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Fight Night: Drago d’Acciaio

Rubrica settimanale di colonne sonore da combattimento per caricarvi, emozionarvi o incitarvi ad essere uno capace di tirare un calcio ad una scala e spaccare tutto.

Artista: Hardline

Titolo: I’ll Be There

Dal Film: Drago d’Acciaio – Rapid Fire

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Libri di sangue: Bersaglio facile (Cobra + Facile preda)

In cui ci diamo coraggiosamente alla letteratura, e vi andiamo a recuperare quei casi in cui un film è diventato talmente più famoso del libro da cui è stato tratto che probabilmente ne ignoravate o avevate dimenticato le origini. Chicche nascoste, tradimenti per il meglio e altre rivelazioni che non avreste immaginato.

Il libro: Bersaglio facile (A Running Duck), di Paula Gosling (1974)
Il film: Cobra, di George Pan Cosmatos (1986)
L’altro film: Facile preda (Fair Game), di Andrew Sipes (1995)

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La trama del libro: Clare Randall è una copywriter che viene presa di mira da un killer prezzolato e finisce sotto la protezione di un poliziotto dai modi duri, Mike Malchek, origini russe.
La trama del film: Marion “Cobra” Cobretti, origini italiane, è un poliziotto dai modi duri che si ritrova a proteggere Ingrid, fotomodella, da una setta di serial killer che l’ha presa di mira.
La trama dell’altro film: Kate McQuean è un avvocato che viene preso di mira da un team di rinnegati del KGB e finisce sotto la protezione del simpatico e affascinante poliziotto Max Kirkpatrick, origini irlandesi.

Cos’è successo in mezzo? Sylvester Stallone prima, e Cindy Crawford dopo.
La Warner acquista i diritti del romanzo (conosciuto come A Running Duck negli UK, dove uscì l’edizione originale, e come Fair Game negli USA, dove è uscito quattro anni dopo) verso la fine degli anni ’70 per una cifretta semi-irrisoria, ma lo accantona.
Sly, nel 1985, non solo era reduce da un’annata leggendaria in cui aveva piazzato due film nella Top 3 degli incassi di fine stagione, ma era fresco di abbandono del progetto Beverly Hills Cop, in cui i produttori avevano in ultimo deciso di non sottostare alle sue modifiche e piuttosto avevano riadattato il ruolo per Eddie Murphy, ricavandone il miglior successo dell’anno precedente. Ma Sly, quelle idee, doveva metterle da qualche parte. Come si sia arrivati alla decisione di usare Fair Game di Paula Gosling non è dato sapere: Sly lo usa a malapena come scaletta e incentra tutto il film su se stesso e sulla sua voglia di creare una specie di Ispettore Callaghan per l’era reaganiana. La Gosling non viene nemmeno avvertita.
Nel 1995 la situazione è leggermente diversa: Joel Silver si convince per qualche motivo che valga la pena riadattare Bersaglio facile, stavolta accentuandone la love story e possibilmente infilando una bella scena di sesso bollente per cogliere gli ultimi echi dei thriller erotici post-Basic Instinct. E credeteci o meno, ma il primo a essere ricontattato è di nuovo Sly, il quale rimane a bordo abbastanza da far spostare la location delle riprese poi giustamente si sveglia, esclama “ma checcazzo sto facendo” e abbandona. Nel frattempo prosegue la ricerca della co-protagonista, destinata ad avere un ruolo decisamente più corposo rispetto a Brigitte Nielsen in Cobra: vengono contattate Julianne Moore, Geena Davis, Brooke Shields e Drew Barrymore, ma a un certo punto Silver si intestardisce a voler ingaggiare Cindy Crawford, top model di fama galattica ma con zero esperienze recitative. Le carte in tavola cambiano e il film viene riadattato su di lei.

Marion "Cobra" Cobretti e la fotomodella Ingrid

Marion “Cobra” Cobretti e la fotomodella Ingrid

Affinità e divergenze. Al libro va concessa una cosa: togli le origini est-europee, e Michael Malchek è Sylvester Stallone sputato. Un uomo d’azione old school dal passato violento modellato probabilmente su Clint Eastwood, ma ancora a suo modo attraente. È per questo che Sly lo usa come base: gli basta prendere Malchek, applicarci sopra le sue idee fino a trasformarlo in una caricatura fumettosa, eleggerlo a protagonista assoluto facendo girare tutto il film intorno a lui, seguire il resto della scaletta.
Il risultato è che si fa prima a elencare le affinità piuttosto che le differenze. Rimane il plot principale della ragazza inseguita da un assassino, rimane il tema della talpa nella polizia che aiuta l’assassino a seguire ogni mossa degli eroi, rimane il collega fidato di nome Gonzales, tutto il resto è reinventato di sana pianta. Il cattivo non è un cecchino professionista coinvolto con la mafia, bensì una setta di killer che uccidono più o meno a caso in nome di un “nuovo mondo” non meglio definito, mentre Cobra incarna la frustrazione di chi ha i modi ingabbiati da una legge che i criminali non rispettano, e in più deve assistere ai giudici che li rimettono in strada. “Qui è dove si ferma la legge, e comincio io”, dice. E allora, se si gioca al paragone col libro, diventa buffo che 1) questi serial killer a caso per ideali neo-fascisti si preoccupino tanto di una testimone che ha visto in faccia uno di loro senza manco coglierlo sul fatto, e che 2) con tutte le trame che Sly poteva scegliere per il suo messaggio politico/morale a difesa del lavoro dei poliziotti contro quello dei giudici, si vada a incastrare in una storia che prevede un poliziotto corrotto. E nemmeno uno qualunque, ma un pazzo fanatico maniaco omicida completamente partito di cervello, proprio uno di quelli che ti chiedi come minchia faceva a non destare il minimo sospetto fra i colleghi. Ma Sly bene o male la risolve inquadrando sempre e solo se stesso, e di base te ne accorgi solo se devi stilare un articolo come questo. Per dire: nel libro l’identità della talpa è un colpo di scena mantenuto fino alle pagine finali, mentre qua Sly spiattella tutto al minuto 4 così non ti distrai dall’azione.
La versione del ’95 inizia in modo tecnicamente più fedele: come nel libro, prima Cindy Crawford viene ferita da un cecchino, e poi le viene piantata una bomba nell’appartamento. Ma il Max Kirkpatrick di William Baldwin non potrebbe essere più diverso da Mike Malchek: è il classico piacione hollywoodiano belloccio e spiritoso, fresco di relazione con Salma Hayek (nel simpaticissimo ruolo di una messicana isterica). Intuibile il motivo: se da una parte hai un’esordiente cagnaccia come la Crawford, metterle di fianco il classico duro impassibile avrebbe ammazzato la conversazione.
Facile preda affronta un po’ più a fondo il tema della corruzione nella polizia, e lo mischia alla paura principe del 1995: gli hacker. Rispetto a Cobra, è anche ovviamente più concentrato sulla progressiva attrazione fra i protagonisti, tema centrale anche nel libro, in modo da poter arrivare a quello che era stato eletto come fulcro della campagna pubblicitaria, ovvero la scena di sesso. È qui che sta l’altro problema: Cindy Crawford non voleva saperne mezza di fare un ruolo sexy, per cui di base per tutto il film è Billy Baldwin a doversi mostrare spesso a petto nudo e con le chiappe di fuori. Nel momento clou però, o la produzione ha trovato una tipa che le assomigliasse anche di profilo o per circa un secondo e mezzo Cindy esce miracolosamente le tette.
Comunque: di nuovo, lo svolgimento della storia è completamente autonomo, ma il template del libro si incastra meglio che con Cobra. Cindy è avvocatessa e i cattivi sono uno squadrone di russi ribelli, comandati da quel gigante di Steven Berkoff, che devono farla fuori per avere via libera con i loro grossi traffici illeciti.

Max Kirkpatrick e l'avvocatessa Kate

Max Kirkpatrick e l’avvocatessa Kate

Finali a confronto: il bene trionfa, nessuna sorpresa, ma in questa sede mi premeva spoilerarvi il finale del libro per farvi capire come mai è moralmente impossibile, anche per Hollywood, approcciarvisi in modo fedele. Vedete, il cattivo è uno dei cecchini più temuti d’America, e Malchek è un esperto del settore, con alle spalle un controverso passato in guerra con eguali mansioni di cecchinerìa, che lo insegue senza successo da anni. E cosa salta fuori? Che il killer è un ex-stagista di graphic design, frustrato perché assegnavano a lui tutti i brief più noiosi, passato al killeraggio così, senza esperienze rilevanti, addestrandosi da solo per hobby, per pura rivalsa personale. E Clare, la protagonista, era una sua superiore, responsabile del suo licenziamento. E ok gli anni ’70, ma è la svolta più scema che io abbia mai letto. Poi scopri che sia la Gosling che il marito erano copywriter, come Clare, e dopo le braccia ti cascano anche le palle (o viceversa).

Ma il libro, in generale, com’è? Uff. Paula Gosling ha scritto diversi gialli in carriera ma non ne ho letto neanche uno, quindi non so dire come questo, che è il primo, si confronti con il resto della sua produzione. Bersaglio facile è un thrillerino da ombrellone tutto sommato decoroso, solidissimo nella sua costruzione, in cui si nota il gusto nel dettagliare le tattiche d’azione sia dell’investigatore che del killer, che sono sempre le parti più divertenti. Ma di base, vuole raccontare di una donna in carriera che si innamore dell’Ispettore Callaghan. Di conseguenza regge benissimo per una buona metà, quando descrive Malchek e lo mostra in azione e quando tratteggia il killer come la classica figura per molti versi speculare, ma scade pesantemente 1) quando infila il twist scemissimo (e tutto sommato gratuito) di cui sopra, e 2) quando l’attrazione fra i protagonisti diventa esplicita e l’uomo più freddo, duro, tormentato e asociale del circondario spalanca il suo cuore di panna a vantaggio delle signore. Praticamente più che Cobra è Guardia del corpo (il quale – lo sapevate? – fu davvero a un passo dal diventare un sequel di Callaghan). Insomma, non lo consiglio.

Stili a confronto (impietoso)

Stili a confronto (impietoso)

In conclusione: libro, film o l’altro film? Entrambi i film. Cobra è ovvio, è un capolavoro che non ho bisogno di rispiegarvi. Ma ho rivisto Facile preda e non avete idea della sorpresa. Certo, la Crawford recita in sonnambula e Baldwin tende all’insopportabile, e c’è una grande aria di routine, ma ha un ritmo impeccabile e svariate esplosioni di qualità. Queste cose nel ’95 erano ancora ordinaria amministrazione, ma fosse uscito oggi avremmo tirato una gran boccata d’aria e ci saremmo esaltati più del moralmente consentito. Fa malissimo rendersi conto come un film così, concettualmente sbagliato e girato con evidente pilota automatico, soddisfi più del 90% dell’action occidentale medio odierno puramente sulla base del fatto che allora gli ingredienti per un prodotto di quel genere erano sparatorie, inseguimenti scassoni, stunts e palle di fuoco a volontà, mentre oggi… Boh? Joel Silver, amici.

Curiosità: l’internet mi giura che nel 1999 Paula Gosling ha scritto un libro chiamato “Cobra”, ma non sono riuscito a trovare altre notizie. E non so nemmeno se lo vorrei davvero leggere.

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The Last of Arnold: Maggie (trailer)

Non credo che questa scena sia nel film, ma dovrebbe

Non credo che questa scena sia nel film, ma dovrebbe

Maggie non era esattamente il film di Schwarzenegger su cui puntavo di più.
Annunciato e girato secoli fa, si è preso tutta la flemma del mondo per trovare distribuzione e, proprio alla vigilia della premier al Festival di Toronto, è stato comprato dalla Lion’s Gate, ritirato dall’evento e spostato a maggio.
La trama parla di Schwarzenegger che, come se non gli bastasse la disgrazia di avere Abigail Breslin come figlia, se la ritrova pure contagiata dal morbo della morte (nella versione lenta e zombificante). Ma siccome ormai è un vecchio triste e solitario a cui non è rimasto un cazzo da fare nella vita, se la trascina dietro cercando una cura.
Però no, non è un action: è un dramma a sfondo pseudo-horror, in cui Arnold interpreta un ruolo eastwoodiano.
E insomma, a me Arnie convince: il trailer tiene astutamente i dialoghi al minimo, che nonostante il nostro abiti negli Stati Uniti dal 1968 ha ancora l’accento pesante di chi è appena sbarcato e in un film del genere rischia da un secondo all’altro di ammazzare l’atmosfera, ma a parte questo è costretto a recitare, è concentratissimo, ha tutta l’aria malinconica e vissuta che serve alla situazione, ed è esattamente il tipo di ruolo in cui ero curioso di vederlo all’opera.
Dirige l’esordiente Henry Hobson che, indovinate? Ha lavorato sia a The Walking Dead che The Last of Us. Nel ruolo di, uhm, designer dei titoli.
Guardate un po':

Come vi sembra?

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Ehi guarda, un metahorror: la recensione di Muck

Steve Wolsh, "Retro", chiappe su tela, 2015.

Steve Wolsh, “Retro”, chiappe su tela, 2015.

disclaimer: tutte le immagini che trovate nell’articolo sono state selezionate in modo casuale, skippando in punti random del film e scattando una foto. Vi dà fastidio perché il ritmo del mio discorso viene continuamente interrotto da visioni di culi? Sticazzi, ho appena visto un’ora e mezza di film così. Vi fa piacere perché culi? Appunto, ho appena visto un’ora e mezza di film così

Bla bla qualcosa qualcosa metahorror Scream Wes Craven Cabin in the Woods.

Seriamente, Steve Wolsh, ti sembra questo il modo di esordire nel luccicante mondo del cinema? Con un horror adolescenziale concettuale che fa il verso, senza neanche aggiornarlo, a un altro horror adolescenziale concettuale che faceva il verso a tutti gli horror che erano venuti in precedenza? Il film di squartamenti che fa l’occhiolino agli esperti di film di squartamenti ha rotto il cazzo più o meno all’altezza di Scream, poco prima o poco dopo a seconda di come vi collocate nell’annosa diatriba, e tu, Steve Wolsh, neanche ci metti quel minimo sindacale di regia interessante o di talento inespresso che mi permetta almeno di salvare a fatica i tuoi sforzi?

Sai perché non passerò il resto del pezzo a insultare te e Muck, dannato Steve Wolsh? Perché comunque mi hai fatto ridere perché sei un cazzone. E poi perché

TETTE.

TETTE.

Tette. Bocce. Poppe. Mammelle. Seni. Meloni. Angurie. Cocomeri. Palloni. Airbag. Protuberanze dell’amore. Escrescenze della felicità. Ghiandole mammarie. Pere. Tette. SIGLA!

Seriamente, dire «mi è piaciuto Muck perché è un’interessante riflessione sulla ripetitività ciclica del nostro genere preferito e perché risponde a una di quelle Domande Fondamentali che per una questione di principio ci rifiutamo di porci di fronte alle nostre pellicole dello spavento preferite» è come dire «ho visto il video di Blurred Lines su MTV, gli arrangiamenti sono una bomba!». Non sono del tutto sicuro che a quel marpione di Steve Wolsh interessasse davvero raccontare la sua storia, considerando quanto spesso la interrompe con strip tease, scene di nudo, docce, strusciamenti, strizzate di poppe, rallenty di culetti in mutandine di pizzo.

Sto parlando di un film che, tra il primo e il secondo morto (il quale arriva intorno ai tre quarti d’ora di pellicola), si prende cinque minuti per piazzare Jaclyn Swedberg in una scena sponsorizzata da Intimissimi nella quale prova una serie di reggiseni in cerca di quello che meglio le risalta il seno.

(alla fine sceglie quello leopardato)

Ora vi vorrei dire qual è stato il mio primo pensiero dopo cinque minuti di Muck, ma immagino che se siete interessati alla storia potreste anche saltare il prossimo paragrafo perché indovinate un po’, ci avevo azzeccato subito!, e quindi potreste rischiare di bruciarvi il finale. Facciamo che piazzo un altro screenshot così siete storditi e lo spoiler passa in secondo piano.

Sopra: sì, ci sono anche dei morti.

Sopra: sì, ci sono anche dei morti.

Muck comincia in medias res, con cinque ragazzi (MM FFF) che fuggono da una palude nella quale hanno perso un paio di amici morti male per motivi mai specificati, e si ritrovano sulla soglia di una casa di campagna abbandonata. La spiegazione di quanto avvenuto fin lì non viene neanche fatta presagire, si dà per scontato che i ragazzi siano lì e che gli sia successo “qualcosa da film horror” prima.

«Vuoi vedere che quel furbacchione dello Wolsh ha deciso di fare l’horror che spiega cosa succede ai protagonisti degli horror dopo che sono scappati dal mostro e si stanno allontanando nel bosco lividi e sanguinanti, ma ancora vivi?»

Muck è praticamente il sequel concettuale di tutti gli slasher mai usciti. Sapete dov’è ambientato? Nella regione di West Craven, dove il cast ha letteralmente (questa è una roba forte, glielo concedo allo Wolsh) girato di notte tra paludi acquitrini e vento gelido nel corso di tre settimane, e considerando quanta carne nuda si vede nel film non dev’essere stata un’esperienza piacevole per le almeno otto fregne spaziali che si alternano nel ruolo di protagoniste di questa farsa.

Ovviamente la casa nella campagna nel mezzo del nulla dell’acquitrino della palude non ha il telefono, e qui Wolsh comincia a snocciolare in ordine sparso tutti i cliché dell’horror – e fastidiosamente del metahorror, con il monologo di uno dei protagonisti dopo pochi minuti a fare da esempio più preclaro e irritante. «Non lo capisci? È un film horror! Prima morirà lei perché è puttana, poi io perché sono ferito…» bla bla BLA LALALALALALALA NON SENTO NULLA VAFFANCULO, a casa di Steve Wolsh questi ultimi vent’anni non sono mai passati.

Steve Wolsh, "MILF", botox su tela, 2015.

Steve Wolsh, “MILF”, botox su tela, 2015.

Muck sembra seriamente un collage di meme presi da una pagina Facebook sugli horror. Da quando i cinque protagonisti arrivano nella casa isolata, smette tutto di avere senso, ognuno dei protagonisti segue il filone dettato da un meme (“scappo in cerca di aiuto”, “vado a farmi la doccia al piano di sopra”, “scendo in cantina”, “esco in giardino”) e Wolsh fa una gran fatica a tenere le fila di tutte le sottotrame, con tanto di pezzi di scena ripetuti a distanza di qualche minuto per ricordarci che cosa cazzo ci facesse di preciso “quella bionda con il nasone” in “quel posto lì dove ci sono i Dimmu Borgir”.

Ogni horror ha bisogno di un cattivo maniaco omicida, no? E poi qui a West Craven le home invasion sono la moda della stagione! Wolsh decide che la scelta migliore per il suo editoriale sullo stato del cinema horror è un cattivo che sembra uscito da un gruppo symphonic metal circa 1996, proprio quando usciva Scream tra l’altro, il che mi porta a pensare che il nostro amico avesse scritto il film qualche giorno prima di quello con Neve Campbell, senza però essere un Kevin Williamson che avesse la forza di produrselo e costruirci attorno il marketing perfetto per attirare “i fidanzati di quelle che guardano Beverly Hills”, e da allora si è roso il fegato finché qualcuno, forse la sua nuova compagna, un’artista visuale giapponese di nome Toshira Mifuna, l’ha convinto a ritirare fuori dal cassetto quella sceneggiatura che, in ultima analisi, verrà ricordata solo per un motivo.

Steve Wolsh, "Poppe", poppe su poppe, 2015.

Steve Wolsh, “Poppe”, poppe su poppe, 2015.

L’approccio assolutamente anarchico dei cattivi, che sono appunto degli albinostupratori che ringhiano e sbavano e violentano e uccidono senza che ci sia una vera motivazione dietro alle loro azioni, è sintomatico del problema principale di Muck: a un certo punto vuoi prendere Wolsh per le spalle, scrollarlo con forza e chiedergli «E QUINDI? E QUINDI?». L’esperienza è un po’ come guardare una granata a frammentazione che esplode: parte in mille direzioni diverse, ciascuna delle quali ha come unico risultato finale la morte. E così si sega via un personaggio dopo l’altro, una tetta dopo l’altra, finché Wolsh non si rende conto che con i saggi critici non si va da nessuna parte, e che bisogna riprendere le fila della storia e cominciare a girare un film.

Ci si arriva scremando personaggi e sottotrame, finché giunti al dunque Wolsh decide che quello che stava provando a dimostrare non è poi così interessante, e da lì Muck tira dritto come un fuso fino al finale, concentrandosi su un trio di personaggi che possiamo decisamente troppo tardi identificare come “i veri protagonisti del film”. Potrebbe essere l’ennesimo commento di Wolsh sullo stato pietoso della scrittura dei personaggi nell’horror, commento che viene vanificato dalla scelta di Muck di puntare sempre e comunque su dialoghi forzatamente whedoneschi e ammiccanti, che essendo copiati da uno più bravo vengono fuori forzati e raramente brillanti. Finisce che Wolsh si prende per il culo da solo, insomma.

Steve Wolsh, "Dimmu Borgir ist krieg", metallo su capra vagante, 2015.

Steve Wolsh, “Dimmu Borgir ist krieg”, metallo su capra vagante, 2015.

E finisce anche che quando finisce la lectio magistralis e si fa sul serio Wolsh collassa sulla sua incapacità di girare scene horror chiare ed efficaci, preferendo puntare sulla confusione e le ingiustificatissime camere a mano. Il grandissimo Kane Hodder nei panni del supercattivissimo GRAWESOME CRUTAL salva la baracca? Tristemente no, e il finale conferma solo che qualsiasi cosa che Muck volesse provare a dire l’aveva già detta molto esplicitamente nei primi cinque minuti.

Né era poi una cosa così imprescindibile od originale, ecco.

Tutto quello che rimane è inutile contorno.

E tette. Un sacco di tette.

Steve Wolsh, "Kinky and I know it", fetish su tela, 2015.

Steve Wolsh, “Kinky and I know it”, fetish su tela, 2015.

DVD-quote suggerita

«DVD-quote di film horror!»
(Sito di cinema horror, www.sitodicinemahorror.it)

IMDb | Trailer

Nota a pie’ di pagina: non voglio neanche commentare, ma

WITH ANO.

WITH ANO.

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Basta con gli elefanti: Tony Jaa in SPL 2 (trailer)

Innanzitutto voglio assicurarmi che tutti voi abbiate visto il primo SPL.
Lo si trova con il titolo occidentale di Kill Zone, ed è una bomba clamorosa con un Donnie Yen in formissima, un Sammo Hung sempre sbalorditivo e soprattutto una storia che è una mazzata come poche.
Il sequel pare una roba completamente scollegata, ma perché lamentarsi?
C’è Tony Jaa. In un film cinese.
È quel tipo di svolta di carriera che a uno come lui si augura ben più di una comparsata in Furious 7.
Guardate che roba, porca miseria:

Fa una certa impressione vedere Tony battersi per esseri umani invece che per i suoi amici con la proboscide.
Ma soprattutto, sarà una goduria vederlo all’opera nell’unica cinematografia che assegna budget e manovalanza di serie A ai film di menare.
Come vi sembra?

Un altro serio candidato a gif dell'anno

Un altro serio candidato a gif dell’anno

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Animazione di menare: Fire and Ice (1983)

La locandina di Frazetta per Fire And Ice è una cosa che vedo ogni mattina alzandomi visto che è appesa nella mia camera da letto. È accanto a quella, sempre di Frazetta, de L’uomo nel mirino di Clint Eastwood, e guardandole mi ricordano che non importa che tu sia leone o gazzella, ogni mattina quando ti svegli l’importante è Frazetta.

E ora via con la sigla.

Quando esce Fire & Ice nel 1983 il film si trova, volente o nolente, al vertice di alcune cose.
Innanzitutto di un momento storico: quello dell’esplosione della fantasy nei media di massa. A patire dall’editoria più o meno underground la popolarità del genere è stata in ascesa costante, dai libri di Moorcock ai fumetti di Métal Hurlant/Heavy Metal e Conan fino allo sdoganamento totale nei primi tre anni anni degli ottanta con Dungeons & Dragons, i Masters of the Universe e Dragon’s Lair nelle camerette di ogni adolescente d’America. Il Fantasy e la Sci-Fi tra la metà degli anni settanta e la metà degli anni ottanta sono per i più giovani quello che furono il Western e l’ Horror per i loro padri. Conan il barbaro, vera e propria breccia culturale per il genere presso il pubblico mondiale, arriva al cinema nel 1982 sulla spinta di milioni di coatti e rockettari che nei settanta si tatuavano asce bipenni, leggevano Spada Selvaggia e aerografavano i loro van con barbari e donne seminude. Era l’emanazione più lineare e sdoganabile di un genere che lambiva con altre incarnazioni e sfumature più o meno complesse un po’ chiunque: bambini, hippie, metallari, studenti fattoni di Berkeley e Gianni Alemanno. Fire & Ice racchiude, quando questa narrativa si stava già avviando al suo riflusso e sovraffollamento, la summa un po’ di tutto il meglio fino a lì. Dopo di lui il diluvio, o quasi.

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Apici estetici di un decennio

Si pone materialmente al vertice del rotoscopio, quella tecnica di cui il suo regista Ralph Bakshi è stato cantore e martire ineguagliato, e che con l’acidissimo Il Signore degli anelli e il meraviglioso American pop ha tracciato una linea di stato dell’arte della faccenda con la quale però ha anche minato la sua carriera a causa dei costi esorbitanti non corrisposti da incassi altrettanto alti. Una di quelle residue figure d’arte, autoriali e visionarie in un cinema d’animazione che stava semplicemente morendo sotto il botteghino Disney, schiavo del peggior buonismo.

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“Il Signore degli anelli” di Ralph Bakshi ovvero: “Peter Jackson sei un coglione poveraccio”

In breve: il rotoscopio consiste nel ridisegnare un cartone animato fotogramma per fotogramma sopra ad un girato con attori e ambientazione veri; una tecnica dispendiosa perché raddoppia le manodopera e i passaggi ma che permette momenti e soluzioni superbi per l’animazione, per quanto a volte strani. Bakshi, immolandosi con un cocente fallimento economico, è l’uomo che ha consegnato uno dei più grossi artefatti di psichedelia al cinema: lo fece proprio con il genere fantasy nel suo Signore degli anelli e al genere fantasy tornò con Fire and Ice per scolpirne un rispettoso e appassionato epitaffio quando questo cominciava ormai la sua discesa nel limbo. Epitaffio a lui e alla tecnica del rotoscopio.

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Blow Up di menare: un dandyssimo Frazetta supervisiona le sequenze dal vivo di Fire and Ice che verranno ridisegnate al rotoscopio

Si pone infine al vertice di Frazetta, che spero di non dovervi spiegare chi sia e quindi non lo farò. È al vertice di Frazetta perché dopo decenni di illustrazione e pittura che hanno cambiato per sempre alcuni immaginari e ridefinito la qualità dell’illustrazione commerciale, il maestro entra negli anni successivi nella fase un po’ di risacca della sua carriera. Un po’ per cause di salute via via incalzanti e un po’ perché ormai Frazetta era Frazetta e il nostro si godeva sempre di più i frutti della sua celebrità, producendo di meno stando alla testa degli enormi introiti per le licenze dei suoi lavori e i ricavi ormai da arte contemporanea della vendita dei suoi originali.

Ma in Fire & Ice ci sta tutta la poetica muscolare, michelangiolesca, epica ed eterna dei suoi primi rivoluzionari lavori, quella voglia di fare qualcosa che ridefinisca e chiuda un’idea. Qui Frazetta diventa vivo, vero, tutto il film è un’ode alla sua idea di fisicità e di avventura. Per quanto il film non fu un successo al botteghino è intimamente un film riuscito.

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“Un film riuscito”

Per motivi che vi spiegherà tra poco il mio caro amico Jackie Lang questo è il film d’animazione che per maestranze coinvolte, impegno profuso e idea di fondo, doveva essere trattato su questo sito ad ogni costo. Perché al di là del fatto che si menano, si prendono a spadate, che ci sono le tette e i mostri, è un atto d’amore puro e incompromissibile ad un epoca che era già morta, un film retto e morale se vogliamo, un atto d’artista di due grandi artisti come Frazetta e Bakshi e come tutti i grandi atti artistici pieno di difetti e cose non condivisibili e quindi grandioso perché osa. Osa anche nel portare al cinema una storia e un’ambientazione completamente sue, un mondo e una mitologia proprie, a differenza della quasi totalità dei film fantasy che si appoggiavano a romanzi o idee di altri. Insomma: che vi piaccia o no il risultato credo che sia uno di quei pochi cartoni animati che ogni adulto deve aver visto, soprattutto se nostro lettore.

Il pezzo di Jackie Lang

Questa storia inizia quando io, che sono un ignorante, vengo iniziato da Darth Von Trier a Fire and Ice: “Ah ma è di Bakshi, quello del cartone del Signore degli anelli…” – “Si ma anche di Frazetta eh!” – “……..aaaaahhh…… Vabbè, gli dò un’occhiata tanto sta integrale su YouTube”.
I primi 4 minuti fanno bella mostra di alcune delle sequenze animate peggiori che abbia mai visto, tra le più povere e tristi in assoluto, anche quando arrivano i protagonisti il character design è vicino a Masters of the Universe e i volti sono animati con una pigrizia ingiusta. Darth si è rincoglionito e dovrò essere io a dirglielo.

Poesia in movimento

Poesia in movimento

In un’era fantasy c’è un grande signore cattivo, uno di quelli magggici, che riesce a comandare il ghiaccio e lo sta facendo avanzare su tutta la Terra, assieme ad un suo esercito di esseri sub-umani. Ghiaccio che emerge, uomini un villaggio che viene distrutto e razzie dei sub-umani (o quel che sono), sono passati 8 minuti e comincia una sequenza d’azione micidiale: il protagonista, Larn, è l’unico sopravvissuto del villaggio ma si finge morto per scappare ai sub-umani, ne ammazza un paio e poi comincia una corsa stupefacente (non scherzo) che si conclude con un questo momento di cui vi ho lasciato il minutaggio perchè vi voglio bene. Ecco questo è l’istante preciso in cui ho capito che, come al solito, è meglio Darth.

Il momento della consapevolezza

Il momento della consapevolezza

Non vi sto a spiegare come il film sia stato fatto (cioè la tecnica del rotoscoping) perchè so che siete reduci dalla più esaustiva delle spiegazioni possibili, ma è questo il momento in cui si capisce quello che vedremo e come lo vedremo: corpi di carne vera che fanno cose. Che poi è il segreto del cinema d’azione.
Dei molti film fatti in rotoscoping Fire and Ice è forse l’unico pensato seriamente intorno all’idea di corpo e di carne, è fatto di personaggi praticamente nudi per tutto il tempo, corpi esibiti, è un complesso di muscoli, carne, grasso e movimenti stupendi, come l’animazione non ha mai fatto prima nè dopo. Nella fuga che precede il fotogramma qua sopra Larn corre a figura intera muovendosi con un coinvolgimento che non vedevo dall’epica corsa nell’aeroporto di William Peteresen in Vivere e morire a Los Angeles, viene mancato di pochissimo da un’accetta e ha una reazione di una fluidità e una rapidità che gridano, un’armonia d’azione che mi ha commosso ancora prima che capissi che questo è un cartone in cui il corpo dei personaggi ha una consistenza che si sente, dentro la quale le dita affondano. E non avevo ancora visto il meglio.

Hai fatto incazzare il personaggio secondario sbagliato

Hai fatto incazzare il personaggio secondario sbagliato

Fino a qui siamo nella perfezione tecnica (si lo so, ho iniziato dicendo il contrario e non lo rinnego, per tutto quello che non è corpo e movimento è un cartone animato fatto davvero male, però quando capirete cosa guardare non ve ne potrà fregare di meno del resto) ma Fire & Ice è un film vero, uno dei più calciosi mai visti in vita mia. Anche solo a partire dalla trama. Questo basterà al remake che dovrebbe farne Robert Rodriguez? Non credo.
Come vi dicevo c’è un uomo, ultimo sopravvissuto del suo villaggio a causa di un conflitto che coinvolge tutto l’universo tra fuoco e ghiaccio, e lui da solo, non avendo più niente al mondo parte a piedi per andare a vendicarsi. Per strada incontra un socio (il mio personaggio preferito) Darkwolf, non si sa da dove venga ma vuole anche lui vendicarsi, è una bestia motivatissima, più vecchio, più esperto e più incazzato, quasi non parla. Insomma Fire and Ice è un film tutto di corsa, una folle rincorsa contro uno potentissimo da parte di due che dalla loro hanno solo il fatto di essere incazzati neri. Già mi ha preso, poi entra in scena lei.

Aspettate, cosa sto guardando?

Aspettate, cosa sto guardando?

Teegra, figlia del re della Torre del sole, sta così, con due tratti di matita che la separano dal porno per tutto il film, viene subito rapita dai sub-umani per conto della fazione del ghiaccio ma si libera, scappa e come immaginerete incontra i due altri protagonisti unendosi a loro nella quest principale. Lei è la dimostrazione oltre ogni possibile miopia della potenza fisica di Fire and Ice, ha una presenza impossibile per qualsiasi donna reale, è una pin-up/porno attrice presa in una storia fantasy (“Ah vabbè! Il trono di spade!” direte voi e in effetti…) che viene guardata da Bakshi con una passione pazzesca per le sue forme e la maniera in cui queste si muovono, oscillano, ruotano e mostrano la propria consistenza.
Teegra è il tipo che cerca di arrapare i sub-umani per scappare, non fa finta di non essere quello che è, il film lo sa e lo sfrutta. Fire and Ice non è un’opera ipocrita, ha deciso di avere un corpo femminile mostruoso e lo esibisce al massimo non privandosi anche di inquadrature come questa.

Quota anal

Quota anal

Larn e Teegra ovviamente vivranno una storia d’amore e ovviamente sarà come tutto il resto in Fire and Ice, una questione di corpo e carne, non di cuore. Non c’è molto di sentimentale, i due non è che si parlino così tanto ma si toccano si strusciano, si cercano. Non finiranno a fare sesso (sarebbe stato davvero troppo) ma ad un certo punto avrete la sensazione che se pure lo facessero e questo si vedesse non è che sarebbe poi così strano. Quello di Fire and Ice è un mondo dove c’è morte e violenza ovunque, fai il bagno in un lago e c’è un mostro orrendo, entri in un giungla e ci sono degli animali feroci, rimani nel villaggio e muori, incontri persone e cercano di ucciderti ad accettate, è un mondo di sola azione in cui conta solo possedere un corpo.
Insomma potrei andare avanti tutto il pomeriggio a mettervi screenshot di Fire and Ice ma preferisco vi vediate quello che qui dichiaro il film d’animazione più calciabile di sempre.

Dvd-quote suggerita:

“Il film d’animazione più calciabile di sempre”
Jackie Lang, i400Calci.com

>> IMDb | Trailer

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Trailerblast: Steel

>> IMDb

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Guarda mamma, senza pigiama: Mission Impossible 5 (trailer)

In cui Tom Cruise fa praticamente le stesse cose di Capitan America, tranne con 53 anni sul groppone e senza controfigura.
Olè:

Vi ricordate quando ingaggiarono un Jeremy Renner sulla cresta dell’onda per Mission Impossible 4 e tutti pensarono che Tom volesse fare un passaggio di consegne?
Sti. Grandissimi. Cazzi.
Jeremy ci è cascato in pieno: Tom l’ha preso per dimostrare quanto lui sia più grosso delle nuove generazioni, dritto in fazza ad un Avenger.
Ve ne rendete conto? Un attore che in carriera ha fatto di tutto, che arriva ai 50 anni e fra tutti i filoni a cui può scegliere di dedicarsi, decide per quello in cui il selling point è lui che fa scene action pazze per davvero, come una sottospecie di Jackie Chan occidentale?
E secondo me andrà a finire proprio come con Jackie Chan: con la gente che gli chiederà quanto ancora può andare avanti a fare queste follie, e lui che a un certo punto dirà “no basta, questo è l’ultimo”, e poi ne farà altri due.
Sei un grande, Tom.
Cento di queste missioni impossibili.

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Life of Brian O’Conner: 2 Fast 2 Furious

Sigla!

Il mondo di Fast & Furious è una meravigliosa utopia. Il pubblico generalista probabilmente non se ne sarà mai accorto, occupato com’è a sentirsi superiore catalogando la saga con quella parolina che tutti noi che ne capiamo davvero di cinema odiamo a morte: “americanata”.

Ma lo è davvero. Quello di Fast & Furious è un mondo in cui tutti si chiamano “bruh” tra di loro, in cui nessuno ha evidentemente bisogno di lavorare per vivere o per comprarsi e fare il tuning più costoso ad auto di per sé costosissime e in cui facce meticce di razze nuove come il millennio che sta iniziando convivono in armonia e con la voglia di riunirsi tutte insieme la sera, aprire le taniche di NOS e SFASCIARE AUTO IN NOME DEL DIVERTIMENTO. Un mondo in cui LA FAMIGLIA conta più del colore della pelle, dell’appartenenza geografica e sociale, oltre che del lato della legge su cui vi trovate. Ditemi che non vorreste vivere in un mondo così, o che non vorreste essere uno a caso dei protagonisti della serie – ladri gentiluomini alle prese con missioni internazionali o anche semplici racers senza una cura al mondo – e non vi crederò.

"Ciao, Vin"

“Ciao, Vin.”

Come ci ha già spiegato JCVG la settimana scorsa, il primo Fast & Furious è un film importantissimo per definire una generazione di amanti dell’action al cinema. Un sequel era inevitabile, ma sicuramente i produttori non si aspettavano la doccia fredda che sarebbe arrivata sotto forma di Vin Diesel che si rifiutò di tornare nel ruolo di Toretto. Diesel per un po’ è stato un attore con due palle così, di quelli che non si piegano alle leggi commerciali rifiutando di legare il proprio nome a sfilze di sequel (vedi anche xXx) nonostante la stabilità economica che da essi sarebbe derivata. Questo fino a che le cose gli sono andate abbastanza a gonfie vele: quando ha capito che le chance di diventare il nuovo Schwarzenegger in un mondo in cui il cinema action tout court non era più quello degli anni ’80, ha cominciato a fare l’esatto opposto.

L’assenza di Diesel mise la produzione di 2 Fast 2 Furious in una situazione che probabilmente non era stata preventivata: improvvisamente Paul Walker era il vero protagonista della saga. Nel primo film, Brian O’Conner è l’elemento meno carismatico non a caso: il suo ruolo è quello del pubblico. Lui è i nostri occhi, l’elemento estraneo che si intrufola nella banda di Toretto e ci permette di fare la conoscenza di tutti questi superfichi e superfiche al volante delle loro belle auto sportive. Buaian è un po’ il bravo guaglione che noi siamo, Toretto la simpatica canaglia che vorremmo essere. Il carisma per lui era semplicemente, matematicamente fuori dall’equazione, e andava bene così. Diverso il discorso se quello stesso personaggio è costretto dalle congiunture produttive a diventare il protagonista della faccenda: in quel caso la mancanza di carisma è un discreto cazzo ar culo. Come ti risolvono il problema Neal H. Moritz e compagnia? Virando il tutto sulla pseudo-blaxploitation.

Fast & Furious. This time with more niggaz.

“Uhmmm… mettiamoci più negri.”

Chiamano un regista nero specializzato in film dalla forte connotazione razziale come John Singleton e una “spalla” nera del protagonista, l’attore e cantante Tyrese Gibson, che spalla non è mica tanto e finisce per rubargli la scena più volte. Ma non basta: introducono un altro personaggio afro-americano (con tanto di afro anni ’70, se per caso il punto fosse sfuggito), il Tej di Ludacris, che rivedremo insieme a Tyrese nel quinto capitolo. Tutto sommato, escluso il rimando di continuity con Tokyo Drift al termine del sesto film, 2 Fast 2 Furious è il film che, zitto zitto, ha contribuito maggiormente a espandere la galleria di personaggi della saga. È anche il film in cui LA FAMIGLIA ha meno spazio in assoluto, a parte qualche scambio tra Paul e Tyrese, che però è più virato verso il bromance. E a proposito di bromance: è curioso come praticamente nessuno scopi nel film. Paul e Tyrese li vedi tutto il tempo fare i cascamorti con le tipe, aggirarsi in mezzo a strappone in tanga facendo commenti tipo “Daaamn”, ma mai arrivare al dunque. Perché alla fine conta la storia d’amore tra loro e le loro macchine.

"Daaaamn"

“Daaaamn!”

La trama ve la devo proprio dire? Non è che cambi molto. Brian, cacciato dall’FBI per aver lasciato scappare Toretto, si è trasferito a Miami e vive ormai alla giornata partecipando a gare clandestine con la sua Skyline GT-R (acquistata e customizzata dallo stesso Walker). C’è bisogno di incastrare un signore della droga e allora la Dogana (in collaborazione con l’FBI nella persona del vecchio capo di Brian, Bilkins) chiede l’assistenza di Brian in cambio di una ripulita alla sua fedina penale che nel frattempo è diventata piuttosto affollata. Brian si impone per avere al suo fianco Roman, un suo vecchio amico che è convinto di essere stato arrestato per colpa sua. Ad aiutarli dall’interno dell’organizzazione c’è l’agente infiltrata Eva Mendes, che è anche un bel vedere. Segue trama stock di sbirro bianco/sbirro nero sotto copertura intervallata a garini sempre più tamarri messi in scena per i motivi più svariati.

È qui che si vede la grande differenza tra la prima parte della saga e la seconda, da Fast & Furious 5 in poi: qui le principali svolte di trama si hanno a bordo di un’auto e/o durante una gara clandestina. Brian dice “ci servono altre due auto per la missione” e subito dopo ci viene mostrata la gara nella sua interezza. Se ricordate, nel quinto, quando Toretto dice la stessa cosa, uno stacco di montaggio ci consegna già lui e Brian vincitori. Un cambio di prospettiva che in 2 Fast 2 Furious non era ancora avvenuto. Eppure un primo passo verso il più ampio mondo dell’action viene compiuto: se nel primo capitolo i “cattivi” erano risibili e apparivano sì e no in due scene solo per giustificare l’inseguimento finale, qui c’è un vero e proprio bad guy (il Carter Verone di Cole Hauser, che non mi stupirei di vedere riesumato in uno dei prossimi capitoli). Inoltre, l’elemento poliziesco è meglio dosato e stavolta essere sotto copertura porta con sé rischi effettivi e una maggiore tensione.

Mighty Morphin Power Rangers on Wheels.

Mighty Morphin Power Rangers on Wheels.

2 Fast 2 Furious in definitiva è un prodotto onesto e molto più dignitoso di quello che poteva essere. È un mega-cartone animato in cui ogni pilota ha i vestiti in tinta con l’auto che guida, è vero. Eppure John Singleton fa il suo sporco lavoro, anche se ogni tot eccede nell’uso della CGI, con le auto testa a testa riprese di lato (prioprio come nei cartoni giapponesi) o realizzate in una grafica che sta bene nei videogame ma sfigura nettamente nel live action. Un paio di stunt ben fatti comunque ci sono, tipo la scena in cui un’auto viene letteralmente risucchiata sotto un camion, un bel momento inatteso di gioia fulminea che ti fa godere come un maialino. Tyrese è simpatico e regge il gioco, riuscendo anche a far fare bella figura, per associazione, a Cartonato Walker (RIP, ma sempre cartonato era). Eva Mendes lascia pochissimo il segno, tanto che di tutti i personaggi è l’unica a essere tornata solo una volta e per due minuti, in un cameo dopo i titoli di coda di Fast & Furious 5. Non ci mancherà.

Questa non c'è nel film, ma era per farvi vedere la deligata campagna pubblicitaria.

Questa non c’è nel film, ma chi se ne frega.

Ma soprattutto, 2 Fast 2 Furious proietta la mente in uno stato di selvaggia speculazione quando ci spinge a riflettere sull’esistenza, da qualche parte del vasto multiverso, di una realtà parallela in cui Vin Diesel non è mai tornato alla serie e al film di Singleton è seguita una scarrettata di sequel con protagonista Brian O’Conner e una spalla occasionale. Se ci penso intensamente, mi pare quasi di vedere un montaggio tipo quello alla fine di 22 Jump Street. E un po’ rabbrividisco.

DVD-quote:

“2 volte la tamarraggine, 1/2 volta il carisma”
George Rohmer, i400Calci.com

“Poteva andare peggio”
Neal H. Moritz, produttore

>> IMDb | Trailer

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