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Premi Sylvester 2017: la premiazione (atto terzo)

I premi di oggi sono presentati dalla vostra inconfondibile Cicciolina Wertmuller che si cimenta in un ardito spogliarello per premiare Miglior Animale, Miglior Manzo e Miglior Battuta; e dalla filosofa, tuttologa e Nuova Speranza della Politica Italiana Martina Dell’Ombra per il Premio Cagnaccia (che fa rima con “poraccia”).

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Sentenza di morte: Johnny Frank Garrett’s Last Word

Uno incazzato.

La vita e morte di Johnny Frank Garrett, texano ammazzato dallo Stato nel 1992 per il presunto stupro e omicidio di Tadea Benz, una suora settantaseienne, è una storiaccia brutta e paradossalmente molto normale. Ci sono avvocati corrotti, medici disattenti, politici manipolatori e il sacrificio dei più deboli sull’altare della giustizia sommaria per placare il popolo. Potete leggerne un riassunto sul sito della città di Amarillo, dove tra il 1981 e il 1992 si è consumata la vicenda. Se ve ne doveste appassionare c’è anche un documentario che avanza l’ipotesi che Garrett sia stato incastrato e caproespiatoriato, e che il vero colpevole del delitto Benz sia Leoncio Perez Rueda, 55enne rifugiato cubano che nel 2005 ha confessato lo stupro e omicidio di Narnie Cox Bryson, settantasettenne uccisa ad Amarillo un paio di mesi prima della suora.

Uno che se n’è appassionato è Simon Rumley, che bontà sua ha deciso di uscire dall’isolamento nel quale è entrato subito dopo The ABCs of Death – isolamento che immagino abbia passato a scrivere film visto che dopo questo e Fashionista ne ha già altri due in uscita. Di tutta la vicenda, Rumley ha apprezzato particolarmente i lati più macabri e misteriosi: dalla presunta “maledizione” che Garrett avrebbe lanciato su tutta la giuria che lo dichiarò colpevole fino ai numerosi casi di morbo della morte che hanno colpito, negli anni dopo la sentenza, alcuni dei suddetti giurati e persino Danny Hill, il district attorney che chiese la pena capitale per Garrett e che si è suicidato nel 1995. Pensateci: un paesino rurale e timorato di Dio che si ritrova con una suora stuprata e uccisa sull’uscio di casa, la caccia alla bestia che si risolve convenientemente puntando il dito contro il diverso (Garrett aveva una storia di condotte violente e abuso di droga), un’anima condannata che ritorna dal mondo dei morti in cerca di vendetta… c’è un po’ del Frankenstein più cinematografico, quello della folla con le torce i forconi, una solida struttura narrativa in cui serve solo trasformare le apparenti coincidenze in SATANA, c’è di mezzo pure una maledizione!

Sto dicendo che grazie al cazzo che Simon Rumley si è appassionato alla vicenda di Johnny Frank Garrett: già la storia vera è una sceneggiatura horror praticamente pronta, poi qualcuno che risponde al nome di Ben Ketai l’ha scritta per bene, poi qualcun altro che risponde al nome di Rob DeFranco ha cercato uno bravo per metterla in scena e infine Rumley, che forse nel suo isolamento fatto solo di scrittura si è dimenticato di pagare l’affitto, ha accettato di dirigerla. Però ha anche fatto capire da subito che sì ok il film su commissione, ma il regista sono io e ve lo faccio vedere io. SIGLA!

(a scanso di equivoci, Johnny Frank Garrett è stato ucciso con una punturina, non con la sedia)

Per una buona mezz’ora, Johnny Frank Garrett’s Last Word sembra un legal thriller estremamente stiloso, con la vaga tentazione di voler veleggiare verso il lido dei Concetti e delle Idee e dei Simboli. L’attacco è fulminante: montaggio serrato, parole a mitraglia, un continuo saltellare tra stili e linguaggi, tra tribunali

patrie galere

e tanta sana America

Tempo cinque minuti e sappiamo già tutto di Johnny Frank Garrett, tempo un quarto d’ora e Johnny Frank Garrett è morto, giustizia è fatta e Amarillo è pronta a tornare alla normalità, se non fosse che c’è qualcuno che non è convinto della colpevolezza del ragazzo e comincia a venire tormentato da dubbi e sensi di colpa.

È un primo atto stordente, che apre porte e introduce personaggi e dinamiche e apparecchia la tavola a un giallo lansdaleiano che ci mette il tempo di uno starnuto a prendere una piega ben più macabra.

«Eeeee… eeeeee…».

Il discorso è questo: Johnny Frank Garrett’s Last Word rischia tantissimo di deragliare già ai blocchi di partenza. C’è, dietro la vicenda di Garrett, un potenziale sottotesto politico grosso così, fatto di corruzione di pubblici ufficiali, razzismo, carrierismo, l’America rurale della cui esistenza sembra che il mondo si sia accorto solo di recente, c’è persino un rifugiato politico (un immigrato) che commette un omicidio e la fa franca per decenni… il rischio di fare qualcosa di offensivo o di cattivo gusto, direttamente o via metaforone, aleggia sul film per interminabili minuti. Il primo morto è (se non volete SPOILER andate oltre) una vecchietta che cade dalle scale: che Rumley abbia deciso di fare il Film Simbolico in cui gli aguzzini di Garrett si confrontano con il terribile Senso di Colpa?

Poi la tizia qui sopra sente la voce di Johnny Frank Garrett, dà di matto, si infila le matite nel naso e tira una craniata alla scrivania, e tutto torna bellissimo.

Mascelle Volitive 2017.

Stabilita la dinamica serve un eroe, incarnato dalla mascella di Mike Doyle, il succitato unico membro della giuria ad avere dei dubbi sulla sentenza di colpevolezza. Questo non gli impedirà di diventare bersaglio dell’incazzatura dello spirito maligno di Johnny Frank Garrett, tornato dai morti per sentite, non scherzavo quando dicevo che JFG Last Word diventa un horror più classico della musica di Mozart, giù giù fino alla Soluzione Finale. Non è la meta, baby, è il viaggio.

Dovendo raccontare una storia tutto sommato banale, Rumley decide di puntare tutto sull’impatto, sullo stile e sulla, perdonate il tecnicismo, botta. Dovreste guardare Johnny Frank Garrett’s Last Word al volume più abominevole che potete permettervi: non solo per la rada ma disturbantissima colonna sonora di Simon Boswell, musicista prolifico quanto poliedrico (arrangiatore per Renato Zero, fra le altre cose) ma anche, soprattutto, perché Rumley, Boswell e una nutrita squadra di sound editors fanno un uso quasi costante di effetti sonori fastidiosi sparati a mille per un tempo interminabile, distorsioni di ogni tipo, rumori bianchi, dialoghi che diventano voiceover, silenzi improvvisi. È un’orgia uditiva che va in parallelo con quella visiva – a tratti, quella sì, esagerata, perché c’è un limite anche all’efficacia del “montaggio epilettico che accelera fino a sfumare nella fazza di Johnny Frank Garrett” – e che viene assecondata da un cast che preferisce il naturalismo e l’understatement nei dialoghi al protagonismo o alla Grande Prestazione.

Fa eccezione a tutto quanto detto finora solo Sean Patrick Flanery nel ruolo del district attorney corrotto e carrierista: quando compare lui in scena, JFG si trasforma infallibilmente in un thriller politico alimentato a Monologhi Importanti. Succede due o tre volte in tutto il film ed è sempre una delizia.

Il problema (potenziale) semmai è che arrivati alla fine del secondo atto si comincia a temere di rimanere delusi, perché l’aderenza al canone dimostrata fin lì telefona un po’ quello che andrà ad accadere nell’inevitabile showdown tra Mascella e Johnny Frank. Saggiamente, però, Rumley decide di non abbandonare mai veramente la vena thriller, e di farla tornare in superficie a intervalli regolari raccontando, pezzo dopo pezzo, la sua versione di quello che è veramente successo con la povera suor Benz: il puzzle si ricompone giusto in tempo per il Gran Finale, che a quel punto è abbastanza carico emotivamente da potersi pure permettere di essere banale.

Sto dicendo che Johnny Frank Garrett’s Last Word è una cazzo di bomba, disturbante come il buco del culo nero di Satana, girata da un tizio in stato di grazia e uno dei migliori casi di “horror dove non succede un cazzo finché non comincia a succedere tutto” degli ultimi anni, e che dovreste guardarlo a tutto volume.

WHAT WOULD JESUS DO

DVD-quote:

«Una cazzo di bomba»
Stanlio Kubrick, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

P.S. volete vedere come si fa a fare un period piece, e insieme a fare gomitino ai nostalgici, con buon gusto? Così:

Nella foto: una scena del film.

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