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Un film del fare rima con se stesso: la recensione di Lasso

Un gran film del lasso

Non so un beneamato tasso di Lasso. Che è anche un’esperienza rinfrescante di questi tempi, vedere qualcosa di cui non si sa nulla. Se non il genere: uno slasher con gli anziani ambientato in un rodeo. Ok. A pensarci bene ho il timore addosso. Per aiutarmi a superarlo, questa recensione verrà redatta in tempo reale. Per prima cosa chi è il regista? Perché giovani turchi e Cahiers du Cinéma un bel lasso, a Val Verde seguiamo la politica degli autori da quando Buster Keaton si faceva cascare le facciate delle case in testa. Ostia. Il regista è Evan Cecil, uno di quelli che appartiene alla schiatta demoniaca dei cognomi che sono in realtà un nome proprio. Subdoli come i gemelli omozigoti che si vestono uguali. Non è un caso se il migliore degli Anderson, per non creare commozione, ha aggiunto W.S. tra i due nomi. Cecil Evan dunque. O era il contrario? All’esordio al lungometraggio. Sarà mica un pischello appena uscito dalla scuola di cinema? No, dice che lavora in Tv dal 2009. Ecco dove l’avevo visto. Nell’atrio della sede di Discovery – il network che emette Nove, Real Time, Giallo e via discorrendo – c’è un busto a lui dedicato: “A Cecilio, il mulo che negli ultimi dieci anni ci ha riempito il palinsesto”. Nel suo curriculum ci sono tutti quei programmi incredibili di docu fiction che guardi quando torni sbronzo da una serata deprimente, non hai internet, non hai le forze di reggere in mano il cellulare e la playstation è rotta. Con titoli come Wives With Knives (o Mogli assassine se preferite), Love Kills, The Day I Almost Died, Sex Sent Me to the Slammer e I (Almost) Got Away With It. Magnifico. A proposito di anziani nel West, sigla.

C’è una sosia di Ariana Grande abbastanza antipatica che organizza gite per anziani che non vogliono restare a casa sul divano a guardare Wives With Knives. La prossima tappa del gerontotour è il rodeo locale. Fanno parte della comitiva l’inutile assistente di Ariana, il sosia di Taylor Lautner con i tatuaggi finti e il ciuffo da debosciato, e una serie di vecchi senza alcun tratto distintivo, fatta eccezione per la sosia di Helen Mirren, una nonna ribelle che beve dalla fiaschetta e dice le cose impertinenti. Gli altri sono il nero che fa le facce perplesse, la sciura che svapa, la vecchia in tuta viola che non sa recitare e un pugno di comparse raggrinzite che, dovessi scommettere, direi che sono i genitori di alcuni membri della troupe. Al rodeo c’è di che spassarsela: ci sono gli attivisti vegani animalisti, ci sono un sacco di cose con le frange in vendita, c’è la gara di balle di fieno stravinta da She-Hulk, c’è il concorso di bellezza puntualmente portato a casa dalla bionda stupida, c’è un clown truccato male che appare all’improvviso. C’è pure il sosia del wrestler Christian con un braccio solo che fa cose in cima a un cavallo imbizzarrito! Ah, gli americani e il loro sopraffino gusto per lo spettacolo.

“È un piacere fare la sua conoscenza Dama Helen Mirren”

Volge al termine una simpatica e serena giornata di rodeo; i vecchini, soddisfatti e stupiti di essere sopravvissuti altre 24 ore, fanno quelli che se ne vanno. Quando, senza preavviso né spiegazioni, appare un cowboy di nero vestito e con il viso celato, brandendo una lunga corda che finisce in un gancio arrugginito. Ottimo strumento per trucidare gli animalisti e convincere Taylor Lautner a rimanere un altro po’ al rodeo mentre la sua comitiva se la batte senza il minimo senso di colpa. L’inutile Taylor viene catturato e imprigionato insieme a She-Hulk, Christian sbracciato e la reginetta stupida. Se ho ben capito, c’è questa banda di cowboy che di giorno organizza il rodeo e di notte raccoglie tutti quelli che sono stati a vederlo per marchiarli a fuoco, trucidarli e gettarli in una fossa comune come fanno con il bestiame. Senza nessun motivo apparente, al di là del poter avere una banale scusa per iniettarsi steroidi anabolizzanti per cavalli. Che di per sé sarebbe anche un ottimo motivo, ma comunque non aiuta con il contesto. Che non c’è. Non che ce ne sia bisogno, eh. Non ho mai chiesto troppo approfondimento ai miei slasher della domenica pomeriggio, basta che la gente muoia male o muoia divertente o muoia male divertente. E poi facile che Cecilio, dopo anni di Mogli assassine, puntate di I Faked My Own Death intitolate Alligatori e autopsie e ore perse in archivio a recuperare episodi di Ultimo minuto, si sia anche stancato di dare nomi, biografie e motivazioni ai personaggi. Però, insomma. Bastava un monologo di trenta secondi del capo dei cattivi e qualcosa tipo “Mi chiamo Ron Hubbard e sono il boss di una setta satanica di cowboy assassini che siamo veri uomini, ci piacciono gli steroidi e ci divertiamo molto a trattare gli esseri umani come bestiame, mwahahah” e avanti con le ammazzatine buffe. E invece nulla.

“Piacere mio signorina Grande. Sa dirmi cosa ci faccio qui esattamente?”

Ricapitolando: c’è un sacco di gente scarsa a recitare – ma scarsa tipo che il protagonista con il ciuffo non è credibile nemmeno quando deve fare “oh issa” per tirare su un peso finto, figurati quando deve parlare – che assomiglia a gente più famosa e che deve sfuggire alla minaccia di antagonisti senza nome né motivazioni né tratti distintivi (fatte eccezioni per i cappelli da cowboy e le siringhe di steroidi). Bello no? Da queste premesse potrebbe nascere una piccola bomba di calligrafismo slasher piena di invenzioni registiche e scenografiche, sangue a fiotti, vecchi ammazzati male e un sacco di divertimento. Ma se anche tu, come me, ti aspettavi una svolta del genere dal regista di Cuff Me If You Can, condividiamo lo stesso problema di eccessiva fiducia nel genere umano. A voler dar credito a Cecilio, l’idea migliore del film è quella dei protagonisti che, per evitare di essere annichiliti dai vaccari, a un certo punto reagiscono e rispondono con la stessa truculenza. Invece di difendersi dai cattivi come capita, ribattono con la stessa medicina: il cowboy ammazza la nonna prendendola al lazo, facendola vorticare sopra la testa e poi schiantandola contro un albero frantumandola? Helen Mirren e Ariana Grande rilanciano segando a metà uno degli assalitori, stile taglialegna canadese. Le ultime sopravvissute vengono catturate usando come esca la metà superiore di un cagnolino squartato? Noi ti schiacciamo la faccia con un ferro rovente per marchiare il bestiame o ti apriamo le cervella con un disco per panca piana. Bene, ma non benissimo. Nel senso che Cecilio non indugia nemmeno troppo – sarà che mancavano i soldi per un direttore della fotografia, sarà che è abituato ai serrati ritmi produttivi di serie Tv come My Strange Criminal Addiction – sulle poche cose belle di Lasso, andando dritto per la sua strada; quella di un assegno sicuro, lo spettacolare mondo dello straight to video horror e l’orgoglio di poter arrivare a Natale per guardare in faccia babbo Cecilio e dirgli “Basta Tv papà, io faccio il cinema”. Per dire, Lasso non costruisce abbastanza a livello narrativo nemmeno per seguire le regole basilari dello slasher. Minimalismo totale e mal sfruttato, buono per una visione collettiva a cui invitare quel tuo amico simpa che fa sempre le battute quando vedete i film insieme.

Ci sono She-Hulk, la reginetta bionda e un Commodore 64 in una stanza. Finite voi la barzelletta.

DVD quote:

“A scanso di equivoci: non un film del masso, né un film del passo”
(Toshiro Gifuni, i400calci.com)

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