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Corporate Zombies vs. Douchebags: la rece di Mayhem

Il pitch di Mayhem doveva suonare più o meno così: La città verrà distrutta all’alba + Impiegati… male! + La notte del giudizio + Un Edgar Wright a caso. E per quanto sembri la proposta più improbabile di sempre, funziona. Alla grandissima. Sigla!

Devo ammettere che non sapevo assolutamente nulla di Mayhem prima che mi venisse assegnato dopo il tradizionale sorteggio (un Royal Rumble tra i redattori de i400Calci in un pozzo con in fondo una lama rotante, situato nelle segrete della Cobretti Mansion), poi ho visto la locandina e siccome sono uno dei pochi coglioni che ha continuato a seguire The Walking Dead nonostante gli alti e bassi, ho immediatamente puntato il ditino ed esclamato: “Ma c’è Glenn! Ma grandissimo!”. Al secolo Steven Yeun, un attore che temevo non avrebbe avuto alcun futuro al di là della serie, e che invece ha già fatto questo e Okja. Bravo.

Poi sono andato un po’ a informarmi e ho visto che il regista, Joe Lynch, aveva diretto Knights of Badassdom, che non ho visto ma di cui non ho sentito parlare in maniera lusinghiera. Insomma tutto lasciava un po’ intendere che Mayhem sarebbe stato un prodottino pseudo-home video con una premessa trita e ritrita e un momento action sprecato nella prima metà. E l’incipit non ha fatto altro che confermare questo timore. Per circa tre minuti. Perché poi Mayhem ingrana e non molla più.

Non molla ma le ammolla.

La premessa è questa: c’è stata un’epidemia di un virus alla The Crazies, capace di liberare la parte animalesca degli esseri umani spingendoli a ogni genere di violenza, sopruso e comportamento anti-sociale (come fare sesso in luoghi pubblici e accoltellare a morte uno che ti sta sul cazzo). L’epidemia è stata abbastanza controllata e un giovane avvocato in ascesa, Derek Cho (Yeun), ha scoperto un cavillo legale per assolvere un tizio colpevole di omicidio sotto effetto del virus. Grazie a questo ha ottenuto una mega promozione nel mega palazzone del mega studio legale, ma non riesce più a guardarsi allo specchio. Per tutta una serie di ragioni che non sto a spiegarvi, qualcuno lo vuole far licenziare e lui si mette in testa di portare il suo caso all’attenzione dei “Nove”, ovvero i soci dello studio, nel loro ufficio all’ultimo piano. Peccato che nel frattempo scoppi un focolaio dell’epidemia e tutto vada in merda. Consapevole del fatto che verrà assolto per qualunque nefandezza commetterà (visto il cavillo di cui sopra), Derek decide di risalire i livelli del palazzo con l’aiuto di una tipa che ha dei casini con lo studio e ascolta solo METAL!!! (Samara Weaving di The Babysitter. È ufficialmente amore), e far valere i suoi diritti a costo di spargere tantissimo sangue.

La buona notizia è che questa premessa non viene sprecata per nulla. Mayhem è divertentissimo, gode in ogni singolo omicidio, è scritto da dio (i battibecchi tra Yeun e la Weaving sono perfetti) e pieno di personaggi memorabili e ottime idee (la struttura dello studio che sembra quella di un film fantasy, i costumi che assomigliano sempre di più a quelli di una recita scolastica dei Guerrieri della notte). E quando apre tutto arriva a undici con la forza di un cocainomane che non ha più niente da perdere. Ovviamente alla base c’è una trovata non originalissima: portare a galla il non detto, trasformare le coltellate nella schiena in coltellate alla luce del sole. Un ambiente lavorativo può essere pieno di squali, ma di quelli che preferiscono colpirti alle spalle: che cosa succederebbe se la gente smettesse di mentire e cominciasse a menare?

Uffici di menare.

D’altro canto l’originalità delle premesse non conta troppo se la realizzazione è così sfacciatamente arrogante. Perché effettivamente Joe Lynch e lo sceneggiatore Matias Caruso hanno messo insieme una serie di robe già viste. Ci sono: il montaggio serrato di dettagli con effettoni sonori alla Edgar Wright. L’eccezione alle regole del vivere civile che ti consente di uccidere impunito alla The Purge. L’ennesima epidemia del cazzo che ti trasforma in violento (ma gestita benone).

E poi c’è quella cosa che sempre più spesso si vede in questo tipo di cinema: la struttura da videogame. I due eroi devono letteralmente salire di livello, affrontando di volta in volta un avversario più potente e portando a termine una missione. Salire di livello implica trovare dei badge che sblocchino il piano successivo eccetera. È palese ma non disturba, perché ormai il linguaggio dei videogame è entrato in simbiosi con quello cinematografico al punto che non c’è nemmeno più bisogno di sbattere la cosa in faccia allo spettatore. È così e basta.

It’s love.

A fare la nostra gioia c’è che Mayhem è anche la cosa più romeriana vista da diverso tempo. Citavo The Walking Dead all’inizio, e persino il buon Romero aveva criticato la serie perché aveva abbandonato del tutto la sua visione degli zombi come metafora di noi stessi. Vogliamo bene a Romero, ma non è che tutti necessariamente debbano aderire alla sua visione. Mayhem però lo fa, torna a usare gli infetti per una ragione, per dire qualcosa su di noi. Lo fa nella maniera più smaccata e meno sottile possibile, ma anche qui non è che le metafore di Romero fossero sempre sottilissime (fuochi d’artificio de La terra dei morti viventi, sto guardando voi). Lo fa distaccandosi completamente da Romero nell’esecuzione e nello stile, siamo proprio da un’altra parte nello spettro del Cinema Che Conta. Però sotto sotto, nel cuore di Lynch e Caruso zompetta un piccolo Romerino, e tanto basta. Vostro onore, ho concluso.

DVD-quote:

“La cosa più romeriana vista da un sacco di tempo”
George Rohmer, i400Calci.com

>> IMDb | Trailer

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