Un giorno bellissimo

Cari fancalcisti e fancalciste, ebbene sì: oggi è il compleanno del Capo (= il mio).
Quest’anno, per la prima volta, ho deciso straordinariamente di festeggiare estendendo anche a voi una tradizione popolare di Valverde.
Avete tempo fino a mezzanotte per richiedere una recensione a piacere nei commenti: passata la scadenza io visionerò tutte le richieste, le peserò e analizzerò con calma, e ne sceglierò UNA da esaudire e pubblicare la prossima settimana.
Non sono incredibilmente affabile e magnanimo?
Incidentalmente, oggi Bruce Lee avrebbe compiuto 74 anni: ne approfittiamo per omaggiarlo con una foto incoraggiante.
Rivolgete un pensiero al Maestro, e sotto con le richieste!

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#400tv e il pazzo, pazzo, pazzo mondo di Demolition Man

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Tutto iniziò con Brave New World (1931).
Viene ovviamente da lì l’idea di questo mondo super pulito, pacifico, senza violenza nè parolacce.
Perché azzardo addirittura un “ovviamente”, manco fossi nella testa dello sceneggiatore? Beh, per esempio perché il personaggio di Sandrona Bullock si chiama Lenina (come un personaggio di Brave New World) Huxley (come l’autore di Brave New World).
Poi altrettanto ovviamente è venuta la canzone Demolition Man (1981), composta da Sting e incisa prima da Grace Jones e poi dai Police, a regalare il titolo. Perché azzardo un “ovviamente” pure qui? Beh, perché hanno chiesto a Sting di re-incidere il pezzo (malissimo) per la colonna sonora del film. È gente tutto sommato semplice, quella di Hollywood. Genuina e trasparente.
Poi in teoria viene uno scrittore ungherese di nome Istvan Nemere. Nel 1986, l’amico Istvan scrive un libro chiamato Holtak harca (= “La lotta dei morti”, secondo Google Translate): il libro parla di un terrorista e del detective che gli dà la caccia che, dopo una vita passata a combattersi, vengono criogenizzati e risvegliati in un lontano futuro ripulito da ogni forma di violenza. Il pacco è che Istvan scopre di Demolition Man solo nel 1993 quando ci si imbatte al cinema. Lo guarda, e dichiara che è identico al suo libro tipo al 75% (potete controllare di persona, se sapete l’ungherese), ma non fa causa alla produzione perché non se lo può permettere.
Infine arrivano Peter M. Lenkov e Robert Reneau, quest’ultimo già sceneggiatore di Action Jackson: la firma sulla storia è loro, e gli vorrò un bene eterno perché non importa dove abbiano preso l’ispirazione (né quanta ne abbiano presa altrove), ma vendere un progetto del genere nel 1993, uno strambo mix di action old school e satira distopica, per un film da $60 milioni di budget, è stato un colpaccio mica da ridere. O meglio: il progetto giusto nell’unica minuscola finestra di tempo giusta, quel periodo in cui – complice l’amministrazione Clinton che faceva del suo buonismo estremo la sua arma di punta – l’opinione pubblica iniziava senza un motivo plausibile a rivoltarsi contro il dominio al botteghino degli action violenti. Era la delicata fase di passaggio: quel momento in cui le star d’azione avevano capito che il modello fin lì vincente necessitava di un ritocco, ma ancora non si capiva fino a che punto. Schwarzenegger, convintissimo di aver trovato la quadratura del cerchio, annunciava in pompa magna Last Action Hero, una versione autoironica di se stesso surreale e pesantemente metacinematografica nonché soprattutto il suo primo action PG-13, e sappiamo tutti com’è andata: in breve, un flop leggendario (meno in breve? Storia interessantissima, grazie per averlo chiesto, un giorno ve la racconterò). Demolition Man viene approvato più o meno in quel periodo, quando i suoi autori stavano cercando di farne un film con Steven Seagal e Jean-Claude Van Damme e non solo stavano fallendo perché quei due si odiano peggio di Liam Gallagher e Damon Albarn, ma anche molto ovviamente perché nessuno voleva fare il cattivo. Sylvester Stallone, che aveva passato gli ultimi cinque anni della sua carriera a cercare inutilmente di ricalcare grossomodo le mosse del rivale Arnie, si imbatte nello script e – fresco dell’imprevedibile e incoraggiante successo di Cliffhanger – ci vede la sua pronta risposta a Last Action Hero (sempre meta/autoironica/surreale, ma non PG-13). Prontamente cerca un rivale carismaticamente alla sua altezza ma con poteri contrattuali nettamente inferiori: chiede prima a Jackie Chan, che ovviamente gli risponde qualcosa tipo “macheccazzo ti sei fumato”, poi assume Wesley Snipes (sottovalutandolo: Wesley cagherà comunque il cazzo e i due sul set approfitteranno delle scene di lotta per menarsi sul serio).

For real

For real

Come tutti i film “rischiosi” ovviamente la produzione non sa di preciso cosa vuole, e lo script di Lenkov e Reneau affronta numerose revisioni, alcune anche in fase di post-produzione.
Inizialmente viene chiamato il nostro caro amico Fred Dekker, il quale fra le altre cose aggiunge la scena iniziale ambientata pre-congelamento, poi viene affidato tutto a Daniel Waters, esploso con Schegge di follia e reduce da Hudson Hawk e Batman – Il ritorno.
In mezzo, mille versioni: in una si scopre che il personaggio della Bullock era la figlia di Sly, in un’altra la figlia di Sly è invece una delle ribelli underground, ma entrambe vengono scartate anche se quest’ultima era già stata girata (durante la sparatoria nei sotterranei si vede Sly che protegge l’attrice in questione). Viene tagliato inoltre – per motivi ignoti ma sicuramente sbagliati – un combattimento tra Sly e Jesse Ventura, il cui personaggio nella versione definitiva si nota solo nella scena in cui Snipes gli passa la pistola per fargli ammazzare Cocteau. La Bullock stessa era stato un rimpiazzo dell’ultimissimo per Lori Petty. In compenso compare a caso un giovane Jack Black.
Ma la cosa più spettacolare di Demolition Man sta nelle previsioni che indovina.
Non c’è solo la brillante ripresa del modello di Brave New World, oggi la più vicina alla realtà e all’epoca in totale controtendenza con qualsiasi visione distopica cinematografica dei precedenti quindici anni, e non ci sono solo le invenzioni tecnologiche tipo l’iPad e il GPS, sicuramente frutto di consultazioni con le aziende giuste: fra le coincidenze più incredibili c’è “il grande terremoto del 2010“, e il prigioniero criogenizzato Scott Peterson.
E sì, a suo modo anche la gag sulla Biblioteca Presidenziale Schwarzenegger, ma se è vero che Arnold non si era ancora lanciato ufficialmente in politica è altrettanto vero che già dalla fine degli anni ’80 era un noto amico e consulente della famiglia Bush, per un certo periodo persino ambasciatore ufficiale per la promozione di attività inerenti l’educazione fisica, e già si vociferava che un giorno avrebbe puntato a mollare la carriera cinematografica per tentare la corsa alla Casa Bianca. E se lo sapevo io a 15 anni dall’Italia senza l’internet, figurarsi Stallone che era amico suo.
In compenso però, come vogliamo commentare questa foto apparsa sulla pagina Facebook di Schwarzy neanche una settimana fa?

Coincidenze? Non credo

Coincidenze? Non credo

Sul resto cosa c’è da dire?
Esplosioni giganti, battutissime a ripetizione (“Ci vuole un pazzo per prendere un pazzo”), due protagonisti in forma smagliante, ritmo impeccabile, e le multiple revisioni allo script si notano molto meno che in Last Action Hero. Poi certo, Sandrona è irritante e qualche trovata è un po’ troppo cartoonesca, ma a parte questo non si può ovviamente obiettare nulla.
Perché azzardo addirittura un “ovviamente”?
Perché martedì sera l’abbiamo guardato insieme per #400tv, e ci siamo spaccati alla grande come al solito.
Qui alcuni esempi random:

Gli imbarazzi della produzione proseguirono comunque anche in fase marketing: temendo un fiasco in stile Last Action Hero, depistarono subito distribuendo foto hot di Sly con il suo Stallone di fuori, che vennero pubblicate principalmente in Italia (CIAK, in evidente fase di profonda insicurezza, gli diede addirittura la copertina). Determinante o meno, il film incassò più che decorosamente.
Dopotutto, Demolition Man non pretendeva davvero di cambiare il mondo.
La satira c’è, è voluta ed è azzeccata (e io punto £20 che la prossima profezia indovinata sono i jingle pubblicitari in testa alle hit parade), ma il discorso di Sly sul finale è inequivocabilmente deresponsabilizzante: “Il controllo totale è sbagliato, l’anarchia totale è sbagliata, ci vuole una via di mezzo, io non la so, trovatela voi, fottesega, io vado, ciaoooou”.
E alla fine va bene anche così.

Un grazie enorme a chi ha partecipato sia allo sfortunato pomeriggio di sabato 15 in Santeria che alla serata #400tv di martedì.
Siete sempre i migliori.
Alla prossima!

Avete fatto il nostro Demolition Test per scoprire il vostro talento innato?

Avete fatto il nostro Demolition Test per scoprire il vostro talento innato?

P.S.: sì, Dennis Rodman iniziò a tingersi i capelli dopo aver visto Wesley Snipes in azione

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Il parco ha aperto: benvenuti a Jurassic World (trailer)

Amici lettori, è uscito il trailer di Jurassic World!
Sì esatto, il terzo sequel di uno dei film più belli della storia, una roba per cui eravate tutti per qualche motivo eccitatissimi nonostante i due precedenti facessero entrambi più o meno cacare e le premesse di questo consistessero in un regista la cui unica esperienza era una commedia low budget.
Eccolo qua:

Per non saper nè leggere nè scrivere, vi riporto dritti dritti i commenti che ci siamo fatti ieri in redazione:

Cicciolina: Trattano i dinosauri come animali da circo. Creano un dinosauro mutante e si stupiscono se si comporta da dinosauro mutante. Per battere il dinosauro cattivo fanno comunella coi dinosauri buoni. Bestiacce in CGI e moralona che già mi immagino. Non so, a me sembra la fiera dell’ovvio.

Luotto: C’è questa estetica fintona e bubblegum che non è che mi faccia impazzire. Spero che la CGI non sia definitiva perché diamine, sembra Episodio I.

Stanlio: Ci sono talmente tante di quelle cose sbagliate che non so neanche da dove cominciare.

Cicciolina: Per me è una cagata. Lo possiamo dire?

Nanni: Ha la trama scritta col pilota automatico e sei mesi di tempo per limare gli effetti speciali. È un chiarissimo non-capolavoro, ma ha ancora ampi margini per essere un pelo meglio degli altri due sequel, no?

George: Sono combattuto: da un lato non potevano raccontare la stessa storia per l’ennesima volta, dall’altro vedere i velociraptor ridotti a cagnolini docili mi mette una tristezza.

Luotto: Ecco: quello che sulla carta pensavo fosse una figata (l’ambientazione nel parco già pronto e funzionante) mi è sembrato invece un problema insormontabile appena ho visto il trailer. Se Jurassic World esiste da mesi e tutti sanno che ci sono i dinosauri, addio alla meraviglia e allo stupore di vedere i dinosauri vivi. È uguale identico che un film coi leoni affamati che scappano dallo zoo. Vedere due ragazzini che visitano il Jurassic World e NON SI CACANO ADDOSSO E NON MUOIONO DALL’EMOZIONE mi ha un po’ ucciso dentro.

Stanlio: è peggio: ci sono i dinosauri ammaestrati e il dinosauro cattivo perché geneticamente modificato. Uomo buono, natura cattiva. Scene di massa. Monster movie Asylum. Nel primo film erano dinosauri selvatici che facevano i dinosauri e alla fine i “buoni” perdevano pure. Natura contro ragione. Niente bene e niente male. Era un’avventura diversa e conandoyliana, solo condita di scienza. Capisci dove sta il problemissimo.

Cicciolina: Esatto Stanlio, a me questa cosa che dinosauro ammaestrato = dinosauro buono, dinosauro normale = dinosauro cattivo sembra un’onta lavabile solo col sangue ottenuto facendosi squartare dal Dinodiabolus o che cristo di nome sfigato gli hanno dato.

Luotto: Che poi, dopo quello che è successo nei primi tre film, chi è che ha pensato che aprire il parco al pubblico fosse una buona idea? Chi l’ha costruito, Impregilo?

Darth: Sì è quello che mi chiedevo pure io. “L’altra volta è andato tutto una merda, abbiamo rischiato di farci estinguere tutti dai dinosauri. Stavolta abbiamo capito: LO RIFACCIAMO PIÙ GROSSO.”

George: Uomo buono, natura cattiva. Un attimo, però: a me pare che ci sia il classico tema della stoltezza dell’uomo che gioca a fare Dio. Non è necessariamente così bianco e nero, almeno spero. Magari ci saranno comunque dei dino che fanno i dino. Lo spero, perché se è tutto un film con UN SOLO MOSTRO allora ciao. Ho anche notato che è prodotto dalla Legendary, che così ora ha Jurassic Park, Godzilla, King Kong e Pacific Rim tutti riuniti…

Nanni: L’importante e’ che alla fine ci sia la megazuffa tra dinosauri buoni e cattivi. Soprattutto mi interessa quello che spunta dall’acqua e annaffia tutti, Stanlio dimmi come si chiama.

Stanlio: Plesiosauro, dinosauro del film, tilosauro. Han fatto gli hipster.

Temi non trattati durante la discussione redazionale ma altrettanto degni di nota:
– la cover eterea in pianoforte del tema di Jurassic Park
– Bryce Dallas Howard in canotta da vera final girl
la bolla spaziale dei Flaming Lips

E voi che dite?

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Altro che Free Willy

P.S.: in origine il mio commento sulla megazuffa tra dinosauri non era cronologicamente l’ultimo, ma l’ho spostato per sembrare quello saggio che sta zitto ad ascoltare gli altri e poi se ne esce con l’intervento più ficcante di tutti. Sono il Capo, e il post è mio.

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Userò gli occhi del cuore: See No Evil 2.

E insomma. Nelle ultime settimane è successo un po’ di tutto, dal TG4 in diretta dal Medioevo a Lory santa subito.
Ma la notizia più succosa è un’altra, roba che il Royal Wedding in confronto sembra una puntata de Il Boss delle Cerimonie.
Signore e signori: Charles Manson si sposa.
Già vi sento: “Ma Belen, non siamo mica delle 15enni goth dagli occhi bistrati di eye-liner! Chissenefrega del matrimonio di Manson! Che c’entra questa love story con Kane ammazzatutti?”.
Ora ve lo spiego.
Come avrete letto, o forse no visto che non siete delle 15enni goth dagli occhi bistrati di eye-liner, Charles Manson sposerà tale Afton Elaine Burton, detta “Star”. Una bella ventiseienne, libera e senza precedenti penali, prenderà come marito un uomo di 80 anni, condannato al carcere a vita in quanto istigatore di massacri vari. E fin qui, son gusti. Ciò che ci interessa è altro: contrariamente a quanto potremmo pensare, Star non sposa Manson perché affascinata dal suo passato da diabolico criminale. Star se lo sposa perché convinta che sia innocente.

Questo video, tanto commovente per l’adolescente ribelle quanto inquietante per il padre di famiglia, rappresenta l’ennesima prova del potere accecante dell’amore. L’amore trova scusanti campate in aria, l’amore perdona cose imperdonabili. L’amore, se non è cieco, cerca almeno di beccarsi una congiuntivite.
Ed è quello che sto cercando di fare prima di recensire See No Evil 2. Vediamo perché.

See No Evil 2, come potete agevolmente dedurre dal titolo, è il sequel di See No Evil, rinominato in Italia Il collezionista di occhi. Se l’avete visto, potete capire che ci troviamo in presenza dell’ennesima traduzione all’acqua di rose. Tuttavia, se l’avete visto, sapete anche che la mediocrità del film oscura ogni altro motivo di polemica.
Sì, lo so: c’è Kane in tutto il suo muscoloso quintale. No, questo a una donna non basta per apprezzare un film.
Dato che See No Evil 2 riparte esattamente da dov’era arrivato il primo, è doverosa una breve sinossi per i fortunati che avevano di meglio da fare: Glenn Kane Jacobs è Jacob Goodnight, un poveretto che dalla nascita deve fare in conti con gigantismo (suo) e fanatismo religioso (della madre). Naturalmente Jacob non viene su tanto equilibrato: vive recluso in un vecchio hotel, intraprende la carriera di serial killer e colleziona gli occhi delle vittime come piacevole hobby. A un certo punto, per varie ragioni (che non sto a spiegare e ringraziatemi, perché così non vi spoilero gli unici dettagli vagamente interessanti) nell’albergo in cui vive Jacob arrivano persone X che fanno, prevedibilmente, una brutta fine. Jacob, idem. Capito? JACOB MUORE ALLA FINE DEL PRIMO FILM. Ricordatevelo, perché da qui nasceranno colpi di scena a iosa.

tumblr_mn09x5O9Ef1qdz44io1_500E ora, ritorniamo al futuro: See No Evil 2. Perché tutto quel preambolo sull’amore? Perché tentare di difendere quello che già dall’inizio si presenta come sequel di un film inutile? Semplice come l’ABC:

A) Soska Sisters
B) Katharine Isabelle
C) Danielle Harris

Io alle Soska Sisters ci voglio bene. Hanno questa naïveté disarmante, dietro e davanti la macchina da presa.
Immaginatevi un bimbetto che vi corre incontro tutto orgoglioso, magari anche vestito da Darth Vader, e vi mostra il suo disegno di un’astronave. Immaginatevi di guardare il disegno e scoprire che, più che un’astronave, sembra una melanzana. Di fronte all’entusiasmo di quel bimbetto, non vi dichiarereste pronti a salirci subito, su quell’aggeggio spaziale sgangherato?

Io no, non sopporto i bimbetti e tanto meno Star Wars. Ma le Soska Sisters sono mille volte meglio.
Prendiamo American Mary: pur con quella sceneggiatura traballante, le sottotrame sparse a casaccio e il sottile senso di inutilità che pervade il tutto dall’inizio alla fine, aveva quel quid di genuino che intenerisce e diverte, ecco.
E infatti anche in See No Evil 2 si impegnano di brutto, le gemelle. Sulla regia non c’è niente da ridire, anzi: si vede che sono cresciute a pane e slasher e ogni squartamento viene confezionato a modino. E poi, mica sceme: come già in American Mary, le Soska si giocano la carta Katharine Isabelle, protagonista dell’unica scena da applausi di See No Evil 2.
Katharine qui interpreta Tamara, ragazza amante del macabro che sceglie un obitorio come location ideale per una sveltina. Di più: proprio l’obitorio dove riposa Jacob. Ancora di più: proprio la stanza in cui è steso il suo cadavere. Perché, ricordate? JACOB MUORE ALLA FINE DEL PRIMO FILM. Con una trovata geniale che coniuga pragmatismo e zozzoneria, Tamara a cavalcioni del cadavere ci offre un’utile sinossi di quanto accaduto in passato:

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Nelle puntate precedenti.

Ma come ci arriva questa deliziosa sgualdrina in un obitorio? È presto detto: See No Evil 2 segue il percorso dei 9 cadaveri su cui era calato il sipario del primo film. 8 vittime, più Jacob. Tutti i corpi vengono trasportarti proprio nell’obitorio dove lavora Danielle Harris. Da protagonista di Aiuto, sono mia sorella a regista di Aiuto, sono invitata a cena da una pazza: il background che Danielle si porta dietro è un altro di quegli elementi che scaldano il cuore degli amanti del B-movie e spingono a chiudere gli occhi di fronte a See No Evil 2. Qui la cara Danielle si chiama Amy e seziona cadaveri, professione scelta “Because we all end up here. No matter what you do. We all die”. Leggete bene questa citazione perché rappresenta il massimo sforzo del dialoghista e va rispettato.

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Il dialoghista ormai esausto.

Fatto che sta Amy festeggia il compleanno e a una certa starebbe per mollare il camice e andare a sbronzarsi, se non fosse per l’arrivo improvviso dei cadaveri di cui sopra. Evidentemente i cadaveri vanno sezionati immediatamente anche se si conosce già la ragione della morte, che poi sarebbe Jacob. Poco male: se Amy non può andare alla festa, la festa andrà ad Amy. In quattro e quattr’otto gli amici le organizzano una festa a sorpresa in obitorio. Pensate che teneri.
Ora, vi ricordate quella cosuccia? Che JACOB MUORE ALLA FINE DEL PRIMO FILM? È arrivato il momento di approfondire. In quanto sequel, sulla carta See No Evil 2 ci lascia ipotizzare vari scenari:
– un fan ossessionato da Jacob decide di portare avanti la missione del suo idolo, ovvero squartare gente a caso;
– un sopravvissuto al massacro del primo film impazzisce e decide di portare avanti la missione del suo aguzzino, ovvero squartare gente a caso;
– un misterioso parente di Jacob vuole vendetta e decide di portare avanti la missione del suo familiare, ovvero squartare gente a caso;
– Jacob non è così morto come sembrava e e decide di portare avanti la sua missione, ovvero squartare l’intelligenza dello spettatore.

Ancora una volta, è Tamara a spiegarci quale intuizione si rivelerà la più giusta:

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Basta poco, che ce vo’.

Ovviamente, Jacob non si risveglia di ottimo umore.
Ovviamente, gli obitori pullulano di oggetti appuntiti e seghettati.
Ovviamente, questo film è una grandissima puttanata non ha colpe, davvero, non è stato lui: sono caduta dalle scale.

DVD-quote:

“A volte l’amore non è abbastanza cieco.”
Belen Lugosi, i400Calci.com

>> IMDb | Trailer

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Trailerblast: A Bittersweet Life

>> IMDb

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Speciale 1984: Omicidio a Luci Rosse

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È il 1985. Ho otto anni e la sera per me è un divano con davanti la televisione. A destra mio padre, a sinistra mia mamma. Quella sera su Italia1, all’epoca di gran lunga il mio canale preferito, fanno Conan il Barbaro. Me lo ricordo perché c’era stata la pubblicità per mesi, Schwarzenegger era il mio mito e anche a scuola, tra i miei amici, c’era una fotta micidiale. Probabilmente però i miei erano un po’ sulle spine. Non so se ve lo ricordate, ma all’inizio si vedono un paio di tette e poi c’era pure la sequenza con la strega, piena zeppa di erotismo. In realtà i miei potevano dormire sonni sereni: a me quella roba lì del sesso non interessava. Ero lì per le botte, per le mazzate, per gli uomini che mulinellano la loro spada sul picco di una montagna mentre in sottofondo c’è una musica epica. Ero lì per lo sguardo da duro di Arnie, per la Vendetta, per la Ferocia con cui andava ucciso quella faccia di plastica di Thulsa Doom. Arriva la scena in cui Conan, Valeria e Subotai arrivano nella Torre del Serpente a Shadizar. E lì Conan taglia la testa a un cattivo. Zac, è questione di un secondo, forse addirittura una cosa quasi subliminale. Ma io sono lì, sul divano, in mezzo ai miei genitori con gli occhi spalancati. E ovviamente vedo tutto.

Io a otto anni mentre guardo Conan il Barbaro

Io a otto anni mentre guardo Conan il Barbaro

Quella sequenza mi è rimasta negli occhi, nel cervello, per anni. L’incubo della decapitazione, la cosa che più mi spaventava al mondo. Ricordo che anche mia madre si accorse della testa che rotolava: tentò di mettermi una mano davanti agli occhi, ma arrivò tardi. A quel punto si girò verso di me e mi chiese: “Oddio, piccolo Casanova, hai visto?”. E io a quel punto, non so per quale motivo, risposi: “Cosa? Perché sei preoccupata, madre? Nulla i miei occhi di infante hanno potuto vedere!”. Mentii. Tentai di censurare, di cancellare. Se davo l’impressione agli altri di non aver visto nulla di preoccupante, forse quella cosa avrebbe perso un po’ della sua intensità. Ma attenzione: guardiamo insieme un tutorial su come si lavano bene i piatti. Non si finisce mai di imparare, amici!

Anni dopo, stesso divano, stessa situazione. Il film però è diverso. Non si tratta di Conan il Barbaro ma di Omicidio a Luci Rosse. Forse Rete4 e non Italia1, ma poco importa. I miei sono dei grandi consumatori di gialli e thriller, per cui son carichi come le mine. A un certo punto c’è questa sequenza in cui il protagonista, un attorucolo che ha beccato la moglie a letto con un altro, finisce ospite nella casa pazzeschissima di un suo amico. Ogni confort possibile ed immaginabile: letto girevole, minibar dove si beve whisky a uso ridere, un acquario bellissimo, una vetrata lunga come tutta la casa. E un cannocchiale. Un cannocchiale con cui il protagonista spia la vicina di casa. La quale si spoglia e balla nuda. È una scena forte: la donna è bellissima, c’è la musica strappamutande di Pino Donaggio, l’effetto “vedo, non vedo” creato dalle tende di casa e dal fatto che, sul più bello, il regista stacca per mostrarci la faccia da babbo del protagonista. Non ricordo esattamente quanti anni avevo. Ricordo però che trovai la sequenza molto forte. Era proibita. Era chiaro a tutti che il protagonista stava facendo una cosa che non andava fatta: spiare qualcuno che si spogliava e ballava in casa sua, da solo, nella sua intimità. Ma era proprio per quel motivo che era incredibilmente eccitante. Il film procede e ad un certo punto i due – il protagonista e la misteriosa vicina di casa esibizionista – si incontrano veramente e limonano durissimo. Ma proprio forte, con mani un po’ ovunque, spalline che cadono, reggiseni che spuntano, mugolii e leccate di collo. E ovviamente sempre la musica invadente di Donaggio a regalare un effetto Fausto Papetti al tutto. Una scena se vogliamo più canonica rispetto a quella che ho descritto prima. Certo, là si vedevano le tette, ma qui c’era proprio del torbido. Infatti i miei si girano verso di me per controllare il mio stato. Io me ne accorgo e, rosso di vergogna, faccio finta di dormire.

Ufflalai, che sonno!

Ufflalai, che sonno!

Vi è mai capitato di provare quell’imbarazzo che si crea nel momento in cui si guarda una sequenza di sesso in un film al fianco dei propri genitori? A 12 anni (circa) io me la sono cavata così: facendo finta di dormire per non far vedere che l’argomento mi interessava. E anche alla grande. Mamma, non c’avevo mai pensato, ma mi sa che quella roba lì mi piace. Limonare, toccare, mugolare. Sì, sì. Però, ecco, non lo vorrei condividere con voi che al mattino mi accompagnate a scuola e mi rimboccate le coperte. Sento che è una cosa che preferisco condividere con questo signore qui, Brian De Palma. Si apre la porta di casa ed entra Brian. “Bravo Brian, vieni qui. Saluta la mamma e il papà e digli cosa hai intenzione di fare”. I miei sono un po’ interdetti, ma Brian è dotato di un’eleganza naturale. Si siede sulla poltrona di fianco al divano, accavalla le gambe, si accende una sigaretta. Mio padre mette in pausa il film. C’è un piccolo momento di silenzio imbarazzato, ma è solo un attimo. Dopo poco, il mio amico regista comincia a parlare: “Salve, signori. Vostro figlio è proprio un simpatico ragazzo. Mi presento: sono il regista Brian De Palma. Forse vi ricordate di me perché ho già traumatizzato il vostro frugoletto con una mano che esce da una tomba alla fine di Carrie – Lo Sguardo di Satana,  la sequenza dell’ascensore in Vestito per Uccidere e l’orologio di John Lithgow in Blow Out. Si ricorda che ridere, signora, quella volta che avete visto Blow Out pensando fosse una roba per ragazzini, visto che c’era uno dei preferiti di suo figlio, John Travolta, e invece poi moriva gente tutto il tempo? Sì, sono sempre io il regista di questi film. Eh, lo so, signora, a me interessa quello: il voyeurismo, i piani sequenza, il sesso e il cinema nel cinema. E, me o lasci dire, il piccolo Casanova è molto ricettivo”. Io sono in piedi di fianco a Brian. Indosso il mio piagiamone giallo, il mio preferito. Brian allunga una mano e mi arruffa i capelli. Io faccio finta che lo cosa mi dia fastidio, ma è più un gioco tra me e Brian. “Non penso capisca ancora tutto, eh? Cioè, questa roba per esempio del metacinema, le citazioni evidenti da Hitchcock, la difficoltà con cui costruisco dei piani sequenza fluidissimi, le allusioni sessuali…”

Alla voce "Allusione sessuale"

Alla voce “Allusione sessuale”

“Ma evidentemente il mio è un cinema che funziona anche sottopelle, senza che lo spettatore abbia il bisogno di elaborare o capire chissà cosa. Guardate, fidatevi di me: me lo lasciate per un po’ di anni e io vi prometto che gli regalerò altri bellissimi momenti di Cinema. Non ha ancora visto Scarface che presto diventerà uno dei suoi film preferiti, fra qualche anno lo lascerò senza fiato per la sequenza delle scale ne Gli Intoccabili, lo farò limonare al cinema con una ragazza bellissima durante la visione di Doppia Personalità, gli regalerò Carlito’s Way in modo da poter citare con i suoi amici Benny Blanco del Bronx e poi lo lascerò di sasso per quella sequenza del biliardo di Femme Fatale che gli piace tanto. Che dite, signori… vi fidate?”.

I miei, giustamente, mi hanno lasciato nella manone di Brian e io ho passato degli anni bellissimi in sua compagnia. Grazie mamma e grazie papà. Ma anche grazie a te, Brian. Lo sai che l’altro giorno, per lo speciale 1984, mi sono rivisto Omicidio a Luci Rosse? Sì, anche perché io l’avevo sempre visto in televisione e non hai idea di come te l’hanno tagliato, Brian. Uno scandalo! Manca un botto di roba. C’è tutta una sequenza di sesso tra Craig Wasson e Melanie Griffith che era pazzesca e io non avevo mai visto. Sì, quella sul set del film porno, con il cameo di Frankie Goes To Hollywood che canta Relax! Quella che finisce con l’operatore che dice al regista una roba tipo: “Oh, ma qui mica stiamo a fà Kubrick, manca il cumshot!”. Quella! Te lo giuro, tutta tagliata. Ma poi adesso ho capito un sacco di cose in più del film: questa tua ossessione per Hitchcock che qui riesci a concentrare in un plot che mette insieme La Donna Che Visse Due Volte e La Finestra sul Cortile. C’è una lunga sequenza di pedinamento, una donna il cui corpo viene utilizzato per sostituire un’altra (la controfigura, il Body Double, che è poi il titolo originale), la claustrofobia al posto delle vertigini. E ancora: c’è il voyeurismo, il protagonista che guarda l’azione attraverso un dispositivo – qui un cannocchiale, là la macchina fotografica di James Stewart. Insomma, c’è tutto quello che hai poi voluto inserire in un film, tette e Dennis Franz compresi.

Cià, che ti costruisco un bel quadretto...

Cià, che ti costruisco un bel quadretto…

E che sequenze, Brian! Mi racconti come hai fatto a fare quella al centro commerciale? E quel movimento pazzesco prima della scena in spiaggia, quel carrello che costeggia il condominio e poi si alza fino ad arrivare alle spalle del protagonista che sta spiando la misteriosa esibizionista? No, poi, ciaone con l’indiano che uccide la donna con il trapano! Non sai quanto quella roba ci ha sconvolto tutti! Sì, guarda, ti posso dire che ad un certo punto la sceneggiatura l’avete un po’ trascurata, eh? Dì di no? Dai, che quando Craig Wasson si traveste da produttore di film porno per riuscire a convincere Melanie Griffith a raccontargli la verità è un pre-Maccosa. Ah, poi anche l’indiano che colpisce la povera Melanie con una chiave inglese in testa mentre è letteralmente circondato da macchine della polizia non è proprio una trovata straordinaria. Ma ti si perdona tutto, Brian. Perché poi, un secondo dopo, quando ingrani la quarta e cominci a giocare con la claustrofobia di Wasson e costruisci quella sequenza in cui i vari piani tra realtà, finzione e cinema vanno a confondersi, non ti si può dire veramente nulla. Sono molto contento di essere cresciuto con te, Brian. Senza Omicidio a Luci Rosse il 1984 sarebbe stato un po’ meno pepperino.

MA C'È ANCHE IL GRANDE PETE PORTIZO!

MA C’È ANCHE IL GRANDE PETE PORTIZO!

Dvd-quote:

“Perfetto per diventare rossi sul divano se ancora abitate con i vostri genitori.
Ma anche perfetto per traumatizzare vostro figlio”

Casanova Wong Kar-Wai, i400calci.com

>> IMDbTrailer

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Consigli per l’arredamento: Alla radice del male

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Alla radice del male (Compra)

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YOU HAD ONE JOB: V/H/S: Viral

VHSVIRAL_POSTER_WEB-1Riassunto delle puntate precedenti: V/H/S bello, errori un po’ banalotti, esperimento riuscito ma da rivedere; V/H/S/2 horror dell’anno, difetti risolti, errori evitati, gente che fa scelte giuste, concrete, e l’Indonesia vince.
Penso che l’intenzione alla base di V/H/S fosse ridare una certa dignità al found-footage, sfruttando idee di registi abbastanza navigati da poterle gestire in maniera innovativa (Jason Eisener), registi che il genere lo hanno rivoluzionato (Eduardo Sánchez) e nuovi arrivati con qualcosa da dire (Radio Silence). Il ricambio di stili, idee e approcci fu notevole, con fallimenti un po’ inaspettati (Ti West) e capolavori facilmente annunciabili (Evans/Tjahjanto), e il genere ne uscì effettivamente con una nuova faccia, dimostrando che in mano a gente giusta poteva ancora regalare soddisfazioni e trasformando V/H/S in un appuntamento da aspettare con la giusta carica.
Tenendo questo in considerazione, V/H/S: Viral parte male: Nacho Vigalondo è il Nome della situazione, un regista che s’è fatto una reputazione 7 anni fa con un bel film (Los cronocrímenes) ma che poi è stato solo in grado di tirare fuori qualche idea senza mai riuscire a farne davvero qualcosa di concreto. Il più recente Open Windows ne è un discreto esempio, una roba che per 15 minuti è ok, poi spacca il cazzo per sempre. È un personaggione, sempre a fare cose matte qua e là, sempre a fare il matto con le idee matte, ma come tutti quelli che ostentano stravanganza finisce solo per annoiare. L’hype nei suoi confronti me lo dovete spiegare, perché ok il primo film, ok la fantascienza low-budget e i viaggi nel tempo, ma io vorrei vedere anche del cinema meritevole da uno che campa di rendita da 7 anni. Ora, se lui è il nome di punta, immaginiamoci gli altri. Gregg Bishop tende al navigato ma viene ricordato per Dance of the Dead, una commedia horror a tratti divertente e più che altro dimenticabile; Marcel Sarmiento fece parlare di sé col discretamente amatoriale e poco deciso Dead Girl, ma pochi sanno che arrivò in italia con un film di triangoli amorosi e cani chiamato Lui, lei e Babydog; Justin BensonAaron Moorhead, infine, sono quelli che hanno convinto tutti, tranne me, con il mindfuck sconclusionato di Resolution, una roba per gente a cui piace quella roba. Insomma, tutti nomi che andrebbero pure bene per un’operazione del genere, ma che messi a confronto con quelli citati prima affondano la speranza che questo capitolo possa essere bello anche solo la metà del precedente.
Entrare nello specifico dei singoli episodi, raccontandoveli a dovere, sarebbe solo una perdita di tempo. Tutti soffrono degli stessi problemi: troppo lunghi e ripetitivi, poche idee sfruttate male, troppo chiaccherare e nemmeno un briciolo di coerenza. Credendo forse di essere alla festa della minchia, ogni regista ci mette del suo per dimenticare il proprio ruolo e fare le cose completamente a caso. Vigalondo, che dovrebbe essere l’Evans della situa, tira fuori l’idea figa con il portale tra dimensioni ma la gestisce tipo compito di terza media, inserendo elementi sempre più esagerati solo per far esclamare alla gente AH I CAZZI, AH CHE RIDERE e tornare a casa tutto contento a pettinarsi la barba. A Sarmiento è dato l’infame compito di girare il corto di cornice, di cui ricordo solo un incidente in bici e il resto è fumo che ha fatto spazio a ricordi migliori tipo Federico Tixi che mette i dischi al sabato pomeriggio. C’è forse dell’azione decente qua e là per la durata totale di 25 secondi, se siete appassionati di cose che durano molto poco come l’hardcore ma che non hanno alcuna consistenza, come l’indie-folk. Bishop e i due BensonHead invece riescono nel fastidio più totale dimenticandosi di dover girare un found-footage e utilizzando tranquillamente diverse riprese esterne e non giustificabili dal mezzo. Insomma, dovevano fare una cosa. Vorrei ripeterlo: UNA COSA. Allego diapositiva. Bishop tira fuori il corto più elaborato col mago che trova il mantello magico per davvero (base ottima per un lungo, bisogna ammetterlo) ma non va da nessuna parte e parte dal concetto rincoglionito che questo mago registri tutto, anche gli omicidi. Forse tira fuori un paio di scene decenti ma che non contano fondamentalmente un cazzo. Benson e Minchihead invece trasformano una situa da Jackass su skateboard VS morti messicani col machete nella noia più totale rivelando la loro completa incapacità nel girare una scena d’azione una che abbia una qualsiasi dinamicità o voglia di sembrare tale. Importante precisare che il loro corto è praticamente un’unica e molto lunga scena d’azione. Se non altro, c’è molto sangue e i messicani morti sono fighi. Pure loro non contano fondamentalmente un cazzo.
V/H/S: Viral ha dalla sua che se non altro a non ripetersi ci prova, ma se non ripetersi significa fare ‘sta merda allora forse le idee sono ufficialmente finite e possiamo pure passare oltre.

Troppo matto Vigalondo che fa guardare la gente negli occhi.

Troppo matto Vigalondo che fa guardare la gente negli occhi.

DVD-quote:

“No”
Jean-Claude Van Gogh, i400calci.com

>>IMDb | Trailer

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Il fermo-immagine del lunedì

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La mosca

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Fight Night: Kairo

Rubrica settimanale di colonne sonore da combattimento per caricarvi, emozionarvi o farvi ammettere che anche il J-Pop ha il suo perché.

Artista: Cocco
Titolo: Lay Down My Arms
Dal film: Kairo

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