Fight Night: I sonnambuli

Rubrica di colonne sonore da combattimento per caricarvi, emozionarvi o ricordarvi che una volta qua era tutto Stephen King.

Artista: Extreme
Titolo: It’s a Monster
Dal film: I sonnambuli

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Non c’è cosa più divina: la rece di Ironclad: Battle for Blood

C’era una volta, tre anni fa, un signore di nome Jonathan English, che non era Rowan Atkinson in compagnia di Natalie Imbruglia ma un giovane regista con una missione onomastica: usare il cinema per raccontare la storia del suo cognome. Fu così che Johnny, fino ad allora autore di un metafilm sulle rapine in banca e di un inspiegabile fantahorror con Tom Hardy, decise di pescare a caso dalla Lista degli Avvenimenti della Storia Britannica per trovare la corretta ispirazione.

Ne uscì la carta con scritto “Prima guerra dei baroni“, che English si risolse di illustrare in un film intitolato come un’armatura di Dark Souls 2, o come un’ipotetica brutta band power metal tedesca degli anni Novanta. Nella sua pellicola, che per motivi oscuri vedeva un cast composto da Paul Giamatti, Kate Mara, James Purefoy, Brian Cox, Jason Flemyng, Derek Jacobi e Charles Dance, English dipinse la vicenda del sanguinario assedio al castello di Rochester, tramite il sapiente uso di: Parkinson Cam per non far capire un cazzo della sua insipienza registica, tanto sangue finto, di amputazioni, Paul Giamatti che lega un tizio a una catapulta e lo scaglia contro un muro, un discreto ritmo, abbondante ironia portata dal suddetto Giamatti e dalle sue faccette, Kate Mara.

Sopra: e i Monty Python.

Sopra: e i Monty Python.

Più di ogni altro trucchetto, però, Ironclad quasi-funzionava perché non perdeva tempo a fare null’altro che non fosse far vedere lo scontro tra gente barricata dietro quattro mura di mattoni spessi e gente fuori dalle mura che li vuole passare tutti a fil di spada. Immaginate l’assedio di Le due torri, solo tutto sfocato, con più sangue e senza “il lato umano” o “i momenti di calma”.

Di assedi, peraltro, la storia inglese è piena, e English lo sa. Quale modo migliore per tornare al cinema, dunque, se non inventandosene uno da zero, ricalcando la struttura del primo film ma spogliandola di ritmo, originalità nella costruzione di (alcuni) personaggi, credibilità, aggiungendo però in compenso un’inutile sottotrama romance e peggiorando la confusione delle scene d’azione fino al livello “filmino amatoriale di una grigliata tra amici”? Nessun modo migliore, amici! Evviva Ironclad 2, il sequel che fa tutto sbagliato! Sigla!

Si capisce che qualcosa puzza prima ancora dei titoli di testa, quando English infila una sequenza di eventi montati rapidissimi e dei quali non si capisce un cazzo. Sembra di leggere uno di quei fantasy tipo di Terry Brooks o R.A. Salvatore, che si aprono con due o tre paragrafi scritti in corsivo/in prima persona e narranti episodi onirico/incomprensibili il cui significato verrà svelato solo centinaia di pagine più in là, dopo una lunga fase di costruzione della vicenda. Solo che nel film di English questi eventi non hanno alcun cazzo di interesse perché lo sceneggiatore – guarda caso ancora il nostro Johnny! – si è dimenticato di costellarli di suggestioni e spunti a cui aggrapparsi per dare loro un costrutto o una collocazione.

Assistiamo a una rissa da bar che diventa assedio di un gruppo di barbari con la faccia blu a un villaggio a caso, poi compare la versione sfigata di Bob di Twin Peaks che sarà il cattivo di turno, una di Game of Thrones e tanta, tanta shaky cam. Fa quasi tenerezza il modo in cui English si tarpa le ali mostrando fin dall’inizio quanto sia peggiorato il suo stile di regia, che soprattutto nei corpo-a-corpo decide di disinteressarsi di qualsiasi parvenza di chiarezza, tanto che quando volano le mani pare di vedere un dilettante a cui è stato imposto di «girare le scene di botte come fossimo in un PG-13». Il tentativo di avvicinarsi alla brutalità del succitato GoT, ormai riferimento imprescindibile per chiunque giri qualcosa con le spade, incontra l’(in)sensibilità di un Olivier Megaton qualsiasi.

«Voglio fucchiare il tuo fangue».

«Voglio fucchiare il tuo fangue».

In questo senso, fa riflettere che una cosa come il secondo Capitan America sia diventato lo standard e un film come 300, che quando uscì pareva dovesse ridefinire il modo di girare gli action di cappa e spada, sia ormai dimenticato e la sua influenza abbia prodotto, a conti fatti, solo altra roba di Snyder e quell’obbrobrio di Immortals. La chiarezza quasi anatomica delle mazzate che volavano in 300 non ha attecchito, in favore piuttosto del groviglio incomprensibile e perfettamente innocuo di membra e armi bianche che è poi il motivo fondamentale per cui questo Ironclad 2 è già, prima ancora di averci fatto incontrare i suoi protagonisti, un film fallito.

Tutto quel che succede dopo queste prime, profetiche sequenze non fa altro che confermare le impressioni a caldo.

Sopra: Medieval Garmonbozia on my mind

Sopra: Medieval Garmonbozia on my mind.

Voglio dire che, se in un film di botte anestetizzi tutte le botte girandole come fossero The Blair Witch Project virato al blu, non lasci allo spettatore alcun appiglio per arrivare vivo alla fine di quasi due ore. Succede che, per farla breve, c’è una tribù di barbari blu che assedia un castello inglese, e al figlio del re, uno con una rara faccia da ciula che pare la versione da discount di Todd di Breaking Bad, viene affidato un compito importantissimo; il re, infatti, per spezzare l’assedio, ha trovato una soluzione incredibile: chiamare a suo cuggino.

Il quale è un sopravvissuto della battaglia del primo film (ah! Come giustificare un sequel!) che, avendo visto troppe atrocità, ha abbandonato la via della spada per seguire quella dell’alcool BLA BLA BLA. È pure innamorato di sua cugina, gira in compagnia di Morse di Alien 3, viene reclutato per sconfiggere Bob, ancora una volta BLA BLA BLA. Qualsiasi svolta, qualsiasi evento, qualsiasi colpo di scena vi venga in mente è, da qui in avanti, assolutamente prevedibile, dalla presa di coscienza del nostro protagonista («Non sono un mercenario, lo faccio per CHIAVARMI MIA CUGINA!») ai sacrifici gloriosi di personaggi non abbastanza principali da meritarsi di vedere i titoli di coda, passando per decapitazioni (poche ma soddisfacenti), amputazioni (molte e soddisfacenti), morti (parecchi), urla di dolore, generica confusione. E la cugina da chiavarsi.

Sopra: un'inquadratura standard tratta da Ironclad 2.

Sopra: un’inquadratura standard tratta da Ironclad 2. Non nella foto: la cugina chiavata.

Non so come altro dirlo: questo film fa schifo. È la noia incarnata. È un orrore continuo. È uno sforzo titanico. Puzza. Puzza di cazzo. Puzza di gorgonzola, solo che il gorgonzola in realtà ha un ottimo profumo ed è in offerta all’Esselunga. È brutto – il film non il gorgonzola. È tutto sbagliato. Si salvano giusto un paio di morti violente e la gloriosa scena della guerriera pazza che violenta il figlio del re faccia da pirla perché boh, perché le piace il cazzo.

Sopra: l'attenzione al dettaglio di Jonathan English, Autore.

Sopra: l’attenzione al dettaglio di Jonathan English, Autore.

Poiché non ho null’altro di interessante da aggiungere su quello che non esito a definire un disastro su tutta la linea, vi lascio con quello che per me è l’elemento più inspiegabile di questo pasticcio: siamo al minuto 1:15, e Ironclad 2 ci regala un inutile recap del film precedente. IN ITALIANO.

Questo quadro postmoderno si intitola: Io boh.

Questo quadro postmoderno si intitola: Io boh.

DVD-quote suggerita:

«Al banco formaggi hanno il gorgonzola in offerta allo stesso prezzo di questo DVD».
(Stanlio Kubrick, consiglipergliacquisti.com)

«Il gorgonzola è buonissimo e questo film puzza di cazzo».
(Jonathan English, autocritiche.it)

IMDb | Trailer

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L’unica opinione sensata: Sharknado 2 – The Second One

sharknado2Ve lo ricordate I Mercenari 2? Immagino di sì. Era una robetta che puntava tutto su molte cose sbagliate; puntava sulla commedia fino a diventare una parodia, al limite del ridicolo, di se stessa e dei suoi protagonisti, riassumendo le intenzioni nella figura di Chuck Norris, presente non per la leggenda cinematografica, ma per i facts. Puntava su un numero maggiore di facce note rovinate dalla chirurgia plastica e alle battutine autoreferenziali che un po’ funzionavano e un po’ no, così come il film. Durante la prima visione, al cinema con amici piuttosto esaltati, mi sono divertito, e in quanto fan di Van Damme ho applaudito più di una volta, ma non mi è mai più venuta voglia di vederlo, a differenza del primo. È un film fatto di errori, con a tratti qualcosa di talmente buono da aver dato l’impressione, a me e a altri, di star guardando un bel film.
Avete presente cosa sia Sharknado 2? Immagino di sì, non sto manco a presentarvelo, il pippotto sul primo capitolo (che, ricordo, è uscito in dvd con cose scritte dal sottoscritto e blablabla) fu già piuttosto lungo. È una robetta che punta tutto su molte cose sbagliate; punta alla commedia più cogliona e alla parodia più sfacciata, prendendo per il culo se stesso, i propri protagonisti e persino lo stesso regista, qui forte di un cameo da cantautore metropolitano. Punta su un numero maggiore di facce note aggiungendo Vivica A. Fox e Mark McGrath ai protagonisti con la faccia rifatta e stilando una delle più lunghe liste di camei dell’anno: Billy Ray CyrusKelly Osbourne Richard Kind, per citarne alcuni, ma anche Judd Hirsch, il protagonsita delle cinque stagioni di Taxi, nel ruolo della battutina auterefenziale. Sì, fa il tassista. No, non esce mai dal taxi. Beh, a me è stato simpatico. L’ho guardato, da solo, e mi sono divertito; in compagnia, forse, non mi sarei divertito altrettanto: ogni tanto mi ricordo che odio le persone. A differenza del primo, comunque, questo l’avrei rivisto anche subito dopo. È un film fatto di errori, errori ben congegnati, applicati con un criterio minuzioso, scientifico, elaborato in anni e anni di produzioni di serie c. È un film in cui il “fatto male” è una tecnica ben precisa, elaborata a tal punto da dare l’impressione, a chi non sa guardare, di essere solo un film girato da un cretino incapace, e il paragone con I Mercenari 2 è qui per spiegarvi che lo sbaglio può diventare cosa positiva se posto nel giusto contesto.

Le inquadrature e la prospettiva ricordano Michael Bay in stato di grazia

Ho scritto “t’amo”/sul cielo/con gli squali

Nei suoi 80 minuti scarsi le stupidate si susseguono forti e spavalde, rubando spazio ai tempi morti e concentrandosi poi in un atto finale assolutamente perfetto: non solo squali volanti, ma vere e proprie idee a medi alzati in un vaffanculo di motoseghe, sangue e squali in fiamme che farebbe invidia anche a chi utilizza il cinema come mezzo per fare dell’arte. Un finale all’altezza delle aspettative di chiunque lo abbia guardato sperando in qualcosa di ancora più folle rispetto alla premessa, forse in grado di far ricredere quelli che lo hanno affrontato con la noia di chi non sa più divertirsi. Persino Tara Reid, già volto della noia e dell’essere fuori luogo, riesce nell’ardua impresa di essere utile e fare la differenza, che è un po’ come se un sasso vi cantasse la macarena e l’albero dietro di voi iniziasse a ballare. Il suo personaggio ha persino scritto un libro su come sopravvivere a uno sharknado. Un libro che esiste davvero.
Già dall’ineccepibile sequenza iniziale le intenzioni sono chiare: un aereo finisce in una tempesta di squali, pilota e co-pilota muoiono male, e tocca a Ian Ziering (ora eroe nazionale) fare quello che sul tuo stesso aereo, mentre dilaga il panico, si alza tranquillissimo dicendo “il bestione ve lo porto giù io”. Si atterra tutti sani e salvi, e un cliché da scarso film action diventa un manifesto del divertimento, che è quello che ci vuole quando si parla di Asylum, SyFy, piogge di squali e cinema del cazzo. A sconvolgere, però, ci si mettono le scene drammatiche, quelle della storia che deve andare avanti, del “andrà tutto bene non può succedere niente di male mai a due come noi”: non annoiano, non rompono il cazzo, sembrano fare parte di una narrativa coesa, scritta e girata con attenzione. In un incredibile cambio di prospettiva, il montaggio ha senso e tutto funziona. Gli eventi sono confinati in una manciata di ore e quindi meno dispersivi; le sequenze d’azione sono lunghe e ritmate decentemente, sviluppate con un senso dello spazio e del tempo abbastanza intelligente da renderle significative. Il livello è sempre quello (basso) della serie b, ma sono comunque qualità tecniche che probabilmente verranno ignorate e messe in secondo piano a causa della natura stessa del film, e sarebbe un gran peccato se proprio nessuno perdesse 20 secondi a far notare che forse oltre agli squali c’è di più, questa volta.
Sharknado 2 è tanto scemo quanto divertente, un viaggio in macchina con il tuo amico rincoglionito, la risposta ai tuoi problemi e la causa dei miei.
Almeno a questo giro ci hanno risparmiato gli articoli su Repubblica.

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Descrivetemi qualcosa di più bello, dai.

DVD-quote:

“Motoseghe, squali e vaffanculi vari”
Jean-Claude Van Gogh, i400calci.com

>>IMDb | Trailer

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Trailerblast: Desert Kickboxer

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R.I.P. Menahem Golan

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31 Maggio 1929 – 8 Agosto 2014

Era il 1987.
Avevo 10 anni, e i miei unici mezzi di informazione cinematografica erano CIAK, i trailer in tv (chiamati “prossimamente”) e, nei casi clamorosi, i servizi del telegiornale.
Non mi lancio nell’ennesima divagazione su quanto fosse bello scoprire dell’esistenza di un film direttamente quando te lo trovavi davanti o al massimo un mese prima che uscisse, e arrivo al dunque: in questo pomeriggio del 1987 uno degli ospiti della Domenica In di Pippo Baudo era David Mendenhall. Quindici anni portati male, era lì per parlare della sua carriera di regazzino prodigio con alle spalle già un numero spropositato di credits da General Hospital al cartone animato dei Transformers, dove doppiava Daniel Witwicky. Ma nello specifico, quel pomeriggio aveva il compito di promuovere il nuovo film di Sylvester Stallone, Over the Top: Sly interpreta un camionista campione di arm wrestling (da noi comunemente noto come “braccio di ferro”), lui interpretava il figlio spaccamaroni.
Il momento chiave però è quando Pippo Baudo, introducendo il film, riporta una dichiarazione del regista: “voglio che grazie a questo film il braccio di ferro diventi una disciplina olimpica”.
Fu quella la mia introduzione a Menahem Golan.
Pensai “è pazzo”, ma la spavalderia mi rimase impressa e mi interessai a cos’altro aveva combinato questo signor Golan nella vita.
Scoprii in poco tempo che, in quanto capo della casa di produzione chiamata Cannon (intestata a lui e a suo cugino Yoram Globus), era responsabile di alcuni film che già amavo follemente, di altri che avrei visto di lì a poco, ma fondamentalmente in generale di un gran mucchio di classici su cui mi sarei buttato di corsa indipendentemente dall’aver saputo o meno che lui ne era coinvolto.
Perché la Cannon di Menahem Golan È l’action anni ’80.
Tutto ciò che non era prodotto ad alti livelli era roba loro: ne avevano colto lo spirito, ne avevano creato e/o continuato i trend principali, avevano fornito lo stampo da cui pure i migliori avrebbero preso spunto.
Il filone sui ninja (sia giapponesi che americani), la serie Missing in Action (scritta dopo Rambo ma prima di Rambo 2), i sequel del Giustiziere della notte, i primi film di Jean-Claude Van Damme, Invasion USACobra.
E non solo: la serie di Allan Quatermain, i Barbarians di Deodato, i due Hercules di Luigi Cozzi e Lou Ferrigno.
Ma la Cannon non era solo action: si presero cura del Tobe Hooper post-Poltergeist producendo Space Vampires, Invaders from Mars e il sottovalutatissimo Non aprite quella porta 2, ed ebbero il monopolio cinematografico della moda della breakdance. E andarono persino più in là: la passione per il cinema a tutto tondo di Golan lo portò a finanziare progetti di Cassavetes, Zeffirelli, persino Godard. E almeno in un caso il suo contributo fu contagioso: sotto il marchio Cannon, Andrei Konchalovsky passò da Maria’s Lovers all’action cult A 30 secondi dalla fine, ritrovandosi senza rendersene conto ad essere assunto dalla Warner per dirigere Tango & Cash (e a scappare prima della fine delle riprese).
A seppellire la Cannon furono i pesanti flop delle grandi scommesse di fine decennio: il primo film tratto da una serie di giocattoli, Masters of the Universe, gli sfigatissimi Superman IV e Capitan America, e anche lo stesso Over the Top, che in sala incassò appena due terzi del budget e divenne un classico solo grazie all’homevideo. E ovviamente il braccio di ferro non diventò mai disciplina olimpica. Ci rimise tra le altre cose un adattamento di Spiderman, di cui con eccessiva lungimiranza possedettero i diritti per diversi anni.
Come potete vedere, elencare tutto quello che ha fatto Menahem Golan per il cinema da combattimento (e non solo) è impossibile: quello che possiamo fare, però, è raccontarvi di quando si occupò in prima persona di dirigere i suoi progetti da combattimento più ambiziosi: Over the Top, ovviamente, ma anche l’imprescindibile L’invincibile ninja (capostipite del filone) e l’epicissimo Delta Force.
E lo faremo con calma, dalla prossima settimana, lasciandovi per ora tutto il tempo per scorrere la sua ampia e gloriosa filmografia e recuperare tutto quello che vi ispira.
Ciao Menahem: queste pagine non esisterebbero senza di te.

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Consigli per l’arredamento: Arma non convenzionale

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E finalmente The Rock interpreta Hercules

Ovvero il ruolo che era nato si era scolpito per interpretare.

"AI... EM... ERCHIULIIIIIIIIIIIS!!!"

“AI… EM… ERCHIULIIIIIIIIIIIS!!!”

Si potrebbe parlare di una lunga, gloriosa rincorsa.
Volendo fama e carisma sufficienti li aveva da subito, fin da quando comparve per letteralmente tre minuti sullo schermo in La mummia – Il ritorno (non contando il finale in cui c’era la sua versione Playstation) già sufficienti per cucirgli addosso uno spin-off dedicato e lanciarne al volo la carriera da protagonista.
Ma lui scelse di aspettare, misurarsi con ruoli secondari, con il dramma e con la commedia per famiglie. TANTE commedie per famiglie.
The Rock decise di imparare a recitare decorosamente, fino al punto da sentirsi tranquillo ad abbandonare il suo nome da combattimento per assumere quello lievemente meno minaccioso di “Dwayne Johnson”.
Durante quel periodo, giustamente, lo odiammo.
Poi decise di tornare, e si unì alla FAMIGLIA: di colpo, era grosso il doppio di come ce lo ricordavamo.
Si tenne in forma con un altro paio di cazzate e infine, quando meno ce lo aspettavamo, infilò il suo ruolo migliore con un film non esattamente action regalatogli da Michael Bay.
Cosa non era The Rock in Pain & Gain? I suoi schizzi religiosi, i suoi scatti di violenza, le sue overdose di cocaina?
Finalmente, a doti recitative pienamente dimostrate, Dwayne si era sentito pronto per affrontare Hercules (o Erchiulis, come lo chiamano da queste parti).
E che scherzo ti combina la vita?
Affida la regia a Brett Ratner.

hercules

“AI… EM… ERCHIULIIIIIIIIIIIS!!!”

Già.
I produttori volevano qualcun altro, eh?
Ma la vita ha detto “No! La regia va a Brett Ratner. PRRRRRRRR!!!”
Che burlona, la vita.
Apriamo una parentesi su Brett Ratner: mi rispieghereste esattamente perché è considerato uno dei peggiori registi dell’Universo?
Io ho due indizi:
1) X-Men 3: sicuramente inferiore ai due di Singer, ma nettamente superiore ai due film su Wolverine, per dire;
2) negli USA finisce spesso sui tabloid per notizie di gossip che ne dipingono un ritratto non esattamente simpatico (niente di clamoroso, soltanto uno che organizza o compare a tutte le festacce VIP principali). Una volta a furia di public relations riuscì addirittura a farsi assegnare la produzione della cerimonia degli Oscar, poi gli scappò pubblicamente una battuta eufemisticamente infelice (“rehearsal is for fags” = “le prove sono per i froci”) e – al contrario di quello che accade in questi casi in Italia – ebbe la decenza di offrire le proprie scuse rinunciando all’incarico. Aggiungi questo alla sua reputazione di rincalzo economico (che, di nuovo, è dovuta soltanto a quando subentrò all’ultimo secondo a prendersi le colpe di X-Men 3) e alla sostanziale mancanza di film degni di nota, ed ecco che sui siti di cinema americani quando c’è da puntare il dito su un povero stronzo a caso diventa facilissimo farsi venire in mente lui. E in Italia, di conseguenza, tende ad arrivare l’eco.
Personalmente io ricordo di essermi divertito con Rush Hour 1 e 2, di aver trovato Red Dragon mediocre ma non tragico, e Tower Heist dimenticabile ma simpatico.
Brett Ratner non è un autore (anche se ha tentato pure il film intimista con Nicolas Cage): è il più classico dei mestieranti a cui, a patto di avere a mano una sceneggiatura decorosa, puoi chiedere di portare a casa un film senza particolari ambizioni sapendo perlomeno che salvo sorprese non farà cazzate enormi.
Uno che probabilmente, non fosse per i due punti elencati qua sopra, passerebbe completamente inosservato.
Io onestamente ci metterei la firma affinché Brett Ratner fosse davvero il peggior regista al mondo, e invece periodicamente tocca ancora avere a che fare con veri scarsoni senza speranza, gente senza voglia di vivere come il mitico Marcus Nispel.
Detto questo, Hercules è il vostro classico Brett Ratner medio.

"AI... EM... ERCHIULIIIIIIIIIIS!!!"

“AI… EM… ERCHIULIIIIIIIIIIIS!!!”

L’approccio alla materia Hercules è estremamente paraculo.
Probabilmente qualcuno si è convinto di aver capito come si fa ad imitare la Marvel e la DC contemporaneamente, e si è inventato questo barbatrucco per cui ti racconta sì la leggenda di Erchiulis, ma lo fa proprio così, in qualità di leggenda avvolta nel mistero e nell’incertezza.
Ti riempie il trailer di mostri fantastici e te li fa vedere, ma sono tutti brevi flashback, e persino ipotetici.
Quando lo incontriamo, Erchiulis è a capo di una piccola squadra di mercenari, uno dei quali ha lo specifico compito di diffondere le storie su di lui che tutti conosciamo per intimorire i nemici, ma Erchiulis stesso tende a sminuirle e gli altri tengono la bocca chiusa. È figlio di Zeus? Non lo è? Mah.
Quello che sappiamo per certo è che ha l’abilità dei migliori e soprattutto una forza disumana, tecnicamente giustificabile però con il fatto di avere la stazza di Dwayne fuckin’ Johnson.
Un’altra cosa che sappiamo per certo è che usa una testa di leone come berretto.
E infine – e questo è il motivo per cui ora fa il mercenario – sappiamo che a Tebe è ricercato per l’omicidio di sua moglie e sua figlia: a nulla gli era valso gridare al complotto e urlare “mi state scambiando per Chris Benoit“.
Ma tutto ciò, lo ammetto, mi è garbato: il film riesce a trattare questo equilibrio con la giusta misura per permetterti di godere della vicenda indipendentemente che tu decida di credere o meno al lato fantastico, e in più lo usa per trasmettere il suo bell’insegnamento sul credere in se stessi e quelle cazzate lì che se non ti vengono cacciate giù in gola a forza sono sempre un bonus gradito. ANCHE TU puoi essere Erchiulis, se ci credi fortissimo e riesci a fare la dieta Dwayne Johnson senza morire di esplosione entro sera.
E quindi insomma, Dwayne si aggira per tutto il film indossando un corpetto che ne copre i muscoli perché non siamo più negli anni ’80, tirando clavate a destra e a manca e facendo il modesto sugli aneddoti che lo riguardano, comportandosi quindi fondamentalmente come il Bud Spencer della situazione.
Ci andreste voi a vedere un film in cui The Rock prende a clavate e/o mena alla Bud Spencer dozzine di ignari impotenti scagnozzi, che ci siano dei mostri o meno?
Ecco, infatti, lo sapevo che non era nemmeno lì il problema.

"AI... EM... ERCHIULIIIIIIIIIIIS!!!"

“AI… EM… ERCHIULIIIIIIIIIIIS!!!”

Il nostro Dwayne è concentratissimo, consapevole di avere in mano il ruolo con cui potenzialmente verrà ricordato e identificato, ma un paio di fattori gli mettono il bastone fra le ruote.
Da una parte Brett Ratner mette tutto il suo mestiere a disposizione, ma si vede che è più a suo agio con la commedia d’azione che con l’epica della Grecia classica. Gli intermezzi simpatici tendenzialmente funzionano, specie il ruolo di Ian McShane e le sue visioni apocalittiche, ma il resto è carta velina. Anche quando potrebbe e dovrebbe, Hercules non riesce mai ad essere grosso quanto il suo protagonista: non si pretendeva certo Milius.
Dall’altra la sceneggiatura è il classico compitino scolastico decoroso ma non ispiratissimo, e in diversi momenti si abbandona all’inerzia.
Dwayne purtroppo sembra avere in testa probabilmente un film diverso, una roba da Classic Hollywood, per cui passa la maggior parte del tempo in modalità malinconico/umile/misurata, in attesa di un momento per esplodere che non arriva mai – o meglio quando arriva lo fa con il fiato corto, un petardo quando poteva essere un’esplosione. Là dove Dwayne si sforza di dimostrare di essere un attore solido e misurato, il film lo mina con un’atmosfera più simile alla vecchia serie TV anni ’90 che ai gloriosi peplum di una volta.
Ratner invece se la prende rilassata e dirige un film perfettamente all’altezza delle sue capacità: innocuo, senza pretese, ben ritmato anche se a tratti tirato via, tutto sommato simpatico.
Il classico film da domenica pomeriggio. Un degno double-bill con Il re scorpione.

"AI... EM... ERCHIULIIIIIIIIIIIS!!!"

“AI… EM… ERCHIULIIIIIIIIIIIS!!!”

Al centro del film, sequenza finale esclusa, ci stanno due battaglie, e qui sta l’altra idea azzeccata.
Per una volta, niente masse informi di pazzi scriteriati che si scontrano frontalmente alla vaffanculo stile Signore degli Anelli ma -con l’eccezione dei nostri cinque eroi in avanscoperta da soli come primo ridicolo filtro- uno straccio di gloriosa formazione a quadrato come i fumetti di Asterix insegnano.
Spero che qualcuno raccolga l’ispirazione.
La scena migliore comunque è quando Hercules fa la mossa del ponte di Dirty Dancing a un cavallo.

Se solo fosse andato bene il provino con la Marvel...

Meglio puntare alla Marvel…

...ma va bene anche la DC

…ma va bene anche la DC

DVD-quote:

“Il classico film da domenica pomeriggio”
Nanni Cobretti, i400Calci.com

>> IMDb | Trailer

P.S.: una volta, nello stesso anno, Brett Ratner ha diretto un video di Mariah Carey e uno dei Cannibal Corpse

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La gif animata del lunedì

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La mummia – Il ritorno

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Benvenuti a ‘sti procioni: Guardians of the Galaxy

MESSAGGIO DI SERVIZIO
Carissimi fancalcisti e fancalciste, i400Calci.com sono ansiosi di presentarvi la loro ultima novità: le ferie estive!
Pensiamo di meritarcele, dopo oltre cinque anni di lavoro praticamente ininterrotto anche quando, come quest’anno, nelle sale italiane non esce assolutamente un cazzo.
Godetevi l’estate, vera o finta che sia, e ci rivediamo lunedì 18 agosto più freschi che mai!
Ma ora, prima di staccare la spina, il pezzo di oggi:

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Benvenuti a un altro capitolo di #OccupyDistributoriItaliani.
Ogni tanto capita che un film mediamente molto atteso esca in tutto il mondo con mesi di anticipo rispetto all’Italia, ma che siccome io non abito in Italia me lo ciuccio comunque al volo.
E ogni tanto l’atmosfera è così calda e l’uscita italiana così lontana (nel caso specifico 22 ottobre) che per sfregio a tutti ne parlo subito.
In questo tipo di situazioni, so che qualcuno già vedendo il titolo “Guardians of the Galaxy” di puro istinto ha cosparso di benzina il proprio monitor e gli ha dato fuoco pur di non rischiare di leggere oltre.
A quei sette rimasti dico: non ci sono spoiler.
Ce li volevo mettere, giuro, ma non c’è proprio niente che valga la pena di spoilerare, niente che faccia una differenza significativa nella recensione di un film del genere.
Che posso scrivere? Che compare Thanos? È una robetta di cinque minuti dopo meno di mezzora che non significa nulla se non farvi vedere Thanos come si deve, con la sua bella mascellona e la voce di Josh Brolin. Altro che spoiler, è un’attrattiva in più per quelli che ci tengono a seguire tutta la continuity Marvel come si deve, ma insomma, non fa né dice nulla di particolarmente significativo. Le sue foto sono state puntualmente distribuite su tutti i magazine di cinema principali.
Potrei spoilerare la scena dopo i titoli di coda? È una roba grossa. Anche quella però è già stata svelata da tutti i maggiori magazine del settore. Posso linkarvi l’immagine chiave. Se lo chiedete a me, è la più grossa e clamorosa promessa che la Marvel abbia fatto dai tempi della prima comparsata di Nick Fury, e spero non venga trattata alla leggera altrimenti m’incazzo come una bestia.
Nient’altro di appetibile.
Quindi, a meno che non vogliate manco sapere se il film è bello o brutto e perché, potete leggere tranquilli.
Se avete già dato fuoco al vostro monitor e/o smartphone, sappiate che non rimborsiamo.
Ma prima un’altra premessa doverosa: il titolo della rece è di Luotto. Sono mesi che in redazione abbiamo decretato in modo unanime che chiunque avesse recensito questo film avrebbe dovuto intitolare la rece così.
Ora possiamo proseguire.

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Presentazione.

Quindi insomma, Guardians of the Galaxy era molto atteso perché univa la Marvel a un regista di scuola Troma a un procione col mitra. Ci sta tutto.
Sembra rischioso, ma se c’è una cosa che il cinema ci ha insegnato negli ultimi anni, più o meno da Avatar in poi, è che quando il budget raggiunge le nove cifre più è rischioso il concetto meno lo è la realizzazione. Un esempio recente può essere Del Toro che si autocostringe a personaggi archetipicamente topguniani in Pacific Rim, ma il caso per me più clamoroso non è calcistico ed è quella merda di Un milione di modi per morire nel west di Seth McFarlane, in cui il “rischio” costituito dal fatto di essere una commedia western Rated R con un protagonista impalato viene annacquato da un’adunata di guest star famose e un andazzo moscio e prevedibile quanto il peggior Adam Sandler. Altro che I Griffin, decidessero all’ultimo di cambiare il titolo in Amore nel west sbaglierebbero di pochissimo.
A questo punto, il curriculum di James Gunn diventa importante, perché avrà pure scritto quella bomba di Tromeo e Giulietta, ma anche Scooby Doo.
Avrà pure i capelli sparati da giovane ribelle e sarà simpaticissimo sui social media (aspetti che oggi costituiscono il 40% dell’hype di qualsiasi film), ma sa come piegarsi a 90 davanti alle pretese dei grossi studios se necessario.
Guardians of the Galaxy è inoltre un fumetto relativamente sconosciuto, il che da una parte fa sudare sette camicie al reparto marketing che deve trovare l’angolo giusto per promuoverlo e portare al cinema l’ignorante medio che cerca qualcosa di rassicurante, ma dall’altra almeno non ha un’orda di nerd che rompono i coglioni con paranoie sulla fedeltà alla fonte.
La storia è questa: nel 1988 un mocciosetto viene rapito dagli alieni subito dopo aver visto sua madre morire di morbo di morte (scena eccessivamente drammatica, se chiedete a me); ventisei anni dopo ha superato il trauma alla grandissima e si aggira per un pianeta alieno facendo il buffone estroverso. Ruba una sfera potentissimissimissima (ovvero uguale uguale al Tesseract, ma a forma di sfera): ciò attira le ire di un gruppo di cattivi incazzati, e lo porta ad unirsi ad un gruppo di personaggi strambi (un procione col mitra, un albero semovente, una donna verde, Dave “The Animal” Bautista) e a vivere mille avventure. Riusciranno i nostri eroi a sopravvivere e salvare la galassia? Quale forma geometrica avrà il nuovo oggetto tanto potente quanto convenientemente misterioso al centro del prossimo film Marvel? Sì, e io punto £10 su una piramide (rigorosamente tascabile).

Non vedo l'ora che arrivi la risposta della Asylum

Non vedo l’ora che arrivi la risposta della Asylum

Sapete qual è la cosa più buffa?
Il procione col mitra non è il personaggio più interessante.
Il procione col mitra non sta manco nella Top 3 dei personaggi più interessanti.
Tale Top 3 è difatti composta da:
1) Vin Diesel nei panni di Groot l’albero semovente. Groot sa anche parlare, ma sa dire solo “I am Groot”. Quindi Vin Diesel è stato pagato miliardi di paperdollari per dire la stessa frase con quattro tonalità diverse intercambiabili e sobbarcarsi pazientemente un tour promozionale, che il giornalista medio sicuramente alza il culo più volentieri per lui che per Chris Pratt. I suoi superpoteri di espansione vegetale lo rendono di gran lunga il personaggio visivamente più interessante, e forse l’unico in grado di aggiungere un certo grado di vera imprevedibilità ai procedimenti. La sua personalità da cagnolino e il semi-mutismo che lascia le sfumature all’immaginazione fanno il resto. Alla fine della faccenda, il film è suo. LA FAMIGLIA.
2) Dave “The Animal” Bautista nei panni di Drax il distruttore. Grosso, incazzato e minaccioso, quando parte per menare le mani è una fottuta locomotiva, ma essendo il più ovvio dei PG-13 non può di certo spezzare ossa in libertà come meriteremmo di vedere. In compenso il suo personaggio è quello dell’ottuso record, e la drammatica serietà con cui il nostro equivoca anche il più semplice dei modi di dire metaforici è motore di gag tanto facili quanto perfettamente efficaci. Io avevo capito fin dal suo primo film che il buon Dave funzionava alla grande davanti a una cinepresa, ma non mi aspettavo avesse anche impeccabili tempi comici.
3) Michael Rooker nei panni del mercenario Yondu, semplicemente perché Michael Rooker è uno dei più grandi attori di tutti i tempi, renderebbe carismatico anche un paralizzato mascherato e non c’è modo di fregargli la scena neanche a tenerlo fuori dall’inquadratura.
Il procione è, uhm, un procione che ogni tanto spara col mitra. Nel momento in cui lo fai doppiare a Bradley Cooper metti professionalità e una certa simpatia sindacale in cassaforte, ma puoi scordarti una personalità particolarmente memorabile. Ho letto un’intervista a James Gunn in cui spiegava di aver provinato un sacco di gente, fra doppiatori professionisti, comici e attori normali, e che Bradley era a suo dire l’unico credibile in più registri, ma è anche una scelta piuttosto insipida, da sufficienza senza guizzi che non siano già sulla carta.
Allo stesso modo Chris Pratt come leader è simpatico e adeguatissimo, ma se avete come riferimento il Bill Murray dell’84 non è neanche lo stesso sport.
Zoe Saldana invece è una donna (Gamera, Gamarra, non ricordo). Il suo tratto caratteriale distintivo è avere la pelle verde.
Se avete notato, è molto diverso da quella volta che interpretò una donna dalla pelle blu: tutte altre sfumature, segno di grande flessibilità, doti che mi sentirei di definire “camaleontiche”.
Scelta particolarmente coraggiosa inoltre se pensiamo che la sceneggiatura prevedeva anche una parte per una donna blu: secondo me Zoe era stata contattata inizialmente per quella, ma con grande coraggio, per non rischiare di rimanere ingabbiata nello stesso ruolo tutta la vita, all’ultimo deve aver preferito una sfida diversa e più stimolante per cui la donna blu la fa Karen Gillan.

Uno dei più grandi attori di tutti i tempi.

Uno dei più grandi attori di tutti i tempi.

Il pregio principale di Guardians of the Galaxy è molto semplice: è un’avventurona spaziale che declina all’ennesima potenza lo stereotipo che vuole la Marvel come sinonimo di divertimento, ma soprattutto è un film energico e concentrato come di recente se ne sono visti pochissimi.
Dall’altro lato, è comunque un’opera che, per ambizioni commerciali, è costretta a correre su binari prestabiliti ben precisi e non può sgarrare manco di mezza gag.
La si può vedere in due modi: o è un film che per dover rispettare mille limiti e regole sfiora il capolavoro per come riesce a rimanere solido e vivace per due ore, oppure è un film curatissimo e incravattato, un compito perfetto, che avrebbe mille occasioni per deviare e diventare una scheggia impazzita ma non ne sfrutta neanche una e si ferma sempre a un passo dal rischiare di mostrare uno straccio di vera personalità, nel bene o nel male.
Ridi perché le gag sono eseguite in modo efficace, ma raramente perché ti sorprendono.
La torta impeccabile ma senza ciliegina.
E sotto sotto un po’ dispiace.
Da una parte James Gunn dimostra di avere una mano sicura e coerente che nei film precedenti non aveva necessariamente dimostrato, sorprendendo per come manovra con estrema naturalezza la grande quantità di effetti speciali e ambientazioni aliene previste ma soprattutto per la cura in fase di script con cui – Zoe Saldana a parte – riesce a dare una personalità ben delineata anche ai personaggi secondari e curare una notevole quantità di dettagli senza impantanare la storia.
Dall’altra i livelli di follia e di ispirazione fuori dalle righe per i quali Gunn è famoso sono appena accennati, a mo’ di timido retrogusto, per cui quando potrebbe decollare finisce invece per sembrare al massimo un Edgar Wright del discount col guinzaglio.
Per la concorrenza che ha oggi, Guardians of the Galaxy corre comunque il serio rischio di diventare un classico, tutto sommato meritatamente.
Anzi, diciamolo pure: “avercene”.
Gli incassi notevoli del primo weekend puntano dritti in questa direzione e dimostrano in modo piuttosto interessante che la gente ha ormai imparato a fidarsi quasi ciecamente del marchio Marvel di per sé.
Personalmente però, preferisco aspettare/sperare che nel sequel lascino Gunn un po’ più libero di improvvisare e sforare nel davvero folle/scorretto.
O anche no: l’importante intanto è che mantengano la promessa fatta nella scena dopo i titoli di coda.

"I am Vin Diesel"

“I am Vin Diesel”

DVD-quote:

“Una torta impeccabile, ma senza ciliegina”
Nanni Cobretti, i400Calci.com

>> IMDb | Trailer

P.S.: se volete commentate pure dicendo di non aver letto neanche una riga di questo articolo, così, tanto per farmi salire le statistiche a gratis così poi mi vanto al bar. Il monitor lo potete bruciare dopo.

P.S. 2: scalda il cuore vedere Lloyd Kaufman fare una comparsata in un film da $170 milioni di budget.
A tra due settimane!

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