La lobby delle armi ringrazia: Treehouse

Prologo: qualche tempo fa sono venuta a conoscenza di un utile vademecum per ragazzi americani chiamato My Parents Open Carry. Già il titolo grida vendetta alla lingua inglese ma passiamo ai contenuti: il tomo illustra con calma i motivi per cui una ragazzina non dovrebbe trovarci nulla di strano se i suoi genitori vanno in giro armati, anzi dovrebbe sentirsi tranquilla e protetta. Il nome del capofamiglia? DICK STRONG. Non sto scherzando. Cercate in rete. Quando vi siete asciugati le lacrime tornate qui che vi parlo del film di oggi.

Dick Strong e la sua famiglia felice.

Dick Strong e la sua famiglia felice.

C’è un paesino americano qualsiasi; c’è un mostro che fa sparire i bambini; c’è una ragazzetta furbissima che va per i campi in cerca del fratellino scomparso, scalza ma armata di fucile. Finisce coi piedi pieni di cocci di vetro, senza fucile e nascosta in una capanna su un albero. Cosa le è successo? Cosa sono le urla che sente mentre guarda terrorizzata verso il bosco? Chi o cosa l’ha portata lì sopra, visto che con quei piedi non può muovere un passo?

C’è anche un ragazzino complessato, debole nel fisico e nell’anima, schiacciato dai compagni di scuola che corrono più veloci, da un fratellone figo che conosce il significato del verbo “limonare” e da un padre manesco e scemo di guerra (Clint James, il miglior attore della truppa). Una notte i due fratelli scoprono la ragazzina nella capanna: il figo va a cercare aiuto, lo sfigato rimane lì a fare amicizia con la tipa e ad affrontare prove iniziatiche telefonatissime che lo porteranno verso l’età adulta. Intanto i ragazzi devono anche nascondersi dal mostro che va in giro ad ammazzare la gente e ad appenderne i cadaveri sugli alberi a 50 metri da terra.

Siore e siori, un archetipo

Siore e siori, una prova iniziatica

Fin qui tutto bene, la tensione è ben costruita, la fotografia imbastisce dei buoni giochi di ombre e tenebre, i dialoghi fra i due ragazzi sono credibili e ben congegnati; i due giovani attori non saranno il massimo dell’espressività e il “sangue” si reduce a quattro ditate di rossetto in faccia, ma l’impegno dopotutto si sente. Nell’aere persiste un lieve sentore di maccosa, ma sicuramente è da imputare alla presenza del mostro, un essere chiaramente sovrannaturale che fa succedere cosa strambe e senza senso. Certo, deve esserci una spiegazione. Dopotutto il regista è Mike Bartlett, di cui ho già coperto gli sforzi registici; per sua stessa ammissione, dopo essersi dedicato a zombie e fantasmi, il regista inglese trapiantato in America (meglio precisarlo, alla luce di ciò che leggerete) ha voluto dedicarsi a una storia di “coming of age”, e questo lato del film è chiarissimo. Per quanto riguarda il lato misterioso, la seconda parte farà luce su tutto il casino e io sarò soddisfatta; o no?

"Cicciolina, povera illusa..."

“No, Cicciolina. No.”

Ed eccolo, finalmente, il dénouement! Eccolo, il cattivo, anzi (SPOILERINO-INO) i cattivi! E qui iniziano i problemi, perché l’unica parola che può commentare l’arrivo dei cattivi è il monosillabo “no”.

No.

NO.

NO, CRISTO SANTO.

NO perché a questo punto ti viene da ripensare a tutto ciò che è successo fino ad allora e ti chiedi “Ma come cazzo/ma perché cazzo/ma quando cazzo”, e delle due l’una: o Bartlett stava leggendo due sceneggiature diverse insieme, è inciampato nel cavo del computer e ha mischiato tutti i fogli, o i tre sceneggiatori (Bartlett incluso) hanno fatto un gran casino. Ecco: a questo punto il vago aroma di maccosa che si percepiva nella prima metà diventa esponenzialmente intenso e puteolente; è ora di legarvi la mascella bella stretta, amici, altrimenti vi cade dalle scale e non la ritrovate più. E dire che pareva andare tutto bene, e dire che rispetto ai suoi film precedenti, piuttosto noiosetti,  Bartlett sembrava aver trovato un linguaggio discretamente efficace – e invece NO. Per mettervi nelle condizioni giuste prima di andare avanti, riguardatevi il filmatino di questo eroe dell’Università della Strada e gioite; cosa c’entra col film? Non troppo, ma qualcosa sì.

Voglio metterlo in chiaro fin dall’inizio: mentre tutta la prima parte di Treehouse regge piuttosto bene, la seconda è un disastro dal punto di vista cinematografico, prima ancora che morale. Le incongruenze si ingigantiscono, la regia si sfilaccia, le motivazioni latitano e la storia prende strade sempre più sensazionalistiche e insulse. C’è una sequenza di inseguimento nei boschi, una farsa che veramente io non so come spiegare a meno che non si svolga in una cazzo di ipotetica dimensione parallela in cui le leggi della fisica, dello spazio e della verosimiglianza non esistono: fatemi capire, un ragazzetto asfittico e una ragazzetta dai piedi martoriati sgominano cattivi che hanno già fatto non so quante vittime? Eh? Ma stiamo scherzando? Poi arriva una sorta di deus ex machina, nel senso di automobile, e qui il film entra in un interessantissimo, ancorché probabilmente involontario, METAFORONE: così come l’automobile per un po’ va dritta, poi sbanda, balla un po’ e infine si spiaccica, così fa anche Treehouse. Prima parte niente male, seconda parte balorda, finale fuori da ogni logica. L’intero snodo narrativo, cioè l’automobile spiaccicata e quel che ne consegue, è trattato con una superficialità che finora era stata avvistata solo dalle parti di Ooga Booga – non in senso razziale ma squisitamente, umanamente morale. Non so se sia meglio o peggio e non voglio neanche chiedermelo.

Quando il “coming of age” arriva a compimento, il vero significato di Treehouse appare evidente, ed è il gradito ritorno di un nostro vecchio amico: il fascinema! Secondo Bartlett, la differenza fra “adolescente frustrato” e “ragazzo maturo” sta nel fatto che quest’ultimo corrisponde a “adolescente tuttora frustrato che maneggia le armi per imitare il padre pazzo e violento e andare in giro a ripulire il Paese dai suoi mali”. Ora, che l’America fosse questa lo sapevamo; che fosse una buona cosa, no. Che poi, dal film non si capisce mai per quale criterio un padre delirante con gli occhi iniettati di sangue che passa il tempo a tormentare i familiari sia un modello di vita positivo per il figlio chiaramente succube. Fino all’ultimo fotogramma ho sperato che il finale si rivelasse onirico, partorito dalla mentalità di un adolescente frustrato che maneggia eccetera, e invece no!, è proprio la mentalità di Bartlett ad essere quella di un adolescente frustrato che eccetera.

Ti sei accorta che io sono un ometto?

Ti sei accorta che io sono un ometto?

Ora: so cosa state pensando. Io scrivo per un sito di cinema di menare. Io amo il cinema di menare. Io amo il cinema ultraviolento, soprattutto all’arma bianca. Amo gli stuntman che compaiono su IMDb e il giorno dopo sulla pagina dei necrologi. Amo i duelli e i trielli. E a ben guardare, Treehouse non è poi così violento; non ci sono particolari scene truculente, si mostrano gli effetti del crimine più che il crimine stesso, e questa a onor del vero è una scelta non scontata. Ma è la totale mancanza di problematicità dietro il film a fare paurissima: la storia sfoggia una semplicistica assenza di senso critico che lo rende adatto o ad un pubblico trigger-happy e dal QI offensivamente basso, o all’uso propagandistico per la prossima campagna di Sarah Palin. Attenzione, la cosa che mi fa incazzare è che questo non è un film apertamente, coraggiosamente militarista e nemmeno un prodotto subdolo, che imbastisce attentamente una storia allo scopo mirato di giustificarla con l’apologia dele armi; questo è un film che la parola “apologia” non l’ha mai sentita, non sa cosa vuole dire e non ha voglia di cercarla sul vocabolario. E’ un film stupidotto, proprio come l’adolescente frustrato di cui sopra, che risolve le situazioni (di regia, di sceneggiatura, di narrativa) a modo suo e non ci arriva a capire che di modi ce ne sono altri.  Guardate Treehouse solo se avete valori come Dio, patria e famiglia; oppure, se ci riuscite, per il LOL.

La protagonista fra qualche anno

La protagonista di Treehouse fra qualche anno

 

 

DVD-quote:

“Dio, Patria, Famiglia e LOL”
Cicciolina Wertmüller, i400Calci.com

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All’inizio c’era… Howard (e il destino del mondo)

LO SAPEVATE? Steve Gerber, creatore di Howard the duck, lavorò anche ai primi numeri dei Guardiani della Galassia quando, nel 1976, furono promossi da personaggi secondari a protagonisti di avventure tutte per loro.
Per questo motivo (e nessun altro che mi venga in mente) oggi, mentre finalmente esce anche in Italia il film di James Gunn che vi abbiamo già recensito tre mesi fa, vi raccontiamo di questo famoso/famigerato film dedicato a Howard nel 1986 da un’idea di George Lucas in persona.
Buona lettura.

Cartel-Howard

Il contesto fumettistico, di Darth Von Trier

Orestolo il papero, perché così annomato arrivò nelle mie mani da bimbetto, fu uno dei più grossi squarci del fumetto mainstream statunitense sull’underground che da qualche anno imperversava nei fumetti statunitensi che di fatto stava rivoluzionando molti canoni tradizionali, nicchia dopo nicchia, tenendosi ben lontano dal Comics Code Authority.
C’era un gran proliferare di animali antorpomorfi nella grafica della controcultura della fine degli anni sessanta e dei primi settanta, spesso prendendo ovviamente di mira l’establishment Disney per ribaltarne i contenuti: da Alice rivista in chiave lisergica fino ai fumetti erotici clandestini con Biancaneve e i sette nani. Fritz The Cat di Robert Crumb è forse l’emanazione pura più celebre di quella ondata.
Orestolo nasce da Steve Gerber, lo stesso che più tardi ribadirà quanto non abbia mai toccato uno spinello in vita sua curando i primi numeri dei Guardiani della Galassia nel 1976.
È in tutto e per tutto un papero disneyano, un cugino pusillanime, pieno di vizi ed intriso di sarcasmo da knickerbockers di Paperino. Un Walter Matthau dei paperi, ecco.
Non arriva agli eccessi di sesso droga e alcol di Fritz, siamo pur sempre alla Marvel, ma costituisce nel 1973 una piccola rivoluzione culturale come tanti suoi colleghi animali antropomorfi più marci e scassoni: Orestolo infatti, oltre a portare la controcultura dei suoi anni nel mainstream. segna la nascita dell’autoparodia da parte del colosso editoriale di New York, che poi proseguirà con una vena più o meno demenziale per decenni a seguire trovando il culmine con gli spassosi What The…?! a fine anni ottanta.
Il nostro eroe piomba sul nostro mondo da una dimensione di paperi, non ha alcun potere straordinario ­anzi è uno smidollato cronico,­ ma il fatto che sia strano su un un pianeta popolato da supereroi fa credere a tutti che lui abbia qualcosa di speciale, deve avercelo per forza, quindi si trova suo malgrado a vivere avventure da eroe, trascinato dal caso o da altri supereroi in imprese che vanno dal ridicolo, al surreale, all’avventuroso. Questi all’inizio sono ovviamente principalmente pretesti per mettere alla berlina i cliché e gli status del fumetto supereroistico, usandone tutte le carte ­da quelle grafiche a quelle narrative­ ma ribaltandole, creando uno dei personaggi più sovversivi, folli e divertenti della Casa delle Idee e che negli anni troverà una sua dimensione ed importanza al di là della sua chiave parodistica, diventando un personaggio di tutto rispetto nel cosmo Marvel senza mai abbandonare il suo umorismo.

Dal prestigioso 1976: Orestolo e gli autoadesivi

Dal prestigioso 1976: Orestolo e gli autoadesivi

Il contesto filmico, di George Rohmer

Dopo cotanto sfoggio di cultura fumettistica tenterò di mettere in evidenza un dato su cui pochi si soffermano: Howard e il destino del mondo fu il primo film tratto da un fumetto Marvel apposta per essere distribuito al cinema, se escludiamo un serial di Capitan America uscito negli anni ’40.

Prima di allora, gli eroi Marvel erano già stati trasposti in versione live action, ma solamente in televisione. Il primo ad approdare sul piccolo schermo nel 1977 fu The Amazing Spider-Man , seguito da L’incredibile Hulk e dai pilot di Dr. Strange e Captain America (con Reb Brown). Tutti partoriti da un accordo tra Marvel e CBS, tutti rigorosamente falliti tranne il fortunatissimo Hulk. Una striscia negativa che non può che essere attribuita a chi stava a capo dei progetti alla CBS: era un’altra epoca e mancava totalmente il rispetto per la fonte, i fumetti erano giudicati intrattenimento per bambini e perciò traditi o semplificati all’eccesso. Pensate che nel pilot di The Amazing Spider-Man non c’era alcun accenno allo zio Ben, una svista colossale che la dice lunga: chiaramente alla CBS non volevano “tediare” il pubblico a casa con risvolti deprimenti o drammatici. Fa strano pensare che, nello stesso periodo, la rivale DC portava con successo al cinema Superman, mentre la Marvel era relegata alla televisione…

Cito Nanni Cobretti perché in un recente scambio privato ha colto alla perfezione il momento storico: “In quel periodo Marvel vendeva Spider-Man e Capitan America alla Cannon, quando Lucas ha chiesto Howard secondo me hanno festeggiato per due settimane in stile Wolf of Wall Street”. Con tutto il bene che possiamo volere a Menahem Golan, se scegli una nota casa di produzione di B-movies per produrre i film dei tuoi due personaggi-bandiera, vuol dire che stai sbagliando qualcosa. Persino i diritti dei Fantastici 4, il primo fumetto dell’era Marvel, vennero dati via a una compagnia tedesca nel 1983 per appena 250.000 dollari (e da quella disgraziata transizione sarebbe poi nato, nel 1994, il film prodotto da Roger Corman e mai distribuito). Flashforward a trent’anni dopo, quando la cifra ipotetica che Marvel/Disney dovrebbe pagare alla Sony per riavere i diritti cinematografici dell’Uomo Ragno si aggira intorno ai due miliardi di dollari.

In tutto questo, Howard fu il punto di non ritorno, ma forse anche a causa del suo insuccesso i personaggi Marvel ci avrebbero messo un’altra decina d’anni prima di cominciare a popolare le sale, se escludiamo il Punisher del 1989, quello con Dolph Lundgren (da noi Il vendicatore), e il Capitan America del 1990, fedele sulla carta ma scadente nei risultati. C’è da aspettare il 1996 prima che, con Blade, inizi l’era dei Marvel Studios. Ora l’unica cosa che separa la Marvel dalla conquista del mondo sono quei due contrattini capestro stipulati con Sony e Fox, che li privano di due universi fondamentali come quelli di Spider-Man e X-Men. Ma già nel primo caso si parla di possibili accordi.

Vedremo mai un altro film su Howard? Qualche anno fa avrei risposto sicuramente di no, ma se c’è una cosa che il successo di Guardiani della Galassia ha dimostrato una volta per tutte è che la Marvel di oggi può permettersi di scommettere su personaggi sconosciuti e vincere il jackpot. Tanto ormai non conta più il singolo film: conta il brand.

Rock'n'Roll

Rock’n’Roll

La recensione, di Nanni Cobretti

“Ma non capisci, è un papero che si comporta come una persona!!!1!”

Dev’essere così che reagiva George Lucas a chiunque gli chiedeva di cosa si volesse occupare dopo la trilogia di Guerre stellari e i primi due Indiana Jones e, davanti alla risposta “Howard il papero”, si esibiva nello stesso sguardo perplesso/frastornato che avete voi ora che vi ho ricordato la vicinanza temporale con appunto Guerre stellari e i primi due Indiana Jones.
Ed è questo che Lucas deve aver capito di Howard/Orestolo, a giudicare dalle mostruose differenze tra il suo film e il fumetto di Steve Gerber.
Eppure ci credeva a pacchi. E con lui la Universal, che gli affidò un budget di 35 milioni di dollari (un termine di paragone? Appena tre anni prima, Il ritorno dello Jedi ne costò 32).
Howard e il destino del mondo nasceva spacciato per un motivo ben preciso: il pupazzo faceva abbastanza cacare.
Non c’erano le tecnologie necessarie per renderlo credibile, punto e basta.
All’epoca te la potevi cavare con alieni semi-muti come gli Ewoks, perché nessuno aveva pretese o particolari riferimenti, ma Howard doveva ricordare un papero, doveva muoversi, chiaccherarsela ed essere espressivo come un umano, e in più era completamente bianco, non si potevano metterne in ombra i difetti. Era troppo.
La Industrial Light & Magic era l’azienda leader dell’Universo per questo tipo di missione, ma nel 1986 questo superava anche loro: messi alle strette, se la giocarono con un trappolone di costume dentro al quale si alternavano otto nani capitanati da Ed Gale (che si becca il nome nei credits), più una maschera semi-meccanica capace di qualche abbozzata espressione.
E il problema, puro, semplice e insormontabile, è che se non ti bevi il costume ti fotti almeno il 60% del film. E se hai più di otto anni, bersi quel costume è un’ardua impresa. Non ardua quanto bersi Benigni che fa Pinocchio, ma quasi.
L’altro grosso problema è che Lucas aveva un’idea del target che cozzava completamente sia con i problemi tecnici di cui sopra, che di base con la sceneggiatura che aveva fatto scrivere ai fidatissimi Willard Huyck e Gloria Katz, ex-compagni di Università (lo stesso corso da cui uscirono Milius, Coppola e compagnia) a cui aveva già affidato lo script di American Graffiti e Indiana Jones e il tempio maledetto, e che lui ricambiava regalando a Huyck anche la regia di questa tragedia annunciata.
Guardate come lanciarono il film:

E il trailer seguente insiste sul lato adulto (“passatempi preferiti: sigari e sesso”) senza mai mostrare il protagonista in faccia.
E in più, Howard fuma dritto nel poster.
Immaginate quindi un adulto che va al cinema aspettandosi una specie di live action di Fritz il gatto misto a Star Wars e si trova davanti invece una strana versione di E.T. che al posto dell’alieno ha un nano a disagio vestito da papero smargiasso, e al posto del bambino una cantante new wave mezza scema.
Perché alla fine è così che se la giocano: una grande avventura super easy della domenica pomeriggio per tutta la famiglia, in cui ogni occasione è buona per doppi sensi papereschi tipo “sono cintura nera di quack-fu”, e ogni tanto si strizza maldestramente l’occhio agli adulti non con canzonette e citazioni pop stile Shrek, ma con schizzi di brutale inappropriatezza tipo papere in topless, preservativi trovati nel portafoglio e un’intera scena ambientata in una sauna per scambisti. È come vedere un episodio delle Winx in cui a un certo punto, così, en passant, e senza cambiare di una virgola il tono del racconto, le dolci fatine vanno a pigliarsi un cocktail in un locale di striptease.
Ad aumentare il disagio, il fatto che i personaggi di contorno non sappiano come reagire a Howard: chi urla e scappa, chi non ci fa caso, chi lo scambia per un bambino, chi per un adulto eccentrico, chi addirittura lo tratta come un comunissimo papero nonostante l’abbia appena sentito parlare e ragionare.

Howard il papero e il futuro regista di Dead Man Walking

Howard il papero e il futuro regista di Dead Man Walking

E sapete qual è il punto? Il punto è che se bypassate tutte queste (gravissime) cose – il brutto costume, gli sbalzi di target – Howard e il destino del mondo è un film tanto convenzionale quanto infondo onestissimo e realizzato con seria competenza.
Lea Thompson era una delle giovani attrici più spigliate della sua generazione e infila il giusto equilibrio fra simpatia, ingenuità e tocchi sexy a tradimento, facendo letterali acrobazie per rendere vagamente credibile la sua progressiva infatuazione per Howard; Tim Robbins, allora emergente, ce la mette tutta e dimostra il suo talento comico nei ruoli dell’entusiastico tontolone; Jeffrey Jones divora le sue scene di competenza accollandosi una sequenza di possessione spaziale retta unicamente dalla sua mimica e dai suoi sbalzi di voce, e resa ulteriormente (e volutamente) esilarante dall’assenza di qualsiasi effetto speciale; Howard stesso, limiti meccanici a parte, è recitato con la giusta dose di carisma per reggere il film da protagonista (la voce originale è di Chip Zien, quella italiana di Vittorio Stagni).
Non è esattamente la sceneggiatura più ispirata dell’Universo, ma c’è un team di professionisti impegnato a realizzare il miglior film possibile chiudendo entrambi gli occhi sui grossi problemi di sospensione dell’incredulità riguardanti l’eroe della vicenda e filando dritti, spediti e sicuri come se tutto fosse normale. E la loro coraggiosa faccia tosta paga definitivamente nel secondo tempo, praticamente un’unica impeccabile, energetica, divertente sequenza action non-stop che va dalla distruzione di una tavola calda a un inseguimento terra/aria al finale nel mega-laboratorio spaziale chiuso da uno splendido mostrone in stop-motion.
Il flop a suo tempo fu memorabile, e portò alle dimissioni forzate del CEO della Universal. Ma il film rimase nel cuore di chi all’epoca aveva sia l’età giusta per fottersene di un costume da papero inverosimile, che genitori abbastanza svegli da non fare una tragedia sulle scene equivoche mentre i loro figli diventavano grandi anche grazie al glorioso sedere di Lea Thompson.

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La vostra prima erezione

(sì, il finale di articolo mi piace così)

DVD-quote:

“Fossero davvero questi i ‘film più brutti della storia’, vivremmo in un mondo meraviglioso”
Nanni Cobretti, i400Calci.com

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Trailerblast: Il Gatto Nero

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Mi casa es tu casa: Mockingbird.

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“Esatto, brava. Le solite due passate di smalto e poi ci spruzzi sopra il dryer”.
“….”
“Guarda, io l’ho preso su eBay, che è anche più comodo…”
“…”
“Mhm. Ma senti, per il compleanno di zia tu prepari qualcosa?”
“…”
“Seee, e quando mai. Quella è pure allergica al lattos…Uh! Aspetta…Mà, devo attaccare, sono usciti i titoli di coda.”
“…”
“Eh sì. Bisogna scriverla lo stesso, la recensione. I Lettori devono sapere”.

 

 

E dunque eccomi a voi.
Allora: che Bryan Bertino avesse dei problemi irrisolti con la quiete domestica lo avevamo già intuito dal suo esordio alla cinepresa. Ora, non mi dilungherò sul topic The Strangers, promesso.
Al riguardo, vi basti sapere che:
1) l’ho visto.
2) Avevo precedentemente visto Funny Games.
3) Bryan, ccà nisciuno è fesso.
4) Ho affrontato la visione di Mockingbird con i peggiori pregiudizi possibili.

La quiete domestica, dicevamo. Probabilmente l’infanzia di Bryan Bertino deve essere stata segnata da una lettura totalmente distorta de Il mago di Oz. Altrimenti non si spiega come mai, ogni volta che costui decide di girare un film, il punto di partenza, lo svolgimento e la morale confluiscano sempre nel messaggio “No place like home un paio di palle”. E qui sorge il problema: data un’ideuzza di base che considereremo invariabile per motivi che solo l’analista di Bryan può conoscere, come si fa a introdurre una parvenza di cambiamento atta giustificare un nuovo dispendio di pellicola?

Martin

Il Lettore che la sa lunga.

Le vie per risolvere l’annoso problema sono diverse. E Mockingbird sceglie di seguirle tutte, fedele alla strategia Spariamo nel mucchio e che Dio ce la mandi buona.

Soluzione n.1: LA MOLTIPLICAZIONE. In The Strangers avevamo una casa presa di mira da folli sconosciuti? Bene, in Mockingbird le case sono TRE. Tiè.
C’è la solita coppia borghesuccia – per tranquillizzare lo spettatore, frastornato da tutte queste novità – c’è la studentessa fuori sede che abita da sola e non conosce nessuno e c’è il disoccupato che vive ancora da mammà. Tre vite tranquille che verranno sconvolte in contemporanea quando, verso l’ora di cena, tutti i protagonisti troveranno un bel pacco regalo fuori dalla porta di casa. Anziché porsi delle domande elementari quali “Ma chi è il mittente?”, “Come fa costui ad avere il mio indirizzo?”, “Sono di nuovo andata su Yoox da ubriaca?”, i nostri eroi concludono che a caval donato non si guarda in bocca e si portano il misterioso pacco dentro casa.
Non avete già l’acquolina in bocca? Ma aspettate, il meglio deve ancora arrivare. Perché Mockingbird non si accontenta mica di un lieve cambiamento a livello di trama. No: la rivoluzione deve essere anche formale. The Strangers era girato come Dio comanda che si girino i film a Hollywood? Un sacco di operatori, dolly, combo, steadycam e chi più ne ha più ne metta?
Mockingbird no. Perché indovinate un po’ cosa c’è dentro quel pacco regalo?

Soluzione n.2: LA VIDEOCAMERA. Già. Proprio lei. Non posso mentirvi: siamo di fronte all’ennesimo horror girato alla DIY. Mockingbird è il montaggio di quanto ripreso dagli stessi protagonisti, coinvolti a sorpresa in un sadico gioco le cui uniche regole sono: non smettere mai di filmare quello che sta succedendo in casa tua e mettiti il cuore in pace perché probabilmente ci lasci le penne. Ora, prima di addentrarci nei dettagli della storia e cercare di cavarne anche qualcosa di buono, fermiamoci solo un istante a riflettere sull’ennesimo ricorso totalmente gratuito al found footage (found non si arriverà mai a capire da chi) in un film che non ha alcuna pretesa di vendersi come Fatto-realmente-accaduto e per di più artificiosamente suddiviso in capitoli dallo stesso regista.
Avete riflettuto? Ok, ora raccogliete i testicoli e andiamo avanti.

filming

Please, don’t.

Come la trama di un qualsiasi Home Invasion, anche quella di Mockingbird si riassume in una riga o meno: pian piano, i protagonisti si rendono conto che fuori dalla loro casa c’è un pazzo che vede tutto ciò che loro stanno filmando e ne approfitta per tormentarli. State calmi, che già sento le vostre repliche da saputelli: no, non possono materialmente spegnere la videocamera, quel modello è fatto così. Sì, in effetti potrebbero farla a pezzi. Ma che fine ha fatto il vostro fanciullo interiore? Sospensione dell’incredulità e via.
Liquidata la trama nei primi minuti del film, da lì in poi è tutta atmosfera, luci che si spengono, rumori improvvisi, riprese a schiaffo e dettagli che diventano le colonne portanti del film: una volta entrati nel vivo della faccenda, anche Mockingbird ha i suoi momenti interessanti.  Il personaggio del kidult disoccupato, ad esempio, avrebbe meritato un film a sé stante. Se con gli altri il misterioso maniaco si limita a squadernare l’ABC della violenza psicologica, con il povero Leonard si spinge fino all’umiliazione pubblica, obbligandolo a travestirsi da clown, farsi dare calci nelle parti intime e scattarsi foto creepy con bambini sconosciuti. Il tutto senza che il povero disgraziato arrivi minimamente a sospettare che in questo gioco in palio non ci sono soldi, ma la vita.  Insomma, diciamo che una volta digerita la somiglianza con The Strangers, una volta digerite le riprese oscillanti alla Von Trier, la parte centrale di Mockingbird per un po’ riesce a catturare la nostra attenzione.
Finché non inizia a serpeggiare in noi una domanda: ma tutto ciò dove andrà a parare? Come mai sono state scelte proprio queste vittime? Chi c’è dietro questo stalking a oltranza?
È presto detto. C’è la soluzione n.3.

Soluzione n.3: IL COLPONE E IL COLPETTO DI SCENA.

surprise

Sicuro sicuro?

Tranquilli, potete continuare a leggere senza  paura: non rivelerò in cosa consistano. Ma non perché io sia una bella persona, né perché se vi spoilerassi il finale Nanni mi farebbe fare la fine del citato Leonard. No. Non vi dirò nulla perché sapete già tutto. Perché verso la metà di Mockingbird, nel pieno dell’azione, sentirete un vostro neurone sussurrare al compagno di banco: “Ma vuoi vedere che alla fine…”. E da quel momento in poi non riuscirete a pensare ad altro. Sullo schermo le donne urleranno, voci inquietanti impartiranno ordini da segreterie telefoniche, giocattoli vintage verrano sparsi a caso con intenti macabri, ma voi a questo punto vorrete solo arrivare al gran finale per scoprire se davvero avevate capito tutto già da un’ora prima.
E con la morte nel cuore devo dirvi che la risposta è sì.

DVD-quote:

“Se non ne avete visti molti altri, può essere anche un bel film.”
Belen Lugosi, i400Calci.com

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Consigli per l’arredamento: Scalps

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Scalps

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Il fermo immagine del lunedì

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Explorers

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Fight Night: L’evocazione – The Conjuring

Rubrica settimanale di colonne sonore da combattimento per caricarvi, emozionarvi o scoprire che anche Ryan Gosling musica

Artista: Dead Man’s Bones
Titolo: In The Room Where You Sleep
Dal film: L’evocazione – The Conjuring

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Electric Boogaloo: la storia della Cannon, e del bello del cinema

Garanzia.

Garanzia.

Un giorno Menahem Golan convoca nel suo ufficio Clyde, l’orango che aveva fatto i film con Clint Eastwood.
È emozionatissimo, e vuole fargli un contratto. Inizia a parlare con il suo agente e ammaestratore, spiegando di avere l’idea per questo film in cui l’orango diventa amico di un bambino. Se lo sta letteralmente inventando sul momento.
A un certo punto si gira verso Clyde e inizia a raccontare il film direttamente all’orango, e preso dalla fotta salta sul tavolo a descrivere il finale: “…il bambino è sulla nave per tornare a casa e non vuole, e ti saluta, e tu sei triste, e ti sbracci, e il bambino dice «ti voglio bene!» e tu rispondi «ti voglio bene!»…” A quel punto l’agente lo interrompe: “Mi scusi, in che senso? Vuole che la scimmia parli?” Golan si blocca e si ricompone: “Uhm, a quello ci pensiamo dopo”.
Passano poche settimane, e Golan si presenta sul set di Going Bananas accompagnato da Deep Roy, il nano della Storia Infinita, Flash Gordon e La fabbrica del cioccolato di Tim Burton. Va dal regista, e gli dice “Ecco il tuo orango, trovagli un costume”.
Io non ho resistito, e appena tornato a casa dal cinema mi sono recuperato il film intero, che conta nel cast il moccioso di Over the Top, Dom DeLouise e Herbert Lom.
Puntuale come uno svizzero, al minuto 50 scatta il colpo di scena: la scimmia impara miracolosamente a parlare…
Sigla!

Electric Boogaloo (che prende il titolo da quello inventato sul posto da Golan per il sequel di Breakdance, da allora rimasto il simbolo mondiale dei titoli brutti) è un documentario sui gloriosi anni della Cannon, quando quest’ultima era stata acquistata da Menahem Golan e suo cugino Yoram Globus, immigrati israeliani pazzi per il cinema e con ambizioni sconfinate.
In quanto tale è micidiale nel dipingere il duo unendo i puntini fra le cose che sapevo di loro e gonfiando esponenzialmente l’immagine che me n’ero fatto: Golan era il creativo, il vulcano di idee, il filmmaker; Globus era l’uomo d’affari. Non andavano sempre d’accordo ma insieme, come si suol dire, vendevano il ghiaccio agli eschimesi.
Il loro modello era semplice: inventarsi un film sul momento, venderlo, girarlo per due spicci. Individuare il selling point in un nome di vago richiamo, abbinarlo al plot giusto e a un titolo accattivante, intrippare qualche finanziatore, e poi preoccuparsi del resto. “Bo Derek in un film in cui si spoglia e tromba!” “Venduto!” “Chuck Norris salva gli Stati Uniti d’America!” “Venduto!” “Charles Bronson difende l’umarell way of life da un branco di giovani ribelli senza Dio!” “Venduto!” dopodiché il suo trucco era avere a mano gente capace di organizzare tutto il necessario in tempi record e avere il film pronto in pochi mesi.
Voi oggi pensate ad altre note case di produzione che funzionano in modo paragonabile, da Corman alla Asylum alla Troma.
E io vi dico: i film della Cannon, per valori produttivi in mostra sullo schermo, in confronto a loro pare la Warner Bros in persona.
E giravano qualcosa come 20/30 film all’anno.
E un’altra differenza: Golan e Globus potevano essere eccentrici e avere gusti discutibili, ma amavano il cinema. Più della stragrande maggioranza dei produttori di cui abbia sentito raccontare. I Go-Go Boys (così li chiamavano a Hollywood) si salvavano finché giocavano con budget bassi, ma spesso e volentieri si abbandonavano a sogni di gloria, buttavano un centesimo in più piuttosto che uno in meno, e si fregavano.

The Go-Go Boys

The Go-Go Boys

Il documentario, girato nel suo solito stile ritmatissimo dal Mark Hartley che ci ha già regalato Not Quite Hollywood (sul cinema australiano), Machete Maiden Unleashed (sul cinema filippino) ma anche quel monumento all’inutilità che è il remake di Patrick, tratta tutti i film importanti (lasciando fuori Senza esclusione di colpi ma coprendo Cyborg) e porta le testimonianze di un gran numero di persone vicine a quel mondo: dirigenti, dipendenti, registi abituali come Sam Firstenberg (il responsabile di gran parte del glorioso filone sui ninja), Boaz Davidson e Luigi Cozzi, attori come Dolph Lundgren, Michael DudikoffFranco Nero, Elliott Gould, Molly Ringwald, Alex Winter e i mitici Adolfo “Shabba Doo” Quinones e Lucinda Dickey di Breakdance.
La parte più straziante è senza dubbio quella in cui commentano la deriva autoriale della Cannon, ovvero quando Golan si accorse della scarsa reputazione di cui godeva la sua compagnia e tentò di risollevarla contattando grandi autori non più al picco della fama e dando loro un’altra occasione imperdibile: gente come Jean-Luc Godard, John Cassavetes, Robert Altman, Norman Mailer, Liliana Cavani, Lina Wertmüller. E qui compare a sorpresa Franco Zeffirelli, che con un filo di voce elegge Otello a suo miglior film in assoluto e Golan e Globus come i migliori produttori con cui abbia mai lavorato.
E forse era questa la più grande intuizione dei Cannon Boys, in anticipo sui tempi e con mezzi purtroppo insufficienti per cogliere realmente nel segno: il valore del brand. Zeffirelli faceva Otello. Godard faceva Re Lear. Sylvia Kristel era la star di L’amante di Lady Chatterley e di un improbabilissimo remake di Mata Hari. Furono prodotte nuove versioni di Hercules, Sinbad, Viaggio al centro della terra, Sahara; sequel a strafottere del Giustiziere della notte ma anche il primo sequel di Non aprite quella porta e persino Powaqqatsi. E tutte le fiabe classiche: da Biancaneve a Hansel e Gretel, da Aladdin con Bud Spencer (che in Italia abbiamo re-intitolato Superfantagenio) a Il gatto con gli stivali con Christopher Walken (IL GATTO CON GLI STIVALI CON CHRISTOPHER WALKEN).
Il fido Boaz Davidson – poi fondatore dell’altrettanto stimabile Nu Image, che ha continuato a diffondere il verbo dei Go-Go Boys con roba come la saga di Undisputed e degli Expendables – dichiara come oggi i blockbuster hollywoodiani sembrino soltanto la versione costosa dei film della Cannon, e non ha proprio tutti i torti. Cita Attacco al potere che pare effettivamente avere una trama perfetta per il Chuck Norris di Invasion U.S.A., ma non solo: Taken e Il vendicatore sono in un certo senso nuove versioni ammantate di pseudo-rispettabilità del Giustiziere della Notte, grazie ad Alice e Maleficent il filone delle fiabe classiche è lanciatissimo, e ovviamente ci sono i film tratti dai giocattoli (inaugurati da Masters of the Universe) e i supereroi dei fumetti (la Cannon fu la prima ad avere in mano i diritti di Spiderman e Capitan America, ma riuscì a girare solo quest’ultimo).

I Go-Go Boys a Cannes, negli anni '80.

I Go-Go Boys a Cannes, negli anni ’80.

Ci sarebbero davvero miliardi di aneddoti spettacolari da raccontare, tra titoli pazzi, idee surreali, telefonate assurde, minacce sul set, i filmati delle loro incursioni a Cannes in tuta aziendale coordinata ed eccentricità varie, roba impossibile da sintetizzare senza perdere un frammento gustoso, per cui mi limito a raccontarvi le due storielle che ritengo più simboliche.
La prima meriterebbe un film a parte: nel 1990 Golan e Globus litigano a seguito del fallimento della Cannon, poi salvata da Giancarlo Parretti, e mentre Globus rimane a bordo Golan fonda una compagnia concorrente. Entrambi, memori del successo di Breakdance, si buttano a produrre un instant movie sulla Lambada: uno ottiene il diritto di chiamare il film “Lambada”, l’altro ottiene i diritti dell’omonima canzonaccia dei Kaoma. E la loro rivalità è talmente accesa che arrivano a fare uscire il film nello stesso giorno, con la premiere nella stessa città.
La seconda riguarda strettamente la produzione del documentario.
Hartley ovviamente provò a contattare Golan e Globus, ma questi rifiutarono.
Poche settimane dopo però annunciarono un loro documentario autobiografico, chiamato The Go-Go Boys.
Ovviamente, The Go-Go Boys è riuscito a uscire tre mesi prima di Electric Boogaloo.

Electric Boogaloo riconosce alla Cannon un solo capolavoro unilaterale, ovvero quella bomba imprescindibile di A 30 secondi dalla fine, comunque rimasto tristemente un cult per pochi.
Ma la verità è che il loro mix esplosivo di passione e follia scriteriata ha prodotto, non a caso, i film che formano la base culturale e affettiva portante del fancalcista, e che anche la loro idea più inguardabile è comunque frutto di un personalissimo lampo di ispirazione sognatrice e trasuda amore per l’immaginario che rappresenta (e non furbizia o – peggio – inerzia).
Pazzi come loro non ne fabbricano più.
E il mondo, un po’, ci sta perdendo.

I Go-Go Boys a Cannes, quest'anno. E' l'ultima apparizione pubblica di Menahem Golan.

I Go-Go Boys a Cannes, quest’anno. E’ l’ultima apparizione pubblica di Menahem Golan.

DVD-quote:

“La pazza storia dell’epoca più bella del cinema”
Nanni Cobretti, i400Calci.com

>> IMDb | Trailer

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Finché morte non vi separi male: Honeymoon

honeymoon640PTVisto che siamo in tema “luna di miele” partirò parlandovi di una cosa molto importante per comprendere la mia posizione su Honeymoon: da quando ho scoperto che la regista, Leigh Janiak, oltre a essere molto brava è pure molto giovane e molto carina (come si può notare in questa intervista) mi sono perdutamente innamorato di lei e ora non so come gestire questo turbinio di sentimenti ed emozioni. Capitemi: di questi tempi le registe di genere sono poche, talmente poche che al momento mi vengono in mente solo le sorelle Soska, Mary Harron e Jennifer Lynch, e quelle giovani con uno o due film all’attivo credo si contino sulle dita di una mano. Aggiungeteci anche che se continua così potrebbe diventare una delle migliori registe di genere in generale e il quadro dell’amore è completo. Sicuramente è già più brava delle Soska, di cui non ho mai sopportato l’arroganza, e secondo me al primo film con un budget sostanzioso ne parleranno davvero tutti e finirà in gioia e storia del cinema. Come ci si guadagna una tale reputazione? Girando un bel film con chiarezza d’intenti e precisione stilistica, senza mai andare oltre le proprie capacità e conoscendo i limiti in cui si sta lavorando.
Honeymoon è un film molto semplice, girato con quattro spiccioli e due attori che parte da una premessa molto banale per raccontare una storia coniugale di efficace paranoia e inquietudine. Bea e Paul si sono appena sposati e stanno per passare la loro luna di miele nella casa sul lago in cui lei è cresciuta. È proprio quel tipo di casa, in mezzo a un bosco, circondata da un vicinato assente tranne che per una coppia di vicini un po’ sfuggente. Nell’aria si respira felicità e amore, e l’azzeccata coppia di attori rende tutto estremamente credibile: lui è Harry Treadaway, da non confondersi col gemello Luke, e lei è Rose Leslie, da non confondersi con Wesley Snipes. Non ci vuole molto a capire perché una regista americana abbia deciso di usare attori britannici, visto che spaccano i culi, sempre e comunque, anche quando devono recitare con un accento non loro. Non che gli americani facciano cagare a prescindere, eh, è solo una questione di genetica geografica unita a una tradizione teatrale dagli standard talmente elevati per cui a chi è scarso non è permesso fare carriera. Comunque: i due passano la prima parte del film a fare la coppia innamorata talmente bene che tutti ci credono, rose e fringuelli volano nel cielo finché a un certo punto non volano più e l’atmosfera sprofonda in una nebbia di paranoia, ambiguità e insicurezza alla Rosemary’s Baby che funziona proprio grazie alla credibilità degli attori. Senza dei protagonisti del genere la sceneggiatura sarebbe crollata sotto la sua stessa fragilità, diventando semplicemente ridicola.
Rosemary’s Baby non è una citazione casuale: nonostante sia un film completamente diverso (e di valore artistico imparagonabile) utilizza lo stesso tipo di costruzione dell’angoscia in funzione di un finale esplosivo, anche per ammissione della stessa regista. In questo senso, Honeymoon parte lento ma finisce col raggiunge il primo Cronenberg tirando fuori una scena (quasi) finale enorme che da sola vale tutta l’ora precedente in cui è successo poco e niente, ma è successo bene, un po’ come quel film là di Ti West che, non a caso, urlava Polansky da tutte le parti. La stessa scena non sembrerebbe di grande impatto se raccontata fuori contesto, ma considerando come ci si è arrivati e tutti i dettagli messi allo scoperto, lo spessore è di puro terrore. Sicuramente ci vuole della testa e del gusto per poterlo apprezzare a dovere; è uno di quei film che piacerà agli amanti del genere ma che nelle sale non funzionerà mai quanto dovrebbe a causa di un pubblico generalmente indisciplinato e viziato da roba tipo Saw. Non è una festa del gore, ma è pur sempre un viaggio ai limiti della psicosi nella distruzione fisica e mentale di due persone che fino a cinque minuti fa scopavano come conigli.
Insomma, Honeymoon zitto zitto fa di tutto per tirare fuori il meglio dal poco che ha, e lo fa andando contro quella terribile moda del low-budget dalle idee valide non elaborate, limitando le sue a quelle a cui è possibile dare risposta e raccontando una storia che, alla fine, finisce. Solo un paio di dettagli non vengono approfonditi, ma in un periodo di produzioni narrativamente deludenti questa è un regalo da conservare e condividere. Ci risentiamo tra due anni, quando Leigh Janiak avrà girato il sua capolavoro e noi, come al solito*, torneremo qui per dire “ve l’avevamo detto”.

Dategli 87 minuti e quei sorrisi di merda spariranno.

Dategli 87 minuti e quei sorrisi di merda spariranno.

DVD-quote:

“Il matrimonio dell’anno”
Jean-Claude Van Gogh, i400calci.com

>>IMDb | Trailer

*era il 15 febbraio 2013 quando scrissi che Jack O’Connell sarebbe diventato uno dei più grossi, e ora che è uscito Starred Up, in cui interpreta il ruolo della vita, se ne stanno accorgendo anche tutti gli altri. Prego.

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