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Mamma, mamma, lo sai chi c’è? È arrivato El Conjurante: Veronica

È il 2007, sono fresco di laurea e sto per trasformare la passione per il cinema in un lavoro. Giovane e pieno di speranze, con la luce di un futuro radioso negli occhi, mi avvicino per curiosità, visto il mio amore per i film di zombi, a [Rec]. Il film di Jaume Balagueró e Paco Plaza mi spazza letteralmente via, sollevando due topic di discussione: primo, se utilizzato bene, il found footage può essere una grande arma cinematografica. Secondo: ma perché cazzo in Italia non riusciamo a farli, film così, se pure in Spagna ce la fanno? Domande molto importanti per il me di allora quanto il me di adesso.

Due facce qualunque che troveresti in un giorno a caso da Profondo Rosso a Roma.

Flashforward a undici anni dopo. Qualcosa si è mosso nel frattempo in Italia, ma niente che abbia ancora fatto gridare al miracolo. In Spagna, in compenso, la produzione di genere va avanti tranquillamente ma non è che sia uscita molta roba dall’impatto paragonabile a [Rec]. Gli stessi Plaza e Balagueró hanno annacquato la loro gallina dalle uova d’oro oltre l’impossibile. Prima con un sequel, [Rec]² (che io mi vedo in pre-apertura al mio primo Festival di Venezia, tutto esaltato come uno studente DAMS a una proiezione restaurata di Intolerance), ancora diretto a quattro mani ma che fa gli stessi errori di ogni singolo sequel di Paranormal Activity: moltiplica i punti di vista e rovina la plausibilità dell’effetto documentario. Poi con altri due capitoli diretti uno a testa in cui ormai l’originalità delle premesse si è persa.

Bala e Plaza ora stanno proseguendo le loro carriere soliste, dopo essersi finalmente lasciati alle spalle [Rec] del tutto, o almeno si spera. Epperò il primo [Rec] sta sempre lì, a galleggiare molesto, come la statuetta di un vecchio Oscar nella villa di una star invecchiata e depressa. Come risultare ancora attuali e credibili come filmmaker quando alle spalle hai un film così importante? La risposta che sembrano essersi dati Bala e Plaza è: futtitinni. Semplicemente, vai avanti per la tua strada senza tentare di superare te stesso. E hanno declinato questo mantra in una rivisitazione di canoni ultra-classici del cinema horror e thriller. Basta vedere Bed Time, thriller di Balagueró che cita direttamente Hitchcock senza vergogna. Oppure il film di cui andrò a parlarvi oggi, Veronica di Paco Plaza.

“Vade retro sottana!”

Veronica inizia un po’ come [Rec], ma senza found footage, e prosegue come il recente cinema di James Wan, ma senza la maestria nel farci cagare sotto. Vuole essere, in sintesi, un classico horror di possessioni demoniache, case infestate, tavolette Ouija, demoni e maledizioni. L’impianto è talmente classico che finisce per danneggiare un film fatto anche con un buon criterio, minando suspense e paura perché più o meno sai come le cose andranno (anche perché è raccontato in flashback). Però Plaza ne esce comunque a testa alta e Veronica resta un buon horror con diverse cose molto apprezzabili. Vediamo perché.

Innanzitutto, va detto che, come The Conjuring, anche Veronica è ispirato a una storia vera opportunamente rimaneggiata per motivi drammatici. La storia è quella di una ragazzina che, dopo aver giocato con una Ouija insieme a delle amiche durante un’eclissi solare, entra in contatto con un’entità demoniaca che comincia a perseguitarla. Il film inizia nella notte del 15 giugno 1991, quella dello “scontro finale”, e torna indietro di tre giorni per raccontare come si sia arrivati lì. È proprio questo incipit a ricordare un sacco [Rec], con il sovrannaturale che si fa strada in un normale condominio di Madrid, la polizia che accorre, le urla di terrore registrate, eccetera. Ma la somiglianza si ferma qui e, una volta che parte il flashback, siamo in territori completamente diversi.

“Passami l’asciugamano. E LA TUA ANIMA.”

È qui che facciamo la conoscenza della nostra protagonista destinata al peggio: Veronica (Sandra Escacena, un’esordiente che meriterebbe un Jimmy Bobo ad honorem), studentessa in un liceo cattolico che si prende cura delle sorelline e del fratellino perché la madre ha un bar e torna a casa a orari improbabili. Qui c’è subito uno dei punti di forza del film: la protagonista è fantastica. Non parlo tanto delle capacità recitative della Escacena, quanto proprio del “design” del personaggio. Veronica è una ragazzina carina ma non bellissima, credibile liceale un po’ sfigata (porta l’apparecchio per i denti, veste male) e socialmente incapace come buona parte dei teenager veri. Pensarla e abbigliarla così è stato un vero colpo di genio perché fa scattare la sospensione dell’incredulità molto più facilmente del film hollywoodiano dove sono tutti belli, phonati e vestiti da Dolcie e Guhbana.

Anche l’ambientazione, al di là di ovvi richiami nostalgici che oggi vanno un po’ per la maggiore, è studiata molto bene, totalmente plausibile e mai pedante nel dover inserire per forza tremila rimandi agli anni ’90. Veronica ascolta gli Heroes del Silencio, un gruppo talmente tamarro da far sembrare gli Stadio la formazione classica dei Deep Purple; le loro canzoni accompagnano tutto il film proprio perché sono il gruppo preferito di Veronica e così Plaza evita agevolmente l’effetto compilation. Persino la fotografia è studiata per ricordare quella un po’ squallida, un po’ trista e povera di certe produzioni europee d’epoca, anziché tentare la strada Stranger Things idealizzando il periodo. Viene da pensare che, anche senza la svolta horror, Veronica funzionerebbe comunque come racconto di formazione adolescenziale o dramma famigliare de ‘na volta.

Drammi famigliari, Madrid 1991.

Poi però l’horror arriva e, come si diceva, è un po’ tanto già visto. I rumori notturni che portano Veronica a vagare per la casa in cerca della fonte, le manifestazioni improvvise dell’entità, i riflessi dei vetri usati per spaventare. C’è tutto il campionario. Ma è innegabile che Plaza abbia anche qualche ottima idea di regia che tiene in piedi la baracca: ad esempio la scelta di inserire in moltissime inquadrature, alle spalle dei personaggi e in ombra, degli oggetti la cui forma ricordi la silhouette di una persona o di una testa. Un trucco che funziona benissimo nel creare un livello di tensione ulteriore: in almeno un’occasione ti ritrovi a gridare “Voltati per dio!”, salvo poi scoprire che sei stato preso per il culo anche tu come Veronica.

Come i film di James Wan, anche Veronica è un horror di tensione, silenzi ed esplosioni di terrore, che evita il più possibile il ricorso a dettagli truculenti. Eppure Plaza pigia sulle interazioni fisiche tra il reame del sovrannaturale e quello terreno. Macchie, bruciature, ferite, sangue che si infila qua e là. Veronica si inventa anche un metaforone sull’attraversamento della pubertà, l’arrivo delle mestruazioni, il corpo che cambia nella forma e nel colore. Ma è un livello di lettura buttato un tantino a cazzo, quasi fosse un tentativo di mantenere un legame con l’elemento “coming of age” iniziale anche quando la storia vira decisamente verso il film di paura puro e semplice.

Los metaforones.

Oh, quasi mi dimenticavo di menzionare un altro particolare vincente: la creatura. Il diavolaccio che perseguita la povera Veronica è una presenza davvero inquietante e centellinata con la giusta cura. Niente effettoni o design sopra le righe ma solo la volontà di sollevare i peletti della nuca ogni volta che la si fa entrare in scena. E bravo Paco.

DVD-quote:

“Ecco cosa mancava ai film di James Wan: gli Heroes del Silencio!”
George Rohmer, i400Calci.com

>> IMDb | Trailer

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