Crea sito

Uomo Ragno European Summer Tour – La recensione di Spider-Man: Far from Home

Nell’anno del Signore 2019, il franchise di Spider-Man ha un compito importante che gli grava sulle spalle e Spider-Man: Far From Home fa tutto ciò che è in sui potere per farcelo sapere dal minuto uno. È stato arbitrariamente deciso che l’Uomo Ragno deve essere il nuovo Iron Man*, nessuno si aspetta da lui niente di meno che questo, quando lui, in realtà, vorrebbe solo limonare — e questa, in soldoni, è la trama del secondo Spider-Man della Marvel, divertente, simpatico — non all’altezza del primo, ma diversi gigatoni meglio della media dei secondi capitoli dei film Marvel.

Chose your fighter: Marvel brutti edition

Più che un film, Far from Home è una lista della spesa, una serie di punti che alla Marvel preme smarcare prima di lanciarsi nella stratosfera con la Fase 4, e a causa di questo la storia finisce per essere un po’ l’agnello sacrificale sull’altare di una serie di momenti tra l’infotainment e l’infodump. Per il presidente galattico Kevin Feige è assolutamente indispensabile:

  • farci sapere che Spider-Man è il nuovo Iron Man
  • farci sapere com’è il mondo dopo Endgame (spoiler: uguale; lo shock della morte e resurrezione di 3 miliardi di persone si risolve nei primi 5 minuti con un paio di battute)
  • farci sapere che Spider-Man è il nuovo Iron Man
  • ricordarci che nei film Marvel si ride
  • farci sapere che Spider-Man è il nuovo Iron Man
  • far crescere emotivamente e fisicamente Spider-Man in modo che risulti plausibile quando, nel prossimo Avengers, ce lo troveremo nel ruolo di Iron Man.

Esattamente come in Homecoming, tutto quello che riguarda il mondo di Spider-Man è definito dal rapporto tra Peter Parker e Tony Stark, con una colossale differenza rispetto al film precedente: Tony Stark è morto e non è più possibile alcuna dialettica tra i due. Certo, di tanto in tanto emerge dall’ombra Nick Fury nel ruolo di nuovo papà a dire Stark avrebbe voluto questo, Stark si sarebbe aspettato quello, ma non è la stessa cosa. Lo sappiamo noi e lo sa Peter, che troviamo spaesato, alla disperata ricerca di un nuovo mentore, di un adulto a cui chiedere consiglio, a cui appoggiarsi, fino alla scioccante realizzazione che è lui l’adulto, ora. La strada gli è stata indicata e l’unica cosa da fare è percorrerla con le sue sole forze, più una stampante 3D in grado di fabbricargli qualsiasi cosa e un’intelligenza artificiale che controlla un esercito di droni e hackera qualsiasi sistema informatico al mondo.

“I am Iron Kid”

Se bisogna trovare un difetto nella mitologia del nuovo Spider-Man è probabilmente questo, cioè il fare affidamento costante sull’eredità di Tony Stark in quanto fornitore di gadget capaci di fare qualsiasi cosa e risolvere qualsiasi problema. Non manca in questa, come nella scorsa pellicola, il momento “la vera forza era dentro di te”, che tuttavia suona quanto mai ipocrita e paraculo dopo che hai indossato per tre film un costume che persino combatte al posto tuo. Molto più interessante il discorso sull’eredità di Tony Stark come eroe e come uomo, che permette di ragionare non solo sul ruolo di Peter in quanto suo successore, ma sul mondo post-Thanos e post-Avengers tout court, e sui mostri che ha creato. In questo senso è davvero un gran villain Mysterio e si rivela doppiamente indovinata la scelta di Jake Gyllenhaal, il cui essere così ridicolmente fuori posto in un cinefumetto diventa il punto stesso del suo personaggio, attraverso un discorso che esce dai confini del film per parlare di cosa significa fare film dopo 11 anni di Marvel Studios: ormai ti vogliono solo se sei disposto a metterti un costume ridicolo. E non credo nemmeno sia un caso che si sia scelto un cattivo il cui superpotere sono gli effetti speciali.

“Come cazzo se tocca conciarsi pe’ lavora’”

Peccato manchi, proprio come in Black Panther, il coraggio o la volontà di fare quel passettino in più e raccontare fino in fondo un antagonista che non è necessariamente “cattivo”, ma ha soltanto delle argomentazioni diametralmente opposte a quello dei protagonisti, magari altrettanto valide, magari persino migliori. Ma la Marvel, almeno per questo decennio, ha dato coi finali che mettono alla prova lo spettatore, è di nuovo tempo di mandare tutti a casa tranquilli e con la certezza di chi sono i buoni e chi sono i cattivi, per cui anche Mysterio, che poteva tranquillamente essere l’unico adulto coi piedi per terra in un mondo di bambinoni che fanno i pirla in pigiama, finisce velocemente derubricato a maniaco omicida narcisista, “il cattivo delle fake news” (altro argomento, quello della post-verità, che poteva essere sviluppato molto meglio di così).

Quello che invece Far from Home centra in pieno, ancora una volta, è il ritratto di Peter Parker, “lontano da casa” eppure mai così vicino al canone dei fumetti, in questa versione per certi versi simile ad Iron Man 3, che racconta la fatica dell’eroe che ha compiuto un’impresa straordinaria e ora si deve riabituare alla vita normale. A costo di ripetere quanto scritto due anni fa, Peter Parker è fondamentalmente un ragazzo normale che vuole fare la cosa giusta: possono cambiargli il costume, le origini, i modelli di riferimento e i poteri, la sua essenza rimane quella e finché ci si ricorderà di questo l’interpretazione che ne danno i Marvel Studios attraverso Tom Holland (mostruosamente bravo come sempre) rimarrà la migliore vista sul grande schermo.
Ma se Homecoming aveva il sapore di una commedia adolescenziale in cui Tom Holland brillava come mille soli, a questo giro i toni sono più quelli della commedia romantica, sorta di versione ripulita di un film di John Hughes, e a guadagnarci più di chiunque altro è la MJ interpretato da Zendaya. La necessità di approfondire il love interest del protagonista ci regala un personaggio femminile finalmente non stereotipato, definito da una serie di tratti caratteriali e non dal suo essere “la femmina” della storia: MJ è una dura ma non è invincibile, è sveglia ma non ha tutte le risposte, è risoluta ma al momento della verità mostra le stesse insicurezze di Peter e dei suoi coetanei. Questo ne fa un personaggio amabile, oltre che tridimensionale, perfettamente in grado di tenere testa, quanto a carisma, all’eroe, e che avremo piacere a vedere anche in contesti che non siano “cade da un ponte, Spider-Man la deve prendere al volo”.

Power couple

Il grosso limite di Spider-Man: Far from Home è che è così concentrato sul raccontarti il mondo nuovo in cui si muove(rà) Spider-Man da dimenticarsi, di tanto in tanto, di Spider-Man. È un primo atto lungo due ore e dieci che infila un paio di scene d’azione azzeccate (l’attacco psichedelico di Mysterio e il contrattacco “alla cieca”, usando solo il senso di ragno**, di Peter) e qualche bel momento di introspezione (come quello in cui Peter imita senza saperlo le movenze di Tony, urlato col megafono ma non per questo meno toccante), ma lo fa con una tale fatica, tra una conversazione con zia May e una con Ned, tra un briefing e un telegiornale, tra uno spiegone di Nick Fury e uno di Mysterio, che dopo 129 minuti di film sembra di avere appena finito il riscaldamento. Chissà che per il terzo capitolo Jon Watts non ci stupirà tutti con un film d’azione.

Blu-ray quote:

“Meglio un giorno da Night Monkey che cento da Tony Stark Jr.”
Quantum Tarantino, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

* Secondo lo squisito paradosso per cui un personaggio di cui fino al 2008 non importava niente a nessuno è diventato così fondamentale nella mitologia Marvel che ora spetta a quello che per i precedenti 70 anni ne è stato l’icona raccoglierne l’eredità.

** Ho chiesto a Nanni, in originale il “Peter-prurito” è “Peter-tingle” da “my spider sense is tingling”. Sul perché non lo chiamino col suo nome, ci sono tante teorie: una è che faccia parte di un lavoro di decostruzione dell’iconografia del personaggio (come il fatto che il costume cambi ogni dieci minuti o che non si parli mai di zio Ben), un’altra è che siano scemi.

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

La cosa della palude – La saga di Swamp Thing

Wes Craven passava dagli horror ai supereroi quando James Wan riusciva a leggere a malapena La Pimpa.  »

No, fuck YOU, Uwe! The Uwe Boll Story

Dove Stanlio Kubrick scopre, avete presente tutte quelle cose che si dicono di Uwe Boll?, è tutto vero  »

Escape Plan 3: La Sfida di Casanova

Il terzo capitolo di una saga che vede Sly costantemente impegnato a telefonare a Baustista che scopriamo essere un esperto di arte religiosa. Ah, incidentalmente c’è gente che deve scappare da una prigione.  »

Il Re dell’impossibile: Flash Gordon (1980)

A volte Lo Sbaglio trova gente dalla scorza dura che sa come affrontarlo e trasformarlo in un film memorabile.   »

The Perfection: tranquo, scampato pericolo

Il vostro periodico rassicurante film che vi spiega che le cose vagamente elitarie che non conoscete né capite sono roba per maniaci.  »

Sigmund Droid: la recensione di I Am Mother

Quando non c’hai i sòrdi e l’apocalisse diventa tutto un metaforone su maternità e passaggio all’età adulta  »

Il manuale di come lavorare male: Popeye (1980)

Quasi 40 anni fa vedeva il buio delle sale lo spauracchio dei produttori moderni  »

Tim Sutton persona non grata: la recensione di Donnybrook

L’articolo 1 della costituzione di Val Verde è abbastanza chiaro: se non ti piacciono i film di menare, non girare film di menare. Tim Sutton non ha ricevuto il promemoria e ha fatto Donnybrook.  »

La Bambola Assassina 2019. Il nostro Toy Story 4.

Di quella volta che il reboot di un franchise tutto sommato poco interessante poteva essere una mezza bomba ma poi il braccinismo c’ha messo il suo e allora niente, dai, sarà per la prossima volta.   »