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Fight Night: Rocky IV

Rubrica settimanale di colonne sonore da combattimento per caricarvi, emozionarvi e ricordarvi di rimanere in forma mentre noi ce ne andiamo in ferie per due settimane. Si riapre mercoledì 7 gennaio 2015. Buon Rocky Day, e buone vacanze!

Artista: John Cafferty
Titolo: Hearts on Fire
Dal film: Rocky IV

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Speciale 1984: Natale di sangue

«Giggobbè».

«Giggobbè».

Pagherei oro per poter tornare indietro nel tempo e godermi le facce di tutti coloro che sono al cinema a spararsi la prima di Silent Night, Deadly Night. È il 1984 e, con un titolo del genere, uno entra in sala con la mente che corre subito a variazioni sul tema del massacro casalingo – che sia per mano di un serial killer o di un’entità soprannaturale è l’unico dubbio che rimane. Sono gli anni in cui “horror” si identifica più con Non entrate in quel collegio che con Le colline hanno gli occhi, e con ciò voglio dire che la fine degli anni Settanta aveva scoperchiato un vaso di Pandora fatto di “metti il mostro nel quadretto familiare”, e ci si concentrava più volentieri sul sovvertire l’ordine costituito casalingo/domestico che sull’andarsene in giro in luoghi desolati incontrando creature orride. Tanto è vero che gli anni Ottanta saranno un bagno di sangue per la famigliola media americana, e uno se ne può accorgere anche semplicemente guardando a Twin Peaks come alla culminazione intellettuale e ripulita di quel percorso.

E d’altronde appena un mese dopo quel 9 novembre, quando l’uscita di Silent Night, Deadly Night fa infuriare anche Siskel & Ebert, al cinema arriva praticamente lo stesso film, intitolato Non aprite prima di Natale!che per quanto non carente in shock factor non solleva neanche un decimo delle polemiche del suo predecessore, né si registrano petizioni per portarlo fuori dalle sale come accaduto in Inghilterra con il film di Charles Sellier. È facile far risalire tutto alla ormai storica campagna di lancio di Silent Night, Deadly Night a base di Babbi Natale armati di ascia che rovinano l’immagine del genetliaco del Cristo e sconvolgono i bambini, e ridere della richiesta della sempre ineffabile PTA di estirpare il morbo dalle sale cinematografiche. Tutte balle che nascondono una verità ben più interessante: Natale di sangue, così l’abbiamo sobriamente intitolato da noi, non è e non è mai stato lo slasher che la gente si aspettava andando al cinema. Nelle parole dei due più influenti critici cinematografici della storia:

Rido sempre di gusto quando sento tessere le lodi del remake «più psicologico e introspettivo» del primo Halloween, che peraltro già di suo era un film sulle origini del male più che sulle sue azioni. Rido perché la stessa intuizione – prendere una notte di massacri e costruirci intorno un character piece che li giustifichi e ci aiuti a empatizzare, se non a giustificare – sta dietro a Natale di sangue, che degli slasher classici ha solo le secchiate di plasma e che si appoggia nel suo incedere più agli horror psicologici anni Settanta che al rassicurante alternarsi di scena di morte-scena di dialogo di un Nightmare o un Venerdì 13. La scelta di procedere in rigoroso ordine cronologico nella narrazione è l’espediente formale più semplice che ci sia per insinuare tensione e causare shock quando esplode; in termini tecnici si chiama «non lasciar capire dove il film voglia andare a parare», a partire dall’uso di quella che si rivelerà essere una doppia introduzione – senza considerare il dettaglio, che potenzialmente è uno SPOILER, che il serial killer di turno è quello che il film pone al centro del suo discorso. Il protagonista, mi pare si chiami.

Conosciamo Billy Chapman tre volte nel corso. Prima a cinque anni, in visita al vecchio nonno rincoglionito delle montagne dello Utah: la classica scena del “vecchino inquietante” che spiega al nipote che Babbo Natale punisce i bambini cattivi, e che prelude a una storia camp fino al midollo, con un maniaco vestito da Santa che assedia la casa della famiglia Chapman, o forse con un qualche antico demone che si manifesta prendendo le sembianze dell’omino dei regali che però non esiste. Sbagliato: Babbo Natale è un ubriacone che massacra la famiglia di Billy sotto i suoi occhi. OH OH OH!

«OH OH OH!».

«OH OH OH!».

Dopo un secondo atto breve e senza eventi (cioè senza morti, ma in realtà centrale per lo sviluppo della vicenda), che si concentra principalmente sugli abusi e le torture che la madre superiora dell’orfanotrofio dove è finito Billy perpetra sul ragazzino, comincia a subentrare una sottile confusione. L’assassino è sparito, né era mai stato caratterizzato a sufficienza da far pensare in un suo ritorno, e tutto quello che stiamo subendo è una lenta e metodica decostruzione di tutto ciò che di bello ci hanno sempre raccontato sul Natale. Il disagio che Natale di sangue insinua è amplificato quando si ammette con sé stessi che Billy ha, sotto sotto, perfettamente ragione: il mistero sull’identità di Babbo Natale e sui suoi veri scopi, l’insistenza sul concetto di “punire i cattivi”, l’idea di un vecchio con la barba che spia i bambini 365 giorni l’anno per giudicarli. C’è qualcosa di malsano nell’estetica stessa del Natale, e Sellier, che pure è un regista piuttosto normale, lo capisce e preferisce farsi da parte e far sì che siano luci, addobbi, bambole ghignanti e barbe posticce a martellare la coscienza del povero Billy, tormentato dal concetto piuttosto cattolico di “peccato” applicato a una figura pagana e che lui stesso ha visto “punire” i propri genitori a colpi di pistola e coltello alla gola.

Con tempismo perfetto, è quando incontriamo Billy diciottenne e manovale in un negozio di giocattoli che i pezzi del puzzle vanno a posto: Sellier e Michael Hickey, il cui trattamento riservato a quella che è un’istituzione del consumismo cattolico d’accatto gli è sostanzialmente costato la carriera, hanno torturato un infante per mezz’ora, e con un salto temporale ce lo ripropongono che è diventato un sandrone di due metri con la mascella da surfista, bello e gentile e sempre disponibile ma, sotto la crosta, cotto a puntino per inscenare una versione estrema della sindrome di Stoccolma. Rapito dal Babbo Natale sbagliato e trascinato con violenza in una dimensione psicologica in cui tutto è peccato e il ciccione con la barba il giudice supremo, Billy finisce per spezzarsi e cadere definitivamente ai piedi del suo simbolico aguzzino, abbracciandone l’identità e diventando il Santa Claus Killer le cui gesta sono poi il cuore del film.

Sopra: Dave Mustaine

Sopra: Dave Mustaine.

Natale di sangue è un film sacrilego, la cui tesi di fondo è che non esiste nulla di sacro, e tutti i valori positivi che attribuiamo ai simboli della nostra civiltà sono artefatti, una forma di autoconvincimento e autorassicurazione che ci autoimponiamo per trascorrere delle feste serene e per convincere i nostri bambini a non cacare il cazzo tutto l’anno. Il terzo atto, il più lungo e violento, lascia smarriti: tutta la violenza che vediamo – e ce n’è tanta – è frutto di un percorso, di un concorso di colpe, della dannatissima sfiga di vivere in un mondo in cui un ladro vestito da Babbo Natale può sbronzarsi abbastanza da dare origine, tredici anni dopo, a un serial killer.

Prigioniero della sua mente e della sua personale mitologia, Billy è poco più che un animale, che Sellier si diverte a far giocare con i simboli del compleanno di JC from Bethlehem per dissacrarli e sfotterli: valete davvero qualcosa, palline colorate e sbrilluccicose, se qualcuno decide che rappresentate uno stupro per strada invece che la gioia per l’arrivo del Natale? In questo senso il film è più psicologico della media degli slasher, pur abbondando nella carnalità: ogni colpo d’accetta non è solo il brivido di un colpo secco che ammazza un personaggio, ma il ricordo di violenze, drammi e sfighe varie che hanno tormentato il povero Billy.

Non è per niente un film divertente, e non è facile dirlo di un horror con decine di morti e un Babbo Natale omicida. Né certi eccessi didascalici, e un finale accettabile ma rovinato da una sciocca strizzatina d’occhio, ne riducono l’impatto: dura solo un’ora e venti ma Natale di sangue è sfiancante, e come dice l’uomo della strada ti fa pure sentire un po’ sporco dentro.

D’altra parte c’è una tizia con le puppe di fuori che viene impalata sui palchi di una testa di alce impagliata quindi ecco, non vorrei aver dato l’impressione che stiamo parlando di Lars von Trier, altrimenti non vi consiglierei mai di tutto cuore il recupero immediato.

Foto 4

«E se non fate i bravi, bambini, arriva Lars von Trier».

DVD-quote suggerita:

«Molto meglio dei miei film»
Lars von Trier

IMDb | Trailer

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L’Amore Bugiardo: roba da sbobinare il cervello

L’ultimo Fincher, che chiamerò con titolo originale Gone Girl per protesta contro la versione italiana “L’Amore Bugiardo”, roba di un’imbecillità özpetekiana, si apre con la voce di Nick Dunne (Ben Affleck, un uomo qualunque sconsolatamente ottuso – se dopo questo ruolo riesce ancora a essere un Batman credibile, diventa direttamente il più grande attore di tutti i tempi) che accarezza dolcemente la testa della moglie, e si chiede cosa succederebbe a “sbobinarle il cervello” (“unspool her brain”). In realtà quello di Amy (Rosamund Pike) non è l’unico cervello del film che avrebbe bisogno di una bella sbobinata, anzi Fincher e Gillian Flynn, che ha steso la sceneggiatura partendo dal proprio romanzo, sembrano dirci con estrema amarezza che tutti fingiamo, che la verità non esiste, che l’amore è la bugia più grande e più indecente di tutte. Non il tipico materiale calcistico, è vero, ma pur sempre un thriller solidissimo con due scene in particolare contenenti una più che discreta quantità di sangue.

Tipico marito distrutto dal dolore

Tipico marito distrutto dal dolore

Dal momento della scomparsa di Amy, regna una freddezza insostenibile. Nessuno sembra poi così preoccupato per lei: né il marito, né la cognata, né i genitori. Se fosse sparito il gatto di casa, c’è da scommettere che sarebbero stati tutti più traumatizzati; ma della bellissima, intelligente, dolce Amy dopotutto non frega un cazzo a nessuno. Marito e cognata passano il tempo a raccontarsi quanto Amy in realtà fosse una stronzetta insopportabile, i genitori più che altro sono preoccupati per il destino dei loro libri per ragazzi, la collana “Amazing Amy” ispirata a una versione ultra-idealizzata della figlia. Fermiamoci un attimo e facciamoci una domanda puramente incidentale: se una bambina nasce da due genitori psicanalisti altoborghesi che scelgono di ignorare la sua vita reale e preferiscono ricrearla attraverso disegnini e storielle edificanti, quante possibilità ci sono che quella bambina da grande diventi una psicopatica sfrenata? Ecco. Andiamo avanti: insomma Amy pare davvero essere un personaggio letterario e niente più, un ologramma collettivo. Nella prima parte del film l’interrogativo pare essere non solo “è stato il marito a ucciderla?”, ma anche “esiste davvero?”.

O forse esiste solo Amazing Amy

O forse esiste solo Amazing Amy

Poi la versione dei fatti cambia di colpo e i piani temporali si incastrano, la vicenda è raccontata dal punto di vista di Amy stessa, e diviene evidente che la sua grama sorte è il frutto estremo di una temeraria ricerca della propria identità che non si ferma davanti a nulla: uccidersi, uccidere, giocare col destino proprio e altrui, assumere ruoli di volta in volta diversissimi, sono per Amy niente più che un esercizio di stile. Niente e nessuno ha valore per lei, defraudata affettivamente, sessualmente, finanziariamente; i due personaggi maschili principali, pur diversissimi, la trattano allo stesso modo: la danno per scontata, pensano di “possederla” grazie all’anello nuziale o o al denaro, ma non riescono a renderla una figura meno sfuggente; anche quando vogliono imporle un destino finale scritto da loro, le cose non vanno come previsto. Amy è un costrutto mentale celato da innumerevoli strati di finzione, allo stesso tempo vittima sacrificale all’altare della frustrazione e fredda calcolatrice; possiamo fare il tifo per lei? Sì. Possiamo fare il tifo per il marito assassino? Sì. E senza alcuna contraddizione.

In definitiva, ciò che è veramente successo nel passato dei coniugi Dunne rimane ammantato di mistero, poiché dipende dalle ricostruzioni di due personaggi per niente attendibili. Nick è davvero un marito violento che picchia la moglie? Prima sembra di sì; poi sembra tutta una balla; poi però lo vediamo in azione. Il discorso vale per molti elementi della narrazione, continuamente rivoltati e svuotati di credibilità: sta allo spettatore decidere a che cosa credere, in quale proporzione. Da questo punto di vista, Gone Girl è il perfetto punto d’incontro del noir anni ’40 con la femme fatale, il sospettato ambiguo e polizia che brancola nel buio, e la narrazione postmoderna polifonica in cui la verità è ciò che ognuno fa di essa, da Pirandello a Rashomon a I Soliti Sospetti. Con sentiti ringraziamenti al gatto di Schrödinger, che potrebbe proprio essere il gattone di casa Dunne (oppure no).

Amy Dunne is alive or dead

Amy Dunne is alive AND dead

Quanto al presente filmico, la versione che alla fine viene accettata è anche la più debole e facilmente smontabile dalla logica – ma è anche quella che piace di più al pubblico. L’affresco tremendamente misantropico e nichilista dipinto da Fincher abbina alla freddezza dei congiunti di Amy anche la grettezza morbosa dei media: l’avvocato di Nick dice chiaramente che la sorte del suo assistito non dipende dalla verità ma dall’opinione del pubblico televisivo (lunghe sequenze sono dedicate alla partecipazione di Nick a talk shows tipo Bruno Vespa ma senza il plastico di Cogne), ed è questa stessa opinione, alla fine, a permettere il trionfo di tutto il peggio possibile: la finzione, i ruoli sociali, l’ipocrisia, la sfiducia – cioè la normalità. La schifosa normalità dei bugiardi, degli idioti e dei vigliacchi. La schifosa normalità di gente che considera la figa depilata una roba da depravati. La schifosa normalità che la gente chiama “matrimonio”.

Gone Girl, nel suo incedere da thriller a whodunit a slasher, scivola progressivamente verso una sgradevolezza pesantissima e lascia la sensazione di una patina di fango gelido attaccata addosso. Raggelante, angosciante come e più di Zodiac, è un film dissanguato, arido; Fincher fa recitare i suoi protagonisti come rettili visti dall’interno di un terrario, facendoli muovere meno possibile, rendendoli asettici, antipatici, volutamente bidimensionali. Persino la scena più cruenta (l’unica veramente calcistica, in effetti) è concepita, svolta e presentata in modo freddo e utilitaristico, senza sorprese, senza emozione né catarsi. Non c’è nulla di totalmente vero o totalmente falso nel mondo di Gone Girl, e niente per cui valga davvero la pena vivere, morire, uccidere o uccidersi. Che non sono due cose così diverse.

Sì o no? Deciditi!

Sì o no? Deciditi!

PS: qua in UK ci si dà un gran daffare per decidere se Gone Girl è un film femminista o maschilista e se Gillian Flynn stessa è una femminista o una misogina sotto mentite spoglie. Non ho affrontato la questione perché secondo me non ha senso; se volete approfondire, qui c’è una parte di dibattito ma anche molti spoilerzzzzzzz.

DVD-quote:

“Ti lascia la sensazione di una patina di fango gelido addosso”
Cicciolina Wertmüller, i400calci.com

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Farsi le pugnette colorate: The Guest

THE GUESTL’idea di cinema di Adam Wingard sembra molto semplice: prendere un genere, prenderne un altro, catalogarne i topoi, esaltarne l’estetica e spingere tutto verso limiti dove il riferimento didascalico e l’ispirazione più brillante si mischiano diventando qualcosa di molto moderno e nuovo, solitamente delineato da una costante comica infallibile. Lasciando che Simon Barrett scriva le sue sceneggiature, Wingard può dedicarsi esclusivamente allo studio sui generi modellando attraverso questi la solida base narrativa, finendo per portare la storia dove vuole il genere e non viceversa, cosa che in The Guest sembra essere alla base di qualsiasi scelta estetica, stilistica e di produzione. La forza, poi, sta nel non fare di tutto questo una macchinetta automatica di cliché ma un’occasione per ricordare che il vecchio è vecchio solo se lo si tratta come tale, perché se lo si tratta come nuovo, allora, The Guest.
Che questo film sia una dichiarazione d’amore agli anni ’80 al limite del morboso probabilmente lo sapete già. Non è solo quello, ma più che altro sì. Ad Adam Wingard piace farsi le pugnette, sapete anche questo: gli piace farsi le pugnette e appiccicare al muro le foto dei suoi miti con il liquido risultato, e qui a numero di foto per pugnetta Carpenter vince a mani basse con un totale di tante pugnette a molte foto. Nel film, si viaggia tra lo slasher più delicato e la dicotomia rurale/governativo degli sci-fi più classici, quelli in cui succedono cose in un posto e poi tutto taglia su gente in cravatta che discute della fine del mondo. Quindi diciamo Halloween e They Live, più o meno, nell’idea generale del fare le cose, nulla di troppo specifico. Halloween è forse l’unico film veramente palesato come riferimento, visto che The Guest si svolge poco prima di tale festività e ogni singola inquadratura contiene almeno una zucca, della caramelle, delle decorazioni, degli spaventapasseri vestiti a festa. Come una dichiarazione d’intenti, anche la più accogliente delle case ha qualcosa di sinistro attacato al frigorifero. Il resto poi è tutta una gara a chi s’inventa il pretesto migliore per innondare i protagonisti con luci colorate, zoomare il più possibile e sparare sintetizzatori a manetta. Per quest’ultima è stata scritta un’intera sottotrama riguardante una playlist. A MANETTA. BLU ROSSO VERDE BLU BLU BLU ZAN ZAN ZOOOOM BUUUM ROSSO GIALLO VERDE BLU I COLORI POWER RANGERS. Tutto, ovviamente, è stupendo (un saluto al direttore della fotografia, Robby Baumgartner, uno che ha fatto il tecnico luci in un botto di roba figa, e si vede).
The Guest è fondamentalmente due cose: una parte ovvia, intuibile già dal trailer, e una meno palese, che non vi starò a raccontare. La prima è la premessa, e vede David andare a casa della famiglia del collega militare morto in Afghanistan, diventare amico di tutti coi suoi modi da vero americano e iniziare a proteggere i più deboli. Nel frattempo, gente in città inizia a morire e sorella di tizio morto sospetta cose. Questa è la parte facile, in cui tutto è ovvio come Van Damme tra i cinesi ma divertente proprio per questo. La parte successiva è quella dove esplode tutto, e vi ho già detto fin troppo: questo è un film che, più di altri, è meglio se affrontato il più possibile  nell’ignoranza, lasciando che i misteri vengano svelati nell’asciutta comicità che a Wingard riesce bene quanto le luci colorate. È divertente? Sì. È un po’ thriller psicologico e un po’ horror? Sì. È action? Oh, sì. Questo dovete sapere, questo avrete, e poi qualcosa in più. Dan Stevens nei panni di David è più sorprendente di quanto mi sarei mai aspettato da uno che è famoso per Downton Abbey, ma è quando condivide la scena con Maika Monroe, la sorella di tizio morto, che le scintille saltano, la recitazione vince, l’armonia trionfa tra le luci e le tastiere: se dovete girare un film coi neon colorati scegliete dei protagonisti coi capelli biondi e il resto verrà da sé (pensa, lo insegnava anche Drive). Ricordatevi le parole che sto per dirvi, come Dolores Point Five le ha dette a me, come sua madre prima di lei, e sua madre prima ancora: SCENA DI DOCCIA.
La vera sorpresa di The Guest, comunque, è quanto sia davvero divertente, quanto ogni scelta, anche la più ridicola, funzioni grazie a un contesto costruito in maniera impeccabbile. Forse, finita la visione, tende a sfumare via come succedde con le cose più leggere, come un’ubriachezza al neon che svanisce appena si esce a prendere una boccata d’aria, ma non importa: finché dura è una figata.

And now, vaginas.

And now, vaginas.

DVD-quote:

“A MANETTA”
Jean-Claude Van Gogh, i400calci.com

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Trailerblast: Vendetta dal futuro

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Il trailer di Wild Card e il punto su Jason Statham

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Jason, Jason, Jason.
Me lo ricordo quando annunciarono questo progetto.
Tu eri in piena ascesa: avevi appena fatto The Mechanic, stava girando il trailer di Killer Elite (quello con la canzone degli Scorpions), avevi annunciato Parker, iniziavi a circondarti di co-star di un certo livello, sembravi essere lì per dimostrare che era ancora possibile, negli anni ’10, rifare la carriera di Charles Bronson senza abbassarsi a fare commedie per famiglie del cazzo come The Rock e Vin Diesel.
Questo progetto, in particolare, sembrava una bomba.
Ad essere onesti: sembrava La Bomba quando iniziarono a volare i primi titoli che dichiaravano “Brian De Palma dirige un remake di Heat con Jason Statham“, e poi giusto un pelino meno bomba quando leggendo tutto scoprivi che non era Heat di Michael Mann ma Heat con Burt Reynolds, un film del 1986 (e quindi un Reynolds già in fase ampiamente calante) uscito in Italia con il titolo Black Jack.
Però era sempre di Brian De Palma, uno dei Più Grandi.
E la sceneggiatura, nonché il libro da cui era stata tratta, era di un altro dei Più Grandi: William Goldman (Butch Cassidy & Sundance Kid, Tutti gli uomini del presidente, Il maratoneta).
E poi cos’è successo?
Innanzitutto, Jason, tutti i tuoi film dal primo Expendables in poi sono stati accettabili quando andava bene, e noiosamente inutili quando andava male. Roba da pilota automatico, senza guizzi.
Ogni tentativo di salto definitivo di qualità è andato a vuoto, ogni tentativo di diversificare con qualcosa di meno movimentato passato nella più pura indifferenza.
Negli Expendables 3 ti sei accontentato di passare da co-protagonista a semi-comparsa come tutti gli altri.
La grande occasione persa: il ruolo da protagonista nel quarto Transformers, che sembrava tuo ma alla fine è andato al più commercialmente affidabile (e americano) Mark Wahlberg.
Ma quando il tuo prossimo progetto è il sequel di The Mechanic, che a suo tempo fu considerato un successo medio/deludente e però è rimasta nettamente la tua cosa migliore post-Crank, significa che si stanno avvicinando pericolosamente i titoli di coda.
E Brian De Palma?
Non ne parliamo.
Esce Passion, ed è una roba brutta che non ci si crede.
Talmente sciatto, superficiale, ridicolo e francamente impresentabile da ricordare a tratti l’ultimo Dario Argento.
No sul serio, l’avete visto? Non so cosa gli sia successo ma ce lo siamo persi di brutto, regaz.
Roba che quando Brian rinuncia al progetto è quasi un sospiro di sollievo, anche se il suo sostituto è Simon West, uno che quando è in buona gli puoi chiedere al massimo di essere competente e divertente, ma che non è sempre per forza in buona.
E The Rock e Vin Diesel? Niente di che, sono solo i protagonisti della saga che negli ultimi anni sta davvero tenendo altissima la bandiera dell’action ai botteghini mondiali, l’unica capace di fare soldi veri senza pigiami, superpoteri o regazzine pseudo-emancipate ma con botte, auto che si sfrociano e tamarraggine a strafottere.
Un po’ quello che dovevi fare tu, Jason.
Non puoi negarlo: te ne sei accorto tu stesso, e hai elemosinato un ingresso dall’entrata di servizio.

Comunque, in un modo o nell’altro il film viene messo in saccoccia, gli viene cambiato il titolo in Wild Card (perché il protagonista si chiama Nick Wild, eh, non so se rendo) ed ecco qua sotto il trailer:

Com’è?
Ve lo dico io com’è: è un trailer fatto probabilmente da un robot programmato per selezionare sequenze a caso in ordine semi-cronologico e montarle in un mucchio indistinto di 2 minuti e 33, con l’idea che l’unica cosa che conta è mostrare Jason Statham nei soliti panni di se stesso, e che questa è l’unica informazione che serve sia a chi lo vuole vedere che a chi non lo vuole vedere.
Noi, nonostante tutto, ce lo vogliamo ovviamente vedere.

P.S.: c’è da ammettere però che il cast di The Mechanic 2, che prevede Jessica Alba, Tommy Lee Jones e Michelle Yeoh, è effettivamente intrigante. Chissà. Dopotutto, rispetto a una concorrenza che oggi prevede anche gente come Liam Neeson e Denzel Washington, il Jason è ancora relativamente giovane.

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Non è un paese per calci: la recensione di Il ragazzo invisibile

Non vi dovete vergognare se quando avete saputo che sarebbe uscito un film italiano sui supereroi avete sentito una strana sensazione in petto, qualcosa di sopito che non sapevate nemmeno di avere nel cuore, un sentimento che mescola il tradizionale hype da “film atteso” con un inedito senso patriottico. In molti vi chiameranno stolti per aver avuto fiducia in un film di Salvatores che voleva fare quello che fanno gli americani, vi diranno che era ovvio già da Nirvana, che bastava guardare il trailer, che “te pare?!? Ma co’ Valeria Golino ma che t’aspettavi??”. Sembrerà che l’avevano sempre saputo e che solo voi siete stati così fessi da cascarci e addirittura (magari) pagare un biglietto per un film italiano.
Non vergognatevi, perchè i veri eroi siete voi con il vostro cuore sempre pronto.

Infrango le vostre speranze dal 1997

Infrango le vostre speranze dal 1997

C’è una puntata dei Simpson, la prima in cui viene affrontata direttamente la scelta vegetariana di Lisa, in cui Homer sta preparando un maiale intero con mela in bocca e se lo vede sfuggire per la solita catena di eventi disastrosi. Mentre il maiale su un carrello a rotelle svicola, scappa, finisce in strada, si bagna e miracolosamente sembra sempre salvarsi nel suo procedere a gran velocità in mezzo alla città, Homer lo insegue con la macchina osservando tutto preoccupatissimo e ad ogni cosa che gli accade dice tra sè e sè: “È ancora buono! È ancora buono!” nel disperato desiderio di passare sopra a tutto, sperando che nulla di davvero irrimediabile accada e non rendendosi conto che in realtà l’accumularsi degli eventi lo sta già rendendo immangiabile. Il maiale sul carrello lanciato ormai a velocità folle arriverà al molo della città sbattendo contro di esso e schizzando via in aria, ormai irrecuperabile.
Ecco è così che è andata la proiezione di Il ragazzo invisibile per me, un continuo: “È ancora buono! È ancora buono!” mentre cose sempre più irrimediabili accadevano fino a che il film non è schizzato via. Irrecuperabile.

L’operazione, dovete saperlo, è anche più all’americana di come non immaginaste già. Il ragazzo invisibile è un prodotto crossmediale (vi ricordate gli anni ‘90?), cioè ne sono stati fatti anche un romanzo e un fumetto. Come accade ad Hollywood è stato pensato per uno sfruttamento commerciale ampio, tutte le proprietà intellettuali come simboli, marchi e costumi sono state registrate per farne merchandising e la trama è pronta per diversi sequel in caso gli incassi (globali, non solo italiani) fossero buoni. I soldi vengono da La grande bellezza e poteva essere il primo caso di film d’autore che ne finanziava uno supercommerciale, una cosa senza nessun senso che poteva acquistarne giusto da noi.
Dunque anche la testa era quella giusta, non fare un film fine a se stesso ma un’impresa più grande, commerciale e spietata, che piaccia. E sempre come si fa ad Hollywood ci hanno messo uno sconosciuto protagonista, attori noti a fare le parti comprimarie più un regista noto, uno dei tre noti all’estero che abbiamo: Salvatores.

Andiamo forza! Questo film non si reciterà con intensità da solo!

Andiamo forza! Questo film non si reciterà con intensità da solo!

Ma ho perso tempo a sufficienza. Il film ha tutti i difetti che temete e immaginate più alcuni che nessuno poteva aspettarsi (l’imprevedibile cinema italiano): è troppo intimista, troppo ripiegato sugli attori, poco avventuroso, un po’ ridicolo e con una concezione di “cool” più simile a quella di mia madre che alla mia. Per farvi soffrire vi mostrerò come le cose, in fondo, potevano andare meglio di come non siano andate: la trama con dovizia di spoiler.

C’è un ragazzo di circa 13 anni a Trieste che un giorno si sveglia ed è invisibile. La sera prima era andato ad una festa in maschera con un costume ignobile, comprato a 4 soldi dai cinesi (che essendo tali sono misteriosi). Ovviamente si spaventa e pensa che sia stato il costume a renderlo invisibile. Non è uno molto inserito a scuola ed è vessato da due bulli di infima plausibilità dunque la prima cosa che fa è andare alla sua scuola e vendicarsi in maniere comiche che non lo sono, paurose che non lo sono e sadiche che non lo sono. Infine in un impeto di originalità va nello spogliatoio delle ragazze per dar vita ad una delle scene di evocazione sessuale con meno sesso suggerito di sempre, una delle più ammoscianti mai viste tra quelle che coinvolgono scolarette poco vestite. Ce ne voleva eh!

Ah no, è un altro film. Errore mio

Un altro film

Viene ben presto contattato da un uomo misterioso e cieco che gli rivela di essere il suo vero padre (dunque è adottato dalla donna amorosa che credeva sua madre). Lui è figlio di due “speciali”. Gli speciali sono un gruppo di persone della Russia rurale che in seguito ad esperimenti legati alle radiazioni o simili (non mi ricordo bene ma ci siamo capiti) hanno subito mutazioni ai loro geni, cioè sono mutanti come gli X-Men, ognuno con un potere diverso. Un esercito privato li aveva radunati in un campo di prigionia per studiarli, di certo non potevano riprodursi ma non si sa come mai il cieco è riuscito ad ingravidare Kseniya Rappoport (l’unica faccia credibile di TUTTO il film) e così è nato lui, con lo stesso potere della madre che si è manifestato ora. I due amanti sono infatti fuggiti con il bambino perchè non lo avessero le autorità e arrivati a Trieste l’hanno depositato davanti all’uscio di una donna (sul serio, sullo zerbino!).

Intanto qualcuno sta rapendo tutti i bambini della città: sono i russi (quelli cattivi) che hanno scoperto che il bambino figlio di speciali sta a Trieste, ma non sanno chi sia e vanno per esclusione. Tra i rapiti c’è anche la bambina che sarebbe il tenero inconfessato amore del protagonista, il quale prenderà il coraggio a due mani assieme ad una tuta nera datagli dal padre, fatta di un tessuto che reagisce al potere (dunque diventa invisibile anch’essa come in Gli incredibili), e con una goffagine unica farà questo grottesco salvataggio richiamato da una specie di Bat-segnale da scuola media.
Nel finale diversi ami per un possibile sequel vengono distribuiti a piene mani mentre il padre cieco (che è telepate) cancella la memoria a tutti i testimoni così che nessuno sappia che lui è: Il ragazzo invisibile!!!

Sad CG

Sad CG

Fermandoci per un attimo di fronte al fatto che praticamente non c’è un’idea originale (ma va bene eh! Fosse stato quello il problema!) e si chiude con un deus ex machina degno delle telenovele dell’America latina di fine anni ‘70, l’impianto generale non è malissimo, cioè ci si poteva lavorare. Senza stare a fare gli snob: CI SI POTEVA LAVORARE CRISTO!
Invece è stata fatta una scelta chiara come il sole: “Questo film avrà un protagonista di 13 anni e sarà raccontato come se fosse un buon padre di famiglia a spiegare tutto, con il medesimo sguardo indulgente e quieto” quando la cosa che ci piace del cinema supereroistico (se uno dovesse dirne proprio una sola) è che nei casi migliori è raccontato con il fomento del coetaneo del protagonista, con l’incazzatura e la foga di chi brama essere quella persona lì e non con chi gli vuol bene teneramente. Dietro a tutto non si sente una voce che dice “Che carini….” ma una che urla “ODDIO CHE FICATA CAZZOOOOOO!!!”.
Salvatores gli vuol bene teneramente a quel personaggio come fosse il suo figlioletto: ”guarda quant’è adorabile quando diventa invisibile”. Ed è finita lì, ancora prima di battere il primo ciak era finita. È finita quando ancora c’era qualcuno che indefesso ci voleva credere.

DVD-quote suggerita:

“A chi ha creduto in questo film fino a che non l’ha visto. Siete voi i veri eroi”
Jackie Lang, i400calci.com

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Consigli per l’arredamento: Conan il barbaro

Conan Der Barbar

Conan il barbaro (Alta qualitàCompra)

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Sean Penn, sparaggi e un pezzo di Italia: The Gunman (trailer)

Prima il cast, amici.
Sean Penn.
Javier Bardem.
Idris Elba.
Ray Winstone.
JASMINE TRINCA.

Quando l’ho letto la prima volta sono caduto dalla sedia.
È bellissimo.
Chi di voi era sveglio e cosciente e leggeva Ciak nel 1991?
A un certo punto misero in copertina la nostra Jo Champa, talento nazionale reduce da film con Troisi e Scola, perché sbarcava negli USA per fare un film a Hollywood. E sapete che film era? Era Giustizia a tutti i costi. La storia di copertina di Ciak, quel mese, era un’attrice italiana di grandi speranze che era andata a fare un film con Steven Seagal, nel ruolo minuscolo e semi-inutile di sua moglie. Un film che poi in Italia arrivò a malapena in sala MA, incidentalmente, forse il migliore di Steven.
Questo per dire: FORZA JASMINE, SEI TUTTI NOI!!!

L’altra notizia è che Sean Penn ha bisogno di soldi e che uno dei lati positivi del 2014, a quanto pare, è che se hai più di 50 anni e ti ostini a volere ruoli da protagonista, l’unica carta che ti rimane da giocare è rincorrere Liam Neeson e dedicarti all’action.
Dirige Pierre “Taken” Morel.
Godetevi lo spettacolo:

P.S.: a proposito di esportazioni di successo non dimentichiamo ovviamente anche la bravissima Yvonne Sciò in Redline, con Rutger Hauer e Mark Dacascos

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Liam Neeson al telefono, Non-Stop

Non-stop-for-blog

È andata così: ho visto Non-Stop al cinema a febbraio.
Ho pure iniziato a scriverne, dicendomi che avrei comunque pubblicato la rece una volta che fosse uscito in Italia.
Poi è uscito in Italia, credo un paio di mesi dopo, ma onestamente: chi se n’è accorto? Me l’hanno dovuto raccontare dopo.
Nel frattempo io avevo perso i tovaglioli del pub su cui avevo preso appunti con il sangue di un tizio che avevo appena menato perché si era seduto nel mio posto preferito farfugliando cazzate tipo “ma ho prenotato, guarda qua, ho la ricevuta” (e il proprietario gli reggeva pure il gioco!), ma in compenso, ecco, mi è venuta voglia di riguardarlo.
E insomma, si avvicina il Rocky Day, ci sentiamo tutti un po’ meno cattivi: ci tenevo a raccontarvi che Jaume Collet-Serra è il mio nuovo migliore amico.
Passiamo brevemente in rassegna la sua carriera?
Pronti via:
House of Wax: l’avevo visto a suo tempo e non mi aveva impressionato. Ok, c’è Paris Hilton che muore male, ma son tutti buoni di scritturare Paris Hilton in un horror e farla morire male. Tutt’altro che brutto, probabilmente ancora superiore alla media dei teen (fake) horror di oggi, a partire dalla durata (113 minuti!) e a proseguire con una manciata di scene ben fatte, ma è davvero troppo lungo e imballato di attori troppo cani perché lo si regga a dovere.
Goal 2: la sua prima bomba. Jaume capisce qual è il suo ruolo nella vita e va dritto come un treno. Ritmo, ritmo, ritmo e tutti gli stereotipi che potete immaginarvi senza soluzione di continuità nella storia di un giovane calciatore messicano immigrato negli USA che nel primo film veniva scoperto dal Newcastle, e in questo approda al Real Madrid (gli appassionati rideranno a vederlo scambiato con Michael Owen, che era veramente finito al Newcastle dopo un’annata deludente al Real – cosa che i produttori della saga non potevano sapere ai tempi del primo film).
Orphan: la consacrazione. Ve ne avevo già parlato a suo tempo, promettendovi un approfondimento spoileroso, e direi che è arrivato il momento di mantenere la mia parola.
Siete pronti? Vado, eh?
SPOILER: il bello di Orphan era che prendeva una vera ragazzina di 11 anni e le faceva interpretare un nano di 32 che si spacciava per una ragazzina di 11. E nel momento in cui questo twist veniva rivelato, siccome al cinema quello che conta è l’apparenza, scattava subito la gabola narrativa per cui la 11enne che stavate vedendo non era più 11enne ai fini della censura. Di conseguenza, il nostro amico Jaume poteva permettersi un primissimo piano di Vera Farmiga che colpiva la piccola mocciosa con un glorioso calcio volante in da la fazza: non era violenza sui minori (ma lo era, ma non lo era, ecc…). E questo, miei fedeli fancalcisti, è uno dei più grandi regali che una persona di cinema possa fare a una platea di spettatori.
Unknown: ne ho già scritto. Non brutto, ma di maniche un po’ troppo larghe e non solido quanto sperassi.

"Non si può neanche giocare a Ruzzle in santa pace..."

“Non si può neanche giocare a Ruzzle in santa pace…”

Non -Stop fa tesoro dei problemi di Unknown e ci mostra di nuovo il Jaume al suo meglio.
Innanzitutto l’idea cardine del progetto: Liam Neeson al telefono. Una Garanzia. Ok, passa più che altro il tempo a mandare sms, ma comunque legge fuori campo i messaggi in sovraimpressione per cui è uguale.
Poi c’è lo spazio chiuso e limitato: l’auto-costringersi a uno sforzo extra per generare interesse, tensione, ritmo. In pratica Liam è un ufficiale addetto alla sicurezza aerea che, durante un volo, riceve via sms minacce che gli impongono di trasferire $150 milioni su un conto losco oppure morirà un passeggero ogni ora. Fallire (annoiare) è di una facilità mostruosa. Ma questa è esattamente la sfida che Jaume Collet-Serra si è scelto. E lui, carico come non mai, è del tutto intenzionato a giocarsi tutto il Manuale della Sceneggiatura Impeccabile, passo dopo passo, pronto a propinarci qualsiasi cosa provochi tensione a gratis che abbia senso o non per forza.
C’è davvero tutto: dalle idiosincrasie al passato scomodo di Liam Neeson, ai miliardi di falsi indizi disseminati, ad ogni singolo personaggio secondario inquadrato come potenzialmente losco, la bambina che viaggia da sola, l’islamico, il nero con la fazza da spacciatore, l’hacker/mago che dal suo portatile riesce a fare qualsiasi cosa (ma dopo una conveniente corsa contro il tempo), ostacoli su ostacoli, alleanze formate e ribaltate, lo spostamento continuo delle carte in tavola, l’esplosione di tamarraggine.
Niente di nuovo, si tratta al 100% di formule narrative classiche e stereotipi consolidati, ma è tutto gestito con una consapevolezza micidiale, ritmo a mille, ogni singolo pezzo di informazione trattenuta e mostrata solo quando fa effetto, ogni ambizione abbandonata in favore della massima efficacia. Tutto, pur di asciugare al massimo ed eliminare i tempi morti. Non puoi fare altro che abbandonarti in balia degli eventi e rimanere incollato allo schermo.
Non-Stop è tra i 105 minuti più veloci e divertenti dell’anno: puro mestiere al suo massimo splendore.
Non-Stop è anche un titolo che non ha nulla a che vedere con il contenuto del film, ma ne certifica sfacciatamente l’obiettivo formale.

non-stop-liam-neeson
Ma non sarebbe un Jaume d.o.c. se, come in Orphan, non ci fosse anche qua, come ciliegina sulla torta, l’irriverenza di cercare una gabola per sfidare delicatissime convenzioni hollywoodiane.
E la gabola a questo punto sta nelle motivazioni del criminale, che toccano gli USA in un punto ancora talmente debole e potenzialmente offensivo che si può usare in un film “scemo” come questo solo se non nominato direttamente.
E il risultato è comunque incredibilmente liberatorio.

P.S.: buffo inoltre vedere Lupita Nyong’o, lo stesso anno in cui ha vinto l’Oscar per 12 anni schiavo, nel classico ruolo insignificante della comparsa semi-muta con la pettinatura fashion

DVD-quote:

“Bomba su un aereo”
Nanni Cobretti, i400Calci.com

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