Mi casa es tu casa: Mockingbird.

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“Esatto, brava. Le solite due passate di smalto e poi ci spruzzi sopra il dryer”.
“….”
“Guarda, io l’ho preso su eBay, che è anche più comodo…”
“…”
“Mhm. Ma senti, per il compleanno di zia tu prepari qualcosa?”
“…”
“Seee, e quando mai. Quella è pure allergica al lattos…Uh! Aspetta…Mà, devo attaccare, sono usciti i titoli di coda.”
“…”
“Eh sì. Bisogna scriverla lo stesso, la recensione. I Lettori devono sapere”.

 

 

E dunque eccomi a voi.
Allora: che Bryan Bertino avesse dei problemi irrisolti con la quiete domestica lo avevamo già intuito dal suo esordio alla cinepresa. Ora, non mi dilungherò sul topic The Strangers, promesso.
Al riguardo, vi basti sapere che:
1) l’ho visto.
2) Avevo precedentemente visto Funny Games.
3) Bryan, ccà nisciuno è fesso.
4) Ho affrontato la visione di Mockingbird con i peggiori pregiudizi possibili.

La quiete domestica, dicevamo. Probabilmente l’infanzia di Bryan Bertino deve essere stata segnata da una lettura totalmente distorta de Il mago di Oz. Altrimenti non si spiega come mai, ogni volta che costui decide di girare un film, il punto di partenza, lo svolgimento e la morale confluiscano sempre nel messaggio “No place like home un paio di palle”. E qui sorge il problema: data un’ideuzza di base che considereremo invariabile per motivi che solo l’analista di Bryan può conoscere, come si fa a introdurre una parvenza di cambiamento atta giustificare un nuovo dispendio di pellicola?

Martin

Il Lettore che la sa lunga.

Le vie per risolvere l’annoso problema sono diverse. E Mockingbird sceglie di seguirle tutte, fedele alla strategia Spariamo nel mucchio e che Dio ce la mandi buona.

Soluzione n.1: LA MOLTIPLICAZIONE. In The Strangers avevamo una casa presa di mira da folli sconosciuti? Bene, in Mockingbird le case sono TRE. Tiè.
C’è la solita coppia borghesuccia – per tranquillizzare lo spettatore, frastornato da tutte queste novità – c’è la studentessa fuori sede che abita da sola e non conosce nessuno e c’è il disoccupato che vive ancora da mammà. Tre vite tranquille che verranno sconvolte in contemporanea quando, verso l’ora di cena, tutti i protagonisti troveranno un bel pacco regalo fuori dalla porta di casa. Anziché porsi delle domande elementari quali “Ma chi è il mittente?”, “Come fa costui ad avere il mio indirizzo?”, “Sono di nuovo andata su Yoox da ubriaca?”, i nostri eroi concludono che a caval donato non si guarda in bocca e si portano il misterioso pacco dentro casa.
Non avete già l’acquolina in bocca? Ma aspettate, il meglio deve ancora arrivare. Perché Mockingbird non si accontenta mica di un lieve cambiamento a livello di trama. No: la rivoluzione deve essere anche formale. The Strangers era girato come Dio comanda che si girino i film a Hollywood? Un sacco di operatori, dolly, combo, steadycam e chi più ne ha più ne metta?
Mockingbird no. Perché indovinate un po’ cosa c’è dentro quel pacco regalo?

Soluzione n.2: LA VIDEOCAMERA. Già. Proprio lei. Non posso mentirvi: siamo di fronte all’ennesimo horror girato alla DIY. Mockingbird è il montaggio di quanto ripreso dagli stessi protagonisti, coinvolti a sorpresa in un sadico gioco le cui uniche regole sono: non smettere mai di filmare quello che sta succedendo in casa tua e mettiti il cuore in pace perché probabilmente ci lasci le penne. Ora, prima di addentrarci nei dettagli della storia e cercare di cavarne anche qualcosa di buono, fermiamoci solo un istante a riflettere sull’ennesimo ricorso totalmente gratuito al found footage (found non si arriverà mai a capire da chi) in un film che non ha alcuna pretesa di vendersi come Fatto-realmente-accaduto e per di più artificiosamente suddiviso in capitoli dallo stesso regista.
Avete riflettuto? Ok, ora raccogliete i testicoli e andiamo avanti.

filming

Please, don’t.

Come la trama di un qualsiasi Home Invasion, anche quella di Mockingbird si riassume in una riga o meno: pian piano, i protagonisti si rendono conto che fuori dalla loro casa c’è un pazzo che vede tutto ciò che loro stanno filmando e ne approfitta per tormentarli. State calmi, che già sento le vostre repliche da saputelli: no, non possono materialmente spegnere la videocamera, quel modello è fatto così. Sì, in effetti potrebbero farla a pezzi. Ma che fine ha fatto il vostro fanciullo interiore? Sospensione dell’incredulità e via.
Liquidata la trama nei primi minuti del film, da lì in poi è tutta atmosfera, luci che si spengono, rumori improvvisi, riprese a schiaffo e dettagli che diventano le colonne portanti del film: una volta entrati nel vivo della faccenda, anche Mockingbird ha i suoi momenti interessanti.  Il personaggio del kidult disoccupato, ad esempio, avrebbe meritato un film a sé stante. Se con gli altri il misterioso maniaco si limita a squadernare l’ABC della violenza psicologica, con il povero Leonard si spinge fino all’umiliazione pubblica, obbligandolo a travestirsi da clown, farsi dare calci nelle parti intime e scattarsi foto creepy con bambini sconosciuti. Il tutto senza che il povero disgraziato arrivi minimamente a sospettare che in questo gioco in palio non ci sono soldi, ma la vita.  Insomma, diciamo che una volta digerita la somiglianza con The Strangers, una volta digerite le riprese oscillanti alla Von Trier, la parte centrale di Mockingbird per un po’ riesce a catturare la nostra attenzione.
Finché non inizia a serpeggiare in noi una domanda: ma tutto ciò dove andrà a parare? Come mai sono state scelte proprio queste vittime? Chi c’è dietro questo stalking a oltranza?
È presto detto. C’è la soluzione n.3.

Soluzione n.3: IL COLPONE E IL COLPETTO DI SCENA.

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Sicuro sicuro?

Tranquilli, potete continuare a leggere senza  paura: non rivelerò in cosa consistano. Ma non perché io sia una bella persona, né perché se vi spoilerassi il finale Nanni mi farebbe fare la fine del citato Leonard. No. Non vi dirò nulla perché sapete già tutto. Perché verso la metà di Mockingbird, nel pieno dell’azione, sentirete un vostro neurone sussurrare al compagno di banco: “Ma vuoi vedere che alla fine…”. E da quel momento in poi non riuscirete a pensare ad altro. Sullo schermo le donne urleranno, voci inquietanti impartiranno ordini da segreterie telefoniche, giocattoli vintage verrano sparsi a caso con intenti macabri, ma voi a questo punto vorrete solo arrivare al gran finale per scoprire se davvero avevate capito tutto già da un’ora prima.
E con la morte nel cuore devo dirvi che la risposta è sì.

DVD-quote:

“Se non ne avete visti molti altri, può essere anche un bel film.”
Belen Lugosi, i400Calci.com

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Consigli per l’arredamento: Scalps

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Scalps

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Il fermo immagine del lunedì

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Explorers

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Fight Night: L’evocazione – The Conjuring

Rubrica settimanale di colonne sonore da combattimento per caricarvi, emozionarvi o scoprire che anche Ryan Gosling musica

Artista: Dead Man’s Bones
Titolo: In The Room Where You Sleep
Dal film: L’evocazione – The Conjuring

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Electric Boogaloo: la storia della Cannon, e del bello del cinema

Garanzia.

Garanzia.

Un giorno Menahem Golan convoca nel suo ufficio Clyde, l’orango che aveva fatto i film con Clint Eastwood.
È emozionatissimo, e vuole fargli un contratto. Inizia a parlare con il suo agente e ammaestratore, spiegando di avere l’idea per questo film in cui l’orango diventa amico di un bambino. Se lo sta letteralmente inventando sul momento.
A un certo punto si gira verso Clyde e inizia a raccontare il film direttamente all’orango, e preso dalla fotta salta sul tavolo a descrivere il finale: “…il bambino è sulla nave per tornare a casa e non vuole, e ti saluta, e tu sei triste, e ti sbracci, e il bambino dice «ti voglio bene!» e tu rispondi «ti voglio bene!»…” A quel punto l’agente lo interrompe: “Mi scusi, in che senso? Vuole che la scimmia parli?” Golan si blocca e si ricompone: “Uhm, a quello ci pensiamo dopo”.
Passano poche settimane, e Golan si presenta sul set di Going Bananas accompagnato da Deep Roy, il nano della Storia Infinita, Flash Gordon e La fabbrica del cioccolato di Tim Burton. Va dal regista, e gli dice “Ecco il tuo orango, trovagli un costume”.
Io non ho resistito, e appena tornato a casa dal cinema mi sono recuperato il film intero, che conta nel cast il moccioso di Over the Top, Dom DeLouise e Herbert Lom.
Puntuale come uno svizzero, al minuto 50 scatta il colpo di scena: la scimmia impara miracolosamente a parlare…
Sigla!

Electric Boogaloo (che prende il titolo da quello inventato sul posto da Golan per il sequel di Breakdance, da allora rimasto il simbolo mondiale dei titoli brutti) è un documentario sui gloriosi anni della Cannon, quando quest’ultima era stata acquistata da Menahem Golan e suo cugino Yoram Globus, immigrati israeliani pazzi per il cinema e con ambizioni sconfinate.
In quanto tale è micidiale nel dipingere il duo unendo i puntini fra le cose che sapevo di loro e gonfiando esponenzialmente l’immagine che me n’ero fatto: Golan era il creativo, il vulcano di idee, il filmmaker; Globus era l’uomo d’affari. Non andavano sempre d’accordo ma insieme, come si suol dire, vendevano il ghiaccio agli eschimesi.
Il loro modello era semplice: inventarsi un film sul momento, venderlo, girarlo per due spicci. Individuare il selling point in un nome di vago richiamo, abbinarlo al plot giusto e a un titolo accattivante, intrippare qualche finanziatore, e poi preoccuparsi del resto. “Bo Derek in un film in cui si spoglia e tromba!” “Venduto!” “Chuck Norris salva gli Stati Uniti d’America!” “Venduto!” “Charles Bronson difende l’umarell way of life da un branco di giovani ribelli senza Dio!” “Venduto!” dopodiché il suo trucco era avere a mano gente capace di organizzare tutto il necessario in tempi record e avere il film pronto in pochi mesi.
Voi oggi pensate ad altre note case di produzione che funzionano in modo paragonabile, da Corman alla Asylum alla Troma.
E io vi dico: i film della Cannon, per valori produttivi in mostra sullo schermo, in confronto a loro pare la Warner Bros in persona.
E giravano qualcosa come 20/30 film all’anno.
E un’altra differenza: Golan e Globus potevano essere eccentrici e avere gusti discutibili, ma amavano il cinema. Più della stragrande maggioranza dei produttori di cui abbia sentito raccontare. I Go-Go Boys (così li chiamavano a Hollywood) si salvavano finché giocavano con budget bassi, ma spesso e volentieri si abbandonavano a sogni di gloria, buttavano un centesimo in più piuttosto che uno in meno, e si fregavano.

The Go-Go Boys

The Go-Go Boys

Il documentario, girato nel suo solito stile ritmatissimo dal Mark Hartley che ci ha già regalato Not Quite Hollywood (sul cinema australiano), Machete Maiden Unleashed (sul cinema filippino) ma anche quel monumento all’inutilità che è il remake di Patrick, tratta tutti i film importanti (lasciando fuori Senza esclusione di colpi ma coprendo Cyborg) e porta le testimonianze di un gran numero di persone vicine a quel mondo: dirigenti, dipendenti, registi abituali come Sam Firstenberg (il responsabile di gran parte del glorioso filone sui ninja), Boaz Davidson e Luigi Cozzi, attori come Dolph Lundgren, Michael DudikoffFranco Nero, Elliott Gould, Molly Ringwald, Alex Winter e i mitici Adolfo “Shabba Doo” Quinones e Lucinda Dickey di Breakdance.
La parte più straziante è senza dubbio quella in cui commentano la deriva autoriale della Cannon, ovvero quando Golan si accorse della scarsa reputazione di cui godeva la sua compagnia e tentò di risollevarla contattando grandi autori non più al picco della fama e dando loro un’altra occasione imperdibile: gente come Jean-Luc Godard, John Cassavetes, Robert Altman, Norman Mailer, Liliana Cavani, Lina Wertmüller. E qui compare a sorpresa Franco Zeffirelli, che con un filo di voce elegge Otello a suo miglior film in assoluto e Golan e Globus come i migliori produttori con cui abbia mai lavorato.
E forse era questa la più grande intuizione dei Cannon Boys, in anticipo sui tempi e con mezzi purtroppo insufficienti per cogliere realmente nel segno: il valore del brand. Zeffirelli faceva Otello. Godard faceva Re Lear. Sylvia Kristel era la star di L’amante di Lady Chatterley e di un improbabilissimo remake di Mata Hari. Furono prodotte nuove versioni di Hercules, Sinbad, Viaggio al centro della terra, Sahara; sequel a strafottere del Giustiziere della notte ma anche il primo sequel di Non aprite quella porta e persino Powaqqatsi. E tutte le fiabe classiche: da Biancaneve a Hansel e Gretel, da Aladdin con Bud Spencer (che in Italia abbiamo re-intitolato Superfantagenio) a Il gatto con gli stivali con Christopher Walken (IL GATTO CON GLI STIVALI CON CHRISTOPHER WALKEN).
Il fido Boaz Davidson – poi fondatore dell’altrettanto stimabile Nu Image, che ha continuato a diffondere il verbo dei Go-Go Boys con roba come la saga di Undisputed e degli Expendables – dichiara come oggi i blockbuster hollywoodiani sembrino soltanto la versione costosa dei film della Cannon, e non ha proprio tutti i torti. Cita Attacco al potere che pare effettivamente avere una trama perfetta per il Chuck Norris di Invasion U.S.A., ma non solo: Taken e Il vendicatore sono in un certo senso nuove versioni ammantate di pseudo-rispettabilità del Giustiziere della Notte, grazie ad Alice e Maleficent il filone delle fiabe classiche è lanciatissimo, e ovviamente ci sono i film tratti dai giocattoli (inaugurati da Masters of the Universe) e i supereroi dei fumetti (la Cannon fu la prima ad avere in mano i diritti di Spiderman e Capitan America, ma riuscì a girare solo quest’ultimo).

I Go-Go Boys a Cannes, negli anni '80.

I Go-Go Boys a Cannes, negli anni ’80.

Ci sarebbero davvero miliardi di aneddoti spettacolari da raccontare, tra titoli pazzi, idee surreali, telefonate assurde, minacce sul set, i filmati delle loro incursioni a Cannes in tuta aziendale coordinata ed eccentricità varie, roba impossibile da sintetizzare senza perdere un frammento gustoso, per cui mi limito a raccontarvi le due storielle che ritengo più simboliche.
La prima meriterebbe un film a parte: nel 1990 Golan e Globus litigano a seguito del fallimento della Cannon, poi salvata da Giancarlo Parretti, e mentre Globus rimane a bordo Golan fonda una compagnia concorrente. Entrambi, memori del successo di Breakdance, si buttano a produrre un instant movie sulla Lambada: uno ottiene il diritto di chiamare il film “Lambada”, l’altro ottiene i diritti dell’omonima canzonaccia dei Kaoma. E la loro rivalità è talmente accesa che arrivano a fare uscire il film nello stesso giorno, con la premiere nella stessa città.
La seconda riguarda strettamente la produzione del documentario.
Hartley ovviamente provò a contattare Golan e Globus, ma questi rifiutarono.
Poche settimane dopo però annunciarono un loro documentario autobiografico, chiamato The Go-Go Boys.
Ovviamente, The Go-Go Boys è riuscito a uscire tre mesi prima di Electric Boogaloo.

Electric Boogaloo riconosce alla Cannon un solo capolavoro unilaterale, ovvero quella bomba imprescindibile di A 30 secondi dalla fine, comunque rimasto tristemente un cult per pochi.
Ma la verità è che il loro mix esplosivo di passione e follia scriteriata ha prodotto, non a caso, i film che formano la base culturale e affettiva portante del fancalcista, e che anche la loro idea più inguardabile è comunque frutto di un personalissimo lampo di ispirazione sognatrice e trasuda amore per l’immaginario che rappresenta (e non furbizia o – peggio – inerzia).
Pazzi come loro non ne fabbricano più.
E il mondo, un po’, ci sta perdendo.

I Go-Go Boys a Cannes, quest'anno. E' l'ultima apparizione pubblica di Menahem Golan.

I Go-Go Boys a Cannes, quest’anno. E’ l’ultima apparizione pubblica di Menahem Golan.

DVD-quote:

“La pazza storia dell’epoca più bella del cinema”
Nanni Cobretti, i400Calci.com

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Finché morte non vi separi male: Honeymoon

honeymoon640PTVisto che siamo in tema “luna di miele” partirò parlandovi di una cosa molto importante per comprendere la mia posizione su Honeymoon: da quando ho scoperto che la regista, Leigh Janiak, oltre a essere molto brava è pure molto giovane e molto carina (come si può notare in questa intervista) mi sono perdutamente innamorato di lei e ora non so come gestire questo turbinio di sentimenti ed emozioni. Capitemi: di questi tempi le registe di genere sono poche, talmente poche che al momento mi vengono in mente solo le sorelle Soska, Mary Harron e Jennifer Lynch, e quelle giovani con uno o due film all’attivo credo si contino sulle dita di una mano. Aggiungeteci anche che se continua così potrebbe diventare una delle migliori registe di genere in generale e il quadro dell’amore è completo. Sicuramente è già più brava delle Soska, di cui non ho mai sopportato l’arroganza, e secondo me al primo film con un budget sostanzioso ne parleranno davvero tutti e finirà in gioia e storia del cinema. Come ci si guadagna una tale reputazione? Girando un bel film con chiarezza d’intenti e precisione stilistica, senza mai andare oltre le proprie capacità e conoscendo i limiti in cui si sta lavorando.
Honeymoon è un film molto semplice, girato con quattro spiccioli e due attori che parte da una premessa molto banale per raccontare una storia coniugale di efficace paranoia e inquietudine. Bea e Paul si sono appena sposati e stanno per passare la loro luna di miele nella casa sul lago in cui lei è cresciuta. È proprio quel tipo di casa, in mezzo a un bosco, circondata da un vicinato assente tranne che per una coppia di vicini un po’ sfuggente. Nell’aria si respira felicità e amore, e l’azzeccata coppia di attori rende tutto estremamente credibile: lui è Harry Treadaway, da non confondersi col gemello Luke, e lei è Rose Leslie, da non confondersi con Wesley Snipes. Non ci vuole molto a capire perché una regista americana abbia deciso di usare attori britannici, visto che spaccano i culi, sempre e comunque, anche quando devono recitare con un accento non loro. Non che gli americani facciano cagare a prescindere, eh, è solo una questione di genetica geografica unita a una tradizione teatrale dagli standard talmente elevati per cui a chi è scarso non è permesso fare carriera. Comunque: i due passano la prima parte del film a fare la coppia innamorata talmente bene che tutti ci credono, rose e fringuelli volano nel cielo finché a un certo punto non volano più e l’atmosfera sprofonda in una nebbia di paranoia, ambiguità e insicurezza alla Rosemary’s Baby che funziona proprio grazie alla credibilità degli attori. Senza dei protagonisti del genere la sceneggiatura sarebbe crollata sotto la sua stessa fragilità, diventando semplicemente ridicola.
Rosemary’s Baby non è una citazione casuale: nonostante sia un film completamente diverso (e di valore artistico imparagonabile) utilizza lo stesso tipo di costruzione dell’angoscia in funzione di un finale esplosivo, anche per ammissione della stessa regista. In questo senso, Honeymoon parte lento ma finisce col raggiunge il primo Cronenberg tirando fuori una scena (quasi) finale enorme che da sola vale tutta l’ora precedente in cui è successo poco e niente, ma è successo bene, un po’ come quel film là di Ti West che, non a caso, urlava Polansky da tutte le parti. La stessa scena non sembrerebbe di grande impatto se raccontata fuori contesto, ma considerando come ci si è arrivati e tutti i dettagli messi allo scoperto, lo spessore è di puro terrore. Sicuramente ci vuole della testa e del gusto per poterlo apprezzare a dovere; è uno di quei film che piacerà agli amanti del genere ma che nelle sale non funzionerà mai quanto dovrebbe a causa di un pubblico generalmente indisciplinato e viziato da roba tipo Saw. Non è una festa del gore, ma è pur sempre un viaggio ai limiti della psicosi nella distruzione fisica e mentale di due persone che fino a cinque minuti fa scopavano come conigli.
Insomma, Honeymoon zitto zitto fa di tutto per tirare fuori il meglio dal poco che ha, e lo fa andando contro quella terribile moda del low-budget dalle idee valide non elaborate, limitando le sue a quelle a cui è possibile dare risposta e raccontando una storia che, alla fine, finisce. Solo un paio di dettagli non vengono approfonditi, ma in un periodo di produzioni narrativamente deludenti questa è un regalo da conservare e condividere. Ci risentiamo tra due anni, quando Leigh Janiak avrà girato il sua capolavoro e noi, come al solito*, torneremo qui per dire “ve l’avevamo detto”.

Dategli 87 minuti e quei sorrisi di merda spariranno.

Dategli 87 minuti e quei sorrisi di merda spariranno.

DVD-quote:

“Il matrimonio dell’anno”
Jean-Claude Van Gogh, i400calci.com

>>IMDb | Trailer

*era il 15 febbraio 2013 quando scrissi che Jack O’Connell sarebbe diventato uno dei più grossi, e ora che è uscito Starred Up, in cui interpreta il ruolo della vita, se ne stanno accorgendo anche tutti gli altri. Prego.

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CUBE: la Trilogia. Una recensione scientificamente corretta

Partiamo a bomba perché le cose da dire sono tante, lo spazio è poco e il capoufficio (il vostro) potrebbe spuntare da un momento all’altro da quella dannata porta. Per capire la trilogia di Cube dobbiamo andare alle origini e analizzare la scintilla che ha dato vita, nella mente del suo genitore (quel Vincenzo Natali che abbiamo già avuto modo di apprezzare in Splice)  alla prima delle tre pellicole. Dunque: Cube nasce sostanzialmente dall’ambizione di Natali di realizzare un film. Non QUEL film. Un film, uno a caso.

È il 1997, e il canadese Vincenzo (gravato dal peso di portare un cognome così senza avere nemmeno un minimo di baffi a giustificarlo) vuole girare un film per rimorchiare le tipe. Vincenzo però è un ragazzo pragmatico e sa che se anche gli dice culo avrà i soldi si e no per pagare gli attori. Le soluzioni sono due: o trasformarsi in uno studente del DAMS e girare un uno di quei film con una lunga voce fuori campo, un tipo triste seduto ad un bar, alcuni cazzi di uomini illuminati a intermittenza e qualcuno che urla a un certo punto “Jamais!”; oppure fare un film in cui sfruttare una sola location e, con qualche escamotaggio, trasformarla di volta in volta in qualcosa di diverso. Insomma: moltiplicarla. “Oppure potremmo filmare Ryan Reynolds in una bara per un’ora e mezza…” dice Gianni, venendo coperto di sputi e insulti giacché nessuno sa ancora chi è Ryan Reynolds. Ecco, così nasce Cube. 90 minuti di tentativi di sopravvivenza -e comprensione- di un gruppo di persone che, senza alcun motivo, si ritrovano in una struttura composta da stanze tutte uguali tra loro (nella realtà sempre la stessa illuminata di luci diverse). In alcune stanze ci sono delle trappole letali. In altre no. Il resto è bodycount e interazione tra i personaggi in cerca di una via di fuga. Un film realizzato per far un film in cui le cose accadono perché “nei film solitamente le cose accadono”.

cose che accadono

cose che accadono

È una cosa cattiva? Gesù marimba, no! La totale assenza di un benché minimo desiderio di dare una forma a quello che vediamo a schermo, che non sia solamente e prettamente giustificativa dell’azione contingente, è in assoluto l’elemento di forza di Cube che, ancora oggi, è un esempio brillante di claustrofobia applicata su celluloide. La sensazione di totale smarrimento, che deriva dal fatto che non esiste un motivo per cui i protagonisti vengono catapultati in un gioco al massacro (e non esiste davvero, nemmeno nella mente del regista/sceneggiatore), rende Cube un’opera terribilmente angosciante. D’altro canto dare i nomi alle cose, trovare dei motivi o delle ragioni per cui accade un evento drammatico è un modo per esorcizzare l’evento drammatico stesso. Il concetto di “imperscrutabilità del volere divino” nasce proprio da questo: dall’esigenza di dare risposte laddove esse non ci sono. Cube è un esempio di rarissimo e purissimo nichilismo. Il Cubo di Natali è il problema e la soluzione stessa: al di fuori di esso non esiste altro giacché il Dio-regista non si è curato di crearlo.  Sì ma il film com’è? A parte che se non l’avete mai visto, è male, Cube è un bell’esempio di come con due spicci e una buona visione d’insieme -oltre che a un minimo di budget (circa 300mila dollari al netto degli effetti speciali che sono stati fatti gratis)- si può realizzare un buon film. Anche se hai a disposizione solamente il garage. Le inquadrature sono riuscite, la fotografia fa tutto quello che deve fare e le intuizioni per i vari traccobetti non dispiacciono. Il gore è settato fisso sul 7, con un inizio molto caldo e al fulmicotone che ancora adesso che ci penso dico “Oggesù la faccia sciolta”. E infatti il film incassa abbastanza bene, rientra delle spese e porta un altro duecentino nelle tasche dei produttori che decidono che vale la pena pensare a un seguito. Prima di passare però al secondo capitolo, c’è bisogno di fare un piccolo inciso. In Cube compaiono un soggetto mentalmente disabile e dei numeri (che lentamente vengono decifrati per quello che sono realmente dopo alcune interpretazioni sbagliate che aiutano a far morire la gente). Numeri, cubo, disabile: segnato? Ok. Andiamo avanti.

 

Volume Gore: 7

Volume Gore: 7

Sono gli anni 2000, il Millennium Bug è stato sconfitto senza che tutti i computer del mondo collassassero facendoci ripiombare nel medioevo e l’umanità vive un momento di autostima sconsiderata. Nulla sembra impossibile, tutto è a portata di mano. Basta crederci. E infatti da lì a due anni escono cose come American Psycho 2, Avenging Angelo, Paura.com e Snow Dogs – 8 cani sottozero. Film le cui premesse già sulla carta parlavano di fallimento colossale ma che in quell’epoca di delirio superomista hanno ugualmente trovato la luce. Ah sì, nel 2002 esce anche Cube 2: Hypercube. Lo dirige Natali? Ma va. Vincenzo che, dopo l’effimero ma concreto successo di Cube, ha risolto il suo problema legato all’accoppiamento, pensa che il gioco non valga più la candela. Come lui stesso dice, girare in un cubo è una sbatta micidiale. E dice anche un’altra cosa: come abbiamo scritto sopra, l’idea alla base di Cube non esiste. Ed è già difficile tirare fuori un film da un mondo inesistente, figurarsi due. Non è stupido Vincenzo, non è italiano laqualunque che fa l’idraulico e va in giro a spaccar mattoni in salopette. Vincenzo è un regista mediamente intelligente come lo sono più o meno tutti i registi a questo mondo. E infatti Cube 2 lo gira un direttore della fotografia. Ora, io non so se Andrzej Sekuła (che fino a quel punto era stato “solo” direttore alla fotografia di Le Iene, Pulp Fiction e Four Rooms di Tarantino) sia stato la prima scelta della produzione, ma ho la nettissima sensazione che nessun regista con un minimo di esperienza alle spalle se la sia sentita di tentare il suicidio di dare un seguito a un film privo di contesto quale Cube è. Natali lo dice chiaro “Cube era un osso senza molta carne intorno. Ci poteva mangiare giusto uno e quell’uno sono stato io”. Giù il cappello di fronte all’onestà. A scrivere Hypercube viene poi chiamato un altro disperato: Sean Hood, scrittore alla sua prima esperienza che in curriculum, ancora oggi, può vantare tra le sue maggiori produzioni, oltre a Cube 2, solo Halloween Resurrection e il Conan di Nispel. Complimenti alla mamma. Immagino che per il dinamico duo Sekuła-Hood il problema si sia posto bello chiaro sin dall’inizio. Per aggirarlo fanno la peggiore mossa possibile, si concentrano sull’elemento scientifico. Ora potete prendere in mano il promemoria di prima. Cosa è Hypercube? È un film sui numeri che si avventura nel territorio spinosissimo della matematica pura (si parla di un ipercubo e di un tesseratto cioè di un “ipercubo svolto”), della fisica quantistica e ci butta dentro anche qui un disabile (la studiosa di matematica tutta matta con problemi di Alzheimer). “Ma sì, facciamo come quello là, Darienarski che vedi che viene bene”
“Ma chi? Dostoevskij?”
“Ah boh, io li confondo tutti ‘sti cinesi”.

Ma prima di procedere nel mondo della quarta dimensione è indispensabile fare un piccolo ripasso delle basi della geometria a due e tre dimensioni con un filmato particolarmente formativo che consiglio a tutti (dura un’ora e mezza, mettetevi comodi)

FLATLAND:

Ci siete? Benissimo. Spiegazione dell’ipercubo, del tesseratto e della quarta dimensione for Dummies (provided by mr. Bongiorno Miike con la supervisione del dr. Nadir Murru PhD in Teoria dei numeri e ricercatore in matematica dell’Università degli Studi di Torino – Palazzo Campana).

Cosa è un cubo? Un cubo è sostanzialmente il risultato di un’unione di quadrati (6 per l’esattezza) che, vissuti sempre sulle due dimensioni, di colpo decidono di farsi un giretto “fuori dai confini del conosciuto”, scoprono la terza dimensione e si trasformano, per l’appunto, in una figura tridimensionale. Nella figura sopra potete vedere i quadrati che formano un cubo prima che si uniscano nella terza dimensione, ovvero lo “sviluppo” di un cubo nel piano.

Ora. Immaginatevi di essere dentro a una stanza che è un cubo perfetto e siete coricati proni sul pavimento. Così proni da essere “spalmati”. Quello che provate, quello che potete apprezzare, è una superficie a due dimensioni. Allungando braccia e gambe potete al massimo arrivare a toccare i lati del quadrato del pavimento. Dal vostro punto di vista, tutto quello che potete pensare è di essere in un quadrato L’unico modo che avete per provare l’ebbrezza del 3D è quello di alzarvi in piedi. Di spostarvi lungo una dimensione “differente” da lunghezza e larghezza. Siete in piedi? Bene. Ora vedete la vostra stanza e ne potete apprezzare le tre dimensioni.

un cubo aperto e un tesseratto

un cubo aperto e un tesseratto

Cosa è un ipercubo? Qui ci va la fantasia. Un ipercubo è una figura “quadridimensionale” unione di 8 cubi. Lo “sviluppo” di un ipercubo nello spazio 3D è la figura a croce che vedete qui sopra (tesseratto). Come fanno i cubi a incastrarsi l’uno con l’altro? Semplice: si sviluppano su un’altra dimensione, così come i quadrati a partire dal piano si assemblano l’un con l’altro nella terza dimensione per formare un cubo. Immaginate di nuovo il nostro in un ipercubo. Così come quando il nostro amico era “spalmato“ sulle due dimensioni e pensava di vivere in un quadrato prima di alzarsi nella terza dimensione, adesso il nostro amico essendo un normale uomo “spalmato” sulle tre dimensioni penserà di vivere in un cubo. Come faccio a vivere, a godere della quarta dimensione? Eh, SAPERLO. Dovrei alzarmi in direzione della quarta dimensione, ma noi avendo esperienza solo delle tre dimensioni (lunghezza, larghezza, altezza) abbiamo un “pochino” di difficoltà nell’immaginarla. Fate attenzione a non cadere in un facile errore, l’ipercubo è una figura geometrica e stiamo quindi parlando di dimensioni “spaziali”, considerare il tempo come quarta dimensione è tutta un’altra storia. Volendo proprio esagerare con la fantasia si può immaginare che stare in un ipercubo può voler dire essere in una stanza in cui ci si può lanciare contro un muro e venir catapultati in un punto indefinito del tesseratto di partenza, oppure guardare il soffitto e vedere il pavimento. Possono capitarci cose del tutto inaspettate per noi esseri abituati alle tre dimensioni e molte certezze possono venire meno. Di cosa però siamo certi. Ed è che la frase finale di Hypercube “l’ipercubo è una struttura finora soltanto teorizzata dalla Fisica Quantistica” secondo l’intera comunità scientifica e perfettamente riassunte nelle parole del dr. Nadir Murru è una boiata di dimensioni colossali (“L’ipercubo e la fisica quantistica non ci azzeccano un cazzo”, cit.).

Alla voce "niente sangue siamo matematici"

Alla voce “niente sangue siamo matematici”

Cannata la premessa scientifica, tutto va di conseguenza. Il film, nel tentativo di titillare la parte più intellettuale degli spettatori (o più semplicemente di non far capire un cazzo a nessuno con una serie di auto-dribbling atti a far esclamare “Però! Quanto impegno!”) finisce per dimenticare completamente lo spirito originario e l’elemento che funzionava davvero in Cube ovvero: stanze – trappole – morti fantasiose. In Cube 2 non c’è sangue, non c’è morte, non c’è fantasia ma solo una vagonata di ciarlatanerie condite con i peggiori effetti speciali che io abbia mai visto in vita mia. Una roba che davvero grida vendetta davanti a Dio e che ricorda, per difetto, alcune produzioni videoludiche di metà anni 90 (Phantasmagoria II su tutte).

 

alla voce "la bella CGI"

alla voce “la bella CGI”

Certo, la fotografia è curata (e ci mancherebbe altro) ma la trama è inconsistente, i personaggi agiscono spinti da imperscrutabili moti interiori (un investigatore privato che prima salva i compagni e poi diventa un serial killer in odore di cannibalismo, ma che davèro?) e nel complesso non c’è nulla che abbia il benché minimo senso. La noia impera per tutta la durata del film, i momenti di ironia involontaria si sprecano e il MACCOSOMETRO segna un risultato a 3 cifre. Il finale, che cerca di dare una spiegazione sopperendo a quanto lasciato nel non detto da Natali è inutile e, nell’economia dell’intera serie, probabilmente dannoso. Hypercube, insomma, è un disastro devastante. Il che ci porta a Cube Zero, terza manifestazione del cubazzo.
Ma prima un attimo di pausa.

Eccoci infine a Cube Zero, ultimo film della trilogia. Come ci insegna Ringu, lo zero è il numero giusto per il terzo capitolo che, ta-dan, è buona cosa che sia un prequel. Alla direzione Ernie Barbarash che, al momento in cui prende in mano il progetto è un esordiente totale. Vi ricordate quando parlavo del delirio superomista di prima e citavo American Psycho 2? Ecco Barbarash ne è il produttore esecutivo. Li vedete i pezzi del puzzle che si stanno ricomponendo? Comunque, torniamo a noi. Cosa è Cube Zero?

Cube Zero è anche questo

Sto a pezzi

Cube Zero è il tentativo, nemmanco troppo maldestro, di ritornare a sfruttare in maniera sensata l’intuizione primigenia di Natali. Che non sono i numeri. No. Non sono le stanze cubiche. No. Non è l’angoscia della cattività ma…? ma…? ma…? Le t…? Le tr…? Le tra…? Esatto! Le trappole! Quello che rendeva Cube un film di buon intrattenimento, al netto del bla bla bla sviluppo bla bla bla nichilismo bla bla bla era il fatto che uno entrava in una stanza e tu eri lì che non sapevi cosa gli sarebbe accaduto. E Cube Zero fa esattamente quella roba lì, torna a far morire male la gente dentro a stanze dove larghezza, altezza e profondità hanno la stessa misura. Ci andava tanto? In questo senso i primi 15 minuti di Cube Zero sono un manifesto pulitissimo di ritorno alle origini. Un bel gore vecchia scuola prostetico e doloroso alla vista che è una meraviglia a vedersi. Tornano le cavie, scompaiono la velleità scientifiche e i numeri diventano, come al solito, semplici indicatori. Ricompare -e non poteva mancare- il geniaccio matematico a cui è assegnato il compito, ma qui non sveliamo oltre, di fare il twist che chiude il cerchio dei tre film.

Fare le cose ammodino

Fare le cose ammodino

Alla trama principale di gente che muore nelle stanze si accompagna una trama parallela “al di fuori del cubo” che, riprendendo paro paro le atmosfere grottesche di Brazil di Gilliam e quelle che poi sarà più o meno la base di Cabin in the Woods cerca di portare avanti, nonostante non ne si senta il bisogno, il discorso legato alle origini e al significato di ‘sto benedetto Cubo. Esigenza, questa, che -e vale la pena ricordarlo- non è avvertita da nessuno, a partire dal suo creatore. Il film come è? Bah. La durata è esigua e il film si vede senza accarezzare il tasto del fast forward. Di problemi ne ha, per carità, primo fra tutti il fatto che le morti messe in scena sono sostanzialmente delle sottili variazioni sul tema “Morire nel Cubo di Natali” il che può essere visto da un lato come un tentativo di aderenza all’opera originale, dall’altro come il fatto che Barbarash (più bianco non si può) abbia la fantasia di una piastrella in finto cotto. Non ci sono grandi intuizioni, il twistone -come detto- finale è abbastanza telefonato ma nel complesso fa meno danni del secondo e si vede senza troppa fatica.

Trilogy Quote Suggerita

Se si fermavano al primo era buona uguale.
Bongiorno Miike

La frase ” Non ci sono regole scritte, siamo nel campo della teoria” non potevo proprio passartela. Ci sono regole scritte proprio perché siamo nel campo della teoria.

Dr. Nadir Murru

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Trailerblast: The Dentist

>> IMDb

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Nel frattempo in Thailandia: Vengeance of an Assassin (trailer)

Ciao amici.
Quest’anno ci ha lasciati Panna Rittikrai, che è la persona che più di ogni altro ha rappresentato le arti marziali nel nuovo millennio.
Niente Panna, niente Tony Jaa.
Niente Panna, niente Gareth Evans che prova a rifare le stesse cose e gli esce quel miracolo di The Raid.
Niente Panna, e un pugno di stuntmen thailandesi sarebbero ancora vivi e in buona salute, ma il mondo sarebbe un po’ più triste.
E mentre il mondo scopriva Ong Bak, da lui coreografato, Panna prendeva gli stuntmen migliori (e ancora vivi) da una parte e si girava da sé quella cosa incredibile che è Born to Fight, che prima di The Raid e in modo ancora più folle obbediva rigoroso al motto “un minuto di trama, 90 minuti di mazzate allucinanti senza sosta”.
Le buone notizie sono: prima di lasciarci, Panna ha ultimato un altro film da regista.
Che fa più o meno così:

Ciao Panna, insegna agli angeli a farsi da parte quando passi perché se no ci spezzi la schiena a gomitate. Minimo.

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