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La recensione di Deadpool 2: Duedpool

Se consideriamo che il primo fu mezzo miracolo, che riuscì a conquistare tutto e tutti nonostante ogni probabilità fosse a suo sfavore (pochi soldi, personaggio sconosciuto, franchise dalle fortune alterne, attore protagonista che puzza di merda), potete immaginare che ansia da prestazione deve avere avuto Tim Miller quando gli hanno detto “bene, ora lo rifai uguale solo che avrai tutti gli occhi puntati contro e deve avere il doppio del successo perché ti abbiamo dato il doppio dei soldi”. E infatti ha colto la prima occasione utile per litigare con Ryan Reynolds (in alternativa avrebbe potuto fare come tutti i registi sotto contratto con grossi studi per un franchise, e venire licenziato perché aveva starnutito), è uscito dalla porta sul retro per le solite “divergenze creative” e il film è finito in mano a David Leitch. Immaginate ora che ansia da prestazione deve avere avuto David Leitch quando gli hanno detto “ah e così pensi di essere il più bravo di tutti? Bene, ora ti mettiamo in mano un film di supereroi con cui non c’entri nulla, avrai tutti gli occhi puntati contro e deve avere il triplo del successo perché lo stronzo prima di te ci ha già fatto perdere troppo tempo”.

Deadpool 2, a scanso di equivoci, funziona. Funziona come il primo perché è identico al primo. “Il tizio che ha ucciso il cane di John Wick”, definizione che viene direttamente dai titoli di testa, ha capito che bisogna fare due cose: la prima è rifare tutto più grosso e più sbracato, ma fondamentalmente uguale, per cui non solo il mood generale è lo stesso, ma tornano “potenziate” intere gag, come quella della base degli X-Men deserta perché la produzione non può permettersi i mutanti più famosi, l’arto mozzato che ricresce partendo dallo stadio infantile, o, come accennato poco sopra, i titoli di testa “storpiati/descrittivi”, questa volta sulle note di Céline Dion e immagini evocative che parodizzano le title sequence di 007; la seconda cosa che David Leitch ha capito e fatto sua (decidete voi se sia uno spreco o meno, per uno che sul biglietto da visita ha scritto “ex stuntman/regista action”) è che a differenza dei cinecomics Marvel, che sono sostanzialmente film d’azione con le battute, Deadpool è un film comico con le scene d’azione. Differenza che pare sottile, ma che permette tutta una serie di libertà creative, soprattutto a livello di costruzione/esposizione dei personaggi non dico rivoluzionarie, ma fresche, divertenti e a tratti veramente liberatorie (e qui ci mettiamo tutto quello che riguarda la presunta queerness di Deadpool, ma anche tutta la gestione della X-Force), roba che l’MCU non si sognerebbe neanche, e non solo perché fa i film PG-13. Il contro è che si esce dalla sala ricordandosi solo delle parti divertenti, mentre le scene di menare restano un confuso nebbione tra una battuta e l’altra, girate probabilmente con mestiere, ma tutt’altro che memorabili (d’altra parte, non è che su questo versante invece l’MCU faccia scuola).

Titoli di testa che comunque non si battono

Anche dal punto di vista della sceneggiatura squadra che vince e che non avanza pretese non si cambia: il dinamico duo del capitolo precedente, Rhett Reese e Paul Wernick, mette in mano a Leich una storia ancora una volta super semplice e lineare di chiara ispirazione cameroniana e infarcita di buoni sentimenti, che lascia ampissimo spazio di manovra per fare i cretini, tirare in ballo seimila personaggi e buttare in mezzo camei pazzeschi che non vi dico perché poi vi lamentate che è spoiler anche se il film l’avete già visto. C’è poi il valore aggiunto di una campagna pubblicitaria dedicata a sviare le aspettative del pubblico, utilizzando scene non presenti nel montaggio finale e altre addirittura ad hoc per raccontare un film diversissimo — e scusatemi se è poco ma non è poco riuscire ancora a sorprendersi una volta in sala dopo aver visto 18 trailer della stessa roba — senza contare tutte le pagliacciate promozionali fatte da Ryan Reynolds negli ultimi mesi che culminano in una surreale comparsata assieme a Joss Brolin a Ballando con le stelle, a braccetto con Milly Carlucci.

“MACCOSA” – Imbarazzo su tela

A proposito di Reynolds e di Brolin (ma non di Milly Carlucci): Rayan Reynolds è probabilmente l’uomo che si sta divertendo di più a Hollywood in questo momento e sono contento per lui, ma la vera star a questo giro è Josh Brolin, che dopo essersi mangiato TUTTO interpretando un alieno con la pelle viola in Infitity War, fa il bis — a, cosa, due settimane di distanza? — interpretando uno dei mutanti più ridicoli e più profondamente nineties mai creati: Cable è un soldato proveniente dal futuro, un mutante potentissimo infettato da un techno-virus che gli conferisce l’aspetto di un mezzo cyborg, è grosso e maneggia fucili più grossi di lui, indossa completi fatti praticamente solo di cinture, tasche e bandoliere, è costantemente incazzato e si esprime solo a one liner di una gravità ineguagliata (You are so dark, are you sure you’re not from the DC Universe?). Lui e Deadpool sono “rivali” fin da quando quest’ultimo è comparso per la prima volta come avversario di X-Force, ma nel 2004, quando la Marvel ha dedicato loro un’intera testata, il loro rapporto ha fatto il salto di qualità diventando un buddy-cop movie a tutti gli effetti. Era dunque dovuto che il cinema si riprendesse ciò che è sempre stato suo e li portasse sullo schermo come una versione di Nick Nolte e Eddy Murphy coi pigiami.

Alla voce “versatile”

Non c’è modo di inserirlo organicamente nel discorso, ma sono super contento anche di Domino (voglio sposare Zazie Beetz), Colosso e Negasonica. T.J. Miller deve baciarsi i gomiti che non l’hanno licenziato anche da qua ma comunque il suo Weasel è bellissimo. Julian Dennison è bravo ma fa lo stesso identico personaggio di Hunt for the Wilderpeople, non è colpa sua, ma meno 10 piunti a griffondoro per la scrittura pigra. Ryan Reynolds interpreta anche un altro personaggio ma vi dico nei commenti chi è. “Peter” sembra un personaggio inventato così tanto per fare ridere, ma secondo me è una presa per il culo di Pete Wisdom. Non ho citato neanche una volta Morena Baccarin ma, fidatevi, è nel film (e voglio sposare anche lei, tanto se posso sognare tanto vale sognare la poligamia). Fine dell’angolo dei trivia.

Quello degli X-Men, ha detto qualche americano su twitter che ora non mi ricordo ma giuro che non sto cercando di prendermi il merito, è l’adattamento cinematografico più fedele ai fumetti che si sia mai visto perché, proprio come gli X-Men cartacei, è scombinato, pieno di buchi di sceneggiatura, di storie che si contraddicono tra loro, di viaggi nel tempo che incasinano ancora di più ogni cosa e fatto di una quantità di titoli dai toni e dai temi diversissimi tra loro: c’è il polpettone epico degli X-Men, la merda senza senso dei primi film su Wolverine, la commedia romantica di First Class, il western crepuscolare di Logan, i Nuovi Mutanti (stando almeno a quanto mostrato nell’unico trailer) girato come un horror e il divertimento demenziale di Deadpool. Il tutto va a comporre un universo cinematografico bizzarro e difettoso che non può competere quanto a gestione e visione d’insieme con quello Marvel, ma che ci ha regalato negli ultimi anni alcuni dei film di supereroi più interessanti. Due dei quali sono pieni così di battute sui cazzi.

DVD-quote:

“Cable > Deadpool”
Quantum Tarantino, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

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