Liam Neeson al telefono in: La preda perfetta

la preda perfetta

Siete mai stati in un cinema in procinto di chiudere letteralmente il giorno dopo?
Ieri è stato l’ultimo giorno di programmazione per il Cineworld di Shaftesbury Avenue, multisala situato all’interno dello storico Trocadero di Londra. Presente? Un posto che alla mia prima visita nel lontano ’93, quando consisteva in una sala giochi di quattro piani, era la cosa più vicina al Paradiso in Terra che avessi mai visto, ma che da parecchio tempo pareva ormai il set di un disaster movie post-apocalittico, con bancarelle improvvisate in spazi abbandonati, i turisti più poveri e sfigati del circondario, occasionali orde di tamarri e, per non farsi mancare nulla, tornei underground di breakdance nei tunnel che lo collegano alla stazione della metro.
Ma mentre il Trocadero diventerà un hotel, il Cineworld verrà semplicemente modernizzato e trasformato – in apparente controtendenza – in un Picturehouse, ovvero quel ramo minore della stessa marca dedicato al cinema d’autore. Qualcuno di voi magari sarà contento, al sicuro nella sua postazione internet da cui pensa che io non lo possa vedere, ma posso garantire che – aldilà di una programmazione mediamente vigliacca che mette Hunger Games nella sala principale per campare e, che ne so, Xavier Dolan in quelle piccole per fare bella figura – si tratta di uno dei posti più insopportabili dell’Universo. Che non c’è niente di più intrinsecamente ridicolo dei metodi da grande catena rivisitati e riproposti a un pubblico che si vanta di privilegiare profondità, autenticità e unicità.
COMUNQUE: di base volevo solo raccontarvi che l’highlight della mia esperienza di visione di La preda perfetta al Cineworld del Trocadero (R.I.P.) è stato quando, intorno al minuto 75, è entrato in sala un topolino. Uno di quelli piccoli e carini che si vedono ogni tanto in metropolitana. Se l’è girata spaesato per un paio di minuti abbondanti, poi deve aver deciso che il film non piaceva nemmeno a lui e se n’è andato. Questo succede, a interrompere il contratto con le imprese di pulizia con incauto anticipo a Piccadilly Circus.

Il flashback photoshoppato

Il flashback photoshoppato

Detto questo: il riassunto delle puntate precedenti consiste nel mio rapporto inizialmente problematico con Taken, in cui la presenza di Liam Neeson – prima di allora carismatico e rispettabilissimo attore non esattamente incline alla tamarraggine di seconda fascia – fosse uno specchietto per le allodole, ovvero un modo per conferire illusioni di spessore a una sceneggiatura che pareva al contrario felicissima di stabilirsi fissa al livello dello Steven Seagal medio. Sono accuse che non ritratto completamente. Ammetto però che Luc Besson era più avanti di tutti e aveva capito al volo ciò che io iniziai ad apprezzare solo dalla seconda visione in poi: Liam Neeson, come specie di nuovo Charles Bronson, era un gigante. Ed era nata una moda a cui oggi stanno tentando di aggrapparsi diversi attori in declino, da Kevin Costner a Keanu Reeves.
Ma è solo con Taken 2 che viene formalizzata quella che è la vera mossa da campione distintiva del nostro Liam: Chuck Norris ha il calcio rotante, Van Damme ha la spaccata, lui ha la telefonata.
Non è solo merito della voce profonda e vissuta, altrimenti gli basterebbe parlare e no, non fa sempre lo stesso effetto. È, nello specifico, quando assume il tono alla “zitto, ora comando io”. Quando minaccia, come nel monologo “I will find you and I will kill you” che a Valverde insegnano in seconda elementare insieme alle poesie di Giovanni Pascoli, o quando detta istruzioni, come nella scena del sequel in cui ordina alla figlia di tirare granate a caso nel centro di Istanbul in modo che lui ne deduca la posizione. Quei momenti sono i momenti in cui Liam ti incolla di colpo allo schermo, con il tono deciso e posato di chi ha vissuto queste stronzate miliardi di volte e sa perfettamente cosa fare da qui in poi, e non c’è niente, NIENTE che tu possa dire o fare che lo possa sorprendere o mettere in difficoltà.
C’è che -se guardate La preda perfetta in una sala senza topi- l’highlight è quando Liam strappa il telefono dalle mani della vittima di turno e decide di trattare di persona con i cattivi della situazione: “No, siete VOI che ora fate come dico io, motherfuckers”.

La scena clou

La scena clou

Il problema del film – almeno per coloro che non conoscono il giallo da ombrellone da cui è tratto – è che il trailer è particolarmente ingannevole: non solo spoilera al volo un dettaglio abbastanza importante che in realtà viene rivelato a tre quarti di film, e non solo decontestualizza un paio di frasi e scene che suggeriscono inesistenti sviluppi paranormali, ma lo fa sembrare il classico action vendicativo a cui Neeson ci ha abituati ultimamente quando in realtà è un innocuo procedurale tinto di noir che punta tutto su una messa in scena competente a fronte dei criminali più noiosi degli ultimi trent’anni. Perché sapete cos’è che distingue questi tizi da un rapitore normale? Che si rifiutano di darti la prova che il rapito è ancora vivo! Capito? Loro puntano sul mettere fretta e sul mantenere invisibilità totale per cavarsela, imponendo alle vittime di pagare un riscatto velocissimo con tutti i contanti che riescono a recuperare sul posto, e poi ammazzano lo stesso il rapito per eliminare ogni testimone. E basta. Tutto qua. Dopo due ore di indagini in cui ogni tensione viene eliminata dalla scelta di accompagnare ogni indizio dal flashback dei fatti reali, a confermare al volo che l’eroe è sulla pista giusta ma persino a mostrarti immediatamente i volti dei responsabili, Liam prende su il telefono, dice “vaffanculo, NO, trattiamo seriamente” e tanto basta a scombinare i piani dei cattivi e gettarli fatalmente fuori dalla comfort zone.
Insomma: non sono un avido spettatore di CSI, ma sono abbastanza sicuro che uno spunto del genere basti a malapena per un episodio di routine.
Nel frattempo il regista/sceneggiatore Scott Frank ce la mette tutta per donare dignità ai procedimenti mantenendo un ritmo compassato, tenendo l’action tragicamente al minimo possibile e regalando accenni di vaga tridimensionalità ad ogni personaggio secondario ma cascando a piedi pari sulla figura dell’hacker intraprendente minorenne che non solo risulta determinante per risolvere il caso ma risveglia anche nel depresso Liam gli inevitabili istinti paterni di questa minchia qui, proprio questa che non state vedendo ma che sto indicando con entrambe le mani aperte.
In chiusura, come nel trailer, una sconcertante cover eterea al pianoforte di Black Hole Sun dei Soundgarden.
Mi sa che “cover eterea al pianoforte” is the new “cover ironica ska-punk”.
Vado a farmi un goccio di whisky, e a cercarmi un nuovo multisala preferito.

iMIwl

(per i bambini…)

DVD-quote:

“Troppe poche telefonate”
Nanni Cobretti, i400Calci.com

>> IMDb | Trailer

Tags: , , , , , , , , , , , , , , ,

Il fermo-immagine del lunedì

HeatherLangenk0

Nightmare – Dal profondo della notte

Tags: , , ,

Fight Night: Over the Top

Rubrica settimanale di colonne sonore da combattimento per caricarvi, emozionarvi o ricordarvi che Kenny Loggins era hipster prima di te.

Artista: Kenny Loggins
Titolo: Meet Me Halfway
Dal film: Over the Top

Tags: , , ,

Girare bene, razzolare male: The Signal

the signal posterQualche anno fa uscì Love, lavoretto di fantascienza in cui il debuttante regista/sceneggiatore, William Eubank, ne era anche direttore della fotografia, già suo mestiere per filmetti low budget piuttosto inutili, e production designer. Il risultato fu una palla al cazzo molto carina da vedere, una roba noiosissima e insignificante che di buono aveva solo delle riprese e del design piacevole. L’idea che una persona in grado di mettere insieme ottime inquadrature e figate visive possa essere anche un valido regista è una piaga che sta affligendo, da tempo, la fantascienza, e che da qualche anno sembra essere diventata un vero e proprio inspiegabile mito. L’esempio più lampante è forse Joseph Kosinski, che con TRON: Legacy e Oblivion è riuscito ad accumulare talmente tanta noia e vecchie idee da rendere dimenticabili alcuni degli immaginari digitali più fighi e a tratti emozionanti degli ultimi anni. Neill Blomkamp, un altro mito della computer grafica, riuscì ad azzeccare clamorosamente il suo primo film, peccando poi con Elysium della stessa povertà e apatia narrativa in cui il genere è, nella maggior parte dei casi, finito. A riassumere il concetto, Wally Pfister con Transcendence: un affermato direttore della fotografia debutta alla regia con un film dalle production values fuori di testa e uno dei più sbagliati approcci alla storia che si potessero applicare. La questione del mito moderno inizia quando queste persone falliscono nella mansione principale che dovrebbe essere del regista: raccontare una storia. Under the Skin di Jonathan Glazer sta ricevendo recensioni positive da chiunque: il pubblico ne parla come un’esperienza trascendentale, che resta dentro (sic), mentre i critici ne elogiano l’interpretazione, la visione e l’ipnotico movimento con cui le immagini raccontano la storia, ma nulla di tutto questo è vero, e nulla di tutto questo è altro se non un’opinione annebbiata dalla ruffianeria visiva che il film ostenta da capo a coda mentre la fantascienza viene affondata dall’esaltazione della singola idea contro l’esplorazione e l’approfondimento della stessa. È, in sostanza, un film dall’ottima fotografia e dall’ottimo sound design, con delle idee inizialmente intriganti, che finisce nel nulla più totale senza spiegare alcunché e risultando solo una scusa per mostrare la passera di Scarlett Johansson. Pane per chi si stupisce facilmente, e sintomo definitivo della pomposità con cui i registi indipendenti affrontano la fantascienza, provando di non averne colto la sete di stupore per l’impossibile che ne sta alla base e, soprattutto, la gioia del raccontare una storia ai confini della realtà. L’errore pià grave è sempre quello: porre una premessa e non esplorarla, limitandosi a mostrare cose fighissime, ma infinitamente vuote. La paura dello spiegone sembra aver colpito chiunque, e i recenti sucessi del caso (CoherenceEdge of Tomorrow) sembrano passare inosservati contro i più totali fallimenti. Potrei andare avanti e aprire un capitolo su Shane Carruth, di cui ho amato molto Upstream Color, ma mi sono già dilungato abbastanza. Tornasse, nelle nuove voci, la dignità e l’umiltà di limitarsi a fare i direttori della fotografia senza per forza fare anche i registi il cinema moderno sarebbe un posto migliore.

Scopettoni

La costruzione, la simmetria, l’impero della mente.

William Eubank torna alla regia tre anni dopo con The Signal, questa volta accompagnato da un po’ di hype causato dal passaggio al Sundance e la presenza di un attore noto, Laurence Fishburne. Il film si presenta come un classico thriller sci-fi asettico in cui succedono cose brutte in posti pulitissimi e i twist son lì dietro l’angolo pronti a sconvolgere tutti. A far cornice, una regia pulita, curata nei dettagli e ricca di elementi in computer grafica che potrebbero fare la differenza. C’è tutto per preoccuparsi e c’è tutto per esserne intigrati. Di per sé, parte bene, e i primi 20 minuti sono divisi tra il road trip e la caccia all’hacker mentre i tre giovani protagonisti fanno i giovani protagonisti, dicendo qualche fesseria e senza disturbare nessuno. Poco dopo il ventesimo minuto ci si butta addirittura in un breve ma riuscito momento simil found-footage, in cui la tensione da casa abbandonata nel buio e nel nulla mescolata a “il segnale proviene da qui” ricordano un po’ quella sequenza di Catfish che funzionava allo stesso modo. Il film sembra avere una direzione, sembra essere girato con chiarezza d’intenti e lucidità. Viene voglia di vedere un film del genere girato da Eubank, che per ora sembra aver dimostrato di sapere gestire bene solo videocamere con visore notturno. Dopo questo momento si finisce nei laboratori bianchi, il film cambia tono e dopo un’altra ventina di minuti di scene interessanti la sceneggiatura sbrocca in coglionate ridicole nonostante le 6 mani e nulla ha più veramente senso. Non vi starò a raccontare il finale, ma la premessa di cui sopra ne riassume perfettamente la direzione: le idee diventano un semplice pretesto per mostrare scene a effetto e un certo design tecnologico di buon gusto, finendo poi in sequenze a rallentatore che sembrano più una demo reel per una qualsiasi nuova serie di videocamere sborone che delle scene d’azione. La soluzione conclusiva, invece, raggiunge quella sensazione di fallimento fantascientifico che solo il finale di Mission To Mars era riuscito a ispirare, ovvie e ridicole insensatezze comprese. Almeno lì c’era Gary Sinise. L’idea è abusata e prevedibile, ma con un paio di dettagli potenzialmente interessanti ma puntualmente sprecati in una corsa alla cazzo di cane verso lo schock più gratuito. Muoio dalla voglia di indicarvi uno spoiler solo per sottolinearne il cosa cazzo, ma non lo farò perché sono abbastanza sicuro che molti di voi abbiano voglia di vederlo, The Signal. O almeno, ne avevate voglia fino a cinque minuti fa. Mi sfogherò nei commenti, non c’è dubbio.
Eubank ha l’occhio e le capacità per girare degli ottimi horror scritti da altri, ma continua, imperterrito, a sbagliare genere e approccio e a fidarsi delle sue pessime idee, circondandosi da persone che sembrano dargli più retta di quel che si merita. In tutta questa mancanza di modestia, l’unico sconfitto resta sempre e solo il cinema, e spero che questo esubero di cazzate faccia un favore alle eccezioni, rendendole più riconoscibili.

Un occhio per l'inquadratura che va oltre la media.

Un occhio per l’inquadratura che va oltre la media.

DVD-quote:

“Questa non è la fantascienza che state cercando”
Jean-Claude Van Gogh, i400calci.com

>>IMDb | Trailer

Tags: , , , , , , , , ,

Con gli occhi dell’Occidente: The Den

Vero che già non gli dareste una lira?

Vero che già non gli dareste una lira?

Io questo film non avrei dovuto recensirlo. Era toccato a Quantum, che è noto qui tra i corridoi della Cobretti Mansion per avere un talento innato nello schivare i merdoni; se Quantum dice «puzza» noi ci si spaventa tutti, perché in qualche modo finirà per non toccare a lui. È così bravo, il ragazzo.

Questa volta me la sono cercata, però: in fondo ho con i found footage un rapporto migliore di quello che hanno i tre quarti della redazione se non i tredici quattordicesimi, e ultimamente ho avuto delle sorprendenti incursioni nella botta di culo, con il genere. Il bello dei found footage, riflettevo mentre sgravavo l’amico Quantum dell’arduo compito, è che sono fondamentalmente spam senza costrutto e un finale a bomba. Maggiore è l’aderenza alle regole narrative del found footage, meno le scene di transizione servono realmente a qualcosa – né ad avanzare la trama, né a focalizzare meglio i personaggi, perché se da un paio di scene rubate con una telecamera di sorveglianza si riesce a intuire la psicologia del protagonista e ad affezionarcisi significa che il film è artefatto, montato in tutti i sensi, e che quindi fa dell’estetica da found footage un vezzo e non una necessità, svuotandolo quindi di significato.

Lo spam, quindi. A me piace lo spam. Diventa un sottofondo. I found footage fatti come si deve rilassano, distraggono, fanno da sottofondo finché non decidono di accelerare. Sono film da compagnia. The Den, pensavo, mi farà nella peggiore delle ipotesi una gran compagnia – si parla di webcam e chat online e delle malvagità dell’Internet, in fondo, quindi mal che vada tette?

Sono felice di annunciare che mi sbagliavo, e che difenderò fino alla morte questo film nel suo essere una bomba. Sigla!

The Den funziona nella misura in cui si accetta un’estetica che è estrema anche rispetto alla media dei found footage. L’idea del debuttante Zachary Donohue è di documentare la ricerca di Liz (Melanie Papalia, che poi vi spiego perché è perfetta) sul comportamento online di migliaia di utenti sul fittizio sito di videochat The Den (whoa). Ripeto: la ragazza per dottorarsi deve passare la vita su Chatroulette con uno screengrabber sempre acceso, per stabilire in definitiva, probabilmente, immagino io che gli utenti di Internet sono una razza aliena a noi sconosciuta e che ha la forma di un pube peloso con proboscide.

In realtà compaiono sorprendentemente pochi cazzi nelle peregrinazioni – religiosamente documentate in tempo reale, per cui ecco, se l’idea di un film che per la prima metà almeno è esattamente come guardare lo schermo di uno che sta su Chatroulette, con tanto di multitasking in sottofondo, finestra di Chrome con Gmail che compare ogni tanto dalla quale mandare mail alla profe, videochat con sorelle che usano il telefonino per skypare, se l’idea di un film, dicevo, che vi fa spendere tre quarti d’ora della vostra vita a rivivere con precisione chirurgica la vostra giornata lavorativa media non vi disturba, lo scoglio maggiore l’avete già superato – di Liz, altrimenti piuttosto realistiche nel loro dipanarsi. Se, come me, la prima cosa che controllate in un found footage è la sua plausibilità, The Den è un piccolo divertissement assai soddisfacente.

Sopra: il meta-screenshot di me che fotografo il mio desktop mentre prendo lo screenshot di una scena del film dove si vede il desktop della protagonista per farvi capire che cosa intendo quando dico "estremo".

Sopra: il meta-screenshot di me che fotografo il mio desktop mentre prendo lo screenshot di una scena del film dove si vede il desktop della protagonista per farvi capire che cosa intendo quando dico “estremo”.

Non guasta che Melanie Papalia abbia la faccia perfetta per il ruolo: è quasi costantemente in scena, e in primo piano, e dev’essere quindi gradevole e credibile sia quando è tirata affascinante e pronta per sedurre (funziona, è bellina) sia quando è sconvolta arruffata appena sveglia (funziona, è bellina). Lei, poi, accetta il ruolo con entusiasmo e naturalezza, cosa che vale per l’intero cast in realtà, con un ulteriore plauso alla nostra Melanie che regge il colpo anche quando deve abbandonare la persona della ricercatrice secchiona ma comunque sexy e un po’ buffa per calarsi nei panni, più consoni a noi, della scream queen.

Sì! Perché The Den sarebbe poi un horror! Qui dovete scendere a patti con il film una seconda e ultima volta: il motore della vicenda è un filmatino nel quale Liz incappa saltellando da videochat a videochat, uno shock video che mostra la decapitazione di una ragazzina messicana. Sì, è banale, e sì, presuppone quello stantìo sottotesto da anziani dentro che è alimentato dal pregiudizio che Internet è un posto pericoloso e gli sconosciuti sono tutti cattivi e signora mia quando si stava meglio quando non eravamo alienati dietro gli schermi dei nostri cellulari palmari smartwatch icloud.

Ma diosanto se funziona, perché The Den è scritto da qualcuno che nonostante tutto capisce quel che sta facendo. L’immersione nel mondo dell’always on è perfetta perché naturale, senza l’aggiunta di quei dettagli e ricami inutili e ridondanti che sembrano voler comunicare allo spettatore «ehi, hai visto?, anch’io conosco l’internet kk xoxo» – qualcosa che, per esempio, rendeva insostenibile il già orrendo Smiley. Né ci si crogiola nell’autocompatimento da vittima della Rete – «perché fanno così? Perché LA GGGENTE È COSÌ CRUDELE?» – o nel moralismo d’accatto che ciancia sull’inaridimento delle relazioni vis-à-vis da quando viviamo sempre dietro lo schermo di un telefono. È un contesto alienante, certo, per chi si ferma a rifletterci, ma è presentato con tale naturalezza e understatement che può al limite far sentire in colpa, mai a disagio.

Sopra: sì, anche in casi come questi.

Sopra: sì, anche in casi come questi.

Poi, naturalmente, e con puntualità invidiabile (soprattutto da parte di altri registi che si sono cimentati con questo genere di recente), arriva l’accelerata, che coincide con l’apice di un lento e snervante filtrare della vita reale negli schermi dei computer. Via via che il film si fa più fisico il ritmo cresce, con lui la violenza e il disagio, e si corre rapidi verso un finale marcio come il buco del culo di un cadavere di un mese. Si potrebbe discutere della validità della soluzione finale, per certi versi prevedibile e già vista ma presentata con una fredda efficienza che quantomeno ne amplifica l’impatto.

Resta comunque che sono rimasto incollato al divano e ho vissuto un paio di momenti di genuino malessere, e con il timer a un’ora e sedici minuti non c’è neanche il rischio di annoiarsi troppo.

Purtroppo sapete cosa manca completamente dal quadro? Le tette.

Sopra: la tipica faccia di quello in webcam che aspetta la risposta dell'altro.

Sopra: la tipica faccia di quello in webcam che aspetta la risposta dell’altro.

DVD quote suggerita:

«LIKE»
(https://www.facebook.com/stanlio.kubrick)

IMDb | Trailer

Tags: , , , , , , ,

O tutto o niente: Over the Top

Menahem Golan è responsabile di una fetta enorme dell’immaginario action anni ’80. Grazie alla casa di produzione co-gestita insieme al cugino Yoram Globus, la gloriosa Cannon, ha incarnato quello che oggi possiamo riconoscere e definire come il più classico spirito old school fatto di eroi silenziosi e letali e vendette su piccola e larga scala.
Come regista, Golan ha riservato per sé i progetti non necessariamente migliori, ma sicuramente più ambiziosi.
Questo, nella teoria, era il suo più grande contributo all’umanità.

Over-the-top

E quindi insomma, ve lo raccontavo già, un pomeriggio del 1987 vedo Pippo Baudo intervistare un mocciosetto americano a Domenica In, salta fuori che il regista di Over the Top con quel film puntava a portare le gare di braccio di ferro alle Olimpiadi. Scopro Menahem Golan, scopro la Cannon, scopro che i miei film preferiti sono di responsabilità sua.
Se The Apple voleva incrociare Grease col senso stesso della vita, se L’invincibile ninja voleva creare un nuovo genere di action, se Delta Force voleva scioccare ed esaltare, Over the Top voleva far fede al suo titolo e puntare al jackpot: record di incassi, incette di premi, storia dello sport. Poco importa che L’invincibile ninja, il meno ambizioso del gruppo, diretto quasi per caso, fosse anche stato l’unico a centrare più o meno il suo obiettivo.
Stavolta Golan aveva l’asso nella manica: non più Chuck Norris, il divo che gli aveva regalato i successi economici più importanti ma che non riusciva a sfondare oltre una certa soglia, bensì Sylvester Stallone in persona.
I due si erano conosciuti quando Golan era riuscito a salire a bordo del progetto Cobra e a co-produrlo con la Warner: ora toccava a Sly ricambiare il favore.
L’idea che piace a entrambi è quella che vede un camionista riconquistare il proprio figlio grazie alla magia portiva del braccio di ferro.
Sly accetta, ma vuole riadattarsi la sceneggiatura da solo (l’originale era del grande Stirling Silliphant) e soprattutto vuole lo stipendio allora record di $12 milioni, praticamente metà budget.

PSYCH UP

PSYCH UP

Menahem Golan, come già dimostrato in Delta Force, è il tipo di regista che non solo non bada alle sottigliezze, ma che si approccia all’action hollywoodiano con lo spirito dello straniero cresciuto con il mito degli eroi americani “larger than life”. Il tipo che ne ha assorbito le storie come favole mitologiche di luoghi lontani, e che con Stallone a libro paga può prendere la sua visione riflessa, che ha imparato soprattutto i trucchi che trasformano un personaggio regolare in uno straordinario, e farle fare il giro completo creandone una nuova che diventi esempio per le nuove generazioni. Rocky visto da chi è cresciuto a migliaia di chilometri da Philadelphia, filtrato e rimasticato e risputato fuori con lo stesso attore, e limato da quest’ultimo. Insomma: una storia terra terra, tranciata con l’accetta, con un protagonista che si chiama Lincoln Hawk.
Lincoln Hawk.
Lincoln: come Abraham Lincoln, il Presidente più amato d’America.
Hawk: come il falco, il simbolo dell’America.
Siamo dalle parti di “Max Power“. Sicuramente un gradino più su di “Topper Harley“.
LINCOLN. HAWK.
Prima del tracollo di Jimmy Bobo Stallone ne aveva avuti di nomi cazzuti in carriera, tra John Spartan e Frank Leone, ma questo continua a batterli tutti.

Lincoln Hawk è un camionista.
Sul cofano del camion, lo stemma del falco.
In cabina, il calendario sexy di Abramo Lincoln (ok non è vero).
Il film inizia con una ballata clamorosissima scritta da Giorgio Moroder (ingaggiato per curare l’intera colonna sonora, sia canzoni che musiche, e possibilmente bissare il successo di Top Gun) e interpretata da Robin Zander dei Cheap Trick: il tema è ovviamente patriottico.
Sly si fa bello, mostra i muscoli alle masse, e infine parcheggia il camion a un’accademia militare dove lo attende il figlio Michael, interpretato da Miley Cyrus.

Miley Cyrus

Miley Cyrus

“Lo attende” è impreciso: Lincoln Stelle e Strisce Hawk non vede il figlio da 12 anni. Hannah Montan Michael è stato cresciuto dalla madre e dal ricchissimissimissimo nonno, il cui odio per il genero fu causa determinante per la separazione. Ora la madre, a letto in ospedale col morbo della morte, si è organizzata affinché figlio ed ex-marito si ricongiungessero all’insaputa di tutti.
Lincoln si trova quindi davanti un 14enne viziato, spocchioso, piagnucoloso e soprattutto ostile: riuscirà a conquistarlo? O griderà il più sacrosanto dei “ma chiccazzo me lo fa fare”?
Nel frattempo, il suo piano educativo consiste in:
- iniziarlo alle gioie del junk food da autogrill
- fargli guidare un mezzo di categoria C sulla statale nonostante la minore età
- insegnargli a sfidare coetanei a gare di forza per soldi
- come rimorchiare zoccole e disfarsi del cadavere (ok questa no)
E il braccio di ferro? Ah già.
Per arrotondare, Lincoln Monte Rushmore Hawk partecipa a sfide di braccio di ferro per soldi.
Per la precisione, è l’unico campione nazionale di braccio di ferro ad essere basso, magro e non psicotico.
Il braccio di ferro è simbolo dell’ottenere le cose della vita unicamente con le proprie forze.
Il junk food è simbolo del fatto che il cibo che fa male alla salute è meglio di quello che fa bene alla salute perché le persone che mangiano sano tendono ad essere antipatiche.
Far guidare un camion a un minorenne è puro “fottesega”.
Questi gli insegnamenti principali del film.

"Fottesega"

“Fottesega”

Insomma, è chiaro che la trama di per sé non presenta molte opzioni per scene action, ma è qui che la coppia Golan – Stallone entra in perfetta sintonia.
Per Golan è semplicissimo: basta gonfiare ogni conflitto all’esasperazione.
Miley Michael è a disagio col padre? Piangere e innervosirsi non è sufficiente: deve scendere dal camion in corsa e buttarsi in mezzo alla tangenziale a sei corsie come un cervo impazzito.
Il suocero odia Hawk? Non si accontenta certo di brontolare in poltrona, ma gli scatena dietro i suoi scagnozzi (tra cui Terry Funk!) provocando inseguimenti, scazzottate, auto che si ribaltano, vetri e muri sfondati.
Da parte sua Sly si riaggiusta il personaggio a piacere, e insegna a Menahem il trucco imparato su Rocky IV: montaggi musicali come se piovesse (che è anche la ragione che ha portato all’ingaggio di Moroder). I temi portanti sono l’eroica ballata di Robin Zander in apertura e chiusura, la sentimentale Meet Me Half Way (metaforone del rapporto tra padre e figlio) dell’immancabile Kenny Loggins e usata addirittura due volte, e il rockettone Winner Takes It All, cantato da Sammy Hagar con assolo (di basso!) di Eddie Van Halen.
Per una serie di circostanze che non sto a raccontarvi il film minuto per minuto, Lincoln Alamo Indipendenza Hawk e figlio/a si separano. Il piano di Sly, che non sono sicuro di aver mai capito, consiste nel vendere il camion per guadagnare i soldi per iscriversi al torneo mondiale di braccio di ferro in cui in palio c’è un camion.
E qui è dove il film fa letteralmente acrobazie per rendere dinamico e cinematografico uno sport in cui due persone comodamente sedute cercano di piegare l’avambraccio dell’avversario di 90 gradi nell’unico modo che il regolamento consente: spingendo dritto.
Non c’è tattica, non c’è varietà: solo due braccia, di dimensioni sopra la media, che si muovono come lancette inceppate mentre i due sfidanti sudano e grugniscono.
Espressione di pura forza, condita da un 20% di determinazione e un 5% di trucchetti psicologici intimidatori.
Lo scopo: rendere questo elogio della staticità il catalizzatore di interesse e centro nevralgico di un film che ambisce a trionfare al botteghino, e possibilmente non solo quello.
E sapete cosa?
Il duo Golan – Stallone gonfia, tira, piega, mischia, pompa, colora, stira, ammira e alla fine ce la fa.

Tenersi per mano

Tenersi per mano

Sly tira fuori uno sguardo pazzo che non aveva dal primo Rambo, gira il berretto al contrario e fronteggia avversari che paiono usciti dal manicomio criminale e sono puntualmente grossi il doppio di lui: fisici impossibili, occhi spiritati, pettinature pazze, freaks rubati alla WWE, persino donne! Su tutti “John Grizzly”, che beve l’olio del motore e si ingoia un sigaro acceso (in momenti rigorosamente diversi).
Gli incontri sono un’ammucchiata di “Premio Bravo” senza precedenti, con scene di isterismo fuori controllo e certi ceffi a cui non basterebbe un sonnifero per orsi.
Un normale match viene reinventato per la macchina da presa e i concorrenti si agitano, tirano, strappano, ribaltano, si esibiscono in impossibili rincorse, e su questo, Golan mette il rockettone di Sammy Hagar a palla e monta come un ossesso patinando i colori e moltiplicando i lens flare come un piccolo proto-Abrams. E non contento ci mette pure tamarrissimi intermezzi con interviste ai partecipanti riguardanti stato d’animo e tattiche per vincere, in cui tra una dimostrazione di arroganza e l’altra Sly se la gioca di modestia e contrasto dichiarando di essere lì solo per il camion e raccontando la mossa del cappellino rigirato.
E ovviamente non è tutto: ci sono ribaltamenti di regole, colpi di scena, proteste, suspance, cinghie in pelle per tenere ferme mani sudate e sul più bello – ma giuro che me ne sono accorto solo ieri – un plateale e ripetuto product placement dell’Alka Seltzer. Non l’Harley Davidson o la Patriot Beer o che ne so: l’Alka Seltzer. Gente che lo beve, gente che ne indossa la maglietta… Boh.
Trattandosi poi di un film sportivo anni ’80 non può mancare La Mossa. Che in questo caso consiste in Stallone che imbroglia platealmente con il consenso degli arbitri e cambia la presa per portare quattro dita a schiacciare il pollice dell’avversario, il quale di colpo ulula come se gli fosse passato un camion sui coglioni e tanto basta a ribaltare una situazione sfavorevole.
E c’è poco da fare: funziona tutto che è una meraviglia.
Si ha l’impressione che l’intero potenziale cinematografico del braccio di ferro venga succhiato e prosciugato per quei 15 minuti finali non lasciando spazio ad eventuali bis, ma porca miseria, quei 15 minuti fanno il loro mestiere coi controfiocchi.

L'ammazzacaffè

L’ammazzacaffè

Il film floppò clamorosamente, inaugurando al secondo posto dietro a Mannequin nonostante fosse distribuito nel doppio delle sale, e mise a repentaglio la situazione economica della Cannon che, complice un altro paio di disastri grossi (Masters of the Universe e Superman IV) fallì pochi anni dopo.
E nonostante l’homevideo e i passaggi televisivi hanno ridato al film il posto che si merita nei grandi classici di quel decennio, oggi Sly tende a rinnegarlo pubblicamente.
Golan, che nello stesso anno da produttore aveva lanciato la carriera di Jean-Claude Van Damme, da regista abbandonerà l’action e tornerà a girare i suoi piccoli filmettini di stampo autoriale a cui si dedicava con una certa regolarità prima di alzare la posta con The Apple.
Il suo contributo al mondo era già stato più che abbondante.

Dvd-quote:

“Il miglior film sul braccio di ferro mai girato”
Nanni Cobretti, i400Calci.com

>> IMDb | Trailer

Ciao Menahem

Ciao Menahem

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Trailerblast: Convoy – Trincea d’asfalto

>> IMDb

Tags: , , , , , ,

Keanu Reeves uno di noi, parte 2: John Wick (trailer)

Come si fa a non volere bene a Keanu Reeves di questi ultimi tempi?
È ovvio che di colpo si è intrippato di brutto col cinema da combattimento.
Prima decide di esordire alla regia con Man of Tai Chi, il più classico dei film di tornei clandestini di arti marziali giusto in chiave un pelo più filosofica, in cui tra l’altro fa esordire Iko Uwais a Hollywood urlando “Primo!!!1!” (e poi lo spreca malamente).
Poi questo progetto a sorpresa, John Wick, che fino a ieri nessuno ne parlava eppure c’è già un trailer intero ed esce a ottobre.
La storia è quella di un ex-killer, un antieroe a cui fregano l’auto e il cane buffo facendolo incazzare tipo Tony Jaa con gli elefanti, una roba noir con tanto di voice over che permette a Keanu di fare il duro alla Jason Statham, ma non è tanto questo.
Alla regia c’è l’esordio di Chad Stahelski, ex-stuntman che fu controfigura di Keanu in Matrix e ha alle spalle una carriera da kickboxer in roba tipo i sequel di Bloodsport.
In sceneggiatura invece Derek Kolstad, autore di due film con Dolph Lundgren e basta.
Capito di che gente si circonda il Keanu?
È o non è una dichiarazione di intenti meravigliosa?
Aggiungi Daniel Bernhardt dal lato scagnozzi e voilà, ecco a voi un DTV extra-lusso con Willem Dafoe, Adrienne Palicki, Ian McShane, Jason Isaacs e nientemeno che il recupero di quel David Patrick Kelly che ci regalò momenti indimenticabili chiedendo ai Guerrieri di giocare a fare la guerra e ricordando (invano) a Schwarzenegger che gli aveva promesso di ammazzarlo per ultimo.
Vè che robina:

Com’è?

Tags: , , , , , , , , , , ,

Takashi Miike presenta il pilota automatico: Shield of Straw

Takashi Miike, è chiaro come il sole, è un regista che non puoi imbrigliare in una definizione. Cristo, non lo potresti imbrigliare neanche in tre, forse con cinque ancora ancora ce la fai, ma devono essere cinque definizioni robuste, potenti, che si sottopongono da quando sono nate a durissimi allenamenti per riuscire a definire Takashi Miike, e comunque, anche così, non è facile.

Da Audition a 13 assassini passando per il live action di Yattaman, dai 2 ai 5 film all’anno, vi sfido a dare una spiegazione alla produzione artistica di un uomo che fa semplicemente qualunque cosa piuttosto che stare fermo. C’è il Miike politico, il Miike ultraviolento, il Miike demenziale e il Miike impegnato, il Miike amico degli yakuza e il Miike amico delle guardie, non volendo farci mancare niente noi ci siamo fatti il Miike Bongiorno, c’è il Miike horror, il Miike per ragazzi e il Miike autore di videoclip, il Miike che adatta un videogioco di avvocati, il Miike per il sociale e per forza di cose, dopo quasi 25 anni di film, c’è il Miike col pilota automatico: quello che per correttezza, in nome dell’amicizia e del fatto che tutti hanno diritto al beneficio del dubbio, facciamo finta di credere si sia presentato almeno di tanto in tanto sul set per controllare che i suoi assistenti e la seconda unità non stessero facendo fuori tutti i soldi della Warner in droga e puttane.

Il grande regista Takeshi Miike mentre detta il suo IBAN a quelli della produzione

Il grande regista Takeshi Miike mentre detta il suo IBAN a quelli della produzione

Palese imbucato a Cannes 2013 e inspiegabile candidato alla Palma d’oro, Shield of Straw, titolo internazionale di Wara no tate, è l’adattamento, finanziato con capitale americano, di uno di quei best seller da spiaggia con la copertina rigida buoni giusto per menare il tuo vicino d’ombrellone se riesci a prenderlo di taglio, nonché probabilmente il film più sciatto e incolore nella carriera di uno che, ci tengo sempre a ricordarlo, 10 anni fa si presentava a Venezia vestito da Zebraman.

Neva forget

Una bambina viene trovata morta. Il principale sospettato ha la faccia da culo di Tatsuya Fujiwara, quindi, secondo una legge introdotta in Giappone dopo i due film di Death Note, è automaticamente colpevole. La bambina aveva un nonno, immancabilmente ricchissimo e a cui manca poco da vivere che come logica conseguenza di ciò si dice fottesega della legge e mette sulla testa dell’assassino una taglia spropositata, una cifra così ridicolmente alta da far vacillare i principi di chiunque. Lo Stato, che non può permettere che la gente si faccia giustizia da sola come nel Far West, imbastisce una colossale operazione di polizia per scortare Fujiwara, vivo e in un pezzo solo, fino a Tokyo, dove sarà regolarmente incriminato e processato. Non sarà facile.

Nel 2008, la mia attuale compagna Karen Gilliam andò in vacanza in Giappone. Appena arrivate a Tokyo dall’aereoporto di Narita, non riuscendo a trovare l’albergo dove avrebbero dovuto alloggiare, lei e l’amica che la accompagnava chiesero aiuto a due poliziotti, i quali le fecero girare in tondo per ore per poi arrendersi anche loro e chiedere indicazioni a un edicolante. L’albergo era a due passi da dove erano partiti. Ora, per quanto nella vita di tutti i giorni io mi sforzi di non fare mai di tutta l’erba un fascio, confesso che questo aneddoto ha compromesso per sempre la mia capacità di prendere sul serio qualunque storia ambientata in Giappone in cui a dei poliziotti viene affidato un compito di responsabilità — ma se già così Shield of Straw non partiva sotto i migliori auspici, mai mi sarei preso la briga di iniziare a vederlo se avessi saputo cosa veramente mi aspettava.

wnt_mda

Il modello è il thriller ad alta tensione con poliziotto superumano (ma fallibile!) che porta a termine la missione a ogni costo di chiarissimo stampo amereggano, e dell’America si affretta a prendere tutte le abitudini peggiori: mangiare di merda, fare poco moto, personaggi tratteggiati con l’accetta e una trama che non sta né in cielo né in terra. Per capirci, i due poliziotti protagonisti (gli stessi, credo, che hanno fatto carriera dopo aver risolto il caso delle due gaijin che non trovavano l’albergo) vengono introdotti prima mostrandoli al poligono di tiro, che sono super badass motherfuckers perché sparano con aria risoluta, e poi facendoli incontrare con un terzo agente che li saluta dicendo “ah, lei è il detective famoso per essere un uomo dai valori incrollabili e lei è la poliziotta che eccelle in tutti i test ma che non avanza di grado perché discriminata in quanto madre single”.

"...lei invece dev'essere il dialoghista, piacere"

“…lei invece dev’essere il dialoghista, piacere”

Completato il quadro con una serie di comprimari che non ci si è neanche presi il disturbo di stereotipare e un cattivo irritantissimo (per forza, è Tatsuya Fujiwara) che non fa che piagnucolare e ridere per quasi tutto il tempo completamente a caso, il film procede con lo stesso schema che si ripete sistematicamente (e senza un vero climax) per due ore e dieci: i pulotti escogitano un modo per trasportare l’assassino da un punto A a un punto B > qualcuno li tradisce > sparatoria > un membro della squadra muore.

“Vale la pena rischiare la vita per proteggere un delinquente?” è il dilemma morale attorno cui ruota il film e che molto probabilmente il pubblico avrebbe intuito anche senza bisogno di farlo ripetere ad alta voce, cronometro alla mano, ogni 10 minuti da ogni singolo personaggio. A quanto pare a Miike, o chi per lui, interessa a pacchi il tema della fedeltà allo Stato, il senso del dovere che prevale su pancia, cuore e convinzioni personali, ma nella foga di questa scialba lezioncina di educazione civica filogovernativa, si perdono per strada una quantità di spunti di gran lunga più interessanti sul senso della vendetta (un nonno distrutto dal dolore ha il diritto di mettere a ferro e fuoco un Paese per la propria soddisfazione?), sul rapporto tutto sorto del Giappone odierno col denaro (i soldi possono comprare qualunque cosa? le persone hanno tutte un prezzo?), sui vizi e le contraddizioni del sistema giudiziario (l’assassino viene salvato solo per poterlo poi giustiziare “legalmente”); qualunque opinione viene accuratamente messa a tacere, ogni strada alternativa evitata (il Miike di 15 anni fa non si sarebbe lasciato sfuggire l’occasione di portarti a tifare per l’assassino pedofilo per il puro gusto di farti vergognare di te stesso), la violenza tenuta a debita distanza, quando non sbrigata addirittura fuori campo. In tutto questo, la cosa più audace che fa Miike è far esplodere un camion, e pure lì c’è grossa puzza di green screen.

Sì vabbè

Vabbè, dai

Non ha alcun senso fare i puristi e non biasimo il Take per la “commercialata” (non è la prima e non sarà l’ultima e non è detto che non possa essere divertente) né per aver fatto un film in cui i cervelli rimangono nella scatole craniche: quello che davvero fa specie è la pigrizia di raccontare una storia in modo così impersonale, senza adottare alcun punto di vista, senza sollevare un dubbio che sia uno. Forse per il regista che nella sua carriera ha osato tutto, la sfida finale è non osare niente. Nel dubbio, vaffanculo Warner.

DVD-quote:

“Pensavo fosse Miike, invece era un neMiike”
Quantum Tarantino, i 400calci.com

Tags: , , , , , , , , , , , , , , ,

Consigli per l’arredamento: R.O.T.O.R.

ROTOR_onesheet_USA-1

R.O.T.O.R. (Compra)

Tags: ,