#400tv: SEASON 4

#400tv è uno stato mentale.
#400tv è una forza che supera qualsiasi ostacolo, capace di prendere persone diversissime fra loro e unirle nel nome… uhm, della violenza? Sì, più o meno… ma diciamo del fancalcismo che suona un po’ meglio.
Magari uno di voi era nella sua roulotte a passare la serata cercando di suicidarsi, poi accende Twitter, c’è la #400tv, fa amicizia con un padre di famiglia che credeva di essere troppo vecchio per queste cose, lentamente imparate a rispettarvi, alla fine vi scambiate gli orologi, ecc… è già successo.
E c’è un sottogenere da combattimento ben preciso che celebra queste edificanti storie quotidiane.
Sono i BUDDY COPS.

Noi siamo I 400 Calci, siamo sempre al vostro fianco anche nei momenti più duri, e ridiamo un senso al vostro martedì.

400tv_buddycops

Prendete e distribuitelo tutti

COSA:

I 400 Calci commentano in diretta su Twitter i vostri buddy cops movies preferiti.

IL PROGRAMMA:

25 giugno: Die Hard 3
2 luglio: Tango & Cash
9 luglio: Danko
16 luglio: Arma letale

LE REGOLE:

1) tenetevi il martedì notte libero nelle date sopraelencate;
2) tenete d’occhio i seguenti account: @i400calci, @nannicobretti, @darthvontrier, @jcvgogh, @bongiornomiike, @cicciolinawert, @stanliokubrick, @luottopreminger, @wim_diesel;
3) seguite l’hashtag “#400tv

Per una maggior soddisfazione: noleggiatevi il film, sincronizzate gli orologi e guardatevelo insieme a noi.

IL PROSSIMO FILM:

Martedì 25 giugno, ore 22.30: Die Hard 3 (1995, di John McTiernan).
In cui il primo che si lamenta che Zeus tecnicamente non sarebbe un poliziotto lo mando a casa di Tony Jaa con un cartello con scritto “odio gli elefanti”.
A voi il trailer:

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Evitare l’apocalisse: V/H/S/2

V-H-S-2_PosterVi abbiamo parlato di V/H/S, film antologico basato sul found footage che se siete su queste pagine c’è un 90% di probabilità abbiate visto, meno di un anno fa e benché ci abbia fatto scendere a compromessi con il mezzo continuiamo a voler prendere a schiaffi Oren Peli, colui che con Paranormal Activity rese talmente mainstream la tecnica del found footage da costringerci ad anni di variazioni low budget sul tema che avevano più o meno tutte la particolarità di fare schifo al cazzo allo stesso modo, e ho come l’impressione che anche alla balotta di V/H/S stia profondamente sul cazzo visto che in due film su due di lui non c’è alcuna traccia né come uomo né come idea di fare cinema. Da qui l’altra impressione che il progetto V/H/S sia nato proprio per ridare della dignità ad un mezzo ormai simbolo di mediocrità e mancanza di idee e far capire alla gente che c’è una bella differenza tra i termini regista/sceneggiatore e persona a caso. Il discorso è tra l’altro applicabile all’altro formato utilizzato, il cortometraggio, che più o meno per gli stessi motivi ha raggiunto un livello tale di inflazione da aver alzato gli standard a livelli piuttosto alti (tipo questo è un ottimo esempio). Tutti ormai sono in grado di girare un cortometraggio, pochi quelli in grado di uscire dal mucchio e farsi notare, e pochi sta per quella manciata di registi con delle basi tecniche e finanziarie abbastanza solide da garantire un prodotto cinematografico, e non amatoriale, di qualità.
Il punto è che quella del found footage (e per estensione del cortometraggio) è una tecnica versatile, accessibile ai più e quindi stimolante per più o meno chiunque voglia girare un film della paura senza avere i mezzi necessari; bastano una videocamera qualsiasi, qualche idea se proprio capita e i difetti vengono coperti dalla natura stessa del progetto. Insomma: permette a tutti di poterne girare uno, e per quanto possa sembrare positivo è anche la roba più tragica che potesse accadere.

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La qualità sventa la tragedia, capito?

Da qui la domanda fondamentale: quanto fighi e bravi bisogna essere per riuscire ben due volte in un’operazione che, a conti fatti, rischiava di fallire miseramente sotto il peso delle proprie premesse? Ok, l’assunto sul cortometraggio è più personale che effettivo, ma anche guardando gli episodi migliori di The ABC’s of Death (film composto da soli corti horror) non potevo smettere di pensare come tutto si avvicinasse più a una serie di vicendevoli seghe a 52 mani che a una godibile antologia horror, e sono anche piuttosto convinto che se si decide di mettere insieme dei corti per farne un film questo deve reggere dall’inizio alla fine, altrimenti è solo un’accozzaglia di roba recuperabile casualmente, e non un film. Questo dando per scontato che film voglia ancora dire “una roba che inizia ed eventualmente finisce”, ma dopo Only God Forgives non ne sono più così tanto sicuro (ci tengo a informarvi che l’opinione del sottoscritto è “una gloriosa schifezza”). Lo so, sono peggio dei vecchi alla bocciofila: mi lamento e tendo alla digressione.
La riuscita del primo V/H/S fu una vittoria più concettuale che tecnica: i difetti erano diversi ed era difficile levargli di dosso quell’aria da esperimento che un po’ lo segnava,  ma riuscì comunque a provare che il found footage era tutt’altro che morto e venduto alla banalità e, soprattutto, riuscì a chiarire una volta per tutte che anche dietro al più povero dei mezzi ci vuole un cervello per farlo funzionare. La tragedia è appunto l’essere arrivati a dover chiarire questo banale concetto: sarebbe bello se tutti potessero, ma non è così, e sarebbe carino diminuire il numero per aumentare la qualità. La banalità che mi piace dire al pub quando me ne bevo un paio è che tra trent’anni tutti gireranno film e nessuno lì guarderà, in un contesto apocalittico di superproduzione dove il meritevole non sarà più riconoscibile, ed è anche da questa paura che secondo me è nata l’idea di V/H/S, una missione segreta contro Oren Peli, primo cavaliere dell’apocalisse.

Un'arma segreta per affrontare l'apocalisse.

Un’arma segreta per affrontare l’apocalisse.

V/H/S/2 più che di un sequel ha l’aria di uno di quei remake dediti principalmente a correggere i difetti dell’originale aumentandone la fattura senza intaccarne lo spirito, marcando bene la differenza tra remake giusto e remake inutile. Il primo era un po’ lungo (110 minuti), aveva almeno un corto che non funzionava per niente (quello di Ti West) e la storia di contorno pareva solo un pretesto per mettere delle vhs in un registratore senza alcuno scopo narrativo. Sagge quindi le decisioni prese del seguito di tagliare un corto e di conseguenza alleggerire il film di 20 minuti secchi, lasciar perder qualsiasi approccio minimale alla Ti West e utilizzare il contorno come prologo ed epilogo (oltre che intermezzo) allargando la mitologia dietro le cassette e scrivendogli sopra un’effettiva storia. Il risultato è un film molto più bello, agile, grosso e consistente, privo di errori prettamente tecnici e in cui gli unici problemi possono essere attribuiti alla natura di un paio di corti e di conseguenza al vostro gusto a riguardo. Voglio dire, in alcuni momenti che io ho apprezzato è stato comunque facile capire cosa avrebbe potuto far storcere il naso ad altri.
Ora, visto che amo l’ordine e so già che se continuo così finirò per fare un casino, elencherò per punti ogni corto, dicendone il dicibile ed esaltandone l’esaltabile, senza spoiler di alcun tipo.

  •  Tape 49 o Quelli che hanno superato l’esame di riparazione

È la storia di contorno in cui una coppia di investigatori sta indagando la scomparsa di un ragazzo quando si imbatte nelle cassette nel suo appartamento. È scritta e diretta da Simon Barrett, tornato con Adam Wingard da V/H/S (dove scrisse il memorabile The Sick Thing That Happened to Emily When She Was Younger di Joe Swamberg) e con cui è anche produttore esecutivo. Barrett è anche la penna dietro buona parte dei film di Wingard ed essendo uno capace fa piacere vederlo anche girare qualcosa. Come detto prima, è tra i miglioramenti più evidenti della serie: anche se frammentata la narrazione funziona, è ricco di dettagli e ogni parte aggiunge la giusta dose di tensione per poi esplodere nel finale. Fungendo anche da prologo dà anche quel senso di conclusione che al primo film mancava e, come dicevo prima, i film secondo me è bene che finiscano, eventualmente.

Adam Wingard diretto da Adam Wingard.

Adam Wingard diretto da Adam Wingard.

  • Phase I Clinical Trials o Quelli che ci provano

Scritto da Barrett ma diretto da Wingard è il primo corto a buttare lì l’idea di fare le diversamente, ma anche quello con cui ho avuto qualche problema: al protagonista, Wingard stesso, viene impiantato un occhio bionico che, essendo ancora in fase sperimentale, registra ogni cosa ma ha il vizio di far vedere la gente morta. Il problema è che il corto è tutto qui e registicamente non c’è nulla se non lo stretto necessario, con solo qualche guizzo nel finale e un ritmo in continuo crescendo a salvarlo dal fallimento. È senza dubbio godibile ma marcia troppo sugli spaventerelli e i rumori improvvisi per essere preso sul serio e una certa scena di nudo del tutto casuale e pretestuosa non lo ha di certo aiutato; diciamo che se preso singolarmente funziona e risulta migliore di qualsiasi found footage straight-to-dvd uscito negli ultimi 6 anni o comunque di qualsiasi Paranormal Activity, ma in questo contesto e alla luce di quello che lo segue sfigura terribilmente.

  • A Ride in the Park o Quelli che ci riescono

È, cercando di non dire una cazzata, il ritorno al found footage Eduardo Sánchez, quello che con The Blair Witch Project ne fece un mito, qui accompagnato alla regia da Gregg Hale, che allora produsse. L’idea, semplicissima, è quella di attaccare una GoPro sul casco di un ciclista e seguirlo mentre diventa uno zombi e inizia a fare cose da zombi, e non scherzo quando dico che è probabilmente la prima volta da chissà quando che qualcuno riesce a fare qualcosa di veramente nuovo utilizzando direttamente degli zombi (e non come mezzo laterale per fare dell’altro). Il tutto è girato con agilità e, non potendo vedere lo zombi protagonista, con un’attenzione particolare per i rumori e i versi, a tratti quasi disgustosi; il tono è a tratti esilarante, con un momento ben preciso in cui si ride facile, e finisce con una nota del tutto inaspettata e quasi malinconica. Insomma, in meno di 15 minuti Sánchez e Hale (con l’aiuto di Jamie Nash alla sceneggiatura) sono riusciti a fare la storia degli zombi senza alcun apparente sforzo, giusto per ricordarci che coppia che vince non si cambia e cazzate del genere. Come dicevo prima, c’è una bella differenza tra dire regista/sceneggiatore e persona a caso che ha girato un film con degli zombi.

Stoooria... del... ciine... uuuuh...

Stoooria… del… ciine… uuuuh…

  • Safe Haven o Quelli che vincono tutto

Chiunque ne ha parlato, chiunque ne ha detto le meglio cose, chiunque aveva ragione. È diretto da Gareth Evans (The Raid) e Timo Tjahjanto (Macabre), rispettivamente il più grande e rispettato regista action indonesiano del momento e il più grande e rispettato regista horror indonesiano del momento (più o meno). Potrete capire quindi che quando due personalità così si incontrano l’unica cosa che resta da fare è sedersi e godere. Poteva andare meglio solo se con Evans ci fosse stato il Sam Raimi de La Casa 2 ma, insomma, i tempi sono quelli che sono e fare la storia del cinema come vorremmo noi è sempre un po’ un problema. Mettere insieme due registi del genere significa ritrovarsi tra le mani un prodotto in cui il sangue è versato a litri mentre della violenza inevitabile ti salta addosso con quella precisione ritmica che solo il più rispettato regista acrion del momento è in grado di offrire, il tutto inserito in un contesto che pare il concetto più stilizzato di Rosemary’s Baby applicato a fatti reali come il suicidio di massa di Jonestown. I protagonisti sono dei reporter indonesiani intenti a girare un servizio su un culto locale dalla dubbia condotta e anche un po’ chissenefrega, il bello viene dopo. È il corto più lento, il più lungo (mezz’ora secca), il più sanguinoso, il più bello, il più matto e quello che utilizza più fonti video, qualcosa come sette videocamere tra cui quelle nascoste nei bottoni di ogni reporter. Potrebbe non fregarvi un cazzo di niente di V/H/S/2, ma dovrebbe fregarvi tantissimo di questo.

  • Slumber Party Alien Abduction o Quelli a cui si vuole del grandissimo bene

È il corto di Jason Eisener ed è esattamente quello che il titolo prevedere: ragazzi e ragazzini che si divertono a fare i ragazzi e i ragazzini quando ops arrivano gli alieni e tutto va malone. È anche quello che ci si aspetta da un regista come Eisener: una roba tutta pop, frenetica, colorata e un po’ nostalgica. Sulla carta è il più debole ma alla fine è quello che più riempie gli occhi e, diciamolo, il nostro cuore di celluloide. È il salto indietro di un uomo cresciuto con i GooniesScuola di mostri, Steven Spielberg e tutta la balotta Amblin e che ha sempre desiderato girare qualcosa con dei ragazzini, con dei mostri e con quel tono. Alla fine tutto sembra la versione più sentita e priva di menate di Super 8 e io non vedo l’ora di vederlo girare un film intero con lo stesso spirito. Ah, per buona parte del corto la videocamere è attaccata a un cane e insomma avrò anche parlato di tecnicismi e salcazzo prima, ma mi basta anche una cosa del genere per definire qualcuno un grande regista, amico, fratello di bighellonate.

STORIA DEL CIIIIIINEEEEEEE

STORIA DEL CIIIIIINEEEEEEE

Insomma: V/H/S/2 è, per quanto mi riguarda, l’horror dell’anno a poca distanza da Maniac che, casualmente, utilizza una tecnica POV simile. Potrebbe voler dire che il futuro dell’horror di qualità sta nelle nuove idee, ma facciamo che questa rece è già fin troppo lunga. Ah nel prossimo capitolo pretendo almeno un australiano, così chiudiamo il cinema.

DVD-quote:

“Forse mi è piaciuto”
Jean-Claude Van Gogh, i400Calci.com

>> IMDb | Trailer

ps. Stavo pensando: possibile che nessuno abbia mai pensato che V/H/S potrebbe voler dire Video Horror Stories? Non vi pare un sottotitolo perfetto per la serie? Forse fa cacare? Ok fa cacare.

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Trailerblast: Humanoids from the Deep

>>IMDb

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Mostrologia: il Gorn

Nome: il nome di battesimo non lo sappiamo. All’inizio lo identificarono solo come Gorn e si pensava fosse il suo nome, poi abbiamo scoperto che è il nome di una una razza. Chiamiamolo Gorn e amen.

StarTrek-Gorn

Ciao amici!

Chi gliel’ha dato: probabilmente Gene Rodenberry oppure Gene L.Coon , da non confondersi però con il gorn dei Monty Python.

È colpa degli americani?: No, il Gorn è nato proprio così sul suo pianeta di rettiloni goffi e simpatici.

Filmografia essenziale: per decenni l’apparizione del Gorn nell’episodio “Arena” della prima serie di Star Trek è stata l’unica apparizione del nostro lucertolone, apparizione talmente cult però da averlo fatto diventare una reale mascotte della serie. Eccovela:

Come non amarlo! Con quelle sue movenze decise, quei colpi temibili e quei grugniti così espressivi ma anche spaventosi.

A grande richiesta quindi, dopo essere stato solo nominato in qualche puntata qua e là negli anni, ritorna lievemente modificato nella serieEnterprise”. Nel frattempo però è apparso su praticamente qualsiasi prodotto del franchise: dai videogiochi ai fumetti passando per giocattoli, cartoni animati e merchandise di ogni tipo. Un mito per grandi e piccini il nostro Gorn!

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“Grandi e piccini e tiro su pure un sacco di gnocca!”

Altezza: un paio di metri, ma bello piazzato.

Vittime preferite: Chiunque, però ha un debole per gli umani della Federazione.

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l’evidente passione per gli umani della federazione

Mossa preferita: ne ha varie: il “cazzottone”, la “stretta mortale” e pure il temutissimo “lancio di rocce di polistirolo”.

Omicidio migliore: Il Gorn uccide la gente off-screen. Non ne abbiamo mai visto uno dei suoi omicidi ma di sicuro è stato cruento e al termine di una battaglia truce ed eroica come si conviene a un Gorn.

Come si sconfigge: innanzitutto bisogna tenerlo a bada sferrandogli dei doppi papagni in da la fazza, poi appena siete a distanza di sicurezza la cosa migliore -e più immediata- è ovviamente costruire con dei materiali trovati per terra un bazooka onde sparargli in petto. Su Mythbusters vi spiegano anche che spasso è farne uno!

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PUM!

Assomiglia a una figa?: In nessuna sua parte.

Se fossi un biologo lo accarezzeresti?: Sì, lo so che il Gorn alla fine se preso con le buone è un bravo lucertolone.

 

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Consigli per l’arredamento: La notte degli squali

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La notte degli squali (Alta qualità)

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Il trailer di Snowpiercer all’incontrario va

Il 2013 è l’anno dei registi coreani famosi che cedono alle lusinghe dell’Hollywoods: abbiamo già visto Kim Jee-woon mettere il suo bel mestiere al servizio di un austriaco, e presto scopriremo che cosa ha combinato Park Chan-wook dirigendo un film scritto dal bambacione di Prison Break (aka: il post che gli hacker turchi non vogliono farti leggere). Nessuno, però, fa drizzare le mie antenne (occhiolino) quanto Bong Joon-ho: sornione, il registissimo di The host ridefinisce il concetto di dulcis in fundo e aspetta l’estate per regalarci il suo primo grasso grosso kolossal internazionale.

«Il primo grasso grosso kolossal internazionale di uno dei miei autori preferiti ever sarà anche un succulento pandoro fantascientifico tratto da una graphic novel francese e abbellito da un cast tutto matto»: questa la frase che da due anni ripeto a me stesso per trovare la forza di andare avanti mentre piango e lavo i piatti e la vita dice no.

Poco fa è uscito il primo teaser trailer. Il risultato è questo, in tutto lo splendore della bassa qualità video:

Lo so cosa state pensando. È la stessa cosa che in fondo al cuore ho pensato un po’ anch’io: buh. Poca spettacolarità, scenografie minimal-arrugginite, poche inquadrature sul mondo esterno con l’eccezione di qualche panoramica in CG così così, la solita lezioncina distopica delle classi abbienti vs. gli inferiori, Tilda Swinton truccata brutta, qualche scazzottata in penombra.
Ebbene, io vi dico: posso aver vacillato, ma non cederò mai.
Perché forse non mi sono spiegato, ma questo è il nuovo film di Bong Joon-ho. Uno che finora non solo non ne ha mai sbagliata una, ma ha fatto QUASI SOLO capolavori totali. Anche stavolta se l’è sceneggiato lui. C’è Park Chan-wook che produce, cristiddio. C’è un bel cast, ci sono i soldi degli americani e dei francesi. Il trailer è meno spettacolare del previsto? Urca, sai chi cazzo se ne frega. Anzi, era prevedibile. I film di Bong sono sempre ricchissimi, rimescolano i generi e le aspettative, e quasi mai riescono a farsi contenere in un trailer. Ricordo The host venduto malissimo come un horror di mostri, Memories of murder come un polizesco di insegumenti. Stavolta poi, che ci sono i dollaroni di mezzo e tutto il mercato globale che guarda, vuoi che non si tenti di presentare il film come il fanta-action convenzionale che non sarà?

Insomma, ammetto che il mio hype non sale, ma non scende nemmeno di un millimetro. Del resto era difficile farlo aumentare: questo è il mio film dell’anno. E ha un teaser così così. Pace.

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Star Trek Into Darkness: recensione adeguatamente profana

hr_Star_Trek_Into_Darkness_35Ciao, mi chiamo Nanni Cobretti, e l’unica volta che ho guardato un documento audiovisivo etichettato “Star Trek” per più di 15 minuti in vita mia è stato in occasione del primo film diretto da J.J. Abrams. In quanto tale, credo di rientrare a pennello nel target di questa nuova saga, il cui scopo è conquistare un pubblico vecchio e nuovo o, come dice il proverbio, tirare un calcio al cerchio e uno alla botte.
Personalmente mi fa molto piacere che l’approccio sia aperto a tutti, perché anch’io posso finalmente mettermi in pari con un pezzo importante di cultura pop dei nostri tempi e conoscere personaggi di cui prima sapevo a malapena il nome: il Capitano Kirk, giovane scavezzacollo ribelle, impulsivo e morto di figa, dalla caratteristica testa sovradimensionata; Spock, volubile checca isterica fuori controllo, come intuibile dalla frangetta alla Bettie Page; Bones, biologo di scuola Lindelof e noto portasfiga; Uhura, donna; Sulu, cinese; Checov, russo; Scotty, scozzese. E tutte quelle strizzatine d’occhio alla vecchia serie che i fans amano, tipo Kirk che ascolta il remix di Fat Boy Slim di Body Movin’ dei Beastie Boys come nel primo storico episodio del ’66, e altre cose che sicuramente non mancherete di elencare nei commenti.
Abrams, Orci, Kurtzman e Lindelof, regista e sceneggiatori, sono molto bravi nel fare una cosa che io apprezzo molto in un filmmaker: hanno un orecchio solidissimo per il ritmo di un film e la sua gestione delle emozioni. Sanno quando alzare e abbassare, quando stupire, quando rallentare, quando pestare e quando farsi indietro, e lo sanno con freddissima precisione. Dove vanno meno forte, sono i contenuti o le motivazioni.
Lindelof in particolare è facilissimo da sfottere in questo senso, perché ha tirato strafalcioni che ormai rimarranno nella storia. Sa qual è il momento assolutamente perfetto per far scattare la minaccia mortale, ma l’unica soluzione che gli viene in mente per scatenarla è un biologo che accarezza una creatura aliena sconosciuta che sta osservando per la prima volta. Sa che una scena di morte è emozionalmente molto più potente se di colpo buono e cattivo stanno scappando fianco a fianco dalla stessa enorme, rotolante minaccia, ma il prezzo di questa intensità è che un personaggio fino a quel momento dotato di freddezza glaciale di colpo non trova lo spirito per spostarsi di lato.

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Una scena del film

Per fortuna, Star Trek non è Prometheus. Non perché le cazzatissime siano meno ma perché, a differenza di Prometheus, Star Trek non passa metà film a stimolare e puntare il dito su profonde domande filosofiche per poi far finta di nulla e lasciare con l’amaro in bocca (eufemismo), ma vuole soltanto farci godere una bella storia d’avventura.
E allora bene o male tutto funziona: si lascia che tutti i luoghi comuni si incastrino al loro telefonatissimo posto con diligenza scolastica, che i personaggi facciano o dicano cose ad effetto ma che a ripensarci non hanno senso e che a un certo punto, addirittura, per risolvere un buco di sceneggiatura, compaia un personaggio della vecchia serie tv a spiegare l’entità della minaccia perché l’ha conosciuta negli episodi precedenti.
Il trucco è lasciarsi trasportare, godersi un cattivo cazzuto interpretato da un Beneditch Cumberbitch (che non lo conosco ma mi è simpatico di default perché il suo nome fa rima) impegnatissimo a farsi notare storcendo la bocca e comandando tutti a bacchetta, ammirare un Peter Weller più in forma che mai e un Simon Pegg dare tutto nell’ennesimo ruolo hollywoodiano ingrato, e godersi su uno schermo più grande possibile una delle scene più spettacolarmente catastrofiche dell’anno, piazzata lì forse anche per farsi perdonare una buona metà del film ambientata unicamente dentro all’Enterprise, alla faccia dell’”esplorare nuovi mondi”.
Ci si diverte, non ci si annoia e si segue tutto benissimo anche nell’ignoranza più completa, ma se non si è fans il giorno dopo ci si è scordati tutto (da qui immagino il sottotitolo “into darkness”).
Il retrogusto, fatto di freddezza e insensataggini varie, è inutilmente pericoloso: fossi in voi non ci darei troppo peso.

"DIO[spoiler]!!!!!"

“DIO[spoiler eliminato]!!!!!”

DVD-quote:

“Madonna mia, Spock, datti una calmata”
Nanni Cobretti, i400Calci.com

>> IMDb | Trailer

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Il fermo-immagine del lunedì

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Cimitero vivente

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Quanti bei paesaggi spaziali signora mia: il nuovo trailer di Elysium

Continua la moda dei film di fantascienza che si chiamano come i miei zii: dopo Oblivio, ecco Elisio (senza dimenticare Incezio).
Elisio è la prova del nove, il film pericoloso di Neill Blomkamp.
District 9 era una bella cosetta che partiva alla grande di metaforone tagliato bene, per poi adagiarsi con garbo su un meno coraggioso film hollywoodiano classico, una specie di La mosca in salsa Spielberg.
Questo parte con la solita metafora trita e ritrita: i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri che vivono separati, e i poveri che rompono il cazzo e vogliono anche loro godere per “diritto” di cose che non si sono guadagnati. E di nuovo ci imporrebbero senza un perché di provare simpatia per i poveracci, cosa per cui personalmente ho sempre fatto fatica (sono ricco), ma che soprattutto fa un po’ scappar da ridere così, proveniente da un prodotto costato un centinaio di milioni di dollari con cui avrebbero potuto sfamare due o tre paesi a caso dell’Africa (il segreto ovviamente sta nel fatto che sfamare l’Africa è un po’ come investire in un nuovo film di Shyamalan: i soldi non ti tornano indietro).
Insomma, qua la speranza è che non si calchi troppo sulla morale ma che si impieghino le energie a fare quello che Blomkamp sa fare meglio: incastrare effetti speciali di prima qualità su una storia decorosamente avvincente.
E qui, almeno sul lato delle immagini, mi sembra che stiamo a cavallo.
Il trailer di Elisio:

Scommetto che la parità di classe e la conseguente pace tra i popoli si otterranno spingendo un grosso bottone rosso all’interno dell’astronave madre.
Puff! Tutto risolto.

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Fight Night: Watchmen

Rubrica settimanale di colonne sonore da combattimento per caricarvi, emozionarvi o ricordarvi la canzone che il visionario Zack Snyder scelse come background di una scena di sesso. E in seconda battuta, assicurarmi che sappiate tutti che non è di Jeff Buckley, che non si sa mai.

Artista: Leonard Cohen
Titolo: Hallelujah
Dal film: Watchmen

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