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I 400 CALCI: dieci anni di cinema da combattimento – LIVE

Passa in fretta il tempo, eh?
Sembra ieri quando – narra la leggenda – mi facevo innervosire dal trailer di un film con Zooey Deschanel e decidevo di aprire uno spazio in cui parlare del vero cinema che conta insieme a un altro manipolo di eroi.
Sembra ieri, ma era il gennaio 2009.
Nel frattempo è successo di tutto: risse, rivoluzioni, collaborazioni incredibili, gadget, quiz e regali per il Rocky Day, premi consegnati e ricevuti, carriere lanciate e stroncate, colpi di scena, lezioni, canzoni, proiezioni, spaccamenti di Twitter e tantissimi bottoni da spingere, libri, fumetti, Convegni Mondiali sul Cinema di Menare, conquista del mondo.
Dopo violente selezioni la squadra si è più che raddoppiata.
Abbiamo scritto roba memorabile, siamo stati accolti da una comunità di lettori memorabili.
Abbiamo scosso i pilastri della critica, e siamo ancora qui a mostrare la retta via innaffiandola di sangue.
E insomma, questa volta vogliamo festeggiare con voi.
Il 19 gennaio 2019, che è un comodissimo sabato, dalle ore 21 di sera saremo a Santeria (via Toscana 31, Milano) a celebrare l’anniversario, ricordare i momenti salienti della nostra vita, presentare la nostra nuovissima Guida da combattimento a Sylvester Stallone (Magic Press), dare nuovi aggiornamenti sulla situazione del cinema di menare (per la prima volta fuori da Lucca!), picchiarci in segno affetto.
Ci saremo TUTTI.
E, stavolta, potete venirci anche voi.

L’ingresso è libero.
L’imperativo è “berne un paio“.
Il divertimento è garantito.
Le botte sono a richiesta (o prenotazione).
Siateci.
Seguirà disco dance.

Chinghialien: la rece di Boar

Bucolico idillio.

L’Australia è una terra popolata principalmente da mostri di svariate forme e dimensioni, ed è quindi curioso che la sua scena cinematografica si sia sempre tenuta più o meno alla larga dalle esplorazioni in territorio “mostri grossi”, preferendo invece, quando si tratta di fare horror, scegliere come antagonista il mostro di medio-piccole dimensioni più devastante che abbia mai calcato il suolo del nostro pianeta: l’australiano. Ancora più curioso è che le rare volte che un regista di quel Paese ha deciso di cimentarsi nel racconto delle scorribande di un mostro grosso la scelta sia quasi sempre ricaduta su candidati poco probabili o comunque con un sottofondo di ridicolo: il coniglio mutante di Primal, per esempio, o il cinghiale di Razorback, a fronte di un intero continente dove anche una creaturina fatta quasi interamente d’acqua è portatrice sana e attiva del morbo della morte.

Perché da quella che è senza alcuna fatica la patria dei mostri, grossi o meno, escono raramente film ascrivibili al genere? Immagino ci siano motivi di budget, o forse la percezione dell’australiano medio è che, boh, un coccodrillo marino è una cosa normale e non una gigantesca macchina di morte perfezionata da milioni di anni di evoluzione? Non lo so, non sono australiano. Il gioviale Chris Sun invece lo è, e Boar, sorta di remake di Razorback (giù giù fino al finale) per la nostra epoca moderna di telefonini e Instagr

PREDABOAR

No, non è vero, non c’è nulla di contemporaneo in Boar, il dettaglio più moderno è che i protagonisti hanno il telefonino che però nel mezzo del nulla dell’outback ovviamente non prende mai, per il resto il film potrebbe tranquillamente uscire dagli anni Ottanta come dagli anni Novanta come dai primi Duemila e nessuno avrebbe niente da dire. È un monster movie di quelli senza tempo, disinteressato alle acrobazie digitali, il cui approccio al, uhm, mostrare il mostro è figlio della scuola Spielberg in Jurassic Park/Ridley Scott circa Alien, ovviamente nessun paragone qualitativo, solo la considerazione che a Chris Sun piace suggerire e inquadrare squarci e far fare rumori alla sua creatura che si aggira tra gli alberi e i cespugli dell’infinita prateria australiana, in una sorta di versione agorafobica della Nostromo dove l’alieno è un porco di tre metri e i corridoi e i condotti di areazione sono sentieri tra i rami e buchi nelle siepi e tanti, tanti fiumi da guadare.

E guada un po’, gli viene anche discretamente bene. SIGLA!

Ammetto di non conoscere l’Australia quindi figuratevi se conosco le comunità rurali che vivono ai confini dell’outback australiano, ma Chris Sun si impegna fin da subito per far passare l’idea che facciano tutti mediamente schifo, e che quindi ci sia solo da tifare per l’arrivo di un mostro mangiauomini che li ammazzerà tutti. Boar è il classico horror di paese alla Tremors, che ci introduce alla vita di tre/quattro gruppi di persone blandamente collegate tra loro e accomunate dal fatto di vivere in un qualche sperduto buco di culo a svariate ore di macchina da un qualsiasi luogo con la densità di popolazione superiore a quella dell’Antartide. C’è così la famiglia di città che è arrivata per andare a trovare il fratello campagnolo, il fattore e il suo amico, la figlia del fattore che è la proprietaria del pub, svariate figure folkloristiche tra cui l’ubriacone locale che sostiene di avere visto una volta un cinghiale gigante carnivoro in mezzo alla strada.

Il bello, o il brutto, è che sono tutti stronzi.

Meravigliosa in particolare è la famigliola felice, padre madre figlia maggiore con fidanzato figlio minore con le cuffiette perché odia tutto. Ci vengono introdotti con una conversazione da macchina durante la quale padre e madre alludono spesso alle loro pratiche sessuali, il fidanzato racconta con gusto alla madre di quella volta che la figlia gli fece un pompino in autostrada, tutti sfottono l’adolescente perché è ancora vergine, poi scattano gli insulti alla mascolinità del padre adottivo, insomma è un disastro sociale messo in scena con tale disinvoltura (e che diventa poi il modello su cui sono costruite tutte le interazioni tra esseri umani nel corso del film) che non si capisce se si tratti di un onesto ritratto dello status quo o di una qualche forma di satira locale che mi sfugge perché non sono australiano.

Resta il fatto che sono talmente una manica di stronzi che riescono a non essere una manica di stronzi solo quando sono da soli, in quel caso sono semplicemente “un* stronz*”.

Nella foto: una manica di stronzi.

Davvero, il gusto con cui Chris Sun si impegna a raccontarci l’inarrivabile sgradevolezza di sostanzialmente tutti quanti (si salva giusto la proprietaria del pub, una specie di Dolly Parton sempre incazzata che è troppo impegnata a respingere maschi tossici a caso per avere il tempo di essere stronza) informa tutto il film e anche l’approccio al massacro, che arriva come una sorta di epifania durante la quale realizziamo che stiamo per vedere morire questo branco di decerebrati, uno dopo l’altro e, si spera, in modi brutti.

OK, è uno dei trucchetti base dell’horror di massacri per mano di mostri, ma diamine se è efficace: non c’è nessuno, né il padre tutto sommato innocuo e interpretato da un insospettabile Bill Moseley in minore, né il simpatico contadino di John Jarratt, esatto, il Mick di Wolf Creek (hi hi) che qui appende al chiodo il costume da cattivo per darsi come tutti in pasto al maialone, nessuno per cui valga la pena smettere di fare il tifo per il cinghiale cattivo. Immaginate di guardare Predator con il cast di Un posto al sole, vi fermereste mai mezzo secondo a pensare “poveri umani, spero che vincano loro”?

Ecco, tutto quanto scritto sopra, almeno finché non arriva Nathan Jones. Dobbiamo parlare di Nathan Jones.

Ritratto di famiglia con Nathan Jones.

Nathan Jones, ex sollevatore di pesi, ex wrestler, ex Rictus Erectus in Mad Max: Fury Road, Nathan Jones è ENORME. In tutti i sensi, non voglio solo dire che è altissimo e muscolosissimo, sto dicendo che è un corpo irreale sul quale è stata innestata una faccia che grida fortissimo FATEMI FARE IL CINEMA, che riempie lo schermo, è l’epitome del gigante buono ma che se lo fai incazzare, e non se la cava neanche male a fare il suo mestiere. Qui è il fratello di campagna della madre di città, ed è senza alcuna fatica il personaggio migliore del film, uno che si fa i cazzi suoi, aiuta le persone in difficoltà, è gentile con tutti, e se serve sfascia di cartoni qualsiasi cosa. Si chiama Bernie ed è l’unico motivo per cui ha senso che ci sia uno scontro finale tra uomo e mostro: è il miglior rappresentante possibile della nostra specie e un ottimo motivo per rimanere incollati al film fino alla fine.

Poi certo c’è l’altro lato dell’equazione: OK la gente, ma il nostro mostro?

TATO

Il nostro mostro è bellissimo, incazzato come un cinghiale, grosso come un rinoceronte e particolarmente creativo nell’uso delle zanne e di altri strumenti di morte. Non viene data alcuna spiegazione della sua esistenza: egli è, e abita l’outback mangiando, squartando e calpestando qualsiasi cosa/persona/luoghi/professioni/animali gli capiti davanti. È inserito nel tessuto del film nella maniera più scolastica ma tutto sommato efficace possibile: compare prima dei titoli di testa per uccidere qualcuno come un serial killer qualunque, lo si intravede un paio di volte durante il primo atto quando fa, fuori inquadratura, un paio di vittime random sulle quali non avevamo ancora investito emotivamente, poi per un motivo o per l’altro tutte le pedine convergono nel suo terreno di caccia e lì si fa buio all’improvviso (no, davvero, succede così, di botto, senza senso) e comincia la parte Predator, la gente inizia a venire decapitata, il volume del gore sale di qualche tacca e via, il film è fatto.

Vi giuro che due minuti prima è pieno giorno.

È fatto con discreto talento e mano più ferma del previsto considerato che parliamo di un film dove le scene d’azione privilegiano le inquadrature strettissime e un po’ mosse per celare il mostro. Certo, volendo fare una menata sulla sospensione dell’incredulità potremmo ridacchiare di quelle due/tre sequenze nelle quali il cinghiale sembra arrivare da ogni direzione contemporaneamente, il che è plausibile nel mezzo del bosco ma lo diventa un po’ meno quando intorno ai nostri amici ci sono chilometri di pianura piattissima, quindi vedete voi quanto siete disposti ad accettare queste soluzioni un po’ assurde ma di innegabile impatto. Il punto è che l’amico Sun usa fino all’ultimo trucchetto – soggettive raimiani, jump scare, momenti quasi slapstick – per dare varietà ed energia al racconto, e dimostra di saperli padroneggiare più o meno tutti, e di questi tempi uno che ha studiato e che non si vergogna di amare il genere è cervello che cola dalle zanne di un cinghiale grosso come una betoniera.

Ci sono problemi qui e là, con il montaggio che a tratti spezza il ritmo saltellando con troppa facilità da una storyline all’altra, con la scrittura che si fa via via più pigra con il passare dei minuti fino a culminare in un finale visivamente soddisfacente ma molto a cazzo di cane, con un paio di soluzioni narrative ben oltre i limiti dell’assurdo e dell’accettabile, e pure con il già citato cattivo gusto generalizzato ogni volta che qualcuno apre bocca, una scelta che ci mette poco a smettere di essere divertente per diventare irritante. Per quest’ultimo problema in particolare la soluzione di Boar è lasciare il cinghiale libero di esprimersi e di fare quello che fa meglio cioè impalare persone sulle sue zanne: a volte non serve nient’altro per essere felici.

DVD quote:

«Feel good boar of the year»
(Stanlio Kubrick, i400calci.com)

IMDb | Trailer

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