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Menare, ma con stile: la recensione di L’assassina – The Villainess

Kill Kim

Certe volte guardi un film ed è come soffermarsi a osservare uno di quegli orologi con gli ingranaggi a vista. Non sai bene se indispettirti – alla fine preferivi il mistero di non sapere cosa succedesse dietro quella scocca, continuando a sperare nel sogno di squadriglie di nani nanissimi che spostano le lancette seguendo i loro orologi, a loro volta operati da nanissimi nanissimissimi e via dicendo fino ai nani quantici. Oppure se trarre soddisfazione dalla comprensione illusoria del meccanismo che hai davanti – illusoria perché ho le mani troppo grosse per fare l’orologiaio e la blasfemia fin troppo facile per fare il regista: da osservatore esterno posso sperare di intuire come funziona l’ingranaggio, ma metterci le mani sopra e dentro dona un altro livello di consapevolezza. Mentre scorrevano i titoli di coda di L’assassina – The Villainess, io vedevo sovrimpressa l’immagine del testone del regista Jung Byung-gil, con pignoni e corone in trasparenza e in movimento: la ruota dentata di Kill Bill che si incastra con quella di Nikita, che a sua volta muove quella di Léon, di Oldboy di Bittersweet Life. L’ingranaggio di The Villainess è fatto di singoli pezzi riciclati, tenuti insieme da un collante action mélo ed elevati nell’unico modo in cui si possano elevare testi derivativi: stile, a pacchi. Secchiate di stile scagliate nel muso dello spettatore. Armatevi di fazzoletti: il livello di “e questo come cacchio lo ha fatto?” è simile a quello che vedrete nella sigla, rarissimo esempio di swag cinematografico russo-cubano. Sigla!

La fabula dell’Assassina mette molta carne sul fuoco, ma è piuttosto lineare e, come detto, già vista. Bambina settenne assiste (da sotto il letto) all’assassinio dell’amato padre, viene costretta a prostituirsi e quindi salvata dal fascinoso boss di una non meglio specificata ditta di malavita, che la adotta e la modella fino a farla a diventare una perfetta assassina e, da buon billmalione, la fa anche innamorare. Al punto che lei, cresciuta, si dichiara disposta a dimenticare che c’è un padre morto ammazzato da vendicare in cambio di un matrimonio come si deve. Ma quando mai c’è stata felicità in un thriller coreano? Billmalione viene ucciso da una ghenga rivale mentre, apparentemente, sta cercando l’assassino del padre della novella sposa. La quale si inalbera e ammazza tutti e cinquecentordici i membri della banda. Invece di rimanerci secca, com’era segretamente sua speranza, ne esce vittoriosa, solo per essere prelevata da una misteriosa badessa di assassine probabilmente governative ed essere portata in un istituto dove le vengono cambiati connotati e identità, le viene detto che aspetta una bambina e le viene proposto di addestrarsi per diventare una killer, ma stavolta di quelle buone: dieci anni di scuola e missioni, dopodiché è pensione anticipata per Nikimta.

Embè?

Nikimta esce dal collegio per giovini assassine, si trasferisce con la figliola a Seoul, intraprende la fittizia carriera di attrice teatrale e nel frattempo viene tenuta a bada dal suo finto vicino di casa, in realtà agente sotto copertura, che in corso d’opera s’innamora veramente di lei. I due convolano anche a giuste nozze ma, come tutto quello che è capitato nella tormentata vita di Nikimta, costantemente trascinata suo malgrado dagli eventi, è un’altra decisione che non ha preso lei. Seguono colpi di scena che non sto qui a svelarvi, ché non sarebbe giusto. Ma avrete colto l’andazzo: The Villainess raccoglie il meglio di tanto cinema di menare vendicativo, lo unisce ad altrettanto cinema di menare spionistico (con un feticcio per Besson), lo frulla nel mélo ed è abbastanza onesto intellettualmente da chiamare con nome e cognome i prestiti narrativi di cui si serve, senza tentare di nascondersi. Ma Jung Byung-gil – uno che si è diplomato alla scuola di stuntmen di Seoul e ha abbandonato presto le ecchimosi preferendo il retro della macchina da presa – dà un senso e un valore al suo collage innanzitutto con l’intreccio, che prende la fabula di cui sopra e la mescola con sufficiente sapienza da mantenere alta la concentrazione per 2 ore e nove minuti. Esordisce ex abrupto, nel mezzo del cammin di Nikimta, mentre si vendica per la presunta morte del suo billmalione. Quindi agita le acque con un costante avanti e indietro sulla linea temporale, che svela piano piano background e motivazioni dei personaggi. Non è che distrarsi per un minuto, del tipo vado a farmi una tisana al rabarbaro e torno senza mettere in pausa, faccia perdere uno schiaffo o una conversazione inutile: a non stare attenti si rischia di perdere il filo di una narrazione densa e piena di eventi.

La prima comparsa a destra dove sta guardando?

E poi ci sono le acrobazie della messa in scena. E, vacca boia, che gran circo mette in piedi il giovane Jung. Dalla prima scena, impressionante pianosequenza in soggettiva che, al momento giusto, riacquista oggettività e prosegue con altrettante botte; fino al finale, in cui eroici operatori di macchina armati di go pro rischiano la vita quasi più delle controfigure di Gareth Evans. Nel mezzo non mancano altre piccole soddisfazioni, anche se lo sforzo si concentra maggiormente sulla preparazione di un tappeto emotivo per il drammatico scontro finale. Quello di Jung è uno stile dinamico – certe volte fin troppo, e la sindrome Greengrass è sempre dietro l’angolo – che coglie lo slancio della rivoluzione estetica di The Raid e la aggiorna a una sensibilità diversa, di uno che (come detto) ha studiato da stuntman e percepisce in un certo modo la fisicità della messa in scena action. La regia di Jung è furiosa, al limite del controllo. Sembra quasi che la macchina da presa si muova per empatia nei confronti dei protagonisti. I quali, come anche nell’esordio al cinema di fiction di Jung Confession of Murder, sono persone che non hanno controllo sulla loro vita, in balia di destino, capriccio umano e situazione contingente. Loro, i protagonisti, non possono reagire. O meglio, possono provarci; ma sarà uno sforzo vano, quasi inutile e che porterà con sé scarsa soddisfazione e anche meno catarsi. La macchina da presa, al contrario, può lottare con loro e per loro, può scatenare la propria furia, alleviando la frustrazione loro e di chi guarda. Quanto invidio la studiata perfezione del cinema di genere coreano.

Coreani ciccioni: 50 punti a serpeverde

DVD quote
“Vacca boia”
(Toshiro Gifuni, i400calci.com)

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