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Prendi due paghi uno: la recensione di Alita – Macchine mortali

Volete più bene a James Cameron o a Peter Jackson? Sì, okay, suppongo dipenda da quanto avete amato Il signore degli anelli: se siete di quelli che riguardano periodicamente, in mini-maratone, non solo le versioni estese della trilogia, ma anche tutti gli extra dell’ormai fondamentale cofanetto home video [la precedente frase potrebbe contenere tracce dell’autobiografia di Xena Rowlands, ndr], potreste metterci qualche secondo prima di rispondere «ma il papà di Terminator, Aliens e Titanic, naturalmente!». Cameron si è formato, come tutti i nostri eroi, alla corte di Roger Corman; Jackson, come tutti abbiamo sempre sognato di fare, con quella che Wikipedia chiama splatter phase. Ognuno di loro ha firmato un film che detiene il record di 11 Oscar vinti, e hanno fatto con il cinema più soldi di chiunque altro. Il primo ha la fama di essere un perfezionista cagacazzi incline alla mitomania, il secondo di essere un perfezionista amabile incline alla depressione. A un certo punto le loro strade si sono incontrate e direttamente fuse nei destini della Weta e, bam!, sono anni che tutti noi abbiamo il triste sospetto di esserceli definitivamente giocati, uno perso a programmare i suoi 257 sequel di Avatar, l’altro a filmare prequel stiracchiati e innecessari (rischiando peraltro di mandare in fallimento la propria intera nazione) a 48 fotogrammi al secondo.

a destra: prequel, a sinistra: sequel

Alita – Angelo della battaglia è un progetto che James Cameron coltiva fin da appena dopo Titanic, quindi da circa 20 anni: aveva acquistato subito i diritti per adattare il manga Gunnm di Yukito Kishiro, segnalatogli dal suo amicone Guillermo del Toro (a parte: la storia di grande amicizia tra Cameron e Del Toro è un bellissimo film a sé, comprende padri rapiti e fare a pugni con Weinstein before it was cool). Ma si sa che il canadese, tra le sue qualità, non ha “rispettare le deadline”, per cui tra una menata e l’altra Alita esce solo ora, e James non ne è nemmeno il regista accreditato: al suo posto c’è un altro nostro vecchio amico, Robert “Tarantino presents” Rodriguez, mentre Cameron produce e co-firma la sceneggiatura – insieme a Laeta Kalogridis, una tizia che io da anni mi chiedo com’è che continuino a farla lavorare, ha scritto solo cose che quando sono bei film lo script è comunque la parte peggiore, quando va male sono Altered Carbon. Sono andata a vedere Alita con le migliori intenzioni, nonostante non conoscessi il manga (ma mi ero informata leggendo qua e là, tra cui questo pezzo bello ed esauriente che vi consiglio), sono uscita dicendo “aspetta ma io questo film però l’avevo già visto due mesi fa”. Questo film è Macchine mortali, ed ecco a voi il motivo per cui, come nelle migliori stagioni dei saldi, vi beccate la recensione di Alita – Macchine mortali, ovvero due recensioni al prezzo di un film! O viceversa! Che figata! Sigla!

Premessa

La preproduzione di Macchine mortali non è iniziata vent’anni fa come quella di Alita: solo dieci. Peter Jackson aveva iniziato a lavorare alla trasposizione del romanzo young adult di Philip Reeve nel 2009, e poffarbacco se il film fosse uscito tipo di lì a tre anni, in pieno delirio distopico-adolescenziale alla Hunger Games, forse staremmo parlando di tutta un’altra storia. Ma – plot twist! Guarda chi si rivede! Ci sarà qualcosa dietro? – Guillermone del Toro, snasando il disastroso casino che ne sarebbe seguito, molla la pre-produzione di Lo Hobbit urlando «NOPE!», e al povero Jackson tocca prendersi sulle spalle la baracca, con una gioia di vivere di cui vi forniamo una diapositiva:

sad peter is sad

Flashforward, a dicembre 2018 Macchine mortali esce in sala, e Peter Jackson non ne è il regista, bensì il produttore e il co-sceneggiatore (insieme alla moglie Fran Walsh e a Philippa Boyens, ovvero lo stesso team dietro i film tokieniani): dietro la macchina da presa c’è Christian Rivers, che se avete visto quei famosi dvd di extra di Il signore degli anelli conoscete già, perché è praticamente il minion numero uno di Jackson, supervisore degli effetti speciali nonché regista di seconde unità, spesso neppure accreditato). Ah, a proposito, va da sé che Alita e Macchine mortali hanno entrambi gli effetti speciali realizzati dalla già citata Weta. Condividono anche Junkie XL alla colonna sonora, e dopo vari slittamenti di programmazione avrebbero pure dovuto uscire entrambi prima di Natale, a una settimana di distanza l’uno dall’altro. Per fortuna qualcuno si è accorto che erano lo stesso film e quindi ha spostato Alita a San Valentino, e almeno – per ora – non sta spettacolarmente floppando come invece Macchine mortali ha avuto modo di fare.

Ambientazione

apocalisse: steampunk

All’inizio di tutto c’è naturalmente un’apocalisse: in Macchine mortali è la Guerra dei Sessanta Minuti (catastrofe nucleare causata da armi potentissime che hanno azzerato la tecnologia mondiale in un’ora), in Alita è La Caduta (una guerra misteriosa di cui si scoprirà qualcosa in più nel corso della storia). Moltissimissimi anni dopo, la Terra è inevitabilmente ridotta una merda, ed è in qualche modo dominata dalle macchine. Nel film prodotto da Peter Jackson l’ispirazione è steampunk, l’idea base è che le città siano enormi veicoli cingolati che attraversano il pianeta devastandolo e letteralmente mangiandosi i paesini più piccoli e le loro risorse. Nel film prodotto da James Cameron, c’è una città tra le nuvole – Zalem – in cui vive il ricco 1%, e ai suoi piedi Iron City, la discarica abitata dal 99%, cioè la feccia, i poveri, la plebe, i criminali, i cacciatori di taglie, i brutti ceffi etc etc. L’ispirazione qui è cyberpunk, e le macchine in questione sono più che altro cyborg: gli esseri completamente umani sono la minoranza, quasi tutti hanno almeno un impianto, un braccio tecnologico, un occhio meccanico, un microchip polifunzionale. La Londra ambulante di Macchine mortali è rigidamente divisa in caste; nell’Iron City di Alita i poveri si fottono hobbesianamente a vicenda e gareggiano a Motorball, un roller derby per cyborg potenziati dov’è facile finire morti, ma, ehi, chi vince potrà salire a Zalem (tze, credeteci). Il Motorball, ovviamente, è l’oppio dei popoli.

apocalisse: cyberpunk

Macchine mortali, che il suo stesso regista ha definito un mix tra Star Wars e Harry Potter, pesca a piene mani, tra le altre cose, da: Star Wars, Harry Potter, Mad Max: Fury Road, Laputa, Il castello errante di Howl, Terminator (nel senso, c’è un cyborg che è chiaramente Terminator, e fa pure la stessa fine di Terminator in Terminator 2), Avatar, Il signore degli anelli, tutti i fantasy in cui a un certo punto i giovani protagonisti devono andare da un punto A a un punto B in mezzo a un territorio ostile. Alita, sebbene gran parte delle sue influenze si debbano certamente al manga di partenza (che però aveva la giustificazione di essere degli anni 90), pesca a piene mani da: Ghost in the Shell, Blade Runner, Pinocchio, Terminator, Avatar, District 9, Elysium, Rollerball, Anno 2000: La corsa della morte, Serenity, Frankenstein, Jack lo squartatore, Metropolis, Wall-E, vari film di arti marziali. In entrambi i casi, ho sicuramente dimenticato qualcosa.

Personaggi

potranno mai amarmi, con questa cicatrice quasi invisibile?

La protagonista di Macchine mortali è Hester, una ragazza misteriosa dal passato misterioso, dalle notevoli capacità di combattimento, ma irrimediabilmente diversa da tutti perché – ohmioddioh l’orroreh! – ha una piccola cicatrice sulla faccia (sondaggio: è meno disturbante la cicatrice di Hester o la voglia di Art3mis in Ready Player One? Votate!). La protagonista di Alita è (pensa un po’) Alita, una ragazza misteriosa dal passato misterioso, dalle notevoli capacità di combattimento, ma irrimediabilmente diversa da tutti perché è una cyborg dagli occhioni grandi grandi, nostra signora dell’uncanny valley. Entrambe sono dotate di un interesse romantico senza carisma (sebbene tecnicamente quello di Macchine mortali dovrebbe essere addirittura il protagonista della storia), entrambe hanno un rapporto problematico con il padre adottivo (che, per Alita, è un ingegnere esperto di cyborg, mentre per Hester è un cyborg vero e proprio!).

potranno mai amarmi, con questi big eyes?

Il target principale, in entrambi i casi e nonostante la materia pop-cinematografica di cui sono fatti i loro universi, è chiaramente quello young adult, lo stesso degli hunger games maze runner e compagnia distopica cantante. Per questo non si può sfuggire, evidentemente, al corredo romantico. Per questo il povero Robert Rodriguez ha potuto filmare discreti smembramenti di cyborg, ma il cagnolino l’ha dovuto uccidere fuori campo. Come il genere richiede, entrambe le ragazze compiranno un viaggio che le porterà a essere le eroine della propria storia: quello di Hester segue una struttura più classica da avventurona-fantasy con grande atto di coraggio finale, mentre per Alita si tratta di un percorso di formazione (sulla carta pure molto interessante), in cui deve prima scoprire chi è, riesumando frammenti di ricordi dalla propria memoria cancellata, poi trasformare il proprio corpo, allenarsi, ribellarsi al padre-creatore, diventare la migliore di tutti e infine… infine niente, perché (spoiler) lo vedremo nel sequel, se ci sarà.

Il metaforone sociopolitico

letterale

C’è dell’ecologismo, ovvio: in entrambi i casi, abbiamo consumato e devastato il pianeta, riducendolo un cesso – va detto che, ambientati entrambi a molti secoli da ora, sono due film tutto sommato ottimisti sulle chance di sopravvivenza dell’umanità. Ma in Macchine mortali la metafora è quella imperialista, con le città più grosse che si pappano quelle piccine e depredano il mondo delle sue risorse, producendo una massa di schiavi, reietti, emarginati, e combattendo contro chiunque ipotizzi un altro mondo possibile. A un certo punto la visione si allarga includendo una potenza benevola e pacifista a est, e credo che questa sia una sottile metafora di “abbiamo tutti bisogno degli incassi del mercato cinese per non floppare male, signora mia”. Alita è l’1% che vive nell’attico del grattacielo fatto intera città vs il 99% che si arrabatta nella melma fatta mega-discarica, o anche il nord che domina e sfrutta il sud del mondo, e se qualcuno cerca d’introdursi nella città ricca scalando i tubi che collegano la terra al cielo viene ammazzato male. A un certo punto la visione si allarga, e si intuisce che c’è qualcosa di non detto, qualcosa di sinistro dietro la tanto vagheggiata superficie lucente di Zalem (spoiler: c’è Edward Norton in cosplay da James deus ex machina Cameron), ma non ci viene spiegato, e credo che questo sia sottile metafora di “andate a vedere anche il sequel, quando esce, pezzenti”.

Il metaforone cinematografico

ex machina?

È lo stesso per entrambe: dell’immaginario pop, come del maiale, non si butta via niente, raga. O anche, per rimanere in tema ambientalista: riciclate, che è importante. Proprio come le mega-città di Macchine mortali sono fatte di pezzi di altri artefatti tecnologici salvati da un lontano passato, proprio come i cyborg di Alita sono nuclei di cervelli, ricordi e sentimenti umani innestati su articoli d’alta ingegneria accuratamente ri-aggiustati e rattoppati da abili ingegneri, anche questi film sono fatti di mattoni di altri film libri auto case viaggi fogli di giornale, e gli ingranaggi che li regolano, i marchingegni che li tengono insieme si vedono tutti, nei motori che muovono le macchine mortali, nelle articolazioni metalliche dei corpi inorganici di Alita. E non c’è niente di male, di per sé: un po’ perché non è mica da ieri che le storie che ci raccontiamo sono riciclate da storie precedenti, un po’ perché se costruisci bene un mondo, chissenefrega dove hai preso i pezzi. Come dicono ad Alita, nel momento in cui prende possesso del suo super-mega-iper-potentissimo nuovo corpo, «non è buono o cattivo: dipende da come lo usi». Cinematograficamente parlando, tra l’altro, Macchine mortali e Alita hanno anche in comune un’altra cosa, che per me è uno dei loro punti di forza: sono storie di post Apocalisse, raccontano futuri abbastanza disperati, ma lo fanno, almeno per larghi tratti, con toni colorati, con le luci accese, cercando scorci di bellezza anche nel disagio. Non so cosa voglia dire, se sia solo una riverniciata per re-impacchettare gli scarti come se fossero nuovi: ma so che almeno guardandoli non ci si deprime come davanti a una roba cupa di Snyder e simili.

ma geppetto io voglio diventare una bambina vera!

Concludendo

Però è ovvio che se fai dei film Frankenstein, il rischio del pasticcio è lì che incombe. Incombe ancora di più se la sceneggiatura fa cagare. E purtroppo, tra le altre cose, Macchine mortali e Alita condividono pure questo, cioè script che dire deboli è poco: dialoghi di banalità sconfortante, tanti personaggi gestiti male, troppe linee narrative che fanno a botte (non in senso positivo), e mai che si provi a guadagnarcisi davvero un qualche snodo emotivo cruciale. Prendiamo i climax di entrambi i film, ovviamente belli ripieni di SPOILEEER!!! Macchine mortali si conclude con una battaglia al Fosso di Elm + assalto alla Morte nera + rivelazione “I am your father”: ma ci interessa davvero qualcosa dei destini di queste persone, degli abitanti di un’intera nazione introdotta tre scene prima e di un’agnizione che avevamo intuito al primo flashback sull’infanzia di Hester? Verso la fine di Alita c’è la tragica morte dell’inutile e insignificante innamorato della protagonista: ora, a parte che quel penzolare di un mezzo torso con un solo braccio potrebbe in qualche spettatore cinico limitare l’effetto drammatico, e a parte che sfido chiunque a essersi appassionato a una love story così moscia e sottotono, ma questo tizio è già quasi morto due sequenze fa! Abbiamo appena (teoricamente) pianto la sua quasi morte! Che idea è trasformarlo in cyborg per poi ri-ucciderlo subito dopo? FINE SPOILER

eddai

Nonostante però sia molto facile smontarli pezzo per pezzo, appunto, o giocare al tiro al piattello dell’errore/incongruenza/espediente pretestuoso/idee ridicola, non sono mica film completamente da buttare: qualcuno ha detto che hanno entrambi l’aria di B movie iper-costosi, per quanto possa sembrare una contraddizione in termini, e infatti dei B movie hanno l’entusiasmo di chi vuole mettere in piedi una roba grossa e lo sprezzo del ridicolo. Hanno anche spettacolari scene d’azione (l’inseguimento su cui si apre Macchine mortali, i combattimenti e le gare di Motorball di Alita) e, non c’è quasi bisogno dirlo, la competenza di chi sa cosa vuol dire fare world building, costruire universi ampi e dettagliati, e anche di chi sa maneggiare la computer grafica all’avanguardia perché, beh, l’ha praticamente inventata. Ma hanno anche, proprio perché si vede bene fino all’ultimo dollaro della montagna che ci hanno investito, il sapore amarognolo delle occasioni sprecate, e un vago senso d’incompiutezza, nonostante l’enorme mole di roba cacciata dentro. O forse proprio per questo? Boh.

Alla fine la morale è sempre: tutti che si affannano a inseguire Fury Road, e nessuno che abbia imparato la lezione.

Dvd quote suggerita: “Be clean, be green, be a recycling machine” Xena Rowlands, i400calci.com

IMDb | Trailer

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