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Mettetevi in pari con: Vidyut Jammwal

– “CHI???”

STATE CALMI.

Il 1985 non è mai finito.

Ciao! Benvenuti alla nuova rubrica estemporanea “Mettetevi in pari con”, che sostanzialmente si tratta di un Le Basi condensato in un solo numero.
Oggi vi parlerò di Vidyut Jammwal, nato nel 1980 a Jammu, India settentrionale.
Figlio di un ufficiale militare, il piccolo Vidyut passa l’infanzia viaggiando di qua e di là ma, fin dall’età di quattro anni, si esercita nell’antica arte marziale del kalaripayattu.
È poco pubblicizzato il kalaripayattu (o “kalari”, in breve), ma grazie a una storia che si espande per oltre 3000 anni è considerata la più antica arte marziale tutt’ora praticata, che include tecniche la cui influenza è visibile in arti marziali nate successivamente in territori adiacenti, come il tai chi o il muay thai. Ma non solo: prevede un lato spirituale derivante dall’induismo, principi guaritivi derivanti da Yoga e Ayurveda e – crepi l’avarizia – l’uso di diverse armi tra cui spada, scudo, lancia, bastone e il mitico cheruvadi otta. C’è che l’India non è esattamente la Cina come tradizioni del menare: gli inglesi ai tempi della colonizzazione si cacarono sotto e misero il kalari fuori legge per evitare che le scuole divenissero raduni di pericolosi ribelli. Servì più o meno il successo mondiale di Bruce Lee negli anni ’70 a far quindi riscoprire il kalari ai giovani che, interessandosi all’argomento, scoprirono di avere questo enorme pezzo di cultura locale che fino a quel momento era rimasto nascosto in monasteri o scuole tradizionali che non avevano troppo interesse a pubblicizzarsi. È una storia complessa, se vi interessa chiedete a Madame Cobretti che la studia con invidiabile costanza ormai da un paio d’anni.

In India le bottigliette di birra sono di marmo.

Comunque: succede che Vidyut rimane fulminato da Ong Bak e dalla fama che grazie ad esso raggiungono Tony Jaa e il muay thai.
E in quel momento la sua missione diventa chiara: da grande Vidyut vuole diventare una star del cinema, e per la precisione il Tony Jaa del kalaripayattu.
Tony è il suo modello: Vidyut non si accontenta del kalari, ma si esercita anche nel parkour con in testa il leggendario inseguimento al mercatino di Ong Bak. Inizia con calma a offrirsi in giro come extra e stuntman, si fa notare in ruoli secondari, e infine dopo la sua brava gavetta ottiene un ingaggio da protagonista.
Qui magari è il caso che vi faccia notare che Vidyut non ha esattamente il fisichino esile ed elastico di Tony Jaa, ma è un discreto armadio.
Però, come dice il proverbio, “non lo sa” e fa parkour lo stesso, specializzandosi tra l’altro nella mossa di infilarsi al balzo come un furetto in spazi stretti.
Mandiamo in onda il contributo video:

La sua traiettoria cinematografica segue vagamente quella di Scott Adkins, ma con maggior fortuna: si fa notare in Force (2011) facendo il villain acrobatico e vincendo il Filmfair Award come Miglior Esordiente Maschio (non fatemi domande strane tipo “quanto è prestigioso”), e continua la sua ascesa alternando film di arti marziali con altri action più tradizionali per sviluppare anche le sue abilità recitative e allargare gli orizzonti professionali.
Rispetto ad altri divi di Bollywood però, Vidyut ha un insolito punto debole che lo confinerà per sempre in seconda fascia: non canta, e balla solo se strettamente indispensabile. Hrithik Roshan è forse il più completo attore vivente, capace di essere credibile nei ruoli alla Van Damme come in quelli alla Dustin Hoffman; Tiger Shroff è promettente, agile, carismatico e con la grazia del ballerino. Ma quando si tratta di arti marziali, Vidyut Jammwal è the real deal. È lo specialista.
Siccome quindi a Val Verde abbiamo organizzato una retrospettiva completa – un’ottima scusa per farsi un viaggio casual nel cinema action indiano, che a guardare solo i classici son buoni tutti e non si impara niente – abbiamo deciso di apparecchiarvi tutti i suoi film in un pezzo solo così vi organizzate e dal prossimo siete pronti e preparatissimi come il più raffinato degli intenditori.
Mettetevi comodi:

Force (2011)
L’esordio col botto.
Dopo qualche comparsata, Vidyut ha il suo primo ruolo di rilievo e i credits che lo introducono come “and Vidyut Jammwal”. Il protagonista di Force è John Abraham, un marcantonio di Mumbai che deve il suo nome “occidentale” semplicemente a un padre di religione cristiana. John Abraham è un ex-fotomodello bambascione, noto a sua volta per il ruolo del villain nel classicissimo Dhoom, che qui ricorda un po’ il Dolph Lundgren spaesato dei primi tempi: Vidyut alla prima camminata sui muri gli ruba la scena e non gliela restituisce più. La storia, remake di un film tamil intitolato Kaakha Kaakha, è quella di un team della narcotici che ammazza un drug lord in circostanze sospette e il fratello, Vidyut, giura crudele e implacabile vendetta: c’è da reggere una terribile storia d’amore tra il nostro protagonista e una tizia di cui lui si innamora a prima vista mentre sta menando uno, ma poi ingrana la violenza e alla fine si raggiungono vette di nichilismo che a confronto Cobra pare il Marvel medio. Vidyut si presenta col botto ed è subito il Boyka della situazione: il villain che vuoi vedere in azione più spesso dell’eroe. E parliamo di un film che inizia con l’eroe che sfonda una finestra e cade da un dirupo ma poi si aggrappa con le unghie a metà dirupo e si riarrampica su.
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Billa 2 (2012)
Il passaggio obbligatorio.
Billa 2
è il seguito di Billa, film tamil del 2007. A sua volta, Billa è il remake di Billa, film tamil del 1980 che lanciò la carriera di Rajinikanth (quello di Endhiran, il mattissimo classico con l’androide impazzito di cui vi parlai anni fa nella mia primissima esperienza con il cinema indiano). A sua volta, il Billa del 1980 è il remake di Don, vecchio classicone hindi del 1978. A sua volta, oltre a un remake hindi del 2006, Don è stato rifatto in diverse lingue: in telugu, come Yugandhar (1979); in malayalam, come Shobaraj (1986); in punjabi, come Cobra (1991); in italiano, come Johnny Stecchino di Roberto Benigni (1991 – quest’ultima cosa non è ufficiale ma la trama è assolutamente identica); di nuovo in telugu nel 2009, stavolta col titolo di Billa. Se quindi il primo Billa parlava di un gangster sostituito dal suo sosia, il secondo è un serissimo prequel sull’ascesa al potere del suddetto gangster, come Il padrino – Parte 2. Non ho ancora citato i classici stacchetti musicali di Bollywood: i film con Vidyut protagonista tendono a non averne proprio perché non è il suo forte, ma altrove ce n’è. Qui fanno particolarmente impressione perché è una serissima storia di crimine che a un certo punto si interrompe per una pausa dance nei club sforzandosi il più possibile di non sembrare troppo fuori luogo, ma invariabilmente è come se Al Pacino in Scarface si fermasse per ballare e cantare di persona Push It to the Limit. Comunque di nuovo: se vi infastidiscono, potete skipparli. Non sono musical: sono letteralmente stacchetti, interruzioni musicali a videoclip che non aggiungono nessun elemento alla trama. Vorrei poter dire lo stesso delle scene con Millie Bobby Brown nei film di Godzilla, e quelle sì che sono fastidiose. Ad ogni modo: il protagonista Ajith Kumar non è male, sembra più un Joe Pesci che un Al Pacino ma mena spesso e volentieri e con grinta. Vidyut segue le orme di Dolph Lundgren, Van Damme e Scott Adkins mettendo in curriculum un ruolo da villain russo. Ha una scazzottata acrobatica delle sue a metà film, poi si mena col protagonista dentro un elicottero militare sul finale e gli va un po’ magra. Però mi son divertito.
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Thuppakki (2012)
La svolta decisiva.
Il villain principale (senza nome) in uno dei più grandi successi tamil di tutti i tempi è a tutt’oggi il ruolo più famoso di Vidyut. Qui è dove dimostra carisma importante, e dove si fa ricordare principalmente per una sua versione del famoso monologo al telefono di Liam Neeson in Taken, ma ha un solo combattimento alla fine in cui sfoggia pochissimo e anzi, subisce l’umiliazione di ricevere un guyver-kick dal protagonista reso interamente possibile dai cavi. Il film in sé è un ottimo esempio random delle differenze culturali tra il cinema indiano e quello occidentale: immaginate una specie di Beverly Hills Cop extreme di 2 ore e 45, in cui la parte leggera è una rom-com stile Matthew McConaughey/Kate Hudson a tema matrimoni combinati, e quella action è una storia di attentati terroristici in cui di colpo il buffo protagonista – la superstar Vijay, una specie di Will Smith indiano – sfoggia casualmente un codice etico al cui confronto l’Ispettore Callaghan sembra il Superman di Christopher Reeve.
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Commando (2013)
Il nuovo eroe.
Grazie alla fama guadagnata con Thuppakki, Vidyut ottiene il suo primo ruolo da protagonista e finalmente può sfoggiare in pieno il suo repertorio. Il titolo, dicevamo, è ingannevole: non si tratta del remake bollywoodiano dell’omonimo capolavoro con Schwarzenegger, bensì una specie di Rambo per certi versi mischiato a Twilight. Vidyut interpreta Karan, le abilità di un intero esercito in una persona sola (da qui il soprannome “Commando”). Catturato dai cinesi e tradito dai suoi superiori, Karan viene torturato per un anno e infine riesce a scappare. Nella sua fuga, incontra una donna che sta a sua volta scappando da un criminale locale e la difende. La parte Twilight è quella in cui loro fuggono nei boschi e le sue abilità marziali quasi supereroistiche suscitano in lei più o meno le stesse reazioni di Kristen Stewart davanti al vampirismo soft di Robert Pattinson, ma la cosa importante è che Vidyut ha la scusa per menare un sacco di gente e sostanzialmente esibirsi in un remake delle mosse più famose del suo idolo Tony Jaa, tra cui il mitico inseguimento nel mercatino. Vale il prezzo del biglietto da solo? Of course.
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Bullett Raja (2013)
La ciliegina sulla torta.
Bullett Raja
parla di un “simpatico scavezzacollo” (Saif Ali Khan) che entra nel mondo del gangsterismo finché non gli ammazzano il migliore amico, e a quel punto giura vendetta tremenda vendetta e se la prende con i ricchi e col governo e inizia ad ammazzare ministri e imprenditori vari guadagnandosi gli applausi del popolo. Questo per darvi un indizio di che aria tira da quelle parti. Non approfondisco qui o il pezzo diventerebbe troppo denso, ma sono trame e/o generici sentimenti tutt’altro che rari da incontrare in un action indiano. Il film ha un buon ritmo e per una volta un tono tutto sommato consistente e amalgamato, invece che procedere per compartimenti stagni secondo la classica formula blockbuster. Vidyut è usato un po’ stile Chuck Norris nell’Urlo di Chen, e promosso al credit “special appearance by”: arriva tardissimo, si presenta con una scazzottata acrobatica delle sue e diventa l’antagonista perfetto da ritrovare magari improvvisamente convertito in un sequel alla Fast & Furious. Saif Ali Khan ha un buon carisma grezzo ed energico e penso che recupererò altre cose sue.
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Anjaan (2014)
L’apprendistato nell’ombra.
Suriya è una star del cinema tamil, noto tra le altre cose per il già citato Kaakha Kaakha e per aver originato il personaggio di Singam, poi esploso grazie al remake hindi, Singham con Ajay Devgn, talmente famoso che ne avevamo parlato persino noi nel lontano 2012. Devo ammettere di avere delle perplessità su Suriya: premettendo che questo è finora l’unico film suo che ho visto, mi pare adeguatamente preparato, professionalissimo, abbastanza simpatico e capacissimo di tenersi il film sulle spalle, ma comunque un gradino netto più in basso del molto più magnetico Ajay Devgn, e pure meno distintivo rispetto a gente come Vijay, Saif Ali Khan o altri che è inutile che vi citi ora se non ve ne ho mai parlato prima ma fidatevi, un giorno vi metterò in pari su tutti. Insomma: Anjaan – storia di un leggendario boss del crimine che si vendica di rivali e traditori strutturata secondo lo schema classico “un’ora di battutine e rom-com, un’ora di action serio ma con scazzottate alla Bud Spencer” – intrattiene bene ma non è sicuramente un picco del genere. Anzi aspettate: vogliamo soffermarci un secondo su quelle che ho appena definito “scazzottate alla Bud Spencer”? Non è preciso. L’effetto finale è quello, ma c’è ampio uso di cavi e mosse di arti marziali esagerate, e quindi è un po’ come se Bud Spencer fosse coreografato dal cugino tamarro di Yuen Woo-Ping. Si potrebbe chiamare questo stile “wuxia-spencer”. È un classico degli action indiani, e non manca mai di regalare soddisfazioni anche in casi lievemente minori come questo. Comunque: Vidyut ha un ruolo importante, è il migliore amico del boss, ma ha UNA sola scena di menare a modo suo – per fortuna meritevole – e poi fa un po’ la fine di James Tien nei film di Bruce Lee.
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Commando 2 (2017)
Il territorio ideale.
Il budget si alza per cui, da Rambo, si passa dritti a Mission: Impossible. Pienamente reintegrato, Karan viene mandato con un team di esperti a indagare su un traffico di soldi sporchi e si ritrova in un giro di inganni e contro-inganni con un sacco di gente da prendere a calci in fazza. Non siamo esattamente ai livelli di War – Vidyut è più la scelta dell’intenditore che una vera star – ma sorvolando sulle ingenuità di trama c’è da divertirsi. C’è di nuovo un inseguimento al mercatino alla Tony Jaa, e ci sono diverse acrobazie che regia e montaggio tendono forse un po’ troppo spesso a smorzare con gli stacchi sbagliati che guardano più all’estetica da videoclip che all’esaltazione del gesto. Ma Vidyut fa comunque cose non comuni per uno così grosso e si merita di nuovo da solo il prezzo del biglietto.
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Baadshaho (2017)
A lezione dai migliori.
È un ruolo secondario, ma chi se la perde un’accoppiata tra Vidyut e Ajay “Singham” Devgn? Devgn è il tipo di attore che non importa dove lo metti, il film diventa suo. Non importa di che genere sia il film, il film diventa di genere “Ajay Devgn”. Baadshaho è un heist movie ambientato nel 1975 che dovrebbe raccontare un momento complesso della storia dell’India, ma quando arriva lui, con la sua tamarraggine incontrollabile, il suo sguardo impassibile, il suo libro di one-liner senza senso (“La vita è lunga quattro giorni, e questo è il quarto”) e un carisma che fa il vuoto intorno, pare di vedere Dom Toretto catapultato dentro Romanzo criminale. Vidyut, conciato come un fotomodello della Magliana, abbandona per un attimo il kalari per limitarsi a fare del gran parkour e rifare per l’ennesima volta l’inseguimento al mercatino di Ong Bak: non può comunque competere. Un’occasione sprecata. Ma intanto, se siete stati attenti, avrete notato che Vidyut passa con nonchalance dal cinema tamil a quello hindi. Bravo!
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Junglee (2019)
Il progetto del cuore.
Questo è il film su cui Vidyut punta forte, anche se purtroppo dimostra idee non chiarissime. Nella sua testa è un’operazione popolare alla Dwayne Johnson: un’avventura per famiglie (è la storia di un veternario che difende una riserva di elefanti da un gruppo di bracconieri), con ampio showcase per la filosofia e i rituali del kalaripayattu, e addirittura un esperto regista occidentale (Chuck Russell!). È forse il suo film marziale più abbordabile per uno spettatore poco avvezzo a Bollywood, anche se non lo scambiereste mai per un film americano: ottimo come introduzione a ciò che Vidyut vorrebbe e dovrebbe rappresentare, e i numeri d’alta scuola non mancano, ma diciamo che preferiremmo vederlo in qualcosa di un po’ più incazzato.
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Commando 3 (2019)
Lo sfoggio di arroganza.
Avrebbe dovuto essere il suo trionfo ma, spiace dirlo, è deludente. Su oltre due ore le scene d’azione sono tre e assolutamente all’altezza dell’hype, ma il resto procede un po’ troppo a strappi. La piccola Bradford, West Yorkshire spacciata per Londra fa scappar da ridere, specie quando passano davanti a una vetrina con scritto “BRADFORD” grosso così, e non aiuta che il resto venga divorato da un improvviso impeto di propaganda un tanto al chilo che a confronto Invasion USA pare The Manchurian Candidate. Le tre scene chiave hanno in ogni caso momenti notevoli, e gli incassi della saga continuano a salire.
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Yaara (2020)
Il gioco di squadra.
Riadattamento del francese Gang Story (Les Lyonnais, 2011) con Tchéky Karyo e Gérard Lanvin, è la storia di quattro amici che mettono su un impero criminale, ma soprattutto è una scusa per indugiare in un numero spiazzante di momenti “bucolici” che sembrano il montaggio delle scene di Zoolander coi suoi amici fotomodelli ma serio. Vidyut sfoggia qualche calcio, ma ha ormai capito che non si campa di solo kalaripayattu e questo è uno di quei film in cui allena soprattutto le doti da attore (o sirenetto).
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Khuda Haafiz (2020)
La sfida più ambiziosa.
Ve lo ricordate Breakdown con Kurt Russell? Che film della madonna. Dalla trama pensavo che questo film fosse la versione di Vidyut di Taken, e invece è più una specie di Breakdown. Vidyut fa l’aggiustatore di computers senza abilità speciali: lui e la moglie rimangono vittime della recessione del 2008 (gli agganci con l’attualità nel cinema di Vidyut sono sempre importantissimi) e perdono il lavoro, per cui accettano un impiego in un paesino fittizio del Medio Oriente che non è l’Oman ma – ve lo giuro – è il Noman. Capito? NOMAN. Che non è l’Oman. A un certo punto ti fanno vedere la cartina e ti mostrano che sta in Oman, per cui si saranno detti che dal nome doveva essere chiaro che invece non era l’Oman. E quindi è il Noman. E uno magari direbbe che è per sentirsi totalmente liberi di rappresentare musulmani stereotipati malvagi senza troppe conseguenze, ma a un certo punto si distraggono e mostrano partner criminali algerini e dicono proprio Algeria, mica NoAlgeria. Ma insomma, Vidyut fa l’uomo normale tutto paranoia e recitazione intensa e tremolante, che appena stende due cattivi con un bastone si guarda la mano come per dire “MIODDIO che cos’ho fatto” ma poi gli scatta la violenza animalesca e scartavetra la fazza di uno sullo spigolo di un muro che a confronto Oldboy pare Spider-Man. È un thriller pieno di ingenuità, ma è teso, drittissimo e girato all’occidentale, senza distrazioni, scarti di tono e stacchi danzerecci, quindi decisamente l’entry point più accessibile per la filmografia di Vidyut: peccato sia anche quello in cui lui va contro il suo solito ruolo e fa letteralmente finta di non saper menare. In India, questo thriller di musulmani loschi e fazze scartavetrate è stato lanciato tra gli originals di Disney+ (#storiavera).
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The Power (2021)
La prova di carisma.
The Power è al momento la cosa più vicina di Vidyut alle trame dei classici gangster film di Hong Kong. Il suo ruolo è quello del figlio di un imprenditore intrallazzato che torna dall’Erasmus (credo), trova l’amore e decide quindi di prendersi carico degli affari di famiglia per risolvere traffici sporchi e intrighi vari e vivere sereno. Vidyut deve quindi dimostrare il piglio autoritario dei veri boss in una storia che purtroppo non riesce a decollare e accumula più chiacchere e noiosissimi intricati complotti che altro, ma quando scatta l’azione è la sua: acrobazie, slow motion, tamarrate come se piovesse, abbastanza da far su un trailer malizioso che lo fa sembrare il film più incredibile dell’anno. E invece… odio consigliarvi di usare l’avanti veloce, ma in questo caso capirei.
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Questa rassegna non è esattamente integrale – mi mancano altri suoi ruoli secondari a inizio carriera – ma ci sono tranquillamente i fondamentali e qualcosa di più tanto per darvi uno sguardo rapido su un mondo che non abbiamo visitato abbastanza spesso. La parte facile consiste nel fatto che Vidyut, anche quando in versione gavetta, si è infilato in prodotti perlopiù dignitosissimi e spesso anche meglio confezionati dei suoi.
Vidyut ha tenuto una breve rubrica di interviste in cui ha ospitato fra gli altri Tony Jaa, Scott Adkins, Michael Jai White e Hrithik Roshan parlando principalmente di spiritualità e motivazione, e poi ha ricambiato l’ospitata da Scott in un episodio di The Art of Action in cui discute i suoi stunt migliori. Il resto del suo canale Youtube consiste perlopiù in lui che sfida i fans a fare le flessioni sulle bottiglie o camminare sull’acqua, o lui che si allena casualmente a bordo piscina con una mucca che lo guarda.
Quest’anno uscirà anche Sanak, che pare un action dritto, ed è stato annunciato il sequel di Khuda Haafiz.
Non ho idea di quale sia la probabilità in futuro di vedere Vidyut in produzioni occidentali – forse sarà più facile vedere Scott o Tony andare a trovare lui a Bombay – ma spero vi siate resi conto che non ha nulla da invidiare agli altri action heroes di cui parliamo regolarmente, per cui noi lo terremo d’occhio lo stesso.

Bon, sapete tutto quello che serve sapere.
Tranne “Nanni, ma dove straminchia li trovo questi film???”.
Hahahahaha… Eh.
Qui in UK non è stato difficilissimo: tra Prime, Netflix, Apple TV, Chili, Youtube e persino due servizi streaming dedicati a Bollywood come ZEE5 e Hotstar (la divisione indiana di Disney+) ho trovato tutto.
In Italia mi risulta che al momento ci sia solo Commando 2 su Prime (vi va grassa, è sostanzialmente il migliore) ma volendo pure da lì potete farvi un account su ZEE5 e ci trovate tutti i Commando più Yaara e The Power (sottotitoli in inglese). Altrimenti sapete come funziona: fateveli registrare da un vostro amico e/o spargete la voce che vi interessano fortissimo finché un distributore italiano non si intenerisce.
Detto questo, spero vi siate divertiti, potete sciogliere l’assemblea ma se avete ulteriori curiosità chiedete pure nei commenti. Se avete domande sul kalaripayattu, vi faccio rispondere da Madame Cobretti. Ciao!

Questa è una di quelle cose che sembrano facili ma non lo sono, vero?

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