Demolition Man: Live Deluxe Experience

Amici!
Avete impegni per sabato 15 novembre?
Cancellateli.
C’è un problema urgente di cui discutere: si tratta del futuro di tutti noi.
E un solo film aveva previsto che il futuro non sarebbe stato un disastro post-apocalittico bensì, al contrario, un mondo oppresso da un’illusione di pace, dal buon umore posticcio, dal politicamente corretto a tutti i costi.
Quel film è DEMOLITION MAN.
Urge una Live Deluxe Experience.

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Sabato 15 novembre, ore 16, a Santeria (Milano).
Noi ci saremo.
Fate altrettanto.

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Ripassi obbligatori: La notte dei morti viventi

Oggi è Halloween.
In alcune sale italiane torna La notte dei morti viventi di George A. Romero, uno di quei rari film che hanno tracciato una linea netta tra “prima” e “dopo”.
Possiamo dirlo per una volta che è sacrosanto? Bravi distributori italiani.
Voi sapete già cosa dovete fare, ma per non saper né leggere né scrivere vi rinfreschiamo le idee.

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Prefazione di Jackie Lang

Gli zombie che corrono e sbavano come rabbiosi sono coatti, esagerati, fumettosi e un po’ burini con tutto quel volgare agitarsi per far cose che una volta si facevano incedendo a fatica e con lentezza, non privi di una certa grazia nell’esser morti e in cerca di cervelli. Tuttavia a me piacciono. Li rispetto quelli che camminano lenti sia chiaro, ma preferisco quelli che corrono. Perchè li chiamiamo con gli stessi nomi ma sono cose molto diverse gli zombie classici e quelli moderni, i primi sono i romeriani i secondi sono dei rabbiosi, un’espansione della fobia per le pandemie d’inizio secolo che è stata al centro di moltissimo cinema. Decisamente più interessante che copiare una trovata anni ‘60.

Nella foto: La grande scuola italiana del trucco

Esempio di grande artigianato del trucco nel cinema italiano di serie B

Prova del fatto che gli zombie che corrono sono radicalmente diversi da quelli che camminano ne è il fatto che gli antesignani si trovano in Incubo sulla città contaminata (1980), e già quel “contaminato” nel titolo a mettere in chiaro che si parla di malattie, mentre chi ha davvero evangelizzato la “rabbia” nel cinema contemporaneo è stato Danny Boyle con 28 giorni dopo (2002), anche lì una questione di malattia, un’infezione che contamina quasi tutta la terra ma non il protagonista (che, ironia, nel frattempo stava ricoverato in ospedale).
A fare i filologici la confusione tra i due tipi di zombie, cioè il fatto che li pensiamo eredi di una medesima tradizione mentre non è così, non viene da Boyle che non usa mai quella parola nel suo film, è semmai tutta da imputare a Snyder. Nel suo remake di L’alba dei morti viventi (2004) sceglie infatti la corsa invece della strisciata, di fatto sovrascrivendo Romero (mentre Wright, che è più rigoroso, nello stesso anno pensa la sua Alba dei morti dementi piena di zombie classici, quando la presa in giro è più fedele del remake).

Nel passaggio di millennio è in sostanza passato in secondo piano il fatto che gli zombie siano i morti che ritornano in vita, che ci sia in questo una specie di eco biblica e che emergano dalle tombe cristiane (i morti escono dalle tombe in massa per ragioni inspiegabili che costituiscono il rimosso del film, quella parte non raccontata che presta il fianco alle suggestioni di ogni spettatore). Soprattutto i morti rifanno quel che facevano in vita come costretti e senza sapere bene il perchè, una trovata che logicamente non serve a niente ma ha una gran funzione filmica, serve a creare un’immagine indimenticabile che è quella degli zombie nel centro commerciale, centrale a tutto il pensiero di Romero. I morti viventi di Romero siamo noi (o meglio alcuni di noi) e non c’è tanto bisogno di essere seppelliti e uscire dalle tombe, perchè già lo siamo, conduciamo vite da morti che camminano. Anche il già citato Wright lo sa e fa fare la camminata a Simon Pegg nella prima immagine del suo zombie movie, mostrando che è già uno zombie con la sua vita sempre uguale e la sua rinuncia a prendere decisioni.

Non tramonta mai e si porta sulle locandine come sulle copertine di dischi metal

Pro: non tramonta mai e si porta sulle locandine come sulle copertine di dischi metal

Lo zombie-infetto invece non siamo noi, in nessun caso, anzi è il nostro doppio, una versione oscura e malvagia che dimentica ogni sentimento ed è obnubilato dalla fame. Non esce dalle tombe ma è ovunque, in tutto il mondo, perchè la contaminazione si diffonde. Nei film di zombie moderni c’è spesso un paziente zero (Contagion), l’infezione è figlia di sperimentazioni mediche degli uomini stessi e possibilmente ha una cura (Warm Bodies, non inorridite, è così!), in comune con il vecchio ha solo il fatto che sia un corpo privo di vita e che trasmetta la malattia mortale tramite il morso (che poi era la caratteristica base dei vampiri, la base di tutto, ma non apro questa digressione che sennò non torniamo più a casa stasera).
Lo zombie che corre è un personaggio da film d’azione, quello che striscia invece uno da film horror, non va preso a botte nè scatena risse ma è anzi abbastanza innocuo, difficilmente ti prende, ha un corpo fragile e si uccide con poco. Non è fisicamente che è superiore all’uomo ma nella maniera in cui ne tira fuori il lato peggiore, ti prende di sorpresa perchè lo credi facile da battere e ti frega quando sei presuntuoso, quando abbassi la guardia. In questo senso è l’unico vero zombie.

Gli altri sono appunto infetti e se vogliamo è anche meglio così. Cioè io mi eccito di più a sapere che il cinema moderno (dal 2002 in poi) si è inventato qualcosa di nuovo (perchè così è) più vicino a quel che accade e alle paure che possiamo avere, invece che aver riproposto figure e idee vecchie. Si è inventato una fobia tipica di questi anni, quella della malattia globale che ci annullerà ma non prima di farci scannare tra di noi, la malattia che ci mette l’uno contro l’altro e scatena la guerra, mette in quarantena palazzi se non proprio stati interi. Non un’apocalisse divina ma una umana.
Io la preferisco.

Dai! Che li chiamiamo a fare zombie?

Il vecchio scherzo dello zombie di fuoco

Il pezzo di George Rohmer

Sigla!

Quante volte, leggendo di cinema o parlandone con gli amici cacacazzo del Dams, vi sarete imbattuti nel termine “seminale”? Si tratta di una parola che si sente pronunciare spesso quando si parla di film che hanno segnato un’epoca. Ho chiesto a un mio amico che bazzica i dizionari e mi ha girato questa definizione:

seminaleChiaro no? “Contenente semi” o, in senso figurato, un’opera che contiene una serie di elementi che colpiscono l’immaginario entrando nel linguaggio comune. O ancora, “Che riguarda lo sperma”, ovvero un film che ci fa sborare di gioia. La notte dei morti viventi del mio quasi omonimo George A. Romero, che torna in sala solo il 31 ottobre per festeggiare degnamente Halloween, è senza alcun dubbio un film seminale. Lo è per una serie di ragioni che vanno ben oltre il “ha inventato gli zombi cannibali”. Una serie di ragioni che ci siamo sentiti in dovere di esplorare. Eccole.

1 – Ha inventato gli zombi cannibali.
E ok, ho fatto un po’ apposta qui. Però è certamente una cosa che va detta, anche se oggi sembra banale. Prima de La notte dei morti viventi, gli zombi erano solo schiavi senza cervello resuscitati dal matto di turno. Qui, invece, al di là di qualche dettaglio ancora acerbo – alcuni zombi usano oggetti, dai mattoni alle palette da giardinaggio, per colpire le vittime – la mitologia romeriana è già pienamente matura. C’è tutto: l’epidemia senza ragioni apparenti, i morti lenti e affamati di carne umana, il morso che ti uccide e ti trasforma in zombi e i conflitti tra sopravvissuti che rischiano di mandare a puttane le cose ancora più dei morti stessi. Questa roba è stata poi imitata fino alla nausea e ancora oggi, a parte un deciso cambiamento nella velocità dei morti (ma ve ne parlerà meglio Jackie), le regole sono sempre le stesse. Seminale, si diceva.

To-ga! To-ga!

To-ga! To-ga!

2 – La violenza. Non parlatemi della violenza.
Chiariamo: non è che non ci fosse stata mai violenza nel cinema americano fino a quel momento. Prima di Romero c’erano stati i film di Herschell Gordon Lewis, “the godfather of gore”, ma si trattava in pratica di piccoli film sperimentali non intesi per la distribuzione su larga scala. La notte dei morti viventi fu creato invece con in testa il grande pubblico. Roger Ebert, che pure apprezzò il film, si trovò completamente spiazzato insieme alle famiglie che avevano portato i loro figli a una proiezione del film un sabato mattina, aspettandosi un horror classico. “I ragazzini in platea erano sbalorditi – scrive – C’era un silenzio quasi totale. Il film aveva smesso di essere deliziosamente spaventoso verso la metà ed era diventato inaspettatamente terrificante”. Naturalmente la violenza così grafica non era il solo motivo di quel silenzio, il che ci porta al prossimo punto…

"Qualcuno ha del sale?"

“Qualcuno ha del sale?”

3 – L’apocalisse è un cazzo al culo.
Romero ha ammesso più di una volta di aver “rubato” l’idea de La notte dei morti viventi a Io sono leggenda di Richard Matheson. Se prendiamo il di poco precedente L’ultimo uomo della terra, il primo adattamento di Io sono leggenda, ci troviamo davanti a un film per certi aspetti simile a quello di Romero. La grossa differenza sta nel già citato scarto di tono tra l’horror gotico/sci-fi preponderante dagli anni ’30 ai ’50 e l’asciutto incubo iper-realistico di Romero. La sua apocalisse è terribilmente plausibile, non ci sono innamorati che si ricongiungono in mezzo alle macerie né la scienza ha alcuna voce in capitolo, positiva o negativa che sia, nelle vicende. Anzi, manco si sa che cosa l’abbia scatenata l’apocalisse, se le radiazioni venusiane o sa il cazzo. Tanto non è importante. Quello che conta è che l’apocalisse è avvenuta e ora non resta che prenderne atto, rimboccarsi le maniche e trovare dei modi pratici per sopravvivere. Tutto il survivalismo dell’horror futuro che ha poi permeato anche i videogame viene da qui. Hai detto niente eh.

Like a boss.

Like a boss.

4 – Il protagonista è un afro-americano negro.
Pochi mesi dopo le riprese de La notte dei morti viventi, Martin Luther King fu assassinato a Memphis. Romero si ritrovò così per le mani un film con un protagonista di colore all’apice della lotta per i diritti civili degli anni ’60, una scelta che, per sua stessa ammissione, aveva preso anche un po’ inconsapevolmente. La parte era stata scritta per un altro attore, bianco, ma quando fu scritturato Duane Jones Romero e John Russo decisero che non avrebbero cambiato neanche una virgola della sceneggiatura, pensando di essere “così moderni”. Ne consegue che il colore della pelle dell’attore non viene mai sfruttato esplicitamente, neanche quando Ben sovverte la scala sociale prendendo a pugni e sberle i suoi molto caucasici compagni di avventure. Ma le immagini, cazzo se parlano da sole. Specialmente nel finale, come ci dirà Darth.

"You asked fort it, whitey!"

“You asked fort it, whitey!”

Conclusioni.
Ha detto Romero: “Non voglio che ci sia una causa, è semplicemente qualcosa che sta accadendo, un nuovo stile di vita. Se volete potete pensarla come una rivoluzione, una nuova società che emerge e divora quella vecchia”. Un discorso di una lucidità esemplare, applicabile a ogni livello de La notte dei morti viventi. A livello figurativo, per i messaggi politici e sociali che nasconde in un’ora e mezza di orrore puro. Ma anche a livello produttivo e creativo, per la capacità di un regista pubblicitario di Pittsburgh di prendere in mano l’horror e rivoluzionarlo da cima a fondo. Condizione necessaria e sufficiente per un film seminale.

Nota finale di Darth Von Trier

Di quanto La notte dei morti viventi sia più che un film horror, dei suoi sottotesti satirici e sociali se ne è scritto due palmi più che troppo forse, di quanto sia una pietra miliare del cinema non solo horror altrettanto. Non credo sia necessario ribadire tutto quanto, e lo archivio come “tanto lo sappiamo tutti”.
Mi voglio soffermare però anche come gli altri io su di un aspetto in particolare o più propriamente su di un dettaglio, forse.
Ovvero la chiusura del film: quella sequenza raggelante di sgranate foto in bianco e nero da rotocalco che, con una dissonante colonna sonora di rumori e voci di sottofondo, racconta come la vicenda del film si conclude.
Al di la di quanto sia moderna come soluzione estetica e narrativa ogni volta è in quei secondi conclusivi che riesco a puntare con esattezza il dito sul “ecco dove innegabilmente parla di attualità”. Il linguaggio reportage criminale da tabloid, le immagini del nero portato fuori morto da quella baracca, echeggiano senza più alcuna metafora le tensioni sociali e la violenza di certa America, non è più una doppia narrazione: quelle foto sono identiche a quelle dei linciaggi nel profondo sud degli anni quaranta e cinquanta, non ci sono zombie putrescenti ma un nero morto, i suoi carnefici ed uno desolato sfondo rurale. Quelle foto non stanno parlando di fantascienza ma parlano dichiaratamente, limpidamente, di Emmett Till, dei ragazzi di Scottsboro o di Isaac Woodward.
Ecco: ogni volta che vedo questo grande film è sulla sua volata finale che capisco che capolavoro sia.
Non lo ho mai visto al cinema come si deve e sento di doverlo andare a vedere, non posso far altro che consigliare di farlo anche a voi.

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DVD-quote:

“Avanti o zombi, alla riscossa”
George Rohmer, i400Calci.com

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Un nuovo modello di antieroe: Rampage – Capital Punishment

Benvenuti amici fancalcisti: la lezione di oggi si chiama “non importa cosa fai, importa quanti se ne accorgono (o al massimo chi)”.

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Volevo fare un ricerchino, poi però ho deciso che mi scocciava, per cui vi cito gli unici due episodi che mi balzano in mente in questo momento (poi voi se vi divertite aggiungetene nei commenti).

Episodio 1: LO SAPEVATE? Schegge di follia, una superchicca del 1990 con Christian Slater e Winona Ryder, è bandito dalle televisioni italiane. Il motivo? La prima volta che l’hanno dato in tv un tizio mentre lo guardava s’è suicidato. Siccome il film ha a che fare con omicidi, suicidi e generica insoddisfazione adolescenziale, LA GENTE ha deciso che era colpa sua. Da allora, salvo eventuali sviluppi recenti di cui non sono al corrente, nonostante la fama mondiale di gran cult, il film è sparito dal territorio nazionale.

Episodio 2: LO SAPEVAT… Sì dai, questa la sapevate. Seung-Hui Cho, 23enne coreano, prima di massacrare circa 32 studenti alla Virginia Tech, lasciò un dvd con lo spiegone e un servizio fotografico che lo ritraeva, tra le altre cose, in posa con un martello come Choi Min-Sik in una famosa inquadratura di Oldboy. In quei giorni, leggere come i quotidiani generalisti trattavano il capolavorone di Park Chan-Wook era una sofferenza atroce. Minore di quella dei conoscenti delle vittime, certo, ma maggiore di quella di coloro a cui fregano la bici dal parcheggio della stazione, ve lo garantisco. Il film non venne bandito, ma si fece una pessima fama: la storia di un tizio che viene rinchiuso forzosamente in una stanza per 15 anni ed esce visibilmente contrariato poteva essere esempio negativo per tutti coloro che analogamente erano stati forzosamente rinchiusi per 15 anni in una stanza, suppongo.

Tanti film hanno subito lo stesso tipo di attacco mediatico e polemiche: Arancia meccanica (bandito per diverso tempo in più paesi), Natural Born Killers e i film di Tarantino in blocco, Trainspotting, ecc… E non so se vi ricordate The Program, film semi-inutile sul football che divenne famigerato per una scena (in CGI) in cui il protagonista sfida l’adrenalina sdraiandosi a leggere un libro in mezzo alla strada sulla linea fra una corsia e l’altra, cosa che provocò l’emulazione di diversi adolescenti dell’epoca (io incluso, perché ero persino più scemo di adesso) ed effettivamente qualche ferito/morto. Oggi invece quei vigliacchi delle Sentinelle in Piedi se ne stanno comodi e appunto in piedi a leggere nelle zone pedonali, pronte a scappare al volo se per caso dovesse tirare comunque male.

La posizione del corpo in relazione all'esplosione e' a norma

La posizione del corpo in relazione all’esplosione e’ a norma

ANYWAY: Uwe Boll.
Uwe Boll è balzato alle cronache per aver girato un paio di film davvero malissimo (House of the Dead e Alone in the Dark) ed essersi preso una marea di meritati insulti, gonfiatisi all’inverosimile grazie a un nome buffo e facile da ricordare ma soprattutto alla sua prontezza di riflessi e al suo innato talento per la risposta provocatoria.
Uwe se l’è sfangata per un po’ tra b-movie dal cast incredibile e chicche di situazionismo da annali, alternando action insipidi per batter cassa ad esperimenti provocatori che sfidavano il buon gusto, e pigliandosi quel tipo di recensioni che buttavano tutto nello stesso mucchio indistintamente (tranne qua, come è ovvio che sia).
Poi, dopo la leggendaria T.R.O.L.L. (Trilogia Riguardante Olocausto e Luoghi Limitrofi), è virtualmente sparito.
Di base, oggi Uwe Boll gode della libertà, quella vera, che hai solo quando sei consapevole che ormai non fai più notizia e i tuoi film verranno virtualmente ignorati.
Venderanno, ovvio, perché se non hanno speranze di vendere non si trovano manco i soldi per girarli, ma se Darfur e Auschwitz non hanno indignato nessuno, che vuoi che succeda?
Cinque anni fa, Uwe aveva girato il suo capolavoro: Rampage. Il suo film più concentrato, intenso, efficace. Una versione di Un giorno di ordinaria follia che rispettava davvero le premesse, senza scuse o paraculaggini morali di alcun tipo.
Oggi è il momento di alzare la posta: non più semplice violentissimo massacro casuale scopo sfogo escapista, via di serissima propaganda attiva!
Vedete, il nostro protagonista Bill si è nascosto per cinque anni, ma non è stato fermo: ha continuato a documentarsi, ha trasformato il suo viziato e frustrato qualunquismo in un fenomeno web che conta migliaia e migliaia di seguaci in tutto il mondo, è diventato una star della contro-informazione, ma non ha cambiato idea su i mezzi per ottenere il suo ideale di giustizia.
Il capitalismo è malvagio, le megacorporazioni ci truffano, i politici mentono ed entrambi insieme sperimentano forme di controllo bio/psicologiche alle nostre spalle: per risolvere tutto bisogna uccidere un fracco di persone.
Bisogna far passare le informazioni dal web, fare tabula rasa dell’attuale sistema di governo, far tornare il potere alla gente, e la soluzione è allearsi con ideali di estrema destra.
Capito che immaginazione galoppante che ha Uwe Boll?
Voi ridete, e fino a un certo punto fate bene.

C'e' SEMPRE tempo per una selfie

C’e’ SEMPRE tempo per una selfie

Bill inizia il riscaldamento con una scena francamente grandiosa: si arma e corazza di tutto punto, piazza una sedia da campeggio in un vicolo, ci si spaparacchia sopra e PEM! In totale comodità, spara tutti quelli che passano e li trascina con pazienza nel vicolo per accumularli di fianco a lui.
Quando si sente pronto e sgranchito a sufficienza, si prende su e inizia la missione: entra in uno studio televisivo, massacra quelli che gli stanno tra i piedi, prende in ostaggio un giornalista, qualche operatore e un altro pugno di gente a caso per sicurezza, si barrica dentro e la sua unica richiesta è un’intervista in diretta seguita dalla messa in onda di un suo dvd.
Dal lato puramente cinematografico ho poco da obiettare: Uwe è al suo meglio quando deve filmare violenza sporca e grezza e farla pesare, e qui ci sguazza. Brendan Fletcher nei panni di Bill si tiene l’intero film sulle spalle e se la cava con grinta improvvisando parecchio. È accreditato come co-sceneggiatore ed è ovvio che si sia limato il personaggio su misura: se lui non ci credesse nessuno lo farebbe, e lui ci crede. Regna il didascalismo più becero, ma quello bene o male lo si sapeva anche prima di premere Play. L’unica cosa davvero fastidiosa è lo stratagemma di chiamare il giornalista “Chip”, in modo che il nostro eroe possa sfotterlo e umiliarlo di continuo facendo il verso dell’uccellino. Va comunque tutto alla grandissima per almeno mezzora, poi il film si impantana un po’ nei risaputi limiti del sottogenere “assedio con ostaggi” facendo subentrare un po’ di noia.
Finalmente, nell’ultima mezzora, il dvd di Bill viene messo in onda e mostrato agli spettatori, e si scopre fino a che punto Uwe fa sul serio.
È qui che il film trascende le mere necessità narrative: le accuse di Bill sono ragionate, compiute, e sostenute da immagini di repertorio. Volano tutte le accuse che potete immaginarvi: i media che manipolano il popolo, le motivazioni economiche della guerra in medio-oriente. Volano accuse di illegalità a Obama (filmato di repertorio di Obama), e beatificazioni di Snowden e Assange come i veri eroi martiri dei nostri tempi (filmati di repertorio di Snowden e Assange).
È un sermone puro, curato e dettagliato il giusto: Boll non vuole rappresentare un personaggio che crede in queste cose, Boll vuole che VOI riflettiate su queste cose. Che seguiate con attenzione. Che vi rendiate conto che sta dicendo cose vere, e non invenzioni narrative. Che vi indigniate e ragioniate sulle conseguenze, come nel pippone ambientalista di Steven Seagal nel finale di Sfida tra i ghiacci.
Non lo fa fronteggiare da veri avversari, gli pone davanti obiezioni deboli e ingenue, e l’unico momento in cui lo mette alla prova è quando la polizia riesce a farlo telefonare dal padre e Bill si abbandona a un momento di umanità che però, se proprio, aumenta ulteriormente l’empatia nei suoi confronti.
E la conclusione logica a cui vuole che arriviate è: bisogna massacrare una larga fetta di popolazione.
E siccome bisogna disintegrare ogni dubbio, il nostro protagonista Bill guarda proprio dritto in camera e dichiara “Ma non posso farcela da solo. Ho bisogno di VOI”.
Signore e signori, la definizione di “antieroe” è appena salita di livello.

Prenderla comoda

Prenderla comoda

Di base, guardare Rampage 2 è come assistere a un misto cinematografico tra una partita a GTA e la pagina Facebook di un complottaro poco sopra la media più ignorante.
È Taxi Driver, tranne la parte in cui il protagonista è clinicamente matto.
O un Pump Up the Volume completamente fuori controllo, tanto per citare un’altra vecchia robina con Christian Slater.
C’è il gusto della provocazione politicamente scorretta, ma non nel senso di mostrare cose pazze/violente/volgari bensì nel (fingere di?) promuovere una morale totalmente irresponsabile, per metà riparati dalla consapevolezza di passare sufficientemente sotto ai radar da non attirare guai seri, e per l’altra metà segretamente desiderosi di vedere cosa succede, per trollare o per smascherare eventualmente l’ipocrisia di chi si lancia contro interpretazioni laterali potenzialmente diseducative di film famosi (o sfigati), e poi ignora chi invece dice le cose in faccia chiare e tonde senza filtri, giri di parole o paraculate varie. Perché alla fine dei conti, l’albero che cade solitario nella foresta è più silenzioso di un pesce imbavagliato in una vasca insonorizzata. E una tale overdose di arrogantissima anarchia, nel 2014, è di una freschezza micidiale.
Rampage: Capital Punishment.
Regolarmente in vendita su Amazon USA e in tutti i negozi specializzati.
Gli stessi che sollevano casini epici se scoprono che uno dei personaggi fuma.
Un solo Uwe Boll, per questo pianeta, è troppo poco.

Fate girare.

Fate girare

DVD-quote:

“La verità è un virus”
Nanni Cobretti, i400Calci.com

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Speciale 1984: Night of the Comet

È il 2014, è domenica notte e ha iniziato a fare freddo sul serio. Mentre sto scrivendo questo pezzo bevo caffè e ascolto il commento al film del regista, Thom Eberhardt (disponibile nella recente edizione Arrow), e lo faccio solo adesso perché solo adesso mi sono accorto di averlo. Meglio tardi che mai, considerando anche che stiamo parlando di un film che ho conosciuto solo qualche mese fa ma che è entrato immediatamente nella mia top 5 di roba kitsch anni ’80, classifica che vede al primo posto Footloose. Lui, Thom Eberhardt, è uno particolarmente forte e pure particolarmente sconosciuto nella sfumatura mainstream del termine. È noto per aver partecipato alle sceneggiature di roba come Tesoro, mi si è allargato il ragazzino e aver diretto Finché dura siamo a galla, ma essere noti per cose del genere non è qualcosa che definirei indimenticabile. Night of the Comet resta, trent’anni dopo, il suo film ricordato con più affetto dai fan del genere nonché l’unico ad essersi guadagnato la reputazione di cult, con tutti i crismi del caso. In questo momento, mentre mi finisce il caffè, Thom Eberhardt ha appena detto “Sia il singolo di Frank Zappa che il film stavano andando forte, quindi ho pensato che sarebbe stato figo mettere due valley girl alla fine del mondo”, prova sufficiente per confermare come Nicolas Cage iniziò a fare la storia del cinema già al primo ruolo da protagonista, ma anche per sottolineare come da idee semplici, e con l’aiuto delle giuste ispirazioni, si possano tirare fuori cose fighissime.

Fighissime così.

Fighissime così.

Partendo dal superficiale, non si può considerare Night of the Comet un manifesto d’originalità, ma lo si può prendere come esempio quasi impeccabile di cleptomania compulsiva ai fini dell’omaggio più sincero. Principalmente, vuole essere un omaggio alla fantascienza low-budget anni ’50, la stessa che più direttamente ha permesso cose come La cosa e La Mosca, ossia quel tipo di film in cui si aprivano un sacco di porte, c’era almeno un laboratorio e il tono era tutto un gioco di scambi d’informazioni in mancanza di vera e propria azione. Partendo da questo, Eberhardt ha costruito un’atmosfera post-apocalittica impeccabile utilizzando una Los Angeles deserta filtrata in rosso contrastata da dei laboratori sotterranei presi direttamente da roba tipo Inseminoid o qualsiasi altro horror low-budget con stanze bianche. Il suo approccio al genere viene dritto dalla scuola Carpenter: un approccio moderno e pieno di stile applicato a un immaginario datato per cui colori al neon, sintetizzatori e dialoghi intelligenti e ironici trasformano situazioni già viste nel delirio anni ’80 che ora tutti amano, il tutto realizzato con tanto ingegno e pochi soldi. Nello specifico, i dialoghi contengono delle battute talmente brillanti da meravigliarsi che nessuno le stia citando come vengono citati il latte e le gomme da masticare di Essi Vivono, e la costante ironia verso certe abitudini americane e il rapporto con le armi aggiungono quel tocco di satira sociale necessaria per divertire con intelligenza. In uno scambio particolarmente riusciuto, ad esempio, vediamo una delle protagoniste dire a sua madre “You were born with an asshole, Doris, you don’t need Chuck” per poi beccarsi un ceffone, darne uno altrettanto e quindi prendersi un pugno in faccia. Impossibile non ridere. Parlando di cleptomania, poco fa Eberhardt ha confessato di aver rubato quella frase a un film porno, rendendo tutto ancora più bello.
Oltre alla fantascienza girata nel modo preferito di Refn, il film utilizza anche idee che vanno dagli zombi di Romero (la minaccia del caso e solo un pretesto per far muovere i protagonisti) e finiscono nei ghetto delinquenti punk di Repo Man, uscito tra l’altro sempre nel 1984 (e non lo cito a caso: buona parte della crew del film lavorò poi in Night of the Comet – compreso uno della banda di delinquenti in questione)(lo so perché lo ha detto il regista mentre bevevo il primo sorso di tè). Quello che conta, in tutto questo delirio di riferimenti, è la sincerità con cui tutto è raccontato: l’intenzione era quella di girare un film low-budget ispirato ad altri film low-budget, e non c’era motivo di nasconderlo.

Questa inquadratura è così figa che ne ho una gigantografia proprio sulla parete qui dietro.

Questa inquadratura è così figa che ne ho una gigantografia proprio sulla parete qui dietro.

Come detto prima, la premessa è una: la civiltà viene spazzata via dal passaggio di una cometa e le uniche sopravvissute del quartiere sono due bionde valley girl, capelli voluminosi e accento compresi. Loro, quella Catherine Mary Stewart vista lo stesso anno in Giochi Stellari (motivo per cui recuperai Night of the Comet – lo ammetto) e Kelli Maroney, sono il motivo principale per cui il film ancora adesso funziona così bene: in una produzione che per forza di cose deve limitare l’azione e la cui sceneggiatura tende all’approssimativo, le sequenze fatte di soli dialoghi non possono permettersi di essere noiose o inutili, ed è per la maggior parte compito degli attori far sì che questo non accada. Entrambe sono perfette nei loro ruoli, scritti senza mai cadere nei cliché in cui le donne, specialmente nei film horror e d’azione, vengono solitamente ridotte. La loro intesa è impeccabile e, di consenguenza, le loro scene sono quelle che più divertono e convincono, sorprendendo poi nei momenti più seri senza rovinare tutto con chissà quale capacità recitativa da soap opera. Anche l’azione è completamente sulle loro spalle: sparano, picchiano (soprattutto la Stewart – le cui doti non smetterò mai di elogiare), corrono in moto e non si fanno alcun problema se c’è da fare il culo a qualcuno. Tutto questo eseguito nel più naturale dei modi (posta comunque l’assurda premessa), senza che “l’essere donne” abbia un peso retorico effettivo, come spesso accade, oggi più che allora. Non esiste qui il concetto di final girl, perché entrambe sono così sin dall’inizio: due sorelle diverse, con tutti i loro problemi, che affrontano la fine del mondo come farebbero due diciotteni armate di mitragliette e con una città tutta per loro. C’è anche da dire che, con una premessa simile, chiunque superi il quarto d’ora è considerabile final girl. Anche gli uomini. A completare il cast femminile, una Mary Woronov che appena entra in scena spazza via lo schermo con le sue occhiate al cianuro. Ovviamente perfetta, e sicuramente a suo agio nei panni della scienziata dalla dubbia moralità, sarebbe forse stata più efficace se il suo ruolo, come quello degli altri scienziati, fosse stato contestualizzato un po’ meglio, ma arrivati a un certo punto certe cose non importano più, e se l’intenzione era quella di intrattenere il risultato è un successo.
Certo, non tutto è perfetto e bisogna ammettere che l’ultima mezz’ora è un po’ paciugata, ma è facile capire come un film così sia amato ancora oggi: è divertente, dinamico, intelligente, girato con stile e ricco di piccole ma efficaci idee. Sarebbe solo un peccato se un film del genere venisse dimenticato o semplicemente trascurato per la sua natura povera e datata, quindi fate una cosa: guardatelo se non lo conoscete, condividetelo, regalatelo ai vostri figli, fate del futuro un posto in cui Night of the Comet è ancora una figata.

Ora toglietemela dalla testa, per favore.

E ora toglietemela dalla testa, per favore.

DVD-quote:

“La sfacciataggine anni ’80 non è mai stata così importante”
Jean-Claude Van Gogh, i400calci.com

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E ora, un pezzo indimenticabile.

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Trailerblast: Masters Of The Universe

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Tutti muscoli e niente cervello: la rece di Goal of the Dead

SWAG

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Come un fastidioso herpes del quale si è sicuri di essersi liberati, e che invece torna a fiorire come una zucca sul labbro al momento meno opportuno, la mania di prendere un genere cinematografico a caso, aggiungerci … of the Dead come appendice e trasformarlo in: un genere cinematografico a caso con gli zombie sembrava essersi estinta. In realtà, nutrivo la segreta speranza che il mai troppo prematuro naufragio del progetto Orgoglio, pregiudizio e zombie (voi credete davvero che vedrà mai la luce del Sole, e se lo farà che qualcuno lo degnerà mai di uno sguardo?) avesse dato il colpo di grazia a un sotto-sottogenere che poteva finire con Pegg, Wright e Frost, e che invece si era perso in mille ridicoli rivoli oscillanti tra il cattivo gusto e l’umorismo poco divertente.

E invece, come un fastidioso herpes, ecco che il malefico suffisso torna a colpire, e questa volta, come una putrida brezza dalle bianche scogliere francesi, colpisce a gamba tesa il magnifico mondo del pallone, con i suoi valori, le sue storie, i suoi scontri ideologici, i suoi campi in stile Holly e Benji che si allungano all’infinito, incuranti del sistema metrico decimale, mentre racconti, ricordi e volti si sovrappongono a doppi passi, rabone, tiri tutti insieme. In un mondo di procuratori senza scrupoli e stelline strapagate, di Carletti Mazzone e di Giuseppe Signori e di tifosi dal cervello a nocciolina, una coppia di cugini d’Oltralpe sbatte con noncuranza un branco di non-morti ultrapotenti alla Resident Evil su una commedia a sfondo sportivo, come scusa per narrare la parabola, umana e professionale, di alcune figure che qualsiasi appassionato di calcio riconoscerà come archetipi del mondo del pallone odierno.

La cosa bizzarra è che, pur entro certi limiti, questa roba funziona. Sigla!

Non prendiamoci in giro: Goal of the Dead è un film che deve tutto a quell’altro film inglese sugli zombie e la commedia romantica, e non fa nulla per nasconderlo, fin dai primi secondi:

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La scelta di dividere il film in due metà, corrispondenti a due tempi di una partita di calcio, e di riempire l’ipotetico intervallo con un corto/flashback sull’infanzia del protagonista, fin lì in relativo secondo piano, per aiutare ad approcciarsi alla seconda, più violenta e brutale, metà del film come a una metafora per un qualche percorso di crescita del protagonista stesso, la scelta, ecco, è innanzitutto intricatissima da spiegare, e soprattutto parla di una scrittura autoconsapevole e che sfrutta l’elemento horror come strumento per dire qualcosa sugli esseri umani, più che come centro del progetto.

È la solita storia delle commedie horror post-Shaun che non hanno capito un cazzo di Shaun, in cui l’horror all’acqua di rosa serve per convincere chi solitamente non guarda horror di aver guardato un vero horror. Prova ne è il fatto che il primo tempo, trascorso in gran parte a presentare, in perfetto stile francese, la varia umanità (si legge: casi umani) che popolerà il film, è, con qualche divertente eccezione, un po’ una palla al cazzo. Molto ben diretta e molto ben scritta, e con il pregio di presentare personaggi diversi dai classici stereotipi dello zombie movie americano, ma comunque un po’ una palla al cazzo.

Sopra: divertenti eccezioni.

Sopra: divertenti eccezioni.

Più che gli abitanti del villaggio di Caplongue, dove si svolgerà la partita di coppa tra l’Olympique du Paris e la compagine locale, occasione peraltro per l’attempato attaccante Samuel Lorit, il Beppe Signori di Francia, vecchia gloria locale trasferitasi, con enorme scorno dei supporter del posto, proprio al club della capitale, di tornare a visitare i luoghi dove tirò i primi calci al pallone, accompagnato in questo viaggio da una giornalista curiosa e in cerca di uno scoop sulla stellina minorenne dell’Olympique, Idriss Diago, re dello SWAG, è il microcosmo dello stesso Olympique che fa venir voglia di proseguire nella visione, almeno se si ha una minima passione per il giuoco della pallapiede.

La squadra è guidata da una specie di Carletto Mazzone, innamorato dei vecchi valori e in rotta con l’agente di Diago, e plenipotenziario della squadra, Marco Zombroni (giuro), uno che, indicando il trio di giocatori coreani che l’Olympique ha comprato in stock nel mercato invernale, dichiara «con i 35 milioni dello United per Diago ti compro altri tre musi gialli». Nello scontro ideologico tra l’idolo adolescente delle ragazzine e il vecchio centravanti brontolone si rivedono milioni di situazioni simili di questi anni, e mi basta dire PATO per avere ragione. Il diorama è fedele – almeno per quanto sappiamo noi che queste cose le viviamo indirettamente, tra giornali e gazzetta.it –, ed è ironico che due francesi abbiano battuto tre inglesi almeno su questo campo, quantomeno perché ci sono arrivati per primi.

Sopra: tra l'altro la giornalista curiosa voi non potete capire.

Sopra: tra l’altro la giornalista curiosa voi non potete capire.

Poi, appunto, arriva il secondo tempo e la parte, in teoria, con gli zombie, perché tra i rancorosi del villaggio c’è anche il pazzo pazzo dottor Belvaux, che da 17 anni dopa giornalmente suo figlio per trasformarlo nell’atleta perfetto, finché, proprio in concomitanza con l’arrivo dell’Olympique, non esagera con la dose, e il povero idiota diventa una specie di abominio mutante superveloce cattivissimo, in grado di infettare chiunque vomitando loro in faccia un liquido biancastro che è poi il loro sangue e che, lasciatemelo dire, sembra sborra.

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Bonus collo spezzato.

È qui che Goal of the Dead azzecca la svolta giusta: piccolo gruppo di sopravvissuti (vi risparmio i dettagli, ma c’è anche la Mia Wasikowska dei poveri), zombie ovunque, buio, sangue, tensione, ottima violenza peraltro ottimamente realizzata, i giusti intermezzi comici e/o drammatici e/o surreali per frantumare la continuità e alzare il ritmo, il giusto finale di massa che ci si aspetta da uno zombie movie dei più classici.

Certo, riprendendo quel che dicevo all’inizio del pezzo i nostri nuovi amici Poiraud e Rocher non si risparmiano le allegorie e i metaforoni per i quali la carne putrefatta è da sempre terreno fertile. Particolarmente irritante è [mini-SPOILER, forse?] la romerizzazione della figura dell’appassionato di calcio, al quale è riservato lo stesso trattamento che il Giorgione nazionale riservava al consumista e serial shopper. Curiosamente, invece, i ritratti dei calciatori, pur non scadendo mai nell’idolatria o nell’eroizzazione, riescono a rimanere sul lato sobrio delle cose anche quando parlano di groupie scopate a caso nello spogliatoio o di minorenni adescate.

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Sopra: metaforoni.

Il fatto che io stia qui a discutere di caratterizzazione dei personaggi, comunque, dovrebbe farvi intuire che Goal of the Dead è, o quantomeno ambisce a essere, un film molto più raffinato di quanto il suo titolo potrebbe suggerire. Il fatto che, in una certa misura (certo umorismo è troppo nazionale per essere efficace, e non ci si risparmia di calcare un po’ troppo la mano sul romanticismo), ci riesca non lo rende comunque meno inappetibile per chiunque preferisca la sua violenza servita cruda e senza cazzate di contorno. Stiamo parlando di un mostro di oltre due ore di durata, d’altronde. Che vuol essere un’epica, non un semplice divertissement.

Gli va solo male che quest’anno è uscito Dead Snow 2.

«WAT».

«WAT».

DVD quote suggerita:

«POOO POPOPO POPO POOOOOO»
(Marco Materazzi, fabbro ferraio)

IMDb | Trailer

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Consigli per l’arredamento: Classe 1999

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Classe 1999 (Alta qualitàCompra)

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La Marvel cosmica: nello spazio nessuno può sentirti urlare fatto come una scimmia

1: Antefatto

Il mio amico Simone molti anni fa aveva in camera un poster grosso come una parete che raffigurava tutto l’universo Marvel fino al 1984 e ci sono state sere di mondanità sfrenata in cui il clou era mettersi con le birre a fare il chi-è-chi di tutte le facce sul poster. Puntualmente, volteggiando con disinvoltura in quarant’anni di personaggi senza senso, ci arrestavamo su di una figura che nessuno di noi riconosceva neanche alla lontana e che chiamammo con estremo dono della sintesi “cavallo cretino”. Questo minipony di merda vestito come un ballerino di Discoring del 1983:

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Cavallo Cretino

Per tutta la vita pre-internet rimanemmo col dubbio sul chi fosse questo babbeo, poi anni fa grazie a Google scoprimmo che è una razza di equini spaziali detta Kymelliani e che apparve in una serie per bambini della Marvel negli anni ottanta, Power Pack; roba imbarazzante e che ci era passata sotto i radar senza rimpianti.

Mesi fa ero al telefono con Nanni e per fargli capire quanto sia vasto, folle e sconfinato il cosmo Marvel gli raccontai di “Cavallo Cretino”. Nanni era comprensibilmente sbalordito e mi chiese di scrivere quando sarebbe stato il momento giusto, un approfondimento sulla Marvel cosmica. Del resto Guardians of the Galaxy, sorpassando ogni previsione, ha sfondato il botteghino in mezzo mondo: se quello ha funzionato, quali altri storie e personaggi matti possiamo aspettarci? Eccoci qui a tirare le somme.

Iniziamo, vai coi venti siderali: sigla.

2: La Marvel di Drogarsi

Insomma: siete andati a vedere I Guardiani della Galassia come vi avevamo consigliato prima di tutti.
Tutti presi benone, tutti divertiti, tutti che avete pensato qualcosa del tipo: “Ma che matti questi tizi oh! Simpaticissimi! Poi oh: un procione che fa lo splendido… Capito come?! Un pro-cio-ne!”. Magari siete anche di quelli che hanno reputato bizzarro che l’Heimdall norreno in Thor fosse nero, vero?
Beh, signori: spero di farvi cosa gradita rompendovi le uova nel paniere dicendovi che avete visto probabilmente – e si spera- solo la punta di un iceberg molto grosso di bizzarria sfrenata.

Se le apparizioni di Nova e del Collezionista con la comparsata di Howard il Papero e le tantissime easter eggs lasciate qui e lì sono piacevoli sorprese, unendole al sempre più stringente contesto della Marvel cinematorafica in cui oramai esiste trasversalmente per tutti i film della Marvel un Thanos, il quadro che si intuisce rivela che siamo molto prossimi ad aprire finalmente una finestra su quella parte del mondo Marvel che viene comunemente chiamato “Marvel Cosmica” ma che io per esplicare ancora meglio sono aduso chiamare “Marvel di drogarsi”.

Nella “Marvel di drogarsi” c’è talmente tanta roba pazzesca, molto più pazzesca di un procione smargiasso, che non saprei bene da dove iniziare e anche se lo sapessi non riuscirei mai ad essere completo senza stendere un libro: ci sono creature fatte di sola energia, interi pantheon di divinità che si menano, esseri che esistono fin dal primo vagito dell’universo, intelligenze collettive,  pianeti in cui razze umanoidi e di dinosauri si combattono senza sosta, artefatti di potenza talmente incalcolabile che effettivamente non viene mai spiegato cosa facciano di preciso.
In questa zona dell’editoria a fumetti gli alieni, i viaggi dimensionali e le realtà parallele sono come da noi andare al bar o prendere il taxi, in questa parte della Marvel la Morte  e l’Eternità sono personaggi come altri e noi stessi esistiamo su infiniti piani paralleli; La Marvel di drogarsi in buona sostanza scaccia Jodorowski col giornale arrotolato.

Vuoi qualche esempio amico lettore? Ok:

Prendiamo Ego: una creatura che è anche un pianeta, con poteri mentali enormi.
La sua magnitudine di fattanza e la sua grossezza sono così alti che i Monster Magnet ci hanno fatto una canzone. Non mi pare si possa dire molto di più no?

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Ego Il mio amico pianeta pazzo

L’hai intravisto invece una specie bozzolo schifoso nella nave del Collezionista in I guardiani della galassia? Ecco quella è la forma pupale di Adam Warlock, una sorta di re spaziale della discomusic, una specie di Cristo spaziale creato artificialmente, noto come “Lui”, che si opporrà alla dittatura della Chiesa Universale della Verità scoprendo che a capo di essa c’è il lui stesso del futuro, reso malvagio e pazzo dall’abuso della gemma da cui trae il suo potere. Sì hai letto bene: ha uno stato pupale col bozzolo ed esiste una Chiesa Universale della Verità, che come idea non è molto meno pazza della Chiesa del SubGenio.

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Il sobrissimo Adam Warlock

Poi che ti dico… Hum, i Celestiali li hai presenti? Ecco: creature umanoidi alte quasi un chilometro, imprigionate in armature dentro le quali nessuno sa che cosa si celi, qualcuno dice che dentro sia imbrigliata l’energia stessa dell’universo. Essi sono all’origine creazionistica di molte creature superumane dell’universo, create viaggiando dall’alba dell’universo di galassia in galassia e conducendo esperimenti genetici su vari mondi e dimensioni, il perché e il per come è ignoto. Leggetevi come funziona la faccenda e Prometheus direi che lo salutiamo caramente da qua come un bambino speciale di Gesù ai giardinetti.

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Thumbs up per i Celestiali

C’è Mangog ad esempio, mostruosa personificazione immortale “dell’odio di bilioni e bilioni di esseri viventi”, testualmente. Pare facile detta così, a confronto dei Celestiali magari… Ma voi risucite a capacitarvi di quanta roba è “l’odio di bilioni e bilioni di esseri viventi?”, non è robetta da immaginare eh.

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con l’odio di bilioni di esseri viventi di sicuro non usciva fuori una modella russa.

O Pip il troll? Una specie di fauno deforme che fuma il sigaro, nello spazio.

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Pip il troll del bar spaziale.

E sapete quale è il veicolo più affidabile per muoversi tra queste galassie e dimensioni parallele? Un gigantesco mastino che si nutre di rottami, Lockjaw.

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Ook, chi ha portato il cane?

Riesco a farvi intuire di che ordine di cose pazze sto parlando?
Questi sono alcuni esempi al volo per farvi capire come non ci si risparmi nulla da quelle parti ma se andate a prendere anche la banale routine di personaggi più abituati di gente a-la Devil o l’Uomo Ragno a fare i conti con territori e mondi lontani, personaggi come i Fantastici Quattro, capirete subito che nella loro normalità intervengono cose visionarie al limite dello psichedelico. Il colossale Galactus ad esempio, l’imparziale divoratori di mondi che credo tutti conoscano e il suo ribelle ex servitore Silver Surfer: la creatura investita di potere cosmico che solca filosofeggiando l’universo, seminudo e argenteo su di un surf spaziale.

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Quando ti fa.

E la Zona Negativa che Reed Richards ha nello stanzino? Una dimensione di antimateria nella quale creature impensabili e malvage vivono, una dimensione in cui la materia viene attratta verso un vortice immenso in cui si disintegra ma attraverso la quale si può accedere ad infinite dimensioni, mondi e infinite scansioni del tempo diverse.

Questa roba è all’ordine del giorno nel mondo Marvel ed è bene cominciare a farci i conti al cinema e a farli bene, perché è un aspetto presente dagli albori della sua produzione e che per decenni è cresciuta esponenzialmente diventando una parte talmente grossa della narrativa a fumetti che sarà impossibile ignorarla al cinema.

3: Un po’ di storia della fattanza Marvel.

La cosa che fin dagli albori sancì il successo della Marvel, oltre ovviamente dei buoni prodotti, fu l’approccio molto più informale e con un occhio al quotidiano dei suoi personaggi. La famosa massima dei “supereroi con superproblemi” è un modo un po’ sbrigativo per rendere una cosa più complessa: una realtà editoriale che non solo voleva raccontare i supereroi calandoli nella quotidianità dei personaggi ma più sottilmente di una casa editrice che i suoi tempi li faceva e li precorreva. Lo storico del fumetto Peter Sanderson ascrive difatti alla Marvel un’importanza per i fumetti pari a quella della Nouvelle Vague per il cinema.

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Psichedelia: Anno Domini 1965.

Iniziando da zero e scrollandosi in breve molte sovrastrutture del fumetto supereroistico esistente, una generazione di autori geniali creò in Marvel graficamente mondi che erano avanguardia visiva. Era gente della “greatest generation”, quella che aveva fatto la guerra, l’aveva vinta e una volta tornata a casa aveva creato il più grosso impero culturale ed economico del novecento per poi ritirarsi in pensione in un posto al caldo senza chiedere applausi.
Gente buona ma integerrima, lavoratori senza grilli per la testa ma pieni di idee vulcaniche finalizzate però più al portare più il cibo in tavola che a porre l’ego sulla ribalta.

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Jack Kirby nel ruolo de “la grande generazione”

Tra i più rappresentativi ci sono ovviamente Kirby e Ditko: due autori giganteschi che aprirono un fiume in piena di visionarietà, lasciati sempre più a ruota libera nel creare mondi interi su base settimanale e che in capo a pochi anni arrivarono a soluzioni grafiche e narrative talmente pazzesche e visualmente sconvolgenti che in pratica anticiparono la psichedelia.
Anzi: è più corretto dire che la psichedelia senza di loro avrebbe avuto un’altra forma ed altri colori.
La generazione che si sballava a fine anni sessanta e che visivamente creò la psichedelia era composta anagraficamente da quelli che rimanevano ipnotizzati da bambini a fissare le tavole di Kirby qualche anno prima.
Per ironia della sorte la grande generazione della Marvel, che non ha mai toccato altro che sigari e alcol, insegnò ai loro figli cosa vedere quando erano strafatti.

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Come ho capito la droga.

Non solo l’originalità e creatività delle storie Marvel erano talmente avanti che ancora oggi rimangono come standard di qualità e di innovatività, ma con l’avvicinarsi della fine degli anni sessanta, e con l’intero occidente che si era culturalmente assimilato ad un immaginario acido e visionario che loro avevano contribuito a plasmare, la Marvel si fuse con lo spirito di quegli anni in maniera indissolubile. C’era poca distanza tra una splash page di Kirby ed una locandina del Fillmore e nel 1969-1973 se avevi otto anni con la maglietta a righe o ne avevi  ventidue con la camicia a fiori avevi delle coordinate visive e narrative affini.

La Marvel infatti dopo aver assorbito dal contesto dei suoi anni emanava all’esterno nuovi spunti, in una armoniosa simbiosi. I temi della diversità, dei meandri psicologici, la fantascienza politica, la tensioni razziali, l’altro sé stesso, la mistica orientale, le arti marziali e qualsiasi tema animasse la gioventù statunitense dell’epoca si amalgamava con le storie della Casa delle Idee, che nel frattempo si era anche riempita di giovani collaboratori coi capelli lunghi e -come si legge tra le righe del bellissimo speciale di Rolling Stone Magazine 91 del 1971- oltre ai sigari di Kirby e Lee nei locali della Marvel si fumava ormai anche qualcos’altro.

Stan Lee negli uffici Marvel degli anni settanta

Stan Lee negli uffici Marvel degli anni settanta

Questo non segnò un rimpiazzo generazionale ma un rinforzo e rilancio di uno spirito, con le nuove generazioni dei Gerber e degli Starlin a dare man forte ai vecchi leoni nel creare ed espandere un universo che di anno in anno diventava sempre più ricco, folle, caotico. E grazie a questa sinergia la palla di neve rotolò fino a diventare una valanga, passando dal seppur ispiratissimo e visionario contesto di storie semplici della Marvel della metà degli anni sessanta ad una vera e propria strutturatissima epica.
E per brevità non sto volutamente parlando del Dr. Strange, Shang Chi, Iron Fist e tutto il versante mistico\magico\orientale della Marvel.

È grazie a questo periodo di creatività sfrenata che nasceranno tutte le saghe e i personaggi che porteranno, data la mole, a dover definire l’idea di una Marvel cosmica: una grossa narrativa parallela alle vicende terrene dei vari supereroi e indipendente da queste, con un pubblico spesso più adulto

Saghe come quella degli Eterni, di Warlock, dei Guardiani della GalassiaCapitan Marvel, di Silver Surfer e degli Inumani porteranno lo standard così in alto che la DC corse al rilancio producendo i rilanci di serie regolari ormai un po’ asfittiche come Green Lantern e Batman così come crearne di nuove in linea con la nuova fantascienza come Kamandi e New Gods.

La Marvel stava facendo in un certo senso quello che alla fine degli anni sessanta stava accandendo in letteratura col fantasy psichedelico di Moorcock o in musica con lo space\prog rock o la kosmiche musik, stava dando potere assoluto all’immaginazione ma sotto un’ egida creativa rigorosa seppur celata dietro una apparente follia.

Per rendere meglio l’idea di quanto questa fu un’età dell’oro del fumetto vi basti pensare che molto di quanto sopra avveniva tra la fine degli anni sessanta e la metà dei settanta e che la rivista Métal Hurlant, una sorta di bibbia per il fumetto fantastico\fantascientifico, nacque solo nel 1974 o che a fine anni settanta i mondi fanta-psichedelici del Kirby di New Gods -secondo molti il suo apice creativo- furono la prima pubblicazione graphic novel destinata al solo circuito delle librerie di fumetti. Questo stato di grazia tra alterne fortune proseguirà fino agli anni ottanta, con ultimi echi in Claremont e Byrne, salvo alcuni revival successivi con gente come Walt Simonson. Ma l’importanza della visione di Jack Kirby rimarrà insuperata, divenendo allo stato attuale una delle più importanti ispirazioni della cultura popolare del novecento, cosa testimoniata dal fatto che oggi i suoi originali hanno quotazioni da mercato dell’arte contemporanea.

4: Conclusioni e scenari futuri

Quanto sopra fu indubbiamente frutto di un momento storico irripetibile, in cui la Marvel era sì un colosso editoriale ma anche un’ enorme carovana creativa che investiva, osava, sbagliava, azzeccava, creava ecco. Oggi il mondo è diverso, la stessa Marvel è un ufficio esecutivo con gli office box e l’arredamento da multinazionale e in cui l’ufficio marketing si è sostituito alla dirigenza creativa.

Marie Severin impegnata in una riunione di marketing circa nel 1975

Marie Severin impegnata in una riunione di marketing circa nel 1975

Il successo che però ha premiato tutti i film della sua incarnazione cinematografica sta dando forse il coraggio agli esecutivi di osare di più, tirando in ballo personaggi e storie più particolari se non altro per la mera opportunità di allargare i franchise su cui capitalizzare. E il pubblico sembra gradire, come l’entusiasmo per i Guardiani della Galassia e tutte le sue argute easter eggs ci dimostra.
Una cosa che è molto a portata di mano ad esempio è la saga di Warlock: esiste Thanos, esiste l’infinity gauntlet, esiste il succitato bozzolo in cui Warlock riposa, tutti gli elementi per inserire la sua storia nella cronologia filmica sono al loro posto. E se tutti si augurano un vero film su Howard il papero, perché non sperare per una saga di avventurosa droga spaziale con Warlock e compagnia?

In Guardiani della galassia vengono nominati i Celestiali e se ne vede persino uno, perché non sperare in un Prometheus migliore con un film su Gli Eterni?

Un quasi sicuro Beta Ray Bill sembra apparire in una gabbia del Collezionista, perchè non poter ipotizzare un proseguimento del franchise di Thor basato sul suo successore alieno?

Insomma: gli inneschi per una nuova Marvel cosmica ci sono e sono evidentissimi, il grosso problema potrebbe risiedere solo nella separazione dei diritti cinematografici del mondo cosmico dei Fantastici Quattro di proprietà della Fox da quello del resto della Marvel. Per quanto l’apparizione in Guardiani della galassia di un personaggio assolutamente del mondo dei Fantastici Quattro come Ronan l’Accusatore possa far sperare in una gestione sensata dei crossover, di cui beneficerebbero ambo le pati e soprattutto noi.

Accendiamo un bong alla madonna e speriamo bene.

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Il fermo immagine del lunedì

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Piramide di paura

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Fight Night: Rubber Johnny

Rubrica settimanale di colonne sonore da combattimento per caricarvi, emozionarvi o avere paura forte

Artista: Aphex Twin
Titolo: afx237 v7
Dal film: Rubber Johnny

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