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Missione Pandemia – Operazione Simpatia: la rece di Host

Le foto in questo pezzo saranno noiosissime e tutte uguali, ciononostante o forse proprio per questo ce ne metterò un sacco.

Host mi sta simpaticissimo.

Non necessariamente perché sia un buon film, anzi con ogni probabilità è un film del cazzo, ma per come è stato concepito, organizzato, realizzato e prodotto: è il film più 2020 di tutti i film del 2020, è un film che parla della vita durante la pandemia (uso “la” e non “una” perché tanto sappiamo benissimo di quale parlo) senza mai nominare le parole “covid” o “distanziamento sociale” ma trattando la nostra bizzarra condizione che si protrae ormai da mesi come la normalità. È un film che nasce per pura forza di volontà e anche voglia di mettersi in gioco, di tentare qualcosa di tutto sommato nuovo nello spirito di Blair Witch ma anche di esperimenti più esplicitamente tecnico-virtuosistici tipo gli effettoni speciali di Monsters che sono fatti tutti in cameretta e senza accorgertene finisci a dirigere Godzilla.

Probabilmente sapete già tutto sulle origini di Host visto che il suo regista Rob Savage (ROB SAVAGE) si è fatto intervistare anche dalla sua lavatrice smart a riguardo, ma per completezza di informazione ve le riassumo. Ad aprile in pieno lockdown Savage fa questo scherzone durante una conversazione su Zoom, lo mette online, la cosa diventa virale e lui capisce che dietro quest’idea così semplice c’è abbastanza potenziale ciccia da costruirci un intero film. Contatta quindi una serie di amiche attrici (e un tizio) anch’esse in lockdown e propone loro di partecipare a questo esperimento: un film girato tutto su Zoom e in isolamento, il che significa che ognuna di loro deve provvedere a illuminazione, trucco, riprese e stunt.

C’è un momento incredibile proprio all’inizio nel quale scopriamo che una delle protagoniste, Jemma Moore, abita a pochi passi da Haley Bishop, che è quella dal cui computer vediamo tutto il film.

Capito perché Host mi sta simpatico? E mi rendo anche conto del perché possa stare al contrario tremendamente antipatico: è un film pensato per questi tempi di sale chiuse e che è girato, per ammissione del suo stessa regista, sapendo che sarebbe stato visto con ogni probabilità su un portatile o un tablet; non ho voglia di addentrarmi in discussioni che inevitabilmente porterebbero verso il nome di Christopher Nolan (è la legge di Godwin dei formati di riproduzione, o legge di Netflix), ma capisco chi dice – se c’è, e sono sicuro che ci sia – che in un certo senso Host è un film anti-cinema, intendendo “cinema” come sinonimo di “sala cinematografica” e di “esperienza condivisa”, un’espressione quest’ultima che immagino escluda la visione collettiva del film su Zoom con la Betta il Giangi e la Luisa.

Però qui parliamo di gente che aveva voglia di fare una roba e che ha ripensato gli ostacoli come opportunità, e che ha deciso di mettersi in gioco organizzandosi uno studio di ripresa privato e cimentandosi con pezzi di cinema con i quali chi recita non sempre ha familiarità o esperienza diretta. Quante cose diverse che si possono dire di Host! Già questo è un risultato di qualche tipo, giusto? Certo, poi dovremmo anche parlare del film che come accennavo sopra è un po’ un film del cazzo, ma lo faremo dopo la SIGLA!

Host funziona così: c’è Haley che organizza una videochiamata su Zoom insieme alle amiche Jemma, Emma, Caroline e Radina, oltre all’amico Teddy che è una specie di orsotto fattone che vive in una casa con piscina con una strafiga che a quanto pare sta antipaticissima alle altre. L’occasione è… una seduta spiritica su Zoom, tenuta dalla medium Seylan, un’amica di Haley! Che grandissima idea: sei persone che non vedono altri esseri umani da mesi e bevono litrate di alcool per superare il momento di difficoltà che si incontrano virtualmente su una piattaforma dell’Internet per contattare gli spiriti dei defunti, per i quali vale una sola regola e cioè non mancare loro di rispetto.

Indovinate un po’? Le nostre amiche mancano di rispetto a uno spirito che comincia a tormentarle in stile poltergeist per poi passare alla violenza fisica.

Fine, il film è questo, e peraltro dura 56 minuti per cui non ha neanche granché tempo da dedicare alla costruzione dei personaggi e dei loro rapporti (continuo a non spiegarmi Teddy per un sacco di ragioni, non ultima il fatto che ha almeno una quindicina d’anni più delle ragazze – è il loro amico vecchio e un po’ viscido? È il loro spacciatore?), e tutto quello che scopriamo lo dobbiamo dedurre da brandelli di conversazione che danno per scontate cose che sono state dette in altri contesti. Non è neanche una brutta idea, anzi è coraggiosa, il tentativo di applicare la filosofia dello show don’t tell anche ai dialoghi visto che le limitazioni pratiche obbligano ad ambientare tutto il film sullo schermo di un computer. Come dicevo, Host è simpaticissimo anche per questi motivi: ogni tanto ci si ferma a chiedersi come abbiano fatto a fare questo o quest’altro trucchetto, perché dovendo tenere sotto controllo cinque o sei schermi contemporaneamente che contengono materiale girato separatamente c’è anche da fare un gran lavoro sul montaggio e di taglio e cucito et cetera et cetera e bla bla bla

Volevo inserire da qualche parte una battuta sul fare i conti senza l’Host ma mi sono trattenuto.

Però ecco, a un certo punto diventa più un discorso di ascoltare la musica per apprezzare la bravura di chi suona che altro, perché la storia di questa seduta spiritica che va male e dà inizio a una serie di jump scare telefonatissimi e appunto apprezzabili in quanto piccoli virtuosismi e null’altro è per l’appunto la storia di un film un po’ del cazzo, che brilla qui e là perché le ragazze ci credono tantissimo e si divertono un sacco e perché l’idea di tenere la cornice di Zoom e tutti i tricchetracche di un normalissimo desktop riesce nel suo scopo di tirare in mezzo e sfumare il confine tra spettatore e partecipante silenzioso alla conversazione. Ma queste sono tutte robe che sono già riuscite ad altri film migliori di Host (Unfriended e il suo sequel, soprattutto) e che non sono di per sé nulla di rivoluzionario o mai visto prima – la novità sta nel modo in cui sono state realizzate, non pensate, e mi sembra di star cominciando a ripetermi ma non è facile trovare spunti di discussione su Host una volta esauriti gli aspetti para-filmici.

Cioè, è letteralmente il corto di Savage di aprile, stiracchiato per quasi un’ora. Fa paura? Mah, boh, non lo so, è sempre la solita difficilissima domanda sui film horror, a me non ha fatto paura, si regge esclusivamente sui jump scare più beceri (vedi ancora il corto di Savage) che non servono a nulla se non a farti fare un saltino sulla sedia soprattutto se stai guardando il film in cuffia al buio; ma finiscono lì, una volta risolto il “buuu!” il film ritorna innocuo fino al “buuu!” successivo e per quanto le nostre amiche ce la mettano tutta per farci credere di essere terrorizzate resta il fatto che il cattivissimo spirito demoniaco che si intrufola nella loro seduta spiritica fa tre cose in croce e solo quando ne ha voglia lui, ed è invisibile e invincibile, per cui più che un mostro minaccioso è una sentenza, un’inevitabilità, un conto alla rovescia scandito da spaventerelli, urla e suppliche varie.

Caroline è la mia prefe.

Non c’è neanche uno straccio di spunto originale nella concezione del mostrillo, che solitamente in questi film funge da grimaldello per scardinare i più oscuri segreti del gruppo di vittime, ma qui nasce un po’ per caso ed esiste solo per scuotere mobili e fare casino; nessuna delle cinque ha uno straccio di arco e più in generale tutto Host non ha alcuna forma di ritmo o di struttura – diciamo che si vede che il copione veniva scritto di giorno in giorno in base all’ispirazione. Non c’è nulla di disastroso eh, Host è prima di tutto un prodotto di estrema professionalità nonostante le difficili condizioni sotto le quali è stato realizzato; però è tutto un po’ piatto e frettoloso, senza quei guizzi che un po’ di tempo e di labor limae in più possono imprimere a una prima bozza.

Savage ha già detto che visto che l’esperimento ha funzionato vuole ripeterlo con più ambizione; il che dà credito alla mia teoria della prima bozza: Host è prima di tutto una proof of concept, un minimo indispensabile per dimostrare che si può fare, e che se quella che consideriamo ancora un’emergenza dovesse protrarsi abbastanza a lungo da diventare la normalità o la semi-normalità c’è comunque dello spazio creativo per aggirare i limiti dell’impossibilità di incontrarsi di persona. Tutto molto bello, e soprattutto mega simpatico, però resta un po’ un film del cazzo e poco più, almeno per ora.

Cinema di tinelli.

Streaming quote suggerita:

“Dura meno di un’ora!”
(Stanlio Kubrick, i400calci.com)

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