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Netflix prova a presentarci: Apostle

Ci sono almeno due cosa da dire immediatamente su Apostle.
Intanto, è il nuovo film di Gareth Evans, uno dei fondamentali registi action del cinema contemporaneo. Non lo vedevamo da quel capolavoro di The Raid 2, uscito ormai quattro anni fa. Eccezion fatta per un cortometraggio samurai nel 2016, il resto è stato un tempo di chiacchericcio e false speranze. Tutti speravano in un The Raid 3, ufficialmente smentito dal regista, o in un qualche lungometraggio legato a Safe Haven, il clamoroso corto di V/H/S/2 girato con Timo Tjahjanto. Se n’è uscito dunque nel 2017 con l’annuncio di Apostle, un film in costume su un culto pazzo pazzo, ed è subito partita la curiosità. Cosa tirerà fuori? Come gestirà un genere così diverso dalle sue solite cose? Sarà la stessa cosa con un cast tutto inglese e americano? Ma siamo proprio sicuri sia la mossa giusta? Sicuramente io speravo in un altro film action uguale agli altri ma con ancora più idee matte e bellissime applicate anche a un genere diverso, ma non si può pretendere che una persona faccia sempre la stessa cosa, nonostante quella cosa le venga meglio che a letteralmente tutto il resto dell’umanità. Ma insomma così, di Gareth Evans ci si fida.
E poi, è un film horror targato Netflix che sembra avere tutte le carte in regola per essere qualcosa di diverso, interessante e violento, e con una coppia di protagonisti, Dan Stevens e Michael Sheen, di tutto rispetto. La premessa, purché semplice, sembrava prendere spunto da cose recenti come The Witch e cose classiche come The Wicker Man: nel 1905 un uomo, Dan Stevens, si infiltra in un culto religioso, guidato da Michael Sheen e ubicato in un’isola sperduta della Gran Bretagna, per salvare la sorella. Ovviamente tutto è losco e puzza di sovrannaturale. Ce la farà il nostro eroe ecc ecc?
Messo tutto a verbale, partiamo carichi come dei muli, schiacciamo play e ci prepariamo alle mazzate.

Forza Gesù

Ci sono almeno due problemi da mettere in chiaro dopo aver visto Apostle.
Intanto, è un film di Gareth Evans, e da Gareth Evans ci si aspetta uno standard che va dal girato benissimo al girato meglio e una serie di scene d’azione girate con l’energia di chi non vuole fare altro nella vita. Movimenti di macchina serrati, ma anche un’attenzione verso i protagonisti che non si lascia intimidire dal bisogno moderno del montaggio frenetico. E allora vedere Gareth Evans alle prese con dialoghi d’altri tempi, o con l’introspezione di un protagonista non proprio elaborato, stona un po’. C’è chiaramente una regia ben precisa, che non sbava o sbaglia e che costruisce la tensione con tagli certosini, ma non sembra girato da lui, se non in una manciata di scene, nella camera a mano e in un buon momento horror tra viscere e vecchie. Ci sono delle idee, c’è della violenza ma per qualche motivo è sempre mostrata a metà, all’inizio e alla fine, manco fosse Kitano. Non c’è il taglio, non c’è il pugno. C’è il sangue già versato, e il dialogo di chi era lì. Per questo, un aborto coltello alla mano e una tortura col cavacervelli non sono impressionanti, né coraggiosi, ma semplicemente ci sono, esistono, in uno strato narrativo spiegato ma non mostrato.
E qui viene da pensare che sull’horror Evans non sia il manico che speravamo fosse, e che la prova magistrale di Safe Haven fosse più Tjahjanto che lui. Diciamo 50/50 dove lui ci ha messo la dinamicità delle scene d’azione e l’altro tutto il resto, nonché atti di violenza mostrati senza tagliare un secondo, ritmati dal rumore di mascelle che cadono a terra.
L’altro problema è che un film su un culto che ci mette pochissimo impegno a raccontare tale culto. Se alla regia comunque c’è della classe, alla scrittura manca quell’attenzione ai dettagli necessaria per rendere interessante qualcosa a cui due secondi prima nessuno si stava interessando. Non si capisce bene da dove venga, quale sia il messaggio, l’ispirazione, tantomeno lo stampo; le dinamiche interne sono arbitrarie, e tutto succede un po’ a caso. Scoprire il segreto è intrigante, ma una volta messo alla luce non c’è ripercussione, non c’è spiegazione, e per essere un film in cui tutti parlano di continuo, insomma, quasi quasi rimpiango lo spiegone alla lavagna di Shutter Island (consiglio la lettura di questa chicca pazzesca di 8 anni fa).
Considerando che, appunto, ne veniamo da film di magia nera come The Witch o film di culti come The Sacrament, fare un film adesso che mette insieme le due cose senza utilizzare un briciolo dell’atmosfera e l’ispirazione hanno entrambi mi sembra quasi assurdo.

FORZA GESÙ

D’altro canto, c’è sempre la possibilità che Netflix ci abbia messo lo zampino e abbia ordinato un taglio sulla violenza e una virata sullo storico sovrannaturale dove è più importante il singolar tenzone dello sballo cinematografico. Sono dinamiche un po’ difficili da interpretare, e finché nessuno dice niente non potremo sapere com’è andata. C’è da dire sicuramente che la critica, per qualche motivo, è stata molto buona: si parla, tra le altre cose, di torture pazzesche e di una gorefest sul finale, che io non ho visto, e credo che il problema sia il solito discorso dell’essere abituati a un determinato cinema, e dell’avere il bagaglio culturale adatto per conoscere le potenzialità di un’idea e di chi la sta realizzando.
Mi fa fatica pensare che un regista fenomenale come Gareth Evans sia totalmente colpevole del mezzo casino che è ‘sto film. Non che poi sia una merda completa, ma dura 130 minuti, ci mette una vita a ingranare e quando inizia a succedere qualcosa o non si capisce un cazzo o succede per metà. Qualche chicca qua e là (le scene col tizio che ingozza la vecchia, la roccia che esplode e vomita sangue) purtroppo non riescono a salvarlo, ma sono anche sicuro che chiunque lo guarderà solo ed esclusivamente perché vuole vedere un film horror con Dan Stevens ne uscirà soddisfatto, e probabilmente troverà scioccanti quelle quattro scene violente.
Temo fortemente che finché non vedremo un film di Evans girato come vuole lui non vedremo effettivamente un film di Gareth Evans, maestro della coreografia d’arti marziali, regista action dei nostri sogni.

DVD-quote:

“Gareth Evans è stato rapito dal culto del film pallosi”
Jean-Claude Van Gogh, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

ps. Venerdì esce su Netflix The Night Comes For Us, action di Timo Tjahjanto con Iko Kuwais e Joe Taslim. 10 euro che è il film di Gareth Evans che volevamo.

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