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Metaforoni a forma di simmia: la recensione di The War – Il pianeta delle scimmie

Alla fine ai nuovi film del Pianeta delle scimmie che gli puoi dire? In un mondo in cui esiste Planet of the Apes di Tim Burton e in cui spesso le saghe estive sono mirate a un pubblico di adolescenti che mandano i messaggini durante la proiezione accecando gli spettatori della fila dietro, una trilogia di film di fantascienza distopica chiaramente indirizzati a un pubblico un pelo più adulto e senza deficit dell’attenzione, tanto spettacolari quanto ambiziosi, è una manna dal cielo. Non gli si può dire veramente niente, dai. Vabbè, qualcosa gli si può dire. E diciamolo allora.

Di’ “cheese”.

L’ambizione per quanto mi riguarda è SEMPRE un valore, al cinema. È l’ambizione, soprattutto quando c’è arroganza, che salva film come Prometheus, o il precedente Apes Revolution. Chiaramente si tratta di un valore aggiunto: l’ambizione non può essere l’unica virtù di un film. Però penso sia un motivo più che sufficiente per pagare il biglietto, schiaffare le chiappe sulla poltrona di una sala con l’aria condizionata e dare una chance a un film.

Di ambizioni la qui presente Trilogia delle Simmie ne è piena. Sin dal primo film, che per me resta il migliore perché è il più semplice e dunque quello più rigoroso, questa serie le ha messe davanti a tutto. Ne ha fatto un motivo di vanto, e a ragion veduta: non esistono, nel panorama attuale, altre saghe “commerciali” di fantascienza così autentica. Ma allora qual è il problema?

Qual è? Qual è?

Il problema, detto fuori dai denti, è che Matt Reeves e gli sceneggiatori vari che si sono avvicendati alla saga (l’ultimo dei quali è Mark “Die Hard 5, Wolverine 2, Total Recall brutto” Bomback) non sono capaci di prendere queste ambizioni e tradurle in maniera credibile sullo schermo. Perché sono dei bravi artigiani, e non c’è niente di male in questo: Reeves ha un grande occhio per la messa in scena, lo si capiva già da un film inutile come Blood Story (aka il remake americano di Lasciami entrare), e sono abbastanza felice che sarà lui a dirigere The Batman. Però si ferma lì, non ha la lucidità necessaria per far emergere per davvero il senso profondo dell’allegoria alla base del Pianeta delle scimmie. Che, lo ricordiamo, nasce da un romanzo di Pierre Boulle che era fantascienza per modo di dire: si trattava più che altro di un romanzo allegorico sulla falsariga de I viaggi di Gulliver, in cui il ribaltamento della gerarchia tra uomini e scimmie era concepito come una satira.

Tutto questo per dire che, nelle manone di gente come Reeves e Bomback, l’ambizione si fa da parte e lascia il posto al Signor Velleità. Non so se avete mai incontrato il Signor Velleità, ma se vi capita dovete stare attenti: si presenta tutto gentile, vi ammalia con il fascino del cantastorie, ma se lo ascoltate con attenzione capirete che spara un sacco di banalità. Dice di essere Indiana Jones e invece scrive i testi per i Baci Perugina. Saluta tutti i vostri ospiti con mal riposta confidenza, poi chiama due taxi e mezzo e se ne va, lasciandovi a pagare il conto.

Non me l’aspettavo, te lo giuro.

È il Signor Velleità a tramutare le metafore in metaforoni. Pesanti macigni che vi travolgono in momenti studiatissimi nel corso del film. È ancora il Signor Velleità a scagliarveli addosso, e quando succede lui è sempre là, a lato dello schermo, che vi sorride e vi strizza l’occhio ripetutamente. Per poi scagliarvi addosso un altro macigno, nel caso aveste schivato il primo.

The War – Il pianeta delle scimmie è così. Ha la velleità di essere grande cinema di fantascienza capace di riflettere sul presente e il futuro della razza umana, sulla follia della guerra (ma il messaggio viene fuori molto meglio nel precedente) e la ricerca della pace. Butta nella mischia campi di concentramento, militari pazzi che sembrano usciti da un film di Romero (uno che ci manca proprio perché al Signor Velleità gli cacava in fazza), cita abbastanza apertamente robetta come Apocalypse Now (sto guardando te, Woody Harrelson), La grande fuga e Spartacus. Vorrebbe essere tutto questo, e invece?

Invece cosa? Cosa? Cosa?

Invece è “solo” ottimo cinema d’intrattenimento fatto coi controcazzi. E se si accontentasse di questo, staremmo meno a fargli le pulci. Perché ecco dove è veramente inattaccabile: nel raccontarti bene una storia avvincente, nel tenerti incollato alla poltrona per 2 ore e 20, un tempo lungo che però vola via. Perché c’è la grande avventura. Perché c’è Andy Serkis, cazzo, uno che saprebbe recitare bene anche se interpretasse una rapa in motion capture. Perché c’è una messa in scena sontuosa che non bada a spese, ci sono effetti speciali che non sono nemmeno più effetti, tanto si mescolano alla perfezione con le immagini reali. Le scimmie sono ancora meglio che nello scorso film, dove erano già abbastanza incredibili. Non c’è un solo fotogramma, qui, in cui non sembrino assolutamente autentiche, specialmente nei primi piani (Maurice è una roba da non credere). È il solito discorso, per quanto banale: ormai non possiamo più parlare di creature digitali ed effetti speciali, ma di veri e propri personaggi interpretati da attori che recitano come fosse un ruolo qualsiasi.

Sopra: gli attori pre-motion capture

Il finale, poi, ha il respiro, il ritmo e i colori di un vecchio kolossal (e non a caso si citava Spartacus). È cinema americano classico allo stato puro, un distillato di American Dream filtrato attraverso l’ottica delle Simmie. Bastava questo, non era necessario strafare.

Questa trilogia passerà alla storia come una delle più mature opere di sci-fi del nuovo millennio, e un po’ non se lo merita. Oltretutto si basa su una saga che, a parte il capolavoro con Charlton Heston, era di per sé pura exploitation, solo che non fingeva di non esserlo e ci piazzava dentro un botto di roba fighissima, tipo viaggi interstellari, super-armi catastrofico-nuclear-definitive, loop temporali, scimmie in tutine ridicole e Ricardo Montalban. Qui tutt’al più c’è la simmia bufa col berrettino. Che gli si vuole anche bene, ma insomma

DVD-quote:

“Il pianeta delle velleità”
George Rohmer, i400Calci.com

>> IMDb | Trailer

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