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L’incursione – Liberazione: la recensione di Jailbreak

Le regole della casa di Adinolfi

Ce l’hanno fatta. Stan Lee e Kevin Feige ci sono finalmente riusciti e l’unico passo che li separa dalla conquista dell’universo è lo scongelamento di Walt Disney. Rettifica: parlare di universo è ormai obsoleto. I laboratori Marvel di Manhattan, infatti, hanno apparentemente trovato un metodo per viaggiare fra le varie Terre che compongono il multiverso. E fatalità, con la collaborazione di uno scienziato gigolò disertore di Valverde che rimarrà innominato, il primo esperimento di contatto è stato fatto con l’universo Terra: maccosa. La prima persona a uscire dal varco è stato Jimmy Henderson, la versione maccosa di Gareth Evans. Jimmy non è gallese, ma italiano. Viene da Milano e nelle poche interviste rilasciate ha rivelato che il suo vero nome è Daniele (il cognome, nella sua Terra, è uno spazio bianco).

Non so perché, ma non sento il bisogno di specificare

Jimmy, affabile come suggerisce il suo nome, si è curiosamente interessato alla cultura della nostra Terra. Essendo mica scemo, ha lasciato Milano e Londra e se n’è andato al caldo in Cambogia. Proprio come Evans, ha scoperto la passione prima per lo sport – non il rugby, bensì il sepak takraw – e quindi per il cinema di queste parti. Ma essendosi approcciato ai film di qui con anni di ritardo rispetto al doppelgänger Evans, la sua formazione è stata in modalità Corto circuito: tutto e contemporaneamente. Autodidatta, per sua stessa ammissione i suoi registi preferiti sono Kubrick, Pasolini, Haneke, Argento, Von Trier, Refn, Miike, Kim Jee-Woon, Korine, Kim Ki Duk, Verhoeven, Park Chan Wook, Jodorowsky, Lynch e Dumont. Ricapitolando: stiamo per vedere il The Raid – Redenzione del Gareth Evans maccosa, appassionato di Jodorowsky, Lynch e Dumont… Venduto a prezzi altissimi, con Jimmy già di diritto nel mio pantheon dei sultani insieme a Panna Rittikrai, Stevano Calvagna, Herzog e Gualtiero Jacopetti. La sigla, perdio!

Il trafficone Playboy viene arrestato. Per risparmiarsi un soggiorno nelle poco eleganti carceri cambogiane, decide di vendere l’identità del vero capo della potentissima gang Butterfly. Che si scopre essere condotta con pugno di ferro dall’ex attrice porno Katsuni (all’anagrafe la franco-vietnamita Céline Tran) dopo tre mesi di lezioni di katana e di dizione khmer. La boss con la spada, comprensibilmente scocciata dal tradimento, si organizza e assolda un Uruk-hai che tiene famiglia per far massacrare lo spione in carcere. L’orrido Playboy è protetto dagli sbirri che lo hanno trasferito in carcere. C’è l’Iko Uwais di Phnom Penh che interpreta l’eroe fallace; il suo amico/rivale nonché grosso candidato a una bromance piena di violenta tensione sessuale, incarnatosi in un poliziotto francese inspiegabilmente in trasferta in Cambogia; la Michelle Rodriguez del sud-est asiatico; un personaggio sfigato quanto Bruce Harper interpretato dallo Yayan Ruhian khmer; e un secondino a caso e senza nome, che da un momento all’altro si scopre essere un menatore di proporzioni fabbro ferraio. Il gruppo, costantemente diviso, si fa strada nel labirinto del carcere piallando orde su orde di detenuti che paiono zombie particolarmente ritardati. Sul serio: non sanno correre, sbattono da soli contro i muri, inciampano su se stessi, cadono in gruppo tutti insieme come birilli e si accasciano anche se non colpiti. Sembra un dungeon di Diablo 3, con gruppi di nemici sempre più forti via via che ottengono l’upgrade delle armi – che fa salire le statistiche. Mandrie di galeotti intervallati da mostri élite, come il gigante cannibale che non sente il dolore, il viscido con coltello e capello pettinato all’indietro in omaggio a ogni stereotipo dello spacciatore di cocaina, quello vestito da secondino, un francese di colore con la zeppola di Mike Tyson che, nei 60 minuti di film precedenti alla sua comparsa, era stato mostrato in un’unica inquadratura. Muto. Sullo sfondo. Il tutto con lo spauracchio del boss finale, la patonza con katana.

Un boss della mala sobrio

Nel terzo film di Jimmy Henderson ci sono un miliardo di difetti da eccesso d’entusiasmo (livello adolescente in overdose di Redbull) che sbatte forte la testa contro inesperienza e ingenuità. È un onesto tentativo di frullare indiscriminatamente una gran quantità di influenze, omaggi e amori cinematografici. Il vicino di casa The Raid su tutti, ma anche il Guy Ritchie pre-Madonna, il Park Chan-wook vendicativo, le rimasticazioni tarantiniane di Kill Bill, i personaggi e le situazioni esagerate di Takashi Miike. Il tutto organizzato in una struttura evidentemente da picchiaduro a scorrimento in tre dimensioni. Con interpreti vicini, per carisma, ai personaggi di Street Rage.

C’abbiamo anche il cannibale

Jailbreak è il tipo di film che tutte le volte che la macchina da presa sventaglia, ha il suo rumorosissimo effetto sonoro. Al netto di tutti i maccosa, Henderson ha anche, obiettivamente, una manciata di spunti validi. Le botte, innanzitutto, sono davvero davvero tante. Il prologo ci mette poco a esaurirsi, poi volano solo schiaffoni. Che seppur non girati in maniera perfetta, c’è qualche incuria evidente, sanno essere fantasiosi e soddisfacenti. Il gruppo dei supposti eroi, poi, mostra inizialmente un grado variabile di moralità all’idea di dover salvare, per dovere, un personaggio esageratamente disgustoso e odioso (nonostante il ruolo di spalla comica) come Playboy. Quindi, volendo, c’è anche un percorso narrativo fatto di dettagli lasciati lì tra un calcio e l’altro. Che peraltro si conclude, il percorso, con un finale che lascia aperte le porte di un sequel. Contando che il cinema calcista cambogiano – nel reparto action, in quello horror i ragazzi sono molto più avanti – è passato da zero a Jailbreak in un giorno, il prossimo tentativo potrebbe essere interessante. A meno che Daniele Jimmy Henderson (nel frattempo prontamente tornato all’horror con Final Semester) non si trovi costretto a tornare su Terra: maccosa.

DVD-quote:

“Mamma la tenerezza”
Toshiro Gifuni, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

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