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Le Basi: Michael Mann. La Corsa di Jericho (1979)

Torna “Le Basi”, la nostra guida agli autori imprescindibili del cinema da combattimento e torna con l’autore che più di ogni altro ha riportato l’action sofisticato e drammatico della New Hollywood fuori dagli anni settanta. Esteta, esistenzialista, perfezionista, sono alcuni degli aggettivi che definiscono questo autore che tenendosi fuori dalle mode ha ridefinito a modo suo, con meno di venti film, il cinema d’azione e non solo.

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Un po’ di considerazioni preliminari

“Non facciamo quello che vogliamo e tuttavia siamo responsabili di quello che siamo”

Jean Paul Sartre – da “Situations”, Ed. George Braziller 1965

Nel suo percorso formativo e artistico, Michael Mann sembra voler scientemente tradire i luoghi comuni del cineasta impegnato: non studia Cinema ma si laurea in Lettere; a ventuno anni guardando Il dottor Stranamore capisce che al cinema puoi essere un Autore di grande spessore mentre fai film di successo commerciale al botteghino; inizia a lavorare per la TV, quando questa per i critici era la sorella povera e senza nobiltà del Cinema, e ci rimane ben contento per tutta la vita. Per quelli della sua generazione la TV, come la pubblicità (che pure ha fatto), era la gavetta prima dell’affermazione vera e propria nel cinema, l’anticamera del successo come regista che doveva arrivare esclusivamente al cinema. Per Mann invece la televisione fu da subito un mezzo per sperimentare, tanto quanto il corto e medio metraggio per i suoi coevi, e fu anche il luogo delle sue prime affermazioni autoriali.

“Già a ventun anni sapevo che cosa volevo fare, ed era fare film”

Michael Mann sulla sua formazione.

Per la TV, Mann inizia nel 1975 scrivendo quattro episodi di Starsky & Hutch e ha un rapporto continuativo con questo medium fino al 2012, quando è regista e produttore esecutivo di Luck, passando anche per il cruciale Miami Vice del 1985 di cui era showrunner. Da subito per Mann la TV è quindi un filo conduttore così come lo è il crimine, la descrizione di esso, del criminale e del contesto in cui agisce, a volte senza particolarmente enfatizzare la connotazione necessariamente  negativa/malevola di questo o all’opposto quella benevola/positiva del poliziotto.

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Tutto ebbe inizio così

La sua carriera però decolla definitivamente a metà degli anni settanta quando inizia a lavorare per la serie Sulle Strade della California, che ancora più di Starsky & Hutch è improntata sul realismo delle procedure e dei personaggi, così incentrata sulla cronaca che addirittura non aveva un cast fisso, ma di volta in volta cambiava attori a seconda dell’episodio, come una gigantesca antologia poliziesca di storie autoconclusive slegate tra loro; questo elemento era dovuto alla supervisione del suo autore, Joseph Wambaugh.

Ricordatevi questo nome, perché senza Wambaugh non avremmo Mann, tanto quanto se non avessimo avuto il Dottor Stranamore di Kubrick. In realtà senza di lui proprio non avremmo molte delle istanze realistiche che rivoluzionarono il poliziesco dagli anni settanta in poi, su carta e su schermo. Basti pensare che James Ellroy pochi anni fa lo ha definito come “influenza incalcolabile” per la sua produzione letteraria e addirittura ha confessato di aver rubato i suoi libri nei negozi da ragazzo indigente.
Grazie anche per lui, oltre che per Mann, signor Wambaugh.

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Joseph Wambaugh, grazie.

Wambaugh era un ex poliziotto del L.A.P.D, e ancora prima un ex marine, che ritiratosi a vita civile si dedicò a tempo pieno al suo passatempo di scrittore di storie poliziesche, fittizie e non, spesso incentrate su agenti di Los Angeles schiacciati tra la burocrazia interna, il pubblico, i media e la criminalità, quando non essi stessi corrotti o alle prese con la corruzione interna. Da alcuni suoi romanzi sono stati tratti film per il cinema e per la TV, tre dei quali sono capolavori: I Nuovi Centurioni di Richard Fleischer, Il Campo di Cipolle di Harold Becker e I Ragazzi del Coro di Robert Aldrich; di questi tre almeno il primo è fondamentale per capire Mann, per le tematiche, per la trattazione, per i personaggi e per capire come lo stile cronachistico e disilluso di Wambaugh sia confluito nel giovane regista.

“Come sbirro ho avuto a che fare con ogni tipo di derelitto e criminale. Tutti quanti avevano più integrità di alcune persone ad Hollywood”.

Joseph Wambaugh sul dorato mondo di Hollywood

I due iniziano a collaborare appunto per Sulle Strade della California dove l’ex poliziotto è il supervisore tecnico della serie e Mann lo sceneggiatore che segue i resoconti di Wambaugh come il vangelo: si fa raccontare tutto, si fa portare nei luoghi giusti, si fa presentare poliziotti, e per anni Michael Mann assorbe storie di vita poliziesca di primissima mano e le archivia nella sua testa accanto ai libri di filosofia dell’università.

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toc toc

Nel 1978 il cinema bussa alla sua porta per mano di un baffuto Dustin Hoffman che gli chiede di adattare per il grande schermo Come una Bestia Feroce di Edward Bunker. Dopo Wambaugh, con Bunker Mann incontra da vicino l’altra metà del crimine: i criminali. Ex criminale egli stesso, Bunker apre per Mann il suo archivio di anneddoti e dettagli personali e, come per le visite nei distretti di polizia con Wambaugh, per Mann arriva il turno delle visite nei penitenziari, dalla minima fino alla massima sicurezza.

“Mi piace fare ricerche quando scrivo romanzi; mi fa piacere tornare ad essere un detective”

Joseph Wambaugh sul suo metodo.

Come il suo mentore Wambaugh, Mann adotterà per sempre a monte dei suoi film un metodo di ricerca molto scrupoloso, tanto che arriverà ad avere una corrispondenza con un serial killer detenuto, Dennis Wayne Wallace, onde tratteggiare il suo Hannibal Lecktor per Manhunter.

“I miei film non sono frutto di idee che vengono dal nulla, che sviluppo isolato per i fatti miei”

Michael Mann sul suo metodo

Il film che risultò dall’adattamento di Bunker è il bellissimo Vigilato Speciale del 1978, sul quale torneremo più in là nella nostra rassegna, e il prodotto dell’incontro con il mondo carcerario fu La Corsa di Jericho nel 1979.

Jericho Mile Still

Baffi e bandana denotano la giustezza di Murphy.

Si può dire che per questioni di lavoro e per una spiccata indole analitica e perfezionista, dalla metà degli anni settanta Mann ha vissuto a contatto, fisico o intellettuale, con i due versanti della legge e qualsiasi sfumatura stia nel mezzo. Il mondo carcerario conosciuto per Vigilato Speciale colpì il regista nel profondo: la tragedia dell’uomo dietro le sbarre, la realtà parallela che vive nei penitenziari, la solitudine, i valori semplificati della detenzione che diventano un codice per cui vivere fecero riecheggiare i suoi studi universitari, in particolare sull’esistenzialismo.

“Ci sono persone che vivono la vita in maniera autentica e altre che ne vivono una fatta di mistificazione. Questo è quello che devi decidere quando decidi come affronterai la tua detenzione, queste sono le osservazioni che feci visitando Folsom”

Michael Mann sul carcere,  da “Michael Mann Cinema and Television: interviews 1980-2012”

La Corsa di Jericho

La citazione di Sartre che apre questo pezzo non è messa lì per fare bella figura. Ho deciso di iniziare questa rassegna con quella frase, di un autore simbolo dell’esistenzialismo, perché sembra descrivere tutti i personaggi di tutti film di Mann: uomini ancorati ad un sistema di valori personale, non importa se condivisibile o meno, che affrontano stoicamente le conseguenze delle loro scelte, indipendentemente da ciò che il destino gli ha messo vicino. La Corsa di Jericho non fa eccezione, anzi programmaticamente mette in scena tutti i temi topici di Mann da subito e in bella vista.

Il soggetto di The Jericho Mile giaceva da dieci anni negli archivi della ABC ed era stato scritto da un insegnante cattolico, Patrick Nolan, che gli aveva dato – a partire dal titolo che ammicca alle famose mura della Bibbia – una connotazione fortemente simbolica e religiosa. Mann lo trova interessante perché ad una buona storia originale riesce a sovrapporre quello che ha imparato visitando le carceri qualche tempo prima, sa che può aggiungerci quella profondità sui criminali che Nolan non gli aveva infuso e che non poteva nemmeno conoscere.

“Molti dei criminali che ho conosciuto in prigione erano dei figli di puttana, affilati come rasoi, erano intelligenti, ti raggiravano come volevano. Questo perché quasi ogni attività espressiva gli è proibita, in prigione sei ridotto alla tua sola esistenza (…) e allora come parli, come ti siedi, persino come ti arrotoli i calzoni diventa uno strumento di espressione importante, un’arma.”

Mann sulla vita in carcere, da “Michael Mann Cinema and Television: interviews 1980-2012” Edinburgh University Press

Con la sua riscrittura Mann convince il network ad affidargli il progetto, un film per la televisione con un budget altissimo, praticamente un budget medio da film per le sale; e Mann ha intenzione di girarlo proprio così: come un film per le sale, in 35 mm e con tutti i crismi, ottimizzando il più possibile sulla troupe e soprattutto scritturando alcuni dei veri detenuti di Folsom come figuranti per le piccole parti. Scelta rischiosa? Assolutamente:

“Per tutta la durata della preparazione tentarono qualsiasi cosa, intendo qualsiasi cosa davvero. Provarono a spaventarci, a farcisi amici, a sedurci, a intimidirci, tutto divenne molto teso (…) C’era un ispanico, sulla trentina ma con i capelli già ingrigiti, beh quel ragazzo aveva strappato il cuore ad un tizio e lo aveva messo sull’altare di una chiesa, ecco con chi dovevamo entrare in sintonia”.

da “Michael Mann Cinema and Television: interviews 1980-2012” Edinburgh University Press

Non male, eh? Figurarsi se oggi un regista o gli studios si assumerebbe mai questo genere di rischi.
Fatto sta che Mann, un po’ per necessità un po’ per amore di realismo, girò dentro Folsom per un paio di mesi e alla fine la troupe, soprattutto il cast, divenne amica dei carcerati – nonostante la pesantezza della situazione venisse comunque ribadita in sottofondo da risse, rivolte e occasionali accoltellamenti tra detenuti. Per amor di realismo Mann fece correre al bravissimo Peter Strauss settanta miglia a settimana in modo che non solo l’attore forgiasse il fisico necessario a interpretare il protagonista, ma anche per farlo entrare nella testa del personaggio.

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Un bell’ambientino

Il film segue la vicenda di un uomo, Larry Murphy, che sconta una pena per omicidio di primo grado per aver sparato al padre scoperto a violentare sua sorella. Murphy è sereno di fronte alla sua pena, sente di aver fatto quello che doveva fare e nulla lo turba nella sua detenzione, dove si allena costantemente a correre i 1500 metri battendo tutti gli altri detenuti di volta in volta.

Nel durissimo carcere di Folsom, che spero sia noto a tutti voi lettori, se non per il bellissimo live lì registratovi da Johnny Cash almeno per il brano di cui Folsom è protagonista, coesistono come nella realtà varie gang accomunate dall’etnia e che si contendono il traffico di droga fuori e dentro la prigione. Queste faccende non toccano Murphy, che disciplinatamente si tiene fuori dai guai e pensa soltanto a correre, senza un reale scopo, solo per vedere quanto può superarsi; il destino però non vorrà che le cose rimangano così e in maniera drammatica gli ricorderà che all’interno del carcere tutto riguarda tutti e ognuno deve fare quello che deve essere fatto.

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All day every day

Coinvolto in una serie di vicende tragiche, Murphy dovrà rimanere lucido e concentrato per salvarsi e nel frattempo affrontare una commissione sportiva che vuole capire se il suo talento è così straordinario da meritare una eccezione in extremis alle qualificazioni olimpiche.

Non è necessario entrare troppo in dettaglio sulla trama, perché essendo un film poco noto in Italia è meglio non rovinarne la visione, quello che è importante analizzare invece sono le circostanze e le tematiche del film.

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Il microcosmo

Al suo primo film Mann stabilisce un microcosmo di persone, ognuna con un suo ruolo simbolico e i suoi valori, in cui tutti vivono le proprie scelte e il proprio ruolo fino all’ultimo: Murphy è l’eroe esistenzialista Camusiano che, novello Sisifo, compie uno sforzo fisico ciclicamente, senza alcuno scopo apparente, per rimanere vivo e affermare se stesso con una routine che gli permetta di rimanere sano di mente in un sistema dominato dal caos; il Dr. D – il capo del traffico di droga nella prigione – è all’opposto il nichilista, distruttivo e autodistruttivo all’estremo. Chiaramente sono destinati ad entrare in collisione perché nel mondo di Mann gli uomini stabiliscono il loro sistema di valori vivendo e morendo per esso. Nel delineare le figure l’autore è preciso, archetipico a volte ma mai scontato, così come non sono scontati i registri con cui comunica le emozioni: basta guardare la scena in cui, con naturalezza e senza sentimentalismi, mostra i detenuti che danno parte della loro razione a Murphy per fornirgli più energia per battere i suoi record. La cinematografia di Mann si raffinerà e contaminerà ma questo snodo importante, questo suo legame fortissimo con gli studi di lettere e con una dimensione decisamente più umanista del cinema di genere rimarranno sempre ben evidenti.

Il film ebbe un grande successo, Mann ricorda che vedeva i bambini giocare a La Corsa di Jericho in strada e la gente nei supermercati citare lo slang carcerario. La Corsa di Jericho si candida e vince l’Emmy lo stesso anno e la ABC allora ha un’idea: giacchè il nostro lo ha girato come se fosse per il cinema, portarlo in sala anziché replicarlo in TV è la cosa più logica da fare. Il film quindi approda anche su grande schermo, anche qui sbanca e nel 1980 il neo-regista si porta a casa pure il premio della Directors’ Guild of America. In maniera bizzarra Mann voleva fare cinema, non si formalizzò a farlo in televisione e la sua televisione diventò cinema, facendogli precipitare premi e stima da ambo le parti e aprendogli la strada per il grande schermo.

Questo rapporto paritario e contaminato, più o meno volutamente,  tra televisione e cinema non terminerà mai e come vedremo più avanti sarà anzi fondamentale per il suo film più acclamato, il neo-noir del 1995 Heat: La sfida.

DVD-Quote:

“La partenza cinematografica di Mann è record come quella di Murphy”
Darth Von Trier, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

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