Our house is a very, very, very Dark House

Sapete che c’è? Che nel 2014 non è più credibile manco essere tormentati, tanto il consumismo ha compenetrato ogni singola fessura delle nostre vite. Sessant’anni fa avevamo questo.

Exhibit A

Exhibit A

Oggi abbiamo questo.

Exhibit B

Exhibit B

GUANTINI. Un incubo. Sigla!

Ora, contestualizziamo: Dark House è un horror di Victor Salva, regista dei vari Jeepers Creepers (di cui, ci crediate o no, è previsto un terzo capitolo), film che dieci anni fa sono passati come una leggera brezza nel mondo dell’horror, sollevando qualche gonna, facendo tintinnare qualche acchiappasogni ma infine sparendo nel nulla come si meritavano. Adesso Salva, dopo aver diretto un paio di film che con l’horror non c’entrano, è tornato al genere con questo Dark House. Manco a farlo apposta, dopo aver appena recensito un film con due titoli, me ne tocca un altro: anche qui, se andate sulla pagina Imdb del film scoprite che si chiama Haunted, mentre se guardate il film all’inizio c’è scritto Dark House. E anche in questo caso sono due titoli uno più brutto, insipido e anonimo dell’altro: complimenti!

Tagliando corto, Dark House/Haunted racconta di Nick Di Santo, un tizio emo-dark-punkrock-hipster tormentato da un dono abbastanza scomodo: toccando la gente riesce a vedere la loro morte, ma solo se è particolarmente violenta. Cioè se non vede la vostra morte, state tranquilli: vuol dire che morirete da vecchi sorseggiando bourbon mentre accarezzate il fucile sul porch, seduti sulla vostra sedia a dondolo preferita. Nick ha anche una madre paza che vive in un manicomio da anni, ma è lo stesso tutta piena di botox in fazza e blatera di “cose nei muri” che le dicono cosa fare e di una non meglio specificata profezia sul padre di Nick, che potrebbe o potrebbe non essere Satana in persona. La vediamo anche parlare a una grata, e quest’ultima le risponde con la voce di Darth Vader. Mamma viene quindi colpita dal morbo della morte – sotto forma di fiammata esplosiva dalla suddetta grata – e lascia a Nick in eredità una casa. Lui vede la foto della tenuta e capisce che è la stessa che aveva disegnato sin da piccolo e parte per trovarla insieme alla sua morosa incinta e al coinquilino-slash-migliore amico-slash-gay love interest ispanico. Seguono cazzi.

Vi ricorda niente? Al di là della storia della casa ereditata, a cui arrivo dopo, le coordinate principali sono rubatissime da due romanzi di Stephen King, e neanche due tanto sconosciuti eh? Da una parte La zona morta (lui che tocca laggente e ne prevede lammorte), dall’altra It. Appena ho visto gente parlare a grate la cosa mi ha insospettito, ma ammetto che non sarebbe un indizio conclusivo. La conferma è arrivata comunque più tardi, quando vediamo la suddetta madre morta comparire nella suddetta grata, rivolgersi al protagonista e dire cose come “Tuo padre è qui sotto con noi, siamo tutti intrappolati qui”.

"Galleggiamo tutti qui sotto, Nicky"

“Galleggiamo tutti qui sotto, Nicky”

Ecco, appunto. La casa maledetta ereditata dalla famiglia e “le cose” che strisciano nei muri derivano invece palesemente da un racconto di Lovecraft, I ratti nei muri. Perciò ricapitolando: i modelli di Victor Salva sono il più grande scrittore horror di tutti i tempi e il più grande scrittore horror vivente, con una strizzata d’occhio a Il seme della follia che è una summa dei due. Tutte cose che potenzialmente ci piacciono, no? E con delle premesse del genere, non ci dovremmo sbagliare più di tanto, giusto?

Il guaio – cioè la cosa che ti fa venire voglia di rintracciare Salva, battergli una mano sulla spalla e dirgli affettuosamente “La prossima volta, vedi di volare basso” – è che tutta la potenziale atmosfera è sputtanata da una serie di svolte di sceneggiatura involontariamente comiche, da dialoghi pedestri e una recitazione il più delle volte sciatta. Avete presente quei film in cui ogni due secondi ti ritrovi a gridare ai personaggi “Ma che cazzo stai facendo? Esci di lì/non aprire quella porta/non accarezzare quel cobra alieno!”, mentre li guardate basiti rifare in continuazione gli stessi stupidi errori? Ecco, Dark House è peggio ancora, nel senso che è uno di quei film in cui ogni scelta stupida ti viene poi giustificata da un twist che dovrebbe rimettere tutto in prospettiva, e invece suona solo come una scusa puerile e sortisce l’effetto di farti scaricare una ruota di bestemmie contro chiunque abbia preso parte alla produzione, responsabile del caffè incluso.

Dark House è una vendemmia di maccosa grossi come ratti di fogna: a partire dalla premessa che costringe il gruppo a rinchiudersi nella casa maledetta che suona più o meno “Con una donna incinta non riusciremmo mai a raggiungere l’auto al di là del bosco prima che faccia buio”, quando cinque minuti prima ci era stato mostrato che l’auto non era poi così distante dalla casa E INFATTI QUANDO LE COSE VANNO A PUTTANE CI ARRIVANO ECCOME ALL’AUTO CON LA DONNA INCINTA, E DI CORSA. Oppure potremmo citare dialoghi come il seguente: Nick si rivolge al migliore amico, che ha appena limonato in auto con una tipa. “Dimmi perché hai questo odore”. “Odore di che?”. “Di sesso”. Immaginatevi gli sguardi da triglia di due attori profondamente limitati, aggiungeteci un po’ di disagio per le implicazioni gay et voilà: scena awkward dell’anno. Potremmo farne tanti di esempi simili, ma tutto impallidisce di fronte a quello che definiremo IL PROBLEMA.

#guantini

#guantini

Il problema si struttura in questo modo: tu, protagonista del film, sei una persona tormentata da orride visioni e da un passato tragico, e indossi le camice a quadri aperte e il berretto di lana in piena estate per rendere esplicito il tuo disagio al mondo. Per evitare il contatto umano (e per nascondere delle brutte cicatrici auto-inflitte alle mani) decidi, saggiamente, di indossare dei guanti. PECCATO CHE SIANO GUANTI SENZA DITA. Perché, come diceva sempre il mio sarto, se devi tenere a bada un potere dai risvolti macabri e disturbanti, perché non farlo con stile?

Peccato, perché non mancano spunti positivi del film. Tipo il fatto che la prima grossa scena horror consiste in un inseguimento nei boschi tra i nostri e un esercito di Robert Trujillo armati d’ascia, tutto rigorosamente girato in pieno giorno. Una scelta coraggiosa, che non si vede tanto spesso negli horror mainstream, dove di solito si gioca sul sicuro e si ambienta tutto di notte, in modo che anche il più cretino dei registi riesca a evocare un minimo di atmosfera di default.

Il tutto alla fine prende la strada più banale possibile, tra profezie sull’Anticristo e uno scontro finale tra forze del Bene e del Male scontato e prevedibile, in cui tra l’altro giuro che qualcuno pronuncia le parole “Gargoyle di Dio”. I, Frankenstein ha fatto già danni.

'Cause we hunt you down without mercy Hunt you down all nightmare long

‘Cause we hunt you down without mercy / Hunt you down all nightmare long.

DVD-quote:

“Quei cazzo di guantini…”
George Rohmer, i400Calci.com

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Le Basi: John Milius. Conan il barbaro (1982)

A voi LE BASI, la rubrica in cui stabiliamo e blocchiamo le fondamenta del Cinema da Combattimento in modo da essere tutti in pari. In questo primo, imprescindibile round fisso settimanale percorriamo la filmografia di una delle colonne portanti del nostro credo, il glorioso John Milius, attraverso le opere più importanti della sua carriera, sia come regista sia come sceneggiatore. Buona lezione.

«Crom! Non ti ho mai pregato prima d’ora, non saprei come farlo. Nessuno, nemmeno tu ricorderai se eravamo uomini buoni o cattivi, perché abbiamo combattuto, o perché siamo morti. No, ciò che conta è solo il coraggio, e che due si son battuti contro molti, ecco cos’è importante! Tu ammiri il coraggio Crom, quindi accogli la mia unica richiesta: fa sì che mi vendichi. E se tu non m’ascolti, allora va alla malora.»

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Arnold Schwarzenegger, all’alba degli anni ’80, era uno sconosciuto quasi totale.
Diventato una leggenda nel mondo del culturismo (che però non è esattamente la Formula 1 come giro di soldi), si era trasferito dall’Austria in America per inseguire il suo sogno di diventare attore.
Era riuscito a farsi notare in Il gigante della strada, un film del ’76 di Bob Rafelson in cui interpretava quasi se stesso, ma aveva catturato l’attenzione del produttore Edward Pressman grazie alla sua performance carismatica nel documentario L’uomo d’acciaio.
Pressman, che sull’onda del successo di Guerre stellari era alla ricerca di un altro potenziale franchise che parlasse di eroi in mondi fantastici, stava cercando di portare sul grande schermo le avventure di Conan il barbaro, tratte dai romanzi di Robert E. Howard. Per lui, Schwarzenegger era un disegno di Frazetta incarnato.
Arnold, che nel frattempo per ingannare l’attesa era diventato milionario investendo in beni immobiliari, accetta: gli sembra un ottimo trampolino di lancio.
Lo ripeto nel caso vi fosse sfuggito: quando Schwarzenegger venne ingaggiato per Conan il barbaro, il film che dal semi-anonimato finì per lanciarlo nell’olimpo delle star di Hollywood, era già milionario.
Nelle sue parole: “Faceva parte del mio piano di diventare un attore famoso. Volevo essere sicuro di non dovermi incastrare in ruoli scadenti solo perché avevo bisogno di soldi”.
Se non è un modello di vita lui, io non so.
John Milius invece si appassiona di Conan quando l’amico produttore Buzz Feitshans lo introduce ai racconti di Robert E. Howard dicendogli “questa è roba tua”.
La storia produttiva è lunga e noiosa, per cui arrivo dritto al dunque: il progetto ha il via ufficiale quando John 1) ottiene di prepotenza la regia, 2) ottiene il permesso di riscrivere da capo una sceneggiatura già pronta scritta da Oliver Stone e 3) convince Dino De Laurentiis, con cui era legato contrattualmente, a salire a bordo in co-produzione con Pressman.
Sigla:

“Ciò che non ci uccide ci rende più forti”
Friedrich Nietzsche

John Milius prende questo passaggio nella più nota parafrasi che ne fece G. Gordon Liddy, ex-assistente di Nixon, e ci apre il film.
Che è un po’ il suo modo molto sottile di dire “ciao ragazzi, state per vedere un film altamente filosofico, fortemente ispirato alle teorie di Nietzsche, in cui l’eroe protagonista rischia di morire ventordicimila volte ma puntualmente ne esce più forte e sicuro di prima”.
A sentire in giro, Oliver Stone aveva scritto una sceneggiatura pazzesca piena di avventura e animali fantasiosi, una roba iper-costosa e complessissima.
Non c’è voluto molto a Milius per convincere Pressman e De Laurentiis che sarebbe stato in grado di riscriverla da capo e renderla molto meno costosa: è bastato non citare le sue intenzioni di ignorare quasi completamente i romanzi di Howard e farne piuttosto una personale versione del mito del superuomo.
Mi piacerebbe vedervi mentre andate in giro a dire che Conan il barbaro è la più classica delle storie di formazione: probabilmente ricevereste un sacco di pernacchie dai meno informati, ma è così, dal primo fotogramma all’ultimo.

conan (1)Partiamo dall’inizio: Conan bambino viene educato dal padre al mito dell’acciaio e di Crom, il Dio che vive sulle montagne e non ascolta mai (e pertanto il più credibile di tutti).
Il villaggio di Cimmeria viene attaccato da un’orda di predoni, annunciati da Franco Columbu e capitanati da Thulsa Doom (James Earl Jones), che massacrano tutti con l’aiuto di cani corazzati (la cosa più tenera del mondo), bruciano le capanne, ammazzano il padre di Conan e – gravissimo – gli rubano la spada. Poi Thulsa Doom gli ammazza anche la madre, decapitandogliela davanti agli occhi.
Il piccolo Conan viene quindi acquistato da uno schiavista che lo mette a girare la Ruota del Dolore, che è una ruota enorme che non serve a niente. E Conan, insieme ad altri bambini come lui, gira la Ruota del Dolore. Gli altri pian pianino cedono, ma lui nel giro di tre dissolvenze (che equivalgono a circa 15 anni) si trasforma in Arnold Schwarzenegger.
Ultimo sopravvissuto ancora attaccato alla ruota, viene ceduto a un manager di combattimenti clandestini da strada, che allora si tenevano in fosse squadrate: Conan, come un animale, passa direttamente dalla fatica continua senza uno straccio di interazione umana all’essere addestrato per uccidere i suoi simili per divertimento.
E che volete che faccia? Si diverte.
Gli insegnano a manovrare l’acciaio, come sognava da bambino, e ogni tanto gli buttano anche lì una malcapitata da scoparsi.
A un certo punto lo interrogano sul meglio della vita: Conan risponde sicuro “Schiacciare i nemici, inseguirli mentre fuggono, e ascoltare i lamenti delle femmine” (citazione/parafrasi di Genghis Khan).
È la sua prima linea di dialogo in assoluto dall’inizio del film.
Ed è il minuto 22.
Nella notte, il padrone lo libera e lo lascia fuggire: iniziano così le sue avventure.

Conan-the-BarbarianConan recupera una spada, si tromba una strega, diventa ladro, fa amicizia con l’arciere Subotai e la cazzutissima Valeria (si tromba pure lei), ruba in combutta con tutti e due, tira pizze in da la fazza a cammelli (scena a tutt’oggi censurata negli UK), si ubriaca senza ritegno: insomma, fa un po’ il cazzo che gli pare.
Come uomo cresciuto in una situazione molto particolare (eufemismo), privo di preconcetti e di veri modelli educativi se non in tenera età, Conan cerca quindi di formarsi un’etica e una morale da solo, cercando la soddisfazione personale attraverso il successo delle proprie imprese e aggrappandosi di base ai due unici concetti che ricorda provenire dal padre: Crom, il Dio tanto potente quanto assente, e l’acciaio come elemento dominante del mondo.
Quando infine viene ingaggiato da Re Osric per salvare sua figlia dalle grinfie guardacaso di Thulsa Doom, diventato nel frattempo il capo di un culto religioso dedito a orge e sacrifici umani verso un Dio serpente, Conan coglie l’occasione di vendicare i genitori, e nella sua mente pesa quasi più il furto disonorevole della spada del padre che lo sterminio dell’intero villaggio.
E badate bene, è tutto alla luce del sole, spesso esplicitato dalla voce narrante (“E per lui non vi fu più differenza: la vita… la morte… uguali. [...] Cominciò a capire il senso del valore, del proprio valore.”).
E durante il film le credenze di Conan vengono continuamente confrontate e messe alla prova, e lui ascolta, ragiona, interiorizza. C’è il dialogo con l’amico Subotai (“Il mio Dio è più forte. È il cielo sempiterno. Il tuo Dio vive sotto di lui.”); c’è il culto religioso guidato da Thulsa Doom e il loro primo incontro in età adulta in cui questi gli spiega come più forte dell’acciaio è la mano che lo impugna, e per dimostrarlo comanda a un suo seguace con un semplice gesto di suicidarsi; c’è la pseudo-crocefissione a un albero, in cui Conan non si dà per vinto e uccide un avvoltoio mordendolo; c’è il Mago che lo aiuta a riprendersi proteggendolo dagli spiriti; c’è la sua magnifica preghiera di battaglia, che ho riportato a inizio post.
La trama È letteralmente su Conan che cerca la sua identità e il suo modo di decifrare il mondo, tra una spadata e l’altra, sesso, sangue, mostri grossi e una salutare vendetta.

3035180553_58Il fatto è che sul Conan di Milius, più che un post, si dovrebbe scrivere un libro intero, e potrei scommetterci la corazza borchiata del cane della redazione Voltron che al DAMS è volata più di una tesina al riguardo.
Se ne andrebbero due/tre capitoli solo sulla pre-produzione, durata quasi cinque anni e costellata di svariate sfighe.
Ce ne sarebbe un altro sul background di Milius, su come abbia tradotto per il mondo di Conan quello che originariamente aveva pensato come film sui vichinghi.
Si parlerebbe del tradimento sostanziale all’opera di Robert E. Howard, di come il Conan del film sembri perlopiù un grezzo e grosso animale privo di intelligenza, e dall’altra parte della fedeltà ad alcune illustrazioni di Frazetta grazie ai design di Ron Cobb.
Si parlerebbe del coraggio con cui Milius diede i tre ruoli principali ad atleti quasi completamente privi di esperienza (Gerry Lopez/Subotai era un noto surfista già apparso in Un mercoledì da leoni, e Sandahl Bergman/Valeria era una ballerina notata da John in All That Jazz di Bob Fosse), sfruttandone le caratteristiche naturali e le movenze fisiche e dando un senso narrativo al loro impaccio nelle scene non avventurose.
Si parlerebbe di quei primi incredibili venti minuti in cui tutto è perfetto: coreografie, montaggio, costumi. Del look surreale e dello sguardo ipnotico di Thulsa Doom. Di quanto sia potente e iconica la scena della decapitazione, con l’inquadratura sul piccolo Conan paralizzato mentre il cadavere della madre gli scivola lentamente dalla mano. Delle tre essenziali dissolvenze che lo trasformano in Arnold e della standing ovation che scatta incontrollabile appena alza la testa per la prima volta. Della straripante forza emotiva del suo primo combattimento, in cui viene inizialmente messo a sedere di fronte al suo avversario per un giorno intero senza alcuna spiegazione né addestramento, e poi gettato senza preavviso nella fossa a farsi azzannare, ad aspettare che reagisca spontaneamente e ne esca da solo (Sparta Puppa La Fava). Si parlerebbe, insomma, del modo con cui un autore famoso per i suoi dialoghi riesca a comunicare in modo così magistrale senza usare una sola parola.
Si parlerebbe delle musiche di Basil Poledouris, una delle colonne sonore più straordinarie di tutti i tempi, una vera e propria opera wagneriana fatta e finita che parla letteralmente al posto degli attori.
Si analizzerebbe ogni scena nel dettaglio, perché ogni singola scena aggiunge un tassello importante nella descrizione di Conan e della sua evoluzione. Erano altri tempi, e Dino De Laurentiis era quel tipo di produttore incoscente/illuminato da lasciare a Milius quasi carta bianca: a tutt’oggi, l’unica cosa di cui John si lamenta è la voce narrante, che in origine doveva essere di Schwarzenegger ma, siccome Dino non si fidava del suo accento pesante, fu affidata a Mako (il Mago).
Non mancherebbe infine l’aneddoto in cui James Earl Jones, freschissimo reduce dal ruolo di voce di Darth Vader in L’impero colpisce ancora, dopo aver letto lo script va da Milius e gli dice “dai, non puoi farmi dire «Io sono tuo padre», l’ho già detta questa frase!”. Ma anche quello in cui la segretaria di Milius aveva girato una scena, poi tagliata, nel ruolo di uno degli avversari di Conan nel montaggio del periodo da gladiatore. Roba che ti immagini che John scegliesse regolarmente le sue segretarie così, tramite tornei di combattimento mortali.

conan (3)Il film fu un indiscutibile successo, anche se scatenò diverse polemiche sulla violenza che influirono su incassi globali alla fine lievemente inferiori alle speranze.
John era pronto a farne una trilogia – il primo film sull’acciaio (potere), il secondo sul come usarlo (responsabilità), il terzo sulle conseguenze (fedeltà) – ma alla luce delle reazioni fu ordinato un sequel dal tono più leggero e la violenza smorzata, e il nostro lasciò, sostituito da un mercenario dal curriculum importante come Richard Fleischer.
Il risultato, Conan il distruttore, fu un film di tutt’altro tono, scemissimo ma a suo modo divertente: ogni paragone con l’originale però è francamente impietoso, e persino gli incassi furono abbastanza deludenti da stroncare la saga.
Ma questa è un’altra storia.

«Perché piangi, arciere?»
«Perché lui è Conan, il Cimmero. Lui non piangerà. Così piango io per lui.»

>> IMDb | Trailer

P.S.: se per caso qualche infedele dubitasse della forza delle musiche di Basil Poledouris, un pazzo ha messo su Youtube l’intero film sovrapponendo la colonna sonora integrale alle scene corrispondenti. In HD. Godetevelo finché dura:

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Trailerblast: Deathstalker

>> IMDb

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E poi, d’un tratto, Oculus

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L’altro giorno, in un momento di rara felicità, sono andato da solo in un multisala praticamente fuori Milano a vedere Need for Speed. Dopo aver letto la recensione del boss mi ero giustamente gasato per cui mi son preso un pomeriggio libero e me lo sono andato a vedere. Il bar del multisala è chiuso senza speranza (niente caramelline, cazzo), c’è solo una ragazza alla cassa di quelle che hanno scritto in volto “non sai quanto io disprezzi il mio lavoro, la mia vita e pure la tua, che hai 36 anni, la barba bianca e vai di pomeriggio da solo a vedere un film con le macchinine brum brum”, e quello che dovrebbe stare all’ingresso sta raddrizzando tutti i poster che riempiono l’ingresso del multisala. Faccio il mio biglietto, ma la sala è ancora chiusa, per cui mi aggiro come un maniaco da shopping mall al piano. Dopo un po’ parte la nuova canzone di Biagio Antonacci, Ti Penso Raramente. Non potendo strapparmi i padiglioni auricolari, o perforarmi il timpano con un ferro rovente, ascolto attentamente il testo. Biagio canta: “Io ti penso raramente/te lo dico veramente/è bastato star dentro in un altro cappotto/per capire che in fondo avrei rotto, avrei rotto”. Capisco che Biagio Antonacci è un maestro, un poeta. Mi rendo conto che tutto quello che ho pensato fino a quel momento della mia vita, tutte le mie certezze, sono semplici illusioni. Il mondo mi appare per la prima volta nella sua forma reale. Vedo il matrix, vedo i numerini verdi che colano dalle fottute pareti  e mi sento onnisciente. Utilizzo questa mia consapevolezza per smaterializzarmi e ricomporre le mie molecole nel posto centrale della sala cinematografica dove è prevista la proiezione di Need for Speed, prima che l’omino dell’UCI cinema dia il segnale. Sono da solo in un luogo dove non dovrei essere e vedo finalmente dietro il velo di Maya. Cosa cazzo fanno nelle sale di un multisala quando ancora la gente non è entrata? Niente. Non ci fanno un cazzo. Dopo un po’ che sono lì dentro da solo a constatare che proprio nulla, non succede niente, si spengono le luci e vengo inondato da una ventina di minuti tra pubblicità e trailer cinematografici. Grazie alla nuova saggezza che scorre dentro la mia testa e al mio cuore,vedo tutto con occhi differenti. Solo ora capisco l’importanza di creme per il viso, ristorantini cubani appena fuori città, palestre dove si organizzano corsi di zumba, negozi di occhiali da sole grossi… Tutto è bello, tutto è vivo, tutto è utile. Poi c’è un teaser di un film horror. Si intitola Oculus. Ve lo faccio vedere.

Mi sembra di essere tornato fanciullo. Mi sembra di sentire nell’aria chiusa della sala una piccola brezza estiva, di quelle che accompagnavano i miei lunghi pomeriggi di tanti anni fa, quando non facevo veramente null’altro se non andare a chiudermi nel multisala dietro casa mia a Bologna, quello in fondo a via Michelino, a vedere tutto quello che passava. Tutto. Il teaser di Oculus è come una piccola madeleine che risveglia in me sensazioni che ormai pensavo perdute per sempre. Scampoli di brutti film che vogliono essere belli, ma che invece poi li vai a vedere e sono veramente brutti e ti chiedi: “Perché lo faccio, disperato ragazzo mio? Perché ancora non ho imparato? Perché non sono in piazza a giocare con il diablo e a limonare quella ragazza di Prato che una volta mi ha guardato a fine lezione? Perché non mi faccio i dread e mi convinco del fatto che i Folkabbestia cambieranno il mondo?”. Ma poi capisco. I vecchi ricordi svaniscono come neve al sole e, grazie alla mia nuova e appena raggiunta maturità, capisco. Ora mi è tutto chiaro: il cinema, l’amore per il cinema, è tutto qui. Nella speranza frustrata di un trailer brutto visto da solo in un multisala di periferia. Ringrazio mentalmente Biagio Antonacci, la tipa che gli ha prestato il cappotto, e mi convinco che Oculus sarà bellissimo.

Vai sereno! Garantisce Biagio!

Vai sereno! Garantisce Biagio!

E non avevo torto: Oculus si classifica già da ora come uno degli horror da battere per questa stagione cinematografica. Chi l’avrebbe mai detto, eh? Eppure è così. Vi racconto la storia del film. Mike Flanagan è un ragazzo americano di 35 anni. Nel 2000 comincia a lavorare nel magico mondo del cinema. Monta, scrive, fotografa e dirige. Gli piace l’horror e comincia a fare i suoi piccoli corti. Entra nel giro e, ancora giovine, comincia a fare qualche esperienza su set leggermente più grandi dei suoi. Nel cassetto ha una sceneggiatura a cui tiene molto; l’ha scritta con l’amico Jeff Seidman e si intitola Oculus: Chapter 3 – The Man with the Plan. Nel 2006 riesce a trarne un cortometraggio omonimo e le cose cambiano. Partecipa e vince un bel po’ di festival, il suo nome – come giovine autore horror da tenere sott’occhio – comincia a girare. Successivamente lavora per cinque anni per la televisione: dirige qualche episodio di qualche serie e si fa notare come regista affidabile. Nel 2011 gli viene affidato un vero e proprio lungometraggio, Absentia, e Mike fa il suo: il film, a quanto pare, non è tra le cose più belle mai girate nella Storia del Cinema, ma si porta a casa il risultato. Non ci posso mettere la mano sul fuoco perché non l’ho visto, ma evidentemente dev’essere così. Anche perché dopo Absentia gli viene chiesto di trasformare il suo vecchio corto in un lungo.

Facciamo il lungo? DAVVERO?

Facciamo il lungo? DAVVERO?

Il cortometraggio  in questione è così strutturato: c’è un regaz in una stanza bianca con tre videocamere, un telefono cellulare, un fisso e una serie di allarmi. Gli viene recapitato un vecchio specchio che tiene sulla parete, coperto da un lenzuolo. Il regaz in questione comincia a spiegare alle videocamere la storia di questo specchio. A quanto pare, chiunque abbia posseduto questo oggetto nella Storia ha fatto una brutta fine: gente morta male ovunque nel mondo e in ogni epoca. Uno specchio maledetto, capace con la sua influenza di far impazzire le persone e portarle a uccidersi nei modi più strani e orribili mai descritti. Scopriamo che il regaz è legato a questo specchio perché qualche anno prima è finito nello studio di suo padre che, ovviamente, è morto male.  Il regaz ha ritrovato dopo tempo questo dannato specchio e oggi lo sfida, per fare i conti con il passato, per chiudere definitivamente con la morte del genitore, per vendicarsi. Un cortometraggio piuttosto strano, giocato tutto sul non visto, sulla mancanza totale di azione e di luoghi comuni del genere. Certo, c’è qualche momento di puro e vero bubu7te, ma è il resto che fa la storia. La follia di un uomo causata da un oggetto che non fa niente di niente, se non starsene lì, appeso alla parete.

Una tensione che non ti dico.

Una tensione che non ti dico.

Mike Flanagan e l’amico Jeff Seidman hanno chiesto aiuto a tale Jeff Howard e hanno trasformato il loro vecchio lavoro in qualcosa di diverso. Si sono sbattuti, hanno arricchito la storia, l’hanno allargata. Hanno corso qualche rischio ma alla fine hanno vinto la scommessa. Questa volta i protagonisti sono due orfani, sorella e fratello. La prima lavora per un museo e ha messo le mani sul famoso specchio. Il secondo è appena uscito da un ospedale psichiatrico. Si ritroveranno nella loro vecchia casa, dove la sorella ha organizzato la resa dei conti. E via che si riparte: specchio coperto alla parete, telecamere, allarmi, telefono. L’idea è sempre quella di un horror basato sul nulla, sulla lotta tra due persone e un oggetto inanimato che riesce a farti fare di tutto solo esistendo. Ma c’è molto di più: la storia procede su due piani cronologici differenti: c’è il presente – con i due fratelli alle prese con lo specchio – e il passato – dove si racconta come i due abbiano perso i genitori a causa dello specchio. Più si va avanti con la storia, più i due piani sfumano uno dentro l’altro creando una sorta di tempo non definito dove tutto è in continuo mutamento. Il passato influenza il presente, ma al tempo stesso si creano dei paradossi cronologici intelligenti e molto divertenti. Il risultato è un mondo in cui tutte le regole saltano e dove l’unico appiglio è l’immagine, evidentemente distorta, che si riflette nello specchio. Un equilibrio sottile, sul quale Flanagan si muove con estrema libertà e sapienza, riuscendo a bilanciare momenti canonici a momenti piuttosto coraggiosi. Un horror difficile da inquadrare, con una sceneggiatura a prova di bomba, due buone interpreti femminili (Katee Sackhoff e la giovane e rossissima Karen Gillan) e tante nuove idee. Benvenuto amico Mike Flanagan.

e c'è pure un po' di disagio

e c’è pure un po’ di disagio

Dvd-quote:

“Non l’avrei detto ma è una bombetta!”
Casanova Wong Kar-Wai, i400calci.com

>> IMDbTrailer

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Consigli per l’arredamento: Wargames

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The Raid 2: recensione giusta ufficiale

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Sapete qual è uno degli effetti collaterali più ovvi della censura?
Più si abbassa il limite del consentito, più qualcuno rinuncerà a starci dentro e, una volta oltrepassato, si sentirà libero di fare quello che gli pare e piace e persino incoraggiato a premere sull’acceleratore.
Per cui è del tutto ovvio che, se da una parte la Disney si auto-censura pure gli schiaffi sul coppetto, dall’altra hai un Gareth Evans che, nel momento in cui decide che è assolutamente indispensabile mostrare una persona che infila un coltello in una parte del corpo a caso di un’altra persona, finché c’è glielo fa rigirare e tirare fuori a strappo per squartarlo meglio.
E tu, spettatore che ultimamente hai dovuto prendere la Xamamina per sopportare un Captain America pensato per i centri di recupero per iperansiosi, davanti a questi gesti ti commuovi.
Sigla (puppa la fava Barry Lyndon, questa adesso è nostra):

Ripassiamo la genesi del film a beneficio di chi è ancora in convalescenza per nausea da PG-13.
Gareth Huw Evans, gallese alto 1 e 90, è nel bel mezzo delle riprese di Berandal, il suo terzo film (il secondo in Indonesia con l’amico Iko Uwais), quando di colpo ha un’intuizione: ma se invece, per esempio, girasse direttamente il miglior film d’azione del nuovo millennio?
Per cui interrompe, e butta fuori The Raid.
Le conseguenze diventano ovvie: la gente richiede il sequel.
Per Gareth è quindi sufficiente riprendere in mano lo script di Berandal, ritoccarlo alla luce dell’esperienza acquisita e delle sue nuove possibilità artistico/economiche, aggiungere una scenetta di collegamento all’inizio e pronti via.
Questo ha portato ovviamente a conseguenze inquietanti, ovvero: QUESTA VOLTA C’È LA TRAMA.
Ci si è quindi divisi in due squadre: da una parte chi temeva peccati di presunzione, dall’altra chi comunque si rendeva conto che un altro film identico, basato su una (riuscitissima) gimmick, non avrebbe avuto molto senso. In mezzo, a tranquillizzare almeno parzialmente, l’episodio Safe Haven all’interno di V/H/S 2, un delirio horror girato in coppia con Timo Tjahjanto, a dimostrazione che il nostro ha ancora ispirazione da vendere e nessuna particolare mania di grandezza.

Segni d'affetto

Segni d’affetto

The Raid 2 ha la trama, dove con “trama” intendiamo qui un canovaccio che non si può liquidare in un solo spiegone del sergente nel furgone della SWAT diretto verso il condominio della morte.
Rama (Iko Uwais) è sopravvissuto al massacro del primo film e, su suggerimento del fratello, ha immediatamente incontrato Bunawar e gli ha consegnato i nastri con le prove sui poliziotti corrotti.
E credeva di scamparsela così, ma ovviamente sbagliava.
Tama, il boss in canotta e ciabatte del primo capitolo, era solo una cellula come tante, parte di un’organizzazione ben più grossa e potente che di certo non gliela lascerà passare liscia.
L’unico modo per sopravvivere è diventare un film di John Woo.
E insomma, è vero che senza saremmo stati tutti un po’ più tranquilli, ma un po’ di trama, di per sé, non ha mai ucciso nessuno. Si tratta sempre di affrontarla con lo spirito giusto. I film di John Woo ce l’avevano e nessuno si è mai lamentato.

Ordinaria amministrazione

Ordinaria amministrazione

Ci sono dei grossi vantaggi a utilizzare come sequel di un film uno script pre-esistente: niente blocchi di ispirazione, niente forzature, niente paranoie sul come portare avanti la storia.
Berandal è la classica storia di gangster alla orientale: c’è il poliziotto infiltrato che non può fidarsi di nessuno, ci sono le famiglie rivali, c’è il figlio del boss testa calda, l’incomodo indipendente ambizioso, tanta carne da macello e gli adeguati power-scagnozzi di fine livello.
Non è esattamente minimale, ma è anche giusto così: Evans a questo turno voleva fare un film normale, senza né i limiti né i vantaggi di un cosiddetto “high concept”, ma questo non significa affatto che volesse di colpo fare il dramma autoriale intimista. Perché se da una parte è vero che Evans si sforza di allargare ulteriormente le sue abilità di filmmaker con sequenze ambiziose e ci sono abbastanza inquadrature fighette da poterci montare un trailer intero che lo faccia sembrare un film di Refn, specialmente una fissa per i primissimi piani sugli oggetti piccoli e per composizioni geometriche con forti botte di colore, dall’altra gestisce tutto benissimo e fa molta attenzione affinché le parti dialogate siano puro contorno e rincorsa emozionale verso l’indiscutibile obiettivo numero uno del film: mostrare le scene d’azione più fottutamente intense che si siano mai viste.
The Raid 2 è ambientato in un mondo che, rispetto al normale film di gangster, chiede un solo extra-sacrificio alla sospensione dell’incredulità, ovvero la scarsa propensione dei suoi protagonisti a servirsi di armi da fuoco. È un mondo, insomma, dove il caro vecchio Mad Dog (“uccidere con una pistola è come mangiare al fast food”) era solo il filosofo principale di un trend evidentemente diffuso. Un mondo in cui se c’è da giustiziare una persona si mandano dodici scagnozzi a mani nude, o una ragazzetta armata di martelli, piuttosto che un pirla che prema semplicemente un grilletto. Non credo che nessuno di voi lo consideri un grosso ostacolo, comunque.
Accettato questo, è tutta discesa: preparatevi ai massacri più cazzuti che si siani visti su grande schermo da tanto, tanto, tanto tempo.

Delicatezza e sportività

Delicatezza e sportività

Fondamentalmente non esistono scene di riscaldamento: fin dallo scontro iniziale nel cubicolo di un cesso – la scena già girata prima di The Raid e rifatta per l’occasione – è roba per cui ogni film d’azione moderno pagherebbe oro.
La megarissa nel fango nel cortile della prigione fa sembrare i Crows Zero di Takashi Miike un film della Marvel: vorresti gridare alla scena più incredibile dell’anno ma siamo appena al minuto 15 e a fine film sarà solo una delle tante.
In due ore e mezzo di durata c’è un solo momento in cui si potrebbe forse accusare Gareth di forzare un pochetto la mano e cedere al fan service, ed è la sottotrama dedicata a Prakoso, ovvero Yayan “Mad Dog” Ruhian. Nell’economia dell’intreccio è importante, ma forse non tanto da dedicarci tutto quel tempo, e c’è addirittura il rischio di confondersi se si riconosce l’attore ma non si intuisce che si tratta di un personaggio diverso rispetto a quello del primo film. Però, onestamente, come si fa a rinunciare a Yayan? Come si fa a dire che non si ha voglia di vedere Yayan da solo contro mille? Come si fa a non godere quando si arma di lungo machete ma non lo usa, e procede invece con il piglio di un terminator massacrando chiunque gli si pari davanti esclusivamente con piedi e mani, per poi finalmente infilzare con un colpo secco colui che era dal principio il suo unico vero bersaglio? Quanto cazzo ce n’è, in questa sola scena che non ha bisogno di didascalie di conferma, di quello stesso inscalfibile rigore etico-morale che ci aveva fatto innamorare di lui nel primo film?
Dopodiché, siccome Evans ci teneva a fare un’opera tutto sommato equilibrata – siamo più vicino a un dramma stilizzato iperviolento come A Better Tomorrow 2 che a un altro esercizio di stile come Hard Boiled – è toccato tagliare fuori per pure ragioni di ritmo sequenze incredibili come questa:

Capito?
Quanti film avete visto negli ultimi anni in cui una roba così sarebbe stata di gran lunga la scena migliore?
Impossibile contarli.
E invece il Gareth si può permettere di sbatterla via.
Perché ha di meglio.
Perché ha un film imballato di gente che si fa malissimo: coltelli rigirati e tolti a strappo, mascelle che si frantumano contro gradini, fazze brasate su piastre, machete, uncini e il solito squadrone di stuntmen kamikaze.
Perché non nasconde niente, e usa la cinepresa per movimenti dinamici atti ad esaltare le coreografie invece che smorzarle.
Si rischia il fumetto con personaggi come Hammer Girl e Baseball Bat Boy, ma entrambi zittiscono nell’istante stesso in cui entrano in azione: la prima conquista per il modo in cui usa due martelli alla volta da entrambi i lati, frantumando ossa con la parte che pianta chiodi e accoltellando e squartando con la parte che li estrae; il secondo ha la mia scena preferita del film quando stende un tizio sparandogli in faccia una palla da baseball e gli chiede di ridargliela, e questo rantolante a terra usa invece le sue ultime forze per lanciarla via per spregio, come se farsi impallinare fosse significativamente peggio che farsi prendere direttamente a mazzate.
E c’è anche l’incontenibile Epy Kusnandar, già vincitore del Sylvester come Miglior Matto per V/H/S 2, qui nei panni di un altrettanto matto produttore di film porno.
Come nel primo film, il nostro protagonista Iko diventa secondario all’insieme: ci mette l’intensità giusta per non sfigurare, e non gli viene mai chiesto niente di eccessivo a livello drammatico, per cui ha tutta la calma per brillare nelle scene di botte, in cui di nuovo la spettacolarità non è data dal lato acrobatico/circense ma da quello tecnico e brutalmente efficace ai limiti dello splatter.
Il nuovo boss finale è Cecep Ahrif Raman, bassetto ma dotato di quel tipo di carisma controllato che trasuda classe ed esperienza come nella tradizione dei grandi classici del kung fu.

Hobo with a machete

Hobo with a machete

Sì insomma, ci sarà anche qualche pausa in più tra una portata e l’altra, ma i piatti rimangono abbondanti e di primissima qualità.
Si esce stremati, commossi e consapevoli che l’asticella per i film action si è alzata a livelli a cui oggi, a Hollywood, nessuno può nemmeno sognarsi di sfiorare.
E se tutto va bene, stavolta per vederlo in Italia dovremmo aspettare un po’ meno: liberate un posto nello scaffale dei classici.

DVD-quote:

“Il nuovo film da battere nella categoria action”
Nanni Cobretti, i400Calci.com

>> IMDb | Trailer

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Il fermo-immagine del lunedì

rickiohthestoryofricky2Story of Ricky

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Gioca anche tu con i400Calci!

È il weekend!
Di sicuro vi state chiedendo cosa fare per passarvi il tempo visto che la pioggia bagna, il sole fa sudare e le temperature medie sono per le persone noiose.
Non vi preoccupate! Abbiamo la risposta per voi.
Il nostro carissimo lettore “AntonioM”, che ringraziamo fortissimo per l’iniziativa, ha personalizzato per voi un paio di giochetti classici immortali, per usare il ragionamento senza dimenticare la violenza.
A voi:

2048 – i400Calci edition

2048

Tetris – i400Calci edition

tetris

Buon divertimento!

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Fight Night: Apocalypse Now

Rubrica settimanale di colonne sonore da combattimento per caricarvi, emozionarvi, uccidere vostro padre e, riguardo a vostra madre… WAAAAWAAAAYEUAAAARGHHH…

Artista: The Doors
Titolo: The End
Dal film: Apocalypse Now

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Nosferatu che vien dal mare e si bagna la giugulare: Beast of the Bering Sea

NiBWf9UNon l’ho mai detto, avrei dovuto dirlo prima ma non ci stava nel contesto, importantissimo, in cui stavo scrivendo; è un problema che mi ha un po’ corroso dentro, piano piano, mentre l’integrità morale mi prendeva a calci nella violenta maniera di chi non vuole avere più nulla a che fare con te. Ora ve lo dico, un attimo, prima un’altra cosa, prima ricordiamo che esistono almeno due tipi di film SyFy: ci sono i comuni, regolari e del tutto noiosi “ci sei o SyFy”, quelli che si prendono sul serio senza apparente motivo, con la solita storia banale buttata lì col pilota automatico e una computer grafica posticcia terribile messa lì con paint; mille film così, mille film che ho visto e provato a difendere in parte ma che, alla fine della fiera, spero di non dover rivedere mai più. Poi ci sono i molto più rari “così SyFy”, che sono un po’ quelli che indicano una certa presa di coscienza riguardo al format e che o puntano tutto sull’autoironia e la stupidità, solitamente divertendo abbastanza, o provano a fare qualcosa di cinematograficamente serio e riuscendoci più o meno bene, nei limiti della rete. In tutto questo ci sono svariate sfumature su cui un giorno scriverò un libro, chiamato ovviamente “400 sfumature di SyFy”, che mi farà fare i soldoni e potrò scrivere sul cinema dei mostri senza preoccuparmi della vita e tutto il resto. Capito no, le cose che finiscono sulle quarte di copertina. Cercava la fama ha trovato la SyFy. Insomma, stavamo dicendo, tra tutte queste sfumature e tipologie c’è sempre e comunque stato un leitmotif piuttosto concreto: ci sono i mostri brutti, spesso grossi, il più delle volte bizzarri; esperimenti genetici andati male, filamenti di DNA buttati alla rinfusa in vasche di maccosa e così via. Il mostro grosso, nei film SyFy, non è soltanto uno strumento per l’intrattenimento bieco, una variabile ben precisa in un’equazione ben più grossa o anche solo un’estensione del significato più acuto di MacGuffin. Il mostro grosso, nei film SyFy, è l’essenza stessa del cinema come inteso da chi ha deciso che il proprio futuro è produrre film con dei mostri grossi. In un’ottica etica, ma anche commerciale, il mostro grosso è la fibra di cui sono fatti i sogni di un’industria. Non esisterebbe, la SyFy, senza i mostri grossi. Certo, esiste tutta una serie di disaster movie con i terremoti e i disastri naturali, ma chi se ne frega? Nessuno, perché la SyFy esiste solo ed esclusivamente in funzione del mostro grosso. Così deve e dovrà essere. Se Roger Corman fosse più in bolla, di questi tempi, la trasformerebbe nella più grande produzione b-movie del creato invece che limitarsi a produrre quattro cazzatine che rasentano l’inutile, nel senso che aver Corman tra i credits significa porre la pellicola su tutto un altro piano di giudizio.
Ora che ho finito posso tornare al punto iniziale: cosa mi sta facendo del male interiore da qualche mese a questa parte. Attenzione che lo dico: mi fa girare tantissimo le palle che il film dalla più vasta copertura mediatica della SyFy, Sharknado, non sia un film di mostri grossi ma soltato una stronzata metereologica. Quello è, senza cambiare il mio giudizio, positivo, sul tutto. Insomma ci sta, diverte, c’è la Asylum di mezzo, però che cazzo, tutto il mondo a parlare della casa di produzione e distribuzione colpevole della maggior parte degli ibridi assassini presenti in TV e non se ne vede manco uno. Solo del vento che soffia. Rispetto a qualsiasi altro film della rete Sharknado è davvero solo un film di Terrence Malick col vento che soffia sugli squali. Questo volevo dire, e niente più.
Ora dovrei parlare del film, ma la farò breve: fa parte di quei mille film ci sei o SyFy con la pretesa di avere una trama in cui il tono serio e drammatico distrugge in partenza qualsiasi possibilità di divertirsi e spreca inevitabilmente quello che forse è il mostro marino più scemo e stupendo da loro creato: una specie di manta vampira che si nutre di sangue umano, usa gli umani come incubatrici e, essendo vampira, esplode se esposta a troppa luce. Una meraviglia senza senso. Una specie di mantello di Dracula con la testa che salta sulle barche ondeggiando sinuosamente e che si copre gli occhi con le ali come solo i migliori vampiri sanno fare. Un po’ mi viene da piangere, lo ammetto, anche perché di queste mante se ne vedranno tre e pure in una pessima computer grafica senza precedenti. Lo sforzo è stato evidentemente minimo e per questo voglio dire a tutta la produzione che la odio, nonostante continui a volerle del gran bene perché, insomma, per pensare a cose del genere bisogna essere i migliori.

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Come at me brooooooo’

DVD-quote:

“Anche quando fai cagare: grazie SyFy”
Jean-Claude Van Gogh, i400calci.com

>>IMDb | Trailer

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