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Soldado: il sequel che nessuno chiedeva ma che avrebbero fatto bene a chiedere.

Non mi merito tante, troppe, cose di questo presente. Non mi merito sicuramente questo zeitgeist deprimente, fatto di mobili shabby chic in truciolato, di SUV in doppia fila, di Buffalo che tornano di moda e di film degli youtuber. Avrei meritato un’epoca in cui i film come Soldado, o che tentano di essere come Soldado, fossero stati la normalità, tipo degli anni settanta 2.0. E invece no: i film come Soldado rimangono delle eccezioni, delle borracce d’acqua in questo esilio da Simeone lo stilita sulla colonna del buon gusto nel deserto della merda. E vabbè: andiamo avanti, signò.

Daje Stefanì

Iniziamo dalla premessa: Sollima dopo una carriera brillante a raccontare in Italia la criminalità, in divisa e senza divisa, al cinema e in TV, viene chiamato a prendere le fila della saga ideata da Taylor Sheridan sulla nuova frontiera tra Messico e Stati Uniti; la saga iniziata con Sicario di Denis Villeneuve nel 2015 e promossa a sorpresa a trilogia dal successo di questo. Una storia in cui ci sono personaggi in divisa e senza ma in cui i criminali è difficile stabilire chi sono e quando lo sono. Una grande responsabilità, un film rischioso, un budget sostanzioso (40 milioni di dollari) e delle stelle di Hollywood da gestire al meglio. L’occasione è tanto preziosa quanto delicata: essere chiamato a fare un film di serie A negli Stati Uniti che però è il seguito di un film molto forte, con una personalità sua, a cui dovrà in qualche modo adeguarsi e per di più un sequel che nessuno si aspettava o richiedeva. Riuscire a soddisfare il compito rimanendo non solo riconoscibili ma anche dando una tua personalità al film è molto difficile, soprattutto nella Hollywood di oggi, fatta di focus group, indici di gradimento e di più paletti che sentieri. Sollima ce la fa e mi regala un piccolo mondiale dell’82 al cinema.

GOAAALLLL!

Da regista intelligente quale è, tutto suo padre, decide di raccordarsi al primo capitolo solo nelle cose inevitabili ed evidenti: tiene i personaggi, parte delle vicende pregresse, i luoghi, riducendo al minimo l’allineamento con lo stile visuale e narrativo di Villeneuve e Deakins. Per il resto è un’altra storia, un altro regista, un altro passo e se c’è una continuità percepibile non è comunque una copia a mestiere, perché Sollima sta facendo il suo film più di quanto stia facendo il sequel di un film di Villeneuve, e riesce a farlo proprio perché “il mestiere”, di cui sopra, lo conosce talmente bene da sapersi distaccare dalla copia ad arte e ricavare più spazio “da autore” possibile, mentre fabbrica un prodotto per terzi. In questo approccio noi italiani siamo stati tra i più grandi, forse proprio i più grandi in assoluto, ed è bello vedere che qualche connazionale (persino concittadino, nel mio caso) di quella mentalità di ieri riesce a farne tesoro oggi, nel deserto della merda di cui sopra. Soldado inizia facendoci sentire dentro Sicario grazie a una sequenza notturna con gli elicotteri che riecheggia i toni delle incursioni del primo film e che richiama molto da vicino una delle sequenze più belle di Yellowstone (la serie TV scritta e diretta da Sheridan) e come toni siamo in puro Sheridan-Villeneuve, insomma. Ma in un attimo ecco che tutto prende una direzione diversa, una direzione propria, smarcandosi e smarcandoci con un MacGuffin fatto col bisturi, Sollima parte facendo capire che non scherza, nello stile e nei toni: temprato dalla sintesi del formato televisivo in pochi minuti confeziona un incipit che ti butta dentro il film, crea i presupposti della storia e suggerisce l’idea della vastità di un problema per poi progressivamente distaccarsene fino a non farlo più apparire nel film, senza che però lo si dimentichi per tutta la durata di questo. E col distacco dalla storia iniziale Soldado si distacca via via anche da Sicario. Questo sì che è raccontare, signori miei.

“il raccontare”

Quel MacGuffin dirotterà un potenziale thriller sul terrorismo internazionale a-là Greengrass su di un thriller d’azione on the road, un road movie serrato che ha la forma di un incubo in cui un incidente innesca una reazione a catena ingovernabile di fughe e morte. E qui Sollima ci frega di nuovo: anche il road movie è in fondo un pretesto, anche quello è parzialmente un MacGuffin, per dirottarci e introdurci al tema più importante del film e lo fa riducendo tutto a due soli personaggi sperduti e confusi nel deserto quasi in un Sentieri Selvaggi d’azione. Dalle premesse iniziali di respiro globale il film si riduce morbidamente a un focus sui personaggi, da un grandangolo si passa a dei primi piani, concettualmente ma anche nella fotografia. Ed emergono le contraddizioni di eroi e antieroi: chi pensava di avere il controllo e di poter fare tutto per poterlo mantenere diventa testimone impotente, chi credeva di non essere scalfibile si rompe in mille pezzi, chi era amico non lo è più e tutto torna palla al centro ma tutto diverso, in un’eterna mascherata di bene e male.

Brolin che riflette sul Bene e il Male

I temi grandi di Soldado, da quelli sul narcotraffico al terrorismo internazionale passando per il traffico di esseri umani, sono tutti lì a farci riflettere, senza ipocrisie, ma il merito di questo secondo capitolo è anche quello di saperli far andare sullo sfondo quando serve per raccontare le persone che compongono questo mondo e di raccontarcelo, di farcelo capire se non a fondo quantomeno nel respiro generale, anche se per pochi secondi (vedasi la mamma in macchina col bambino al termine del viaggio dei clandestini). Il disincanto italiano (e ancora più specificamente il cinismo romano) di Sollima incontra nel nichilismo americano di Sheridan il terreno fertile per raccontare una storia che non concede tregua, mai. Parafrasando il compianto Chas Balun “questi sono film che mordono” e nessun filo di speranza del finale servirà a redimere il senso di caos e dolore. Lo sappiamo bene: nella nuova frontiera di Sheridan il lieto fine, se c’è, è veramente molto relativo come in Wind River. L’esplorazione della mascolinità, mai banale, tipica dello sceneggiatore guadagna con un secondo episodio l’occasione di approfondire il ritratto di due uomini perduti, divorati dal loro distorto senso del dovere, in preda a una costante crisi di coscienza e incapaci di capire a un certo punto chi sono fino in fondo. Tecnicamente impeccabile tra regia e sound design (guardatelo grande e con un grande impianto, datemi retta), Soldado lascia il segno e vi fa uscire dal cinema con una tensione addosso che faticherete a togliervi.

Il Grande Cinema d’Intrattenimento

C’è Cinema di intrattenimento e c’è grande Cinema di intrattenimento e Soldado appartiene alla seconda categoria. Un film d’azione con la testa, un film “di genere” che non ne vive i limiti, pieno di spunti di riflessione, dalla forma accessibile ma narrativamente complesso, pieno di suggestioni che descrivono con efficacia e senza didascalicità. Quando dall’Italia riesci a fare a Hollywood un sequel che nessuno voleva, pure meglio dell’originale su molte cose, vuol dire che  sei un fuoriclasse, ma immagino che di Sollima in molti qui lo avessimo capito da tempo.

A proposito di spunti di riflessione: Sicario e Soldado toccano argomenti molto delicati di politica internazionale e locale, trovo sia giusto godersi ambedue i titoli in quanto film ma sempre mettendo in conto che ci sono sicuramente visioni parziali e dramatization a fini narrativi nel mezzo. Trovo anche giusto, con la scusa del film, approfondire un po’ queste cose nella realtà. Per farsi un’idea più accurata dell’argomento ma anche per capire meglio un film e apprezzarne la sua messa in scena. Per fare questo ho scomodato un mio vecchio amico, Federico Mastrogiovanni, e gli ho chiesto di fare un po’ di fact checking tra film e realtà. Ha gentilmente accettato di rispondere a un po’ di domande e lo ringrazio veramente molto per questo.

Federico vive e lavora come giornalista, documentarista e insegnante a Città del Messico da dieci anni. Si è occupato per molto tempo di indagare i rapporti di forza tra Stato messicano, gruppi criminali e società civile con particolare attenzione al fenomeno delle “sparizioni forzate” in Messico, sparizioni di individui di vario tipo (30.000 desaparecidos in meno di dieci anni) che si susseguono senza sosta, profilando un’inquietante strategia del terrore con lo Stato a tirarne i fili e volta al controllo di aree ricche di risorse naturali, energetiche e minerarie a vantaggio dello Stato, di poteri pubblici e di multinazionali. Da questa indagine, che gli è costata anni di lavoro, tensione e minacce molto esplicite, ha prodotto “Ni vivos ni muertos”, un libro lucido e a schiena dritta, come lui, che vi consiglio di leggere per capire meglio il Messico, tanto popolare oggi sui media con i vari narcos di film e serie TV ma poco scandagliato in fondo nelle sue ragioni d’essere.

-ATTENZIONE! SEGUONO SPOILER-

Da qui si tratteranno tematiche e fatti inerenti la trama del film, se proseguirete la lettura lo farete tenendo conto di questo.

Allora, Federico, innanzitutto grazie e scusa per l’accollo ma ci tengo a fare un po’ di fact checking, avendo per una volta la possibilità di una fonte privilegiata come te sull’argomento.

L’innesco del film è la scoperta da parte della CIA dei cartelli del narcotraffico come partner logistici del terrorismo islamico per far entrare attentatori suicidi con i flussi di clandestini attraverso il confine USA/Messico. Che te ne pare di questo scenario? C’è una qualche relazione tra narcos e terrorismo?

Suppongo che questa speculazione della sceneggiatura sia basata su dei rumors, poi rivelatisi infondati, diffusi dalla stampa americana qualche tempo fa… Un’ipotesi suggestiva, buona per un film, ma infondata. Credo però sia inseribile nell’orbita del tentativo degli Stati Uniti di creare una narrativa che assimili il narco al terrorista, onde creare un “nemico esterno” che giustifichi delle politiche securitarie, come fu per il comunismo quasi un secolo fa con la Red Scare. È un discorso che ha attraversato varie amministrazioni nel corso degli anni per giustificare sia la War on Drugs che le politiche al confine. Hillary Clinton usò addirittura il termine “narcoterrorismo” a sugellare questa idea, per creare uno stato d’eccezione diminuendo i diritti e aumentando il controllo. In realtà la maggior parte del fenomeno narcos è strumentale agli interessi dello Stato messicano stesso, i narcos nominalmente gli sono contrapposti ma ne sono anche strumento e parte integrante molte volte; quindi se si vuole parlare di terrorismo è più corretto parlare di “terrorismo di Stato”. Le minacce che ricevetti io per le mie indagini, così come atti di violenza verso altri giornalisti quando non omicidi di questi, sono ormai stati ricondotti a forze istituzionali e quando non è direttamente lo Stato a farlo di suo pugno è comunque esso ad avvallare certe azioni, ma fa più comodo tirare in ballo unicamente e solamente i narcos come spauracchio. Creando il nemico esterno gli USA giustificano il securitarismo e creandone uno interno il Messico giustifica una repressione spietata che la maggior parte delle volte non colpisce i cartelli bensì la società civile, a vantaggio della sua agenda di controllo dei territori e sfruttamento delle risorse.

Nel film gli Stati Uniti cercano di innescare con una black op CIA una guerra tra cartelli per indebolirli, una black op in territorio messicano senza alcuna autorizzazione a nessun livello. Quanto ti sembra plausibile come scenario? Quanto gli USA inficiano sulla politica interna messicana in maniera manifesta e occulta?

A livello istituzionale ci sono accordi per forniture militari per la guerra ai narcotrafficanti con più programmi internazionali, quindi gli interessi in ballo in tal senso sono alla luce del sole, credo però che sia plausibile che avvengano anche operazioni sotto copertura, roba da 007, anche a insaputa del governo messicano.

Una delle scene chiave del film, e la più spettacolare forse, vede il convoglio dove viaggiano i protagonisti scortato da vari SUV blindati della Policia Federal messicana verso il confine. All’improvviso tutti questi veicoli si fermano e tutti gli agenti attaccano quello dei protagonisti. Mi sono chiesto se fosse possibile che per un’operazione di scorta così delicata potessero capitare tutti quegli uomini corrotti della Policia Federal, se davvero i cartelli sono così infiltrati nelle istituzioni.

Come ho detto Stato e narcos sono ormai entità simbiotiche, è assolutamente possibile che capiti una cosa del genere se deve morire chi stanno “scortando”. Addirittura accade che la Policia Federal ingaggi dei conflitti a fuoco con sé stessa, anche dentro aeroporti… Può accadere di tutto in tal senso, la cosa che credo non accadrebbe mai è che lo facciano contro degli statunitensi.

Il film ci mostra una “seduzione del male” che fa presa anche su una gioventù che potrebbe tranquillamente risparmiarselo, addirittura il Soldado del film non vive nemmeno in Messico ma (anche se per pochi metri) in USA. Quanto è plausibile? Esiste un profilo medio di chi vuole entrare nei cartelli o è una cosa ormai ad ogni livello?

Ormai è abbastanza trasversale, sì. È forse quasi uno stereotipo anche quello del ragazzino middle class che entra nei cartelli, siamo forse già a uno stadio successivo…

Soldado sposta l’attenzione della sua storia dalla droga (più centrale in Sicario) al traffico di persone che nel film viene definito il vero core business dei cartelli ormai. Anche qui: quanto è realistica questa affermazione e quanto realmente i cartelli diversificano le loro attività criminali fuori da droga e omicidi su commissione?

È corretto e abbastanza plausibile da affermare! Dico plausibile perché per affermarlo con certezza dovrei consultare dei dati aggiornati che al momento non ho, però la tendenza è questa da molti anni. Però va contestualizzato meglio il “traffico di persone” estendendone il significato a più cose oltre l’attraversamento in clandestinità del confine. Questo fiume di persone che viene interccettato dalle organizzazioni criminali viene “trafficato” in tanti modi lucrosi e criminali: lavoro forzato, prostituzione forzata, sequestro e riscatto, espianto di organi, di tutto. Nel film l’accento è messo su una di queste cose, la più evidente e utile al racconto, ma “traffico di persone” va inteso in senso drammaticamente più ampio.

IMDb | Trailer

DVD-Quote suggerita:

“Il sequel che nessuno chiedeva ma che faceva male a non chiedere”

Darth Von Trier i400calci.com

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