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Fight Night: Zodiac

Rubrica settimanale di colonne sonore da combattimento per caricarvi, emozionarvi o perdervi tudifadi nei riverberi.

Artista: Donovan
Titolo: Hurdy Gurdy Man
Dal film: Zodiac

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Buon trentesimo compleanno, Rambo 2 – La vendetta

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“Murdoch… Sono io che vengo a prenderti”

Prigioniero dei vietcong, torturato come oggi oserebbe soltanto un horror, abbandonato dai mandanti della sua missione, dimenticato dal Governo, odiato dai suoi stessi concittadini, John Rambo cede e, su richiesta dei suoi aguzzini che minacciano la vita dei suoi commilitoni ancora prigionieri dalla fine della guerra, chiama la casa base. Poteva comportarsi in qualsiasi modo, poteva dire qualsiasi cosa, poteva prendere tempo, poteva piegarsi alle circostanze con dignità. Ma alla prima opportunità di parlare con colui che ritiene il vero responsabile di tutto sembra invece dimenticare completamente la situazione in cui si trova, e dà una delle risposte più memorabili dell’intero cinema da combattimento.

Dizionario, alla voce "azione"

Dizionario, alla voce “azione”

Il progetto Rambo 2 – La vendetta era a suo modo controverso.
Sylvester Stallone aveva preso il primo film e, da thriller sugli effetti spaventosi della guerra del Vietnam, l’aveva trasformato in un contrattacco morale che accusava il trattamento riservato a quei reduci che rischiano la vita per il loro paese per poi ritrovarsi ad essere osteggiati dalla società.
Però una certa base drammatica era rimasta e anzi, era stato lo stesso Sly ad insistere per chiudere il film su un monologo piagnucoloso. Ma il messaggio arrivato al pubblico era di pura rivalsa: era ora di smetterla di vergognarsi del Vietnam. Era ora di tirare su la testa e vendicarsi. Che i Vietnamiti avranno pure vinto sul campo causando valanghe di morti, spreco di miliardi di dollari, una figuraccia in tutto il mondo di dimensioni epiche, valanghe di gravi traumi psicologici pressoché inguaribili, ma non avevano la minima idea di quante ripicche filmiche li aspettavano, eh, gliel’avrebbero fatta vedere loro!
Fra l’elenco di queste gloriose rivincite fittizie spicca sicuramente la saga di Missing in Action, il film che portò Chuck Norris al picco della fama. Il personaggio del Colonnello Braddock era una declinazione di Rambo spogliata di ogni ambiguità e sensibilità e trasformata nel più dritto e puro degli eroi americani.
La sceneggiatura del sequel viene inizialmente affidata a un giovane James Cameron il quale, per coincidenza, usa lo stesso spunto di Missing In Action: cazzutissimo reduce torna in Vietnam per salvare quei soldati americani ancora prigionieri di cui il governo si rifiuta di riconoscere l’esistenza. La sua idea ha tematiche simili a quelle che userà in Aliens (reduce da evento altamente traumatico costretto a tornare sul luogo del delitto), ma la direzione è – tenetevi stretti, ve lo giuro, l’ho letta – farne un buddy movie con un giovane reporter simpaticone in camicia hawaiiana (modellato su John Travolta). La scusa era approfondire il personaggio (Rambo viene ripescato da un ospedale psichiatrico, non dai lavori forzati), ma il risultato era una versione moscia di 48 ore. Sly legge, risponde con un prevedibilissimo “macheccazzodici”, e se la riscrive da solo.
Di nuovo, le idee di Stallone sono chiarissime: elevare all’ennesima potenza quello che aveva fomentato gli spettatori nel primo film, togliere il grasso. Ad esempio, si fotta la spalla comica per direttissima, tanto per cominciare, e sticazzi anche con il poco onorevole ospedale psichiatrico: il trauma del Vietnam e il 1985 hanno trasformato Rambo in una macchina da guerra che ha rinunciato a qualsiasi sentimento che non sia l’amore per la patria, un eroe invincibile dai muscoli luccicanti che si fa carico del riscatto di un’intera generazione. Simbolico lo spostamento di un dialogo: nello script di Cameron abbiamo Trautman che chiede a Rambo cosa voglia veramente già nella scena in cui lo va a prendere dall’ospedale, e Rambo risponde “qualcuno che, aldilà di tutte queste medaglie, mi guardi negli occhi e mi dica sinceramente «Hey John, hai fatto un ottimo lavoro»”; nella versione di Sly il dialogo è spostato alla fine e Rambo risponde “Voglio che il nostro Paese ami noi, tanto quanto noi amiamo lui”, ed è l’ultimo enfatico scambio prima dei titoli di coda. Privato di un buddy, il personaggio di Rambo risulta ancora più dark nella sua continua solitudine; dal lato opposto, senza un contrasto che lo forzi a specchiarsi, l’eroe diventa praticamente un concetto con le gambe programmato per tradurre in immagini la fantasia escapista più richiesta del momento.
Viene umiliato chiunque aveva bisogno di essere umiliato: i Vietcong, che non riescono a tener testa al solo Rambo; i Russi, che ovviamente spalleggiavano i Vietcong; il Governo, corrotto, bugiardo e ingrato.

Rambo alle terme di Salsomaggiore

Rambo alle terme di Salsomaggiore

Spiegato questo, il film è perfetto.
Ok, perfetto no: ogni santa volta che me lo riguardo non riesco a mandar giù la scena di Rambo che si butta dall’aereo e gli rimane la cinghia incastrata. Potete rigirarla come volete ma non si scappa: è fantozziana. Per 30 secondi, colui che chiama casa quello che voi chiamate inferno sembra il più coglione e sfigato dei dilettanti. Capisco le esigenze di sceneggiatura, serviva una scusa per farlo atterrare nel mezzo del Vietnam senza il borsone con l’attrezzatura , aumentare la suspance e mostrare la sua abilità di guerriero puro, ma il compromesso è letale.
Ma a parte quello, è un film che sa perfettamente cosa vuole e come lo vuole, e va dritto come un treno.
Penso che a parte quelli ovvi, i miei momenti preferiti di Rambo siano quelli in cui lui sembra cazzeggiare sovrappensiero, come nel primo film quando cercano di prendergli le impronte e lui continua a pulirsi le mani dall’inchiostro con nonchalance, e qui c’è un altro siparietto in cui sembra perdersi altrove mentre Murdoch gli spiega la missione e, quando Murdoch se ne accorge, lui gli ripete casualmente l’ultima frase che ha detto.
Ma diciamolo: Rambo è forse uno dei personaggi principe che a un certo punto hanno diviso il pubblico in quelli che hanno almeno una vaga idea di cosa voglia dire fare l’attore e quelli che hanno iniziato a urlare “hahaha Stallone è inespressivo” a casaccio. Stallone, in questo film, è semplicemente enorme. Rambo non è inespressivo: Rambo è un animale traumatizzato. È una macchina da guerra con cicatrici irreparabili. In questo sequel perde la sua parte sensibile, quella che nel primo film lo faceva scoppiare in lacrime mentre ricordava il piccolo sciuscià che gli era esploso addosso, e fa risaltare al suo posto quella eroica spingendola a livelli iperreali, mentre George Pan Cosmatos in cabina di regia indugia occasionalmente sul suo fisico opportunamente lucidato come il senso estetico anni ’80 esigeva. Ma Sly è concentratissimo: quel tipo di concentrazione che gli permette di essere sempre nella posa plastica giusta al momento giusto, ma anche di abitare completamente il personaggio e, fra un eroismo e l’altro, non dimenticare il trauma che l’ha portato ad essere il guerriero più letale del mondo, con gli occhi che a seconda delle occasioni si divorano la scena di pura grinta o diventano spaventosamente assenti, come un fantasma che si astrae per non provare dolore o rimorso. E se da una parte il personaggio di Co Bao gli tira fuori quel poco di umanità che gli è rimasta (è in una scena con lei che Sly usa per la prima volta il termine “expendable“, dandone una definizione morettiana), dall’altra, cazzo, quando sbuca dal fango e attacca col machete sarà colpa del 2015 ma più che un action pare di vedere uno slasher. E in un certo senso è un peccato che questo suo lato più psicopatico, la vera eredità del libro, venga continuamente smorzato dalle scene più spettacolari come il trucco scemo con cui incula il generale Podovsky (il leggendario Steven Berkoff in una di quelle gloriose marchette con cui finanziava i suoi spettacoli di teatro d’avanguardia). Perché c’è poco da fare: quando va a prendere Murdoch, se commetti l’errore di immedesimarti in Murdoch ti caghi addosso. E quando pronuncia l’ultima frase, e di colpo gli trema la voce, capisci che ci crede davvero.

Anger Games

Anger Games

Alla sua uscita, dicevo, Rambo 2 fu controverso: prevedibilmente, non tutti erano d’accordo su come glorificava subdolamente la guerra in Vietnam sorvolando sui motivi del conflitto come se fossero implicitamente giusti in favore di riscattare, con populismo facile, coloro che ci avevano rimesso la vita o la sanità mentale per eseguire gli ordini. Ma Sly stava solo rispecchiando le esigenze del suo pubblico, e soprattutto quelle del suo Presidente, quel Ronald Reagan di cui il personaggio interpretato da Sly nel suo film successivo Cobra, porta una bella foto incorniciata in formato A4 sulla scrivania.
È impossibile ignorare del tutto l’aspetto politico in un film che – con opportuno mix di sincerità e scaltrezza – minimalizza volutamente la sua struttura e i suoi personaggi allo scopo preciso di farlo risaltare, e che così facendo è diventato il simbolo/bersaglio per eccellenza per chi voglia attaccare certe tendenze degli action di rispecchiare un determinato schieramento ideologico.
Ma preferisco ovviamente ricordarlo per la figura leggendaria e i momenti iconici che ha regalato al cinema di genere.

Rambo 2 – La vendetta uscì negli USA il 22 maggio 1985.
A fine corsa, divenne il secondo maggiore incasso dell’anno dietro a Ritorno al futuro.
E, quasi immediatamente, la parola “rambo” entrò nel linguaggio comune dove tutt’oggi identifica il concetto stesso di eroe patriottico e violentemente vendicativo.
Ottimo lavoro, Johnny.

>> IMDb | Trailer

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