortuna di tanti registi americani almeno quanto l’aquila calva. Se Tiktik fosse il simbolo di quel che sta provando a diventare il cinema horror filippino, e non sono per nulla sicuro che lo sia, ma ragioniamo partendo da questo assunto, se fosse vero direi che l’unica cosa che gli manca in questo momento è un regista bravo.

Che solo con i Matti non fai la storia.

 

DVD-quote suggerita:

«Solo con i Matti non fai la storia»
(Stanlio Kubrick)

«Scusate»
(Stanlio Kubrick)

>> IMDb | Trailer

 

Tags: , , , , , , , , , , , , , ,

Trailerblast: Red Riding Trilogy

>> IMDb

Tags: , , ,

Mi sono fatto da solo, sull’elicottero volo: Lo sciacallo

nightcrawler-posterChiunque abbia letto Topolino, a un certo punto della propria esistenza, si ricorderà della figura scheletrica e sciupata di Paperoga, gli occhi a palla e le occhiaie a parabola, il fare ingenuo e casinista, una vita di sconfitte. Quello che più mi ricordo io, dopo il cappello rosso e l’idea che l’eroina gli scorresse nelle vene, è il suo regolare presentarsi con un nuovo corso per corrispondenza nel taschino. Un giorno vendeva aspirapolveri, l’altro era un astronauta. Immagino che nelle storie più recenti sia passato ai corsi on-line e ai libri o podcast di self-help, trovandosi sempre più vicino a storie reali di gente reale che realmente legge un libro fatto di retorica e filosofia spiccia e si crede pronto ad affrontare l’annoso problema del vivere. Paperoga, di suo, ci metteva sempre una certa visione bella e facile della vita, mettendo costantemente in mezzo ai casini Paperino perché troppo ingenuo e infantile per capire davvero le conseguenze delle sue azioni. In Nightcrawler, qui tradotto (con del senso) Lo sciacallo, il protagonista Lou Bloom è fondamentalmente la versione arrivista di Paperoga: ugualmente sciupato e con gli occhi fuori dal cranio, si presenta come un opportunista che ha imparato i concetti dell’imprenditoria indipendente attraverso dei corsi on-line e che ha fatto del monologo a effetto di autoconvincimento il suo biglietto da visita. Se vuoi vincere alla lotteria devi guadagnare i soldi per il biglietto dice in una delle sue prime battute, ma quello che non dice è fino a che punto sia disposto ad arrivare pur di farlo: essendo cinico e arrivista, a differenza dell’ingenuo e infantile Paperoga, il sadismo e il menefreghismo sociale sono parte integrante e volontaria del suo approccio al lavoro e al successo. Non importa come, l’importa è arrivare. Immaginatevi quindi una figura dalla facciata disponibile e innocua, il sorriso da statua di cera e l’apparente ingenuità da cartone animato scoprire di essere bravo a filmare incidenti, assalti, sangue e morte. Su questo si basa la storia di Dan Gilroy, sceneggiatore navigato che qui stupisce, e un po’ esalta, con la sua prima prova da regista, un thriller tutto in discesa reso memorabile da un Jake Gyllenhaal sempre più nelle nostre corde.

Nightcrawler Movie

“Non è tanto mettersi il cappello la mattina, ma tornare a casa e averlo ancora in testa”

Sarò sincero: in generale trovo la presenza di Jake Gyllenhaal un motivo valido per vedere qualsiasi film. Sono andato al cinema a vedere Prince of Persia, perché c’era Jake Gyllenhaal; ho guardato Love & Other Drugs, perché c’era Jake Gyllenhaal; so scriverlo senza usare google, Jake Gyllenhaal. I motivi, tanti: è molto bravo, è molto figo, è molto simpatico, sua sorella pure ha diverse qualità, e poi c’è Zodiac. Quella bomba di Zodiac. Quel capolavoro di Zodiac. E Jake Gyllenhaal lì, nelle mani di Fincher, che dopo essere passato da Donnie Darko a Brokeback Muntain ed essersi fatto una discreta carriera, butta lì l’idea che forse non sia solo una star, ma anche un discreto attore della madonna. Da lì in poi s’è atteso che trovasse la strada giusta, puntualmente arrivata con End of Watch e le due collaborazioni con Denis Villeneuve. Per Nightcrawler l’uomo ha perso diversi chili, s’è scavato la faccia e ha tirato fuori la sua migliore interpretazione concentradola in due occhi spalancati e nell’abilità di gestire dei monologhi sempre più alienanti con la lucidità di chi non è in grado di provare emozioni umane. Qui entra in scena la sceneggiatura, impeccabile e tagliente, di un Dan Gilroy che con un soggetto originale e la possibilità di girarlo sembra finalmente essere a suo agio, libero di fare il cazzo che gli pare. Se le sequenze in cui le parole prevalgono sono prevedibilmente potenti e misurate a seconda del loro significato, quelle d’azione sono sorprendenti e girate con un’apparente esperienza che Gilroy, per forza di cose, non aveva. Capacità e versatilità sono riassunte in una lunga sequenza sul finale che parte da della tensione e del silenzio che mi hanno ricordato quelli di Melville in Le cercle rouge e finisce in un inseguimento uscito direttamente dalla testa di Justin Lin, una roba che secondo me è paragonabile, con la dovuta misura, a quelle scene là di Need for Speed. La fotografia di Robert Elswit è talmente figa che Nightcrawler è bellissimo anche quando si ferma a guardare Los Angeles o gli zigomi scavati sul volto di Gyllenhaal, ma è quando preme sull’acceleratore che diventa, come il protagonista, una vera bestia.

DOVE HAI MESSO IL MIO CAPPELLOOOOOOOOOOO

“DOVE HAI MESSO IL MIO CAPPELLOOOOOOOOOOO”

Nightcrawler una critica al giornalismo d’assalto, una satira sui meccanismi della televisione e sulla corsa al primo posto, uno studio sull’amoralità di chi per il proprio interesse farebbe di tutto e un quadro specifico dell’orrore che si cela dietro l’idea di successo nell’era del fai-da-te facilmente accessibile a persone malate di mente. Non cerca realismo, né esempi specifici applicabili a fatti accaduti: tutto è raccontato in funzione della sua discesa nell’orrore morale e della costruzione di una sempre più fragile tensione; tutto è estremamente cinematografico, patinato, costruito a tavolino, come, di nuovo, i suoi protagonisti. Le sue idee sono anche applicabili a un contesto più generale, che non riguarda per forza il lavoro o il successo. Quei momenti in cui Lou sposta i cadaveri per avere riprese migliori e scopre la composizione della scena, nella ricerca ossessiva del dettaglio sempre più gore per guadagnare spettatori, sono applicabili, con banalità e facilità, al cinema horror, alla corsa per la scena più scioccante, al torture porn e allo snuff, come quando avevamo The Human Centipede e A Serbian Film a fare a gara a chi faceva vomitare di più. Potrebbe raccontare la storia di un regista, e sarebbe lo stesso film.
Nightcrawler non è perfetto ma funziona perfettamente, così com’è, con un equilibrio difficile da modificare. Mi è capitato raramente di vedere un film e pensare che non avrei cambiato una virgola. Qualcosa vorrà pur dire.

DVD-quote:

“Paperoga non è mai stato così terrificante”
Jean-Claude Van Gogh, i400calci.com

>>IMDb | Trailer

“ARHGAHSIUAHPFAHSèSAIDSAK”

Tags: , , , , , , ,