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Lucca Comics digital event: la recensione di Origenes secretos!

Vi ricordate quando negli anni 80 in tutto il mondo occidentale spopolava la moda dark?
Il fatto però è che gli unici babbi a chiamarla “moda dark” eravamo noi italiani. In inglese si è sempre detto “gothic” o “goth”, che in italiano si traduce senza fatica in “gotico”, ma chiedete a chiunque fosse nei paraggi in quegli anni: quelli che si vestono di nero qui in Italia, ancora oggi, sono “i dark”. E mi ha sempre fatto sorridere che per parlare di una moda inglese usassimo una parola inglese che però era quella sbagliata: in questa gaffe linguistica assolutamente innocua c’è tutto il provincialismo, la maldestra sudditanza culturale nei confronti del mondo anglosassone che da sempre ci contraddistingue.
Oggi è in corso un dibattito molto simile e quasi altrettanto irrilevante sull’uso corretto della parola “nerd”, che nell’italiano gergale usiamo molto spesso per definire cose e persone che in realtà sarebbero “geek”, per cui provate immaginare il mio entusiasmo quando ho scoperto che in Spagna questo problema non ce l’hanno perché non dicono né nerd né geek ma usano un altro inglesismo ancora: freak!

Il wannabeismo che finisce in tragedia è la chiave di lettura, dentro e fuori lo schermo, di Origenes secretos, film spagnolo di Netflix — una di quelle produzioni che ti fanno sentire che stai proprio facendo fruttare i soldi del tuo abbonamento — ambientato nel mondo degli “appassionati di fumetti” in un modo che non riesco sinceramente a capire se è ruffiano o genuinamente entusiasta ma che, comunque la giri, è la fabbrica del cringe.

Siamo a Madrid, la città è scossa da una serie di omicidi ispirati alle origini dei più famosi supereroi americani e già qui l’unica reazione consona sarebbe dire “ma cosa cazzo stai dicendo”, il che però non impedisce alla polizia di stabilire che l’unica persona che può aiutarli a risolvere il caso è Jorge, il proprietario della fumetteria di quartiere. La premessa è quella di Seven (che viene citato apertamente nei titoli di testa e poi ancora più apertamente in una battuta a  metà del film) ma lo svoglimento affonda le radici in un genere molto più basso e popolare, quello del telefilm poliziesco procedurale in cui gli sbirri sono dei tali incompetenti che chiedono di continuo l’aiuto dei professionisti più disparati per il semplice fatto che sono “esperti” di qualcosa: l’esperto di numeri, l’esperto di bugie, l’esperto di libri gialli… L’unica differenza è che il target, invece di essere mia madre, sono gli orfani del Lucca Comics.

my thoughts exactly

Lo studio del personaggio di Jorge non lascia dubbi né sulle intenzioni del film né sul livello di sofisticazione della scrittura: è l’uomo fumetto dei Simpson, coi capelli un po’ più corti. Pigro, trascurato, sovrappeso, con discutibili abitudini igieniche e l’atteggiamento conciliante di chi parla solo per citazioni di Star Wars e si lamenta se la “gente normale” non lo capisce. Chiamatemi romantico, ma credevo che lo sdoganamento della cultura nerd significasse emanciparsi da quell’immagine dannosa e stereotipata dell’appassionato di fumetti come di un ciccione inutile che non sa masticare con la bocca chiusa, non la legittimazione — e elevazione a eroe incompreso — di quel preciso stereotipo.

Poi si chiedono perché la gente odia i millennials

Come impone la tradizione, Jorge è dunque affiancato all’indolente detective Valentìn, un belloccio tutto serio e precisino che disprezza i fumetti perché “sono una roba da bambini”, e insieme daranno vita a una fresca, esilarante, mai vista prima dinamica da buddy cop in cui gli opposti si completano a vicenda.

Will they or won’t they..?

Ma non mi soffermerei più di tanto sugli aspetti “polizieschi” — che di virgolette ne meriterebbe molte di più* — della trama perché il punto è palesemente e dolorosamente un altro. Un buon 70% del film è un viaggio senza ritorno nella tana del bianconiglio delle fiere del fumetto condito di monologhi sul fatto che i nerd una volta venivano chiusi negli armadietti ma ora dominano l’industri culturale o che tutti indossiamo una “maschera” quindi il cosplay è la forma di espressione più genuina che ci sia. Il restante 120% è una logorrea di namedropping puro, nella maggior parte dei casi del tutto gratuito, di fumetti, film, telefilm e cartoni animati.

Le truth bombs di Jorge

Non scherzo quando dico che pare di stare guardando The Big Bang Theory al suo peggio: nomi, titoli e citazioni varie sono semplice intercalare, rumore di sottofondo al vuoto siderale della sceneggiatura. La loro presenza o assenza in un dialogo non cambia di una virgola il senso del discorso se non per il fatto che, essendoci, sai che chi sta parlando è un imbecille.

tipo

così

aggratis

Ma se almeno The Big Bang Theory mette immediatamente in chiaro (anche con un certo compiaciuto vittimismo) che i protagonisti sono un gruppo di reietti, Origenes secreto non sa decidersi su che approccio adottare e racconta di un mondo in cui l’essere nerd è contemporaneamente stigmatizzato e accettato, per cui Jorge si lagna che tutti lo prendono in giro ma il capo della omicidi si presenta al lavoro in cosplay di Sailor Moon e un tizio può decidere se far entrare gli sbirri in casa sua se rispondono a un indovinello sui Cavalieri dello Zodiaco…

Il capo della omicidi

In tutto questo, l’aspetto più straniante e involontariamente comico del film è che, non avendo i diritti sui personaggi che cita in continuazione (immaginate la Marvel dare l’ok per far comparire le sue properties in una cosa di cui non ha il controllo assoluto… sono lontani i tempi di Mall Rats), non li mostra mai! Per cui è ok nominarli, è ok farci i cosplay, ma i poster che tappezzano la fumetteria sono illustrazioni fatte ad hoc di generici “captain super” o “doctor hero”, i fumetti che i personaggi prendono in mano sono tutti finti e le action figure da collezione sono pupazzetti fatti col das.

Non pretendo di fare un discorso sull’intera industria dell’intrattenimento spagnola basandomi su due cose suggerite dall’algoritmo di Netflix, cioè questo e La casa di carta, ma devo dire che un tema comune c’è ed è piuttosto prepotente: una voglia matta di fare le robe “come gli americani” senza averne le capacità, la comprensione, il background tecnico e culturale. Origenes secretos snocciola riferimenti e copia alla cieca una serie di immagini e situazioni emblematiche della fiction americana — per tre quarti è il pilot di un telefilm che non guarderei, nel finale diventa l’origin story di un supereroe originale che trasuda anni 90 — senza sapere cosa e perché lo sta facendo.

Il finto cameo di Stan Lee, tra l’altro, davvero di cattivo gusto

Il problema coi film di Netflix, infine, è sempre lo stesso e quasi mi imbarazza continuare a ripeterlo. È che sono, nella maggior parte dei casi, prodotti assolutamente anonimi, senza infamia né lode che guardi ti scordi dopo mezz’ora. Ogni volta che inizio un film di Netflix, non prego che sia bello, prego che mi lasci qualcosa, di arrivare alla fine e aver provato almeno un’emozione. In questo senso non definirei Origenes secretos un fallimento totale, perché qualcosa durante la visione l’ho sicuramente provato, ma nemmeno un trionfo perché quello che ho provato era la netta sensazione che ci vorrebbe la guerra per rimettere in riga questi giovani smidollati.

Mi raccomando, signirina, se ne vanti anche

Stream-quote:

“Comunque la si giri, è la fabbrica del cringe”
Quantum Tarantino, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

*Niente, mi spiace, devo togliermi pure ‘sto sassolino dalla scarpa. Non sono uno che si impunta sui veri o presuni buchi di sceneggiatura e odio i “cosa sarebbe dovuto succedere” perché quando vedo un film accetto abbastanza pacificamente di stare alle regole del suo autore, ma Origenes secretos fa un pessimo servizio, oltre che ai fumetti e a chi li legge, pure al lavoro del poliziotto. C’è un killer che ammazza la gente in modi tutti matti, no? Ma la polizia non indaga sulle vittime! Non si chiede cosa possano avere in comune, perché qualcuno dovrebbe volerle morte e chi può avere, oltre che un movente, le conoscenze per ucciderle in modi così creativi e ricercati. Verso la fine del film scopriremo — ma soltanto perché è il cattivo a dirlo — che le vittime sono tutti criminali riusciti a farla franca grazie a vizi di forma e che l’assassino è un poliziotto della scientifica frustrato che ha deciso di prendere la giustizia nelle proprie mani. Quanto ci avrebbero messo a prenderlo se avessero fatto mezzo controllo? Ma poiché il punto del film è giustificare il fatto che l’uomo fumetto diriga le indagini, si limitano ad arrivare sul luogo del delitto, constatare a che fumetto è ispirato l’omicidio e aspettare quello successivo! Prenderanno il killer semplicemente perché, in un delirio da cattivo dei cartoni animati, telefonerà allo sbirro dicendogli esattamente dove si trova. Ma vaffanculo.

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