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Le basi: 007 – Zona Pericolo (1987)

Volevamo raccontarvi un pugno di film di James Bond in preparazione a quello nuovo, la cui uscita era prevista per il 10 aprile, ma poi è stato spostato a novembre.
Pensavano forse di scoraggiarci?
Col cazzo: adesso ci mettiamo qua e ve li raccontiamo TUTTI.
A voi Le Basi: 007.

Mi fa un po’ tenerezza pensare a Timothy Dalton. Quando Sean Connery lasciò Bond, nel 1967, dopo Agente 007 – Si Vive Solo Due Volte, come sappiamo cominciò la ricerca matta e disperatissima di un nuovo attore in grado di portare sulle spalle il peso di essere l’agente segreto più figo del pianeta. La Storia ci insegna che il ruolo andò al modello australiano George Lazenby che fece un film solo, Al Servizio Segreto di Sua Maestà, per poi fare come il Baglioni. Lazenby venne scelto perché, leggenda vuole, si intrufolò al provino facendo lo spanizzo e raccontando un sacco di balle, “Ah, ma lei signor Broccoli non sa, io ho fatto questo e pure quello, ho recitato di qui e di là”, ma c’era già una panchina bella lunga di attori pronti a diventare il nuovo Bond. Tra questi, scelto proprio da Broccoli, c’era già Timothy Dalton. Solo che all’epoca Dalton era ancora un ragazzino, aveva 21 anni, praticamente la metà di quelli di Connery quando aveva mollato e quindi – stando alle sue dichiarazioni – disse “no, grazie”. Per cui rimase lì, sulla panchina lunga.

La prima parte di carriera di Dalton

E mentre lui se ne stava lì in attesa arrivarono il già citato Lazenby e poi il nostro amico Roger Moore, che si fece ben sette film per un totale di 12 anni di onorato servizio. Arriviamo quindi al 1985: Moore, dopo Bersaglio Mobile, alla tenera età di 58 anni decide di farsi da parte e, ancora una volta, parte la ricerca matta e disperatissima. Timothy, ormai quarantenne, è sempre lì in panchina. Di fianco a lui si sono appena seduti due altri attori: Sam Neill e Pierce Brosnan. Il regista John Glen e gran parte dei produttori hanno deciso: vogliono Sam Neill. A far saltare l’accordo però è il grande capo in persona, Albert Broccoli, che si dice poco convinto. A quel punto si opta per Brosnan. L’attore era sotto contratto con la NBC per la serie televisiva Remington Steele che era sulla via della cancellazione causa ascolti bassissimi. Fu però proprio la notizia che Brosnan era stato scelto come nuovo Bond a riaccendere l’interesse del pubblico nei confronti della serie, che venne miracolosamente salvata e pure rinnovata, rendendo impossibile avere l’attore. A quel punto è facile immaginarsi il coach scuotere la testa, sbuffare, guardare verso Dalton e a mezza bocca dirgli: “Vabbè, dai… vedi di giocartela bene, eh?”.

L’idea, anche a causa del flop al botteghino del film precedente, è quella di cambiare direzione. Si abbandona la simpatia a tutti i costi dell’epoca Moore per tornare alle origini. Il nuovo Bond dev’essere simile a quelli dei libri di Ian Fleming. Un agente segreto duro, che vive in un mondo dove il pericolo è reale, dove si può anche morire. Un uomo che ha anni di esperienza sulle spalle e che vive ogni giorno come se fosse l’ultimo, tra macchine veloci, drink incendiari e donne bellissime. In questo senso Timothy Dalton, molto meno sbruffone di Moore, è una scelta azzeccata: ha gli occhi un po’ tristi di uno che ne ha passate di ogni. Certo, la battuta pronta non gli manca, ma lo capisci che è più una posa che altro. Peccato però che questa intuizione e l’evidente sforzo che l’attore mette nel dare una nuova vita al personaggio non venga ricambiato a livello di scrittura.

Con quella fazza un po’ così, che abbiamo noi che abbiamo visto la panchina lunga

Prendiamo il cold open. L’idea di partenza è giusta: stiamo per assistere a una prova tra i vari agenti 00, una sorta di allenamento. Devono gettarsi da un aereo, atterrare nei pressi di una stazione radio e prenderne il controllo senza farsi soprendere dai soldati. Non li vediamo in faccia, li inquadrano sempre di spalle. Lo spettatore lo sa che tra quelli c’è il nuovo 007, il più forte di tutti, ma non sa ancora chi sia. Gli agenti vengono mano a mano eliminati e la tensione sale: fra poco il nostro ce la farà e una volta che prenderà possesso della stazione radio, finalmente lo inquadreranno in faccia e dirà a qualcuno: “Bond… James Bond!”. E invece no. A metà sequenza il giochino si interrompe e ci viene mostrata la faccia del nuovo 007. Poi succede di tutto, eh? Salta su una macchina in corsa, evita di esplodere, riesce a uscire all’ultimo minuto dal veicolo mentre questo si sta per schiantare in acqua, ma c’è un calo di tensione. È come se mi avessi promesso una cosa per poi darmene un’altra.

Mi prudono le mani, mi prudono

Questa sensazione di incompiutezza si trascina poi per tutti il resto del film. Si ha sempre l’impressione che manchi un pezzo del puzzle. Certo, ormai si festeggiano i primi 25 anni del Bond cinematografico, tutti sanno chi è 007, ma se l’idea era quella di rinnovare il mito, riscriverne le caratteristiche, forse si poteva concentrare un po’ di più sul personaggio e non dare tutto per scontato. Vi faccio un esempio se volete frivolo, ma secondo me abbastanza chiarificatore: fra un po’ di anni, Daniel Craig chiederà il suo primi Martini in Casino Royale. Il pubblico si aspetta che da un momento all’altra dia la solita indicazione al barman, ma succede qualcosa di inaspettato: è propio il barman a chiedere se lo gradisce “stirred or shaken“. E la risposta di 007 sarà: “Do I look like I give a damn?“. Ecco, in questa piccola variazione al canone, sta tutto il personaggio del nuovo Bond. Sei in quel mondo ma ti accordi che qualcosa è cambiato. Anche in Zona Pericolo c’è ovviamente una sequenza in cui si parla di Martini. Bond, in gentile compagnia, entra in un albergo di Vienna, raggiunge il concierge Hans a cui chiede una stanza. Il vecchio Hans, conoscendo Bond, gli chiede: “Che faccio, mando su due Martini?”. Al che il nostro si gira e risponde: “Agitato, non mescolato“. Ma lo dice senza nessuna classe, come se stesse riprendendo il povero Hans, colpevole tutte le volte di portargli in camera il cocktail sbagliato. Una delle cose meno Bond di sempre.

“… che poi se no faccio una recensione negativa su trip advisor, eh?”

Come detto l’idea era quella di abbandonare le gag quasi slapstick dell’epoca Moore per abbracciare un’estetica action molto più cruda e veritiera, cosa che viene rispettata per tutto il film… o quasi. Non si capisce per quale motivo infatti ogni tanto rispunti, come un peperone che si rinfaccia, la terribile linea comica. Vedi la sequenza in cui Q presenta a Bond il Ghetto Blaster o quella in cui, durante un inseguimento in macchina, con un raggio laser Bond riesce a separare una macchina della polizia in due come in un cartone animato di Chuck Jones. Maccosa, dai.

C’hanno tenuto a fare pure la macchinina della scena maccosa

La storia è poi eccessivamente macchinosa, senza un vero e proprio villain che si rispetti ma tre cattivelli minori: il generale sovietico Georgi Koskov (Jeroen Krabbé) in combutta col trafficante d’armi americano Brad Whitaker (il mitologico Joe Don Baker), entrambi tenuti sotto controllo dal generale Leonid Puškin (l’altrettanto mitologico John Rhys-Davies). L’unico degno di nota è lo scagnozzo di Koskov, il signor Necros che è un sicario che uccide le sue vittime strangolandole col filo del suo walkman. Gesù… Ma perché? Sul versante Bond Girl c’è da segnalare per prima cosa il cambio nel cast di Miss Moneypenny. Esce di scena la matura Lois Maxwell per lasciare spazio a una giovanissima Caroline Bliss, qui impegnata nella difficile parte della gnocca coi capelli legati e gli occhiali da vista troppo grossi. Ma la vera Bond Girl del film è la violoncellista Kara, interpretata da Maryam d’Abo. Per la prima e penso unica volta non ce ne sono altre: siamo nel 1987, là fuori c’è una malattia che si chiama AIDS e non è il caso di far andare in giro Bond a infiocinarne a dozzine.

Volendo trovare qualcosa di interessante – ripeto: oltre a Dalton che si impegna come un pazzo – è lo sbrocco finale in cui Bond per sconfiggere i russi, si unisce alla lotta dei fieri e liberi mujaheddin. La cosa è interessante perché è la stessa cosa che deciderà di fare l’anno successivo John Rambo in Rambo 3. Bond e Rambo uniti per la prima volta. Dai combattenti per la Jihād. Il pubblico dell’epoca apprezzò e anche di molto: Zona Pericolo a fronte di un budget di 40 milioni di dollari, ne porta casa ben 190. Oggi mi sembra sia uno dei Bond meno citati in assoluto e, per quanto mi riguarda, me lo ricordavo decisamente meglio.

O tempora, …

Bond Girl & Bond Villain by Gianluca Maconi:

DVD-quote:

“Mah… me lo ricordavo meglio”
Casanova Wong Kar-Wai, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

 

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