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Cuori in fiamme: Creed II

Ho dubitato di Sylvester Stallone.
Sì, a un certo punto l’ho fatto.
Ho un istinto di autoconservazione come tutti, e ho già vissuto traumi in passato: le persone invecchiano e rincoglioniscono, è la natura.
Succede anche ai migliori.
Un giorno girano Face/Off, il giorno dopo girano Windtalkers.
Un giorno girano Killer Joe, il giorno dopo girano The Devil and Father Amorth.
Un giorno girano Sully e il giorno dopo – ma proprio il giorno dopo, in frettissima, pigliando a recitare letteralmente i primi che passavano – girano Ore 15:17 – Attacco al treno.
Non succede a tutti, non è una regola, ma quando succede non è detto che in mezzo ci siano segnali di preavviso.
Quando succede è brutto, e non vuoi farti cogliere impreparato.
Sylvester Stallone ha 72 anni: ha un fisico che gli invidierebbe un 25enne, ma è impossibile saperlo prima quando si passa il limite.
E allora io sono andato in para durissima al primo segnale che non mi convinceva.
Sigla:

Vedete, esistono due tipi di Sylvester Stallone. Uno è quello che gira i film che gli escono dal cuore o dall’istinto. I Rocky, i Rambo, ecc… Questi sono intoccabili.
L’altro è quello che si fa prendere da un irrefrenabile bisogno di attenzione e cerca di indovinare quello che il pubblico vuole da lui ragionando di testa.
Lì non è mai stato bravissimo: quello era il campo da gioco di Schwarzenegger. Quando c’ha provato Sly, gli è uscito Fermati o mamma spara e l’idea del PG-13 sui Mercenari 3 (parliamo ovviamente in modo ampio di tutto cio nella nostra Guida da combattimento a Sylvester Stallone).
Nel 2015 si inizia a girare Creed: è uno spin-off di Rocky in cui lui avrebbe dovuto riprendere il suo personaggio simbolo in poche scene.
Non è un’idea sua, è di Ryan Coogler, ma a Sly scatta l’istinto: capisce che ne uscirà una cosa figa, si fa allargare il ruolo, si fa aggiungere una scena da Oscar, puntualmente sfiora l’Oscar, il film è un successone e diventa spontaneo parlare di sequel.
Ma Ryan Coogler è impegnato: la Marvel lo ha ingaggiato per scrivere e dirigere il film più importante del millennio (Black Panther).
E allora Sly dice “no problem, ci penso io”, e si auto-assegna sceneggiatura e regia.
E insomma… Creed non è la storia sua.
Lo dice anche il titolo: Creed, non Rocky VII.
E la tagline: Build Your Own Legacy. “Fatti i cazzi tuoi“, più o meno.
Non è un film nostalgico. O meglio, ovviamente lo è, ma nei piani la nostalgia è soltanto la spinta per costruire qualcosa di nuovo e autonomo, per le nuove generazioni.
Insomma, non è la voce di Sly che dovrebbe raccontare la storia di Creed. Non è la sua idea, non è la sua famiglia, non è la sua vita.
Ho temuto che autoassegnarsi sceneggiatura e regia fosse un gesto di disperato egocentrismo, un gesto da ultima occasione per stare un altro po’ sotto ai riflettori dopo la deludente chiusura della saga dei Mercenari.
Ho temuto che si stesse autoforzando a scrivere qualcosa che poteva essere fuori luogo, sia come direzione che come tono.
Poi Sly è rinsavito e ha affidato la regia a Steven Caple Jr., un altro giovane emergente afroamericano lanciato dal Sundance come Ryan Coogler, ma la sceneggiatura è rimasta sua.

“I pity the fool.”

Creed II aveva svariate sfide da superare.
Una era quella che il primo film aveva scansato con non poca fatica: dare una dignità narrativa a Ivan Drago, personaggio nato in Rocky IV come esagerazione delle esagerazioni, una specie di mostro di Frankenstein infilato in un film di supereroi che compiono imprese cartoonesche, la cui eredità ingombrante pesava su una saga che sembrava voler ripartire dai toni del primo Rocky, quello modesto, drammatico, personale, credibile.
Sly alla sceneggiatura significa affrontare la questione di petto: Drago è l’aggancio perfetto per un sequel di Creed, nonché l’occasione di raccontare finalmente cosa gli è successo dopo i fatti di Mosca nell’85, una serie di idee che Stallone si portava dentro da anni e che avrebbe già voluto infilare in Rocky Balboa.
Un’altra sfida era quella di evitare le trappole dei sequel, di un eccessivo avvicinamento alle presunte aspettative del pubblico, di un’eccessiva semplificazione di storyline e personaggi, quelle dei Rocky V e dei momenti peggiori di Rocky II, i punti più bassi della saga.
E un’altra era quella di non lasciare che Rocky mettesse di nuovo in ombra Adonis Creed, il protagonista ufficiale della storia, colui su cui si dovrebbe fondare l’interesse per vedere ulteriori capitoli della saga.
Sly, sulla carta, non era per forza la persona ideale a cui affidare questi compiti.
Non lo Sly egocentrico, insicuro, opportunista, smanioso di prolungare il più possibile la sua permanenza sotto ai riflettori.
Stavo però per imparare due lezioni:
1. la teoria è diversa dalla pratica;
2. mai dubitare di Sylvester Gardenzio Stallone. MAI.

Drago is in town

Perché se Creed era la consacrazione di Stallone attore, Creed II è l’apoteosi di Stallone sceneggiatore.
È il momento in cui il nostro avrebbe dovuto rivelarsi umile e concentrato, e puntualmente lo fa.
È il momento in cui ricalca contemporaneamente Rocky II, Rocky III e Rocky IV – ognuno rigorosamente in salsa opportunamente remixata per evitare gli eccessivi deja-vu – e contemporaneamente mette le basi per lanciare il buon Adonis Creed in una storia tutta sua.
È Sly l’equilibrista, che da una parte chiude la storia di Rocky (l’ha annunciato pubblicamente) con una carrellata completa di tutto quello che era rimasto da risolvere, e contemporaneamente si fa da parte per lasciare il palco al nuovo protagonista. È lo Sly che sa accontentarsi dei premi ricevuti con il film precedente, e pur rimanendo fondamentale mentore per il giovane Adonis scrive per se stesso una storyline decisamente meno invadente, e nessun monologo per l’Academy. Commuove, in un certo senso, vedere un tizio che una volta scriveva per se stesso una storia in cui metteva fine alla guerra fredda USA-URSS con un evento sportivo, salutare il suo personaggio in un film dedicato a qualcun altro, con tale umiltà, in un vero passaggio di consegne.
Funziona anche l’aspetto più delicato: fuori dagli eccessi di Rocky IV anche Ivan Drago, come Rocky nell’incipit di Rocky V, torna effettivamente umano come in un brusco risveglio. Sly è forse a tanto così dal regalare piuttosto il momento da Oscar all’amico Dolph, gigantesco anche se strozzato dall’inevitabilità di un accento russo farlocco da dover sfoggiare in intere frasi di senso compiuto e non solo “if he dies, he dies”, “I must break you” e “un giuorno batteruò un viero campione”.
Creed II è come vedere Stallone che traccia la strada e ci lascia il suo manuale su come si racconta una storia: su come si creano emozioni, su come si costruisce una storia emozionante e un crescendo epico, su quando aggiungere e quando sottrarre, quando comunicare con un momento grande e quando farlo con pochi gesti.
È il classicismo, in un certo senso. Ma il classicismo concentrato, solido, contemporaneamente scolastico e appassionato, da vero veterano, al servizio di tutti e non solo del “ti ricordi signo'”.
Non gira per forza tutto alla perfezione: Michael B. Jordan ha un carisma incredibile ma ci mette un po’ a trovare le misure al personaggio, gli viene meglio la parte incazzata che quella impacciata nei momenti di intimità in famiglia, forse il momento in cui Sly gli appiccica ombre del primo Rocky che non gli appartengono del tutto. Anche la sua parabola è più complessa da raccontare, il suo background troppo atipico/fighetto. Sly è costretto a mettere da parte la storia di Drago e figlio (“Drago e figlio” suona un po’ come “Hawk e figlio“) il più possibile perché chiaramente più archetipica e interessante, un concentrato di suggestioni incredibili, l’uomo-macchina abbandonato dai suoi creatori, dal suo sport, dalla sua partner, dal suo intero Paese, che si ritrova da solo in povertà assoluta con un figlio a carico e un solo talento da insegnargli. Una specie di God of War moderno sintetizzato in pochissime scene, con il ritorno alla tentazione quando Drago Jr si dimostra talento grezzo, affamatissimo e meritevole di grandi occasioni.

Tocca a te, ragazzo.

Ma il terzo atto è qualcosa di micidiale.
Dal momento incredibile e – non ho paura a dirlo – “visionario” dell’allenamento nel deserto insieme a una comunità di pugili reietti, fino al match che come nelle migliori tradizioni racconta un’incalzante storia a sé a partire dal diverso tono dell’ingresso in scena dei due sfidanti, assistiamo a Sly che insegna tutti i suoi colpi migliori, insegna il tempo da tenere, insegna i beat, ma lascia che siano gli altri a suonare la musica.
E alla fine, anche con pochissimi tocchi, sa tirarti cazzotti come nessun altro: alla testa, allo stomaco, al cuore.
E chiude ogni cerchio in maniera assolutamente micidiale.
Ora tocca a te, Donnie.

DVD-quote:

“Mai dubitare di Sylvester Stallone”
Nanni Cobretti, i400Calci.com

>> IMDb | Trailer

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