Fight Night: Il bandito e la madama

Rubrica settimanale di colonne sonore da combattimento per caricarvi, emozionarvi o eleggere Burt Reynolds a membro onorario della FAMIGLIA.

Artista: Jerry Reed
Titolo: East Bound and Down
Dal film: Il bandito e la madama

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Fast & Furious 6: recensione professionale, obiettiva, giusta

“La creazione” (Justin Lin, 2013, metallo e benzina su pellicola)

Il mondo di Fast & Furious è bellissimo.
O forse è il concetto di famiglia ad essere bellissimo. Il concetto di famiglia è uno dei selling point che le ricerche di mercato hanno rivelato essere molto importante per il target della saga di Fast & Furious. O è così, o è solo un’ottima scorciatoia di sceneggiatura: “Perché fai questa cosa che non ha il minimo senso da qualunque punto la guardi?” “LA FAMIGLIA” “Ma vedi, ecco, secondo me questa specifica cosa se ci ragioni bene anche dal punto di vista della famiglia mi pare un po’ controprodu-” “LA FAMIGLIA“. Tu telefoni, loro mollano tutto e arrivano, senza fare domande. Ed è una roba a rischio contagio.
Il mondo di Fast & Furious è bellissimo, dicevamo: tu sei Vin Diesel, sei lì che passi le tue intere giornate a scoparti Elsa Patata (ve la ricordate? era la collega di The Rock nel film precedente), arriva The Rock che ti dice “oi, forse la tua ex è viva”, e prima ancora che tu apra bocca Elsa Patata arriva lì e ti fa “vai tra, vai pure, ti capisco e fossi in te lo farei anch’io” e il conflitto finisce prima ancora di iniziare. LA FAMIGLIA.
Tu Vin Diesel allora vai da quel tuo amico di cui non ricordo il nome, quello sposato con tua sorella Jordana Brewster: lo trovi che è diventato padre e che ha promesso di cambiare vita e diventare un ex-poliziotto-multimilionario-ricercato-rifugiato-in-un-paese-senza-estradizione per bene, e io penso al volo “bravo, allora rimani fuori dal film, imbecille”, e invece tu Vin Diesel gli dici “oi, forse la mia ex è viva” e, prima ancora che il tuo amico apra bocca, Jordana Brewster arriva lì e gli fa “LA FAMIGLIA” “sì, giusto, appunto rimango a casa col bambino” “no, LA FAMIGLIA, LA FAMIGLIA” “aaah, LA FAMIGLIA… ok, sì, vado, grazie” e il conflitto finisce ancor prima di iniziare.
Non è bellissimo? Non è esattamente il tipo di donna che vorreste al vostro fianco? Tu le porti a casa un tizio qualsiasi, le dici “cara, lui è LA FAMIGLIA”, e da quel momento in poi ogni volta che ti telefona potete farvi il cazzo che vi pare che non avete nemmeno bisogno di inventarvi una scusa. Le sere al bar, i weekend allo stadio, turismo sessuale in Asia… quello che volete. Inoltre: avete apprezzato come nei precedenti paragrafi io vi abbia fatto immedesimare in Vin Diesel senza un vero motivo? Prego, prego.

LA FAMIGLIA

LA FAMIGLIA

Il mondo di Fast & Furious è indubbiamente bellissimo.
Le corse stradali clandestine ormai sono talmente poco clandestine che la partenza è in pieno centro a Londra nel cortile del Dipartimento di Cultura, a neanche 100m dal Big Ben. Vi rendete conto? Sono chiaramente sanzionate dal Parlamento, e dietro la residenza del Primo Ministro. Roba che se al prossimo film vogliono alzare il tiro tocca farle partire che ne so, da S. Pietro direttamente sotto la Cappella Sistina.
Dopodiché – sì, cari i miei integralisti della prima ora, qui si torna a vedere un garino – Vin e il suo avversario schizzano per il traffico del centro, si fanno Whitehall, passano per Piccadilly Circus (e qui, in un momento meta-surreale che non so se è mai capitato a qualcuno di voi, inquadrano brevemente anche il Trocadero che è esattamente l’edificio in cui stavo guardando il film), girano per lo Strand, proseguono dritto, poi di colpo accostano… e oplà, eccoli nel grande spiazzo davanti alla Battersea Power Station, quella famosa della copertina di Animals dei Pink Floyd, che sta tipo a 20 minuti di metropolitana nella direzione opposta. Ma questo lo dico perché voi turisti non vi facciate strane idee, tipo quella volta che un amico mi venne a trovare e propose di camminare dal Parlamento al Tower Bridge perché aveva appena visto lo Sherlock Holmes di Guy Ritchie in cui ci arrivavano a piedi in due minuti, che in realtà fai anche due minuti per venti. Il cinema è imballato duro di queste imprecisioni geografiche, che alla fine sono cose per noiosissimi pignoli. Però fa impressione che il Vin, che anche da ex-criminale ci tiene tanto al suo codice etico, faccia queste megacorse in una delle strade più trafficate d’Europa solo per fare un po’ il bulletto.
C’è poco da fare: il mondo di Fast & Furious è bellissimo.
I suoi protagonisti conoscono – anzi, hanno nel sangue – le leggi della fisica con tale precisione da riuscire a saltare continuamente da un mezzo all’altro senza manco fermarsi a prendere un minimo le misure, come se sui tetti delle auto ci fosse un grosso magnete, o come se fossimo in uno di quei vecchi videogame tascabili in cui c’erano solo due posizioni: sbagliare completamente la mira o atterrare perfettamente.

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Il ritorno degli uomini scoiattolo

La saga di Fast & Furious va presa per quella che è: LA FAMIGLIA, lo sprezzo del pericolo, gli stunt ai confini del maccosa e oltre, la terribile colonna sonora hip hop, la tamarraggine, l’ignoranza che trasuda da ogni inquadratura e dialogo.
Il regista Justin Lin e lo sceneggiatore Chris Morgan aderiscono e ci si abbandonano, ma trovando anche qualche azzeccato tocco autoironico tipo quando Tyrese guarda le foto segnaletiche dei cattivi scherzando su come sembrino ognuno il doppione di uno dei buoni. I colori vengono intelligentemente smorzati – le auto sono bianche o nere, al massimo azzurre – ma si casca in qualche inutile stratagemma da soap opera specie per quanto riguarda Michelle Rodriguez.
Per il resto, il duo fa esattamente quello che gli si chiede: un film più grosso che mai.
Ed era dai tempi di Arma letale 3 che un film di pura azione – niente fantascienza, niente pigiamoni, pochissima CGI – non era così clamorosamente, arrogantemente grosso.
Rispetto al film precedente manca l’effetto sorpresa, quello per cui vai per una cazzatona ed esci con il film dell’anno, ma è stata data la giusta sistemata al cast: due solidissimi innesti al reparto arti marziali, Gina “Knockout” Carano e Joe “The Raid” Taslim, e soprattutto, finalmente, un cattivo degno di questo nome grazie a un eccellente Luke Evans.
Dopodiché succede quello che davvero non si vedeva da parecchio tempo.
Quel tipo di cosa che non si vedeva da parecchio tempo e che non sente l’età.
Il ritorno a quei gloriosi tempi in cui un action lo si misurava dalla quantità di auto sfasciate.
Ma sfasciate sul serio, mica al computer come in quella tristezza infinita di Die Hard 4.
E proprio roba che perdi presto il conto.

Rock Spaccatutto e Gina Carano

Rock Spaccatutto e Gina Carano

Siamo onesti: Lin non è perfetto, perché casca anche lui occasionalmente nel problema delle inquadrature troppo strette e montaggio troppo confusionario. Però ne azzecca in egual numero, per cui più che un problema di stile verrebbe da dire che è questione di stunt complessi non sempre riusciti alla perfezione e in qualche modo mascherati, forse in una certa misura colpa dei tempi di produzione non necessariamente ideali, che è esattamente il problema per cui Lin ha deciso di mollare il colpo e rinunciare a quel settimo capitolo programmato per uscire già l’estate prossima…
Ma basta parlare di sottigliezze e pessimismi.
La realtà è che esauriti rapidamente i convenevoli fa il suo ingresso l’unico personaggio interamente in CGI del film, un essere grottesco chiamato “Luke Hobbs” con la testa di The Rock e le braccia più grosse delle gambe come Ralph Spaccatutto; un altro tizio un po’ più proporzionato ma comunque molto grosso gli sbatte il grugno sotto al naso e gli dice “I ain’t tellin’ you SHIT”, e da lì si inizia a sorridere, esultare, applaudire, e non si finisce più.
Al minuto 20 viene demolito (demolito sul serio) l’intero piano rialzato di un mega parcheggio/garage, roba che il 90% dei film d’azione degli ultimi 15 anni darebbe il culo per poter sfoggiare come gran finale, e qua invece tempo un’altra oretta e ne sono successe talmente tante altre più clamorose che questa te la sei già scordata.
E a mezzora dalla fine inizia a succedere letteralmente di tutto.
I nostri eroi si mettono a ribaltare auto usando quelle fiocine enormi che servono a reggere i ponti, poi un camion partorisce un carroarmato come in una fantasia bay-cronenberghiana, e da lì in poi è il finimondo: mezzi schiacciati come lattine vuote, persone che volano, auto che palleggiano altre auto come palloni da spiaggia, e un finale in cui succedono almeno tre sequenze spettacolari contemporaneamente ognuna delle quali anche da sola schiaffeggerebbe Bourne dietro la testa dandogli del cretinetti.
Poi, come da trailer, un aereo partorisce un’auto in un’esplosione di meraviglia, e a quel punto ci si gira tutti istintivamente verso The Rock aspettandosi che gli esca almeno un Ciao Piaggio, e invece niente.
Ma alla fine di tutta questa distruzione, la scena in assoluto migliore consiste nel Vin Diesel che durante una scazzottata urla “Van Damme Puppa La Fava” e si inventa la mossa del decennio: la crapata volante.
Applausi commossi e scroscianti.

DVD-quote:

“Per sentirsi in pace con l’Universo”
Nanni Cobretti, i400Calci.com

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Qui è dove WIndows XP si è impallato

Qui è dove Windows XP si è impallato

SPOILER: sul più bello, quella patata di Gal Gadot si getta da un ponte per salvare la vita a Sung Kang (dinamica complessa e forzatella). Il povero Sung Kang è ovviamente distrutto, ma proprio qui dove daresti per scontato che LA FAMIGLIA intervenga prima che sia troppo tardi – sulla base che per due ore tipo un dialogo su due la menava insistentemente proprio su quel concetto lì – ecco che invece Vin e gli altri lo ignorano bellamente e preferiscono tornare a casa a godersi un barbecue. Devo ammettere che ci sono rimasto onestamente male.
Ma è proprio qui che si avvera la profezia di Nanni Nostradamus: dopo i primi credits Sung depresso se ne va da solo a Tokyo, e finalmente ci si ricollega al terzo film.
Con un twist: scopriamo chi ha investito il povero Han poco dopo il suo splendido Tokyo Drift.
È un nostro caro amico.
Il mondo di Fast & Furious è bellissimo.

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Diavologia: L’Esorcista III

“Diavologia”, o di quella volta che dopo Lords of Salem abbiamo sentito il dovere di fornirvi modelli di demònio più attendibili o quantomeno più interessanti; per dilettarvi, educarvi o semplicemente fare comunella con Pazuzu.

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Bentrovati satanelli fancalcisti per questa nuova puntata di Diavologia… Sigla!

L’esorcista III è un film complesso, a partire dalla sua storia produttiva che nasce sotto auspici funesti e tribolati.
Vediamo un po’.

Nel 1973, L’Esorcista di William Friedkin fu il film che fissò nell’immaginario collettivo la possessione demoniaca, sdoganò Satana sul grande schermo, fece costume e portò l’horror nel salotto buono del cinema con i suoi quattro Golden Globe e le sue dieci nomination agli Oscar – di cui due vinti – diventando il primo horror a portarsi a casa quello per “miglior film”. Questo oltre al fare un pacco di soldi in tutto il mondo, sia chiaro.

Fu impossibile quindi resistere alla pericolosa tentazione del sequel, e nel 1977 venne quindi messo al timone un altro grande regista, John Boorman, sperando di bissare il successo del primo film, aggiungendo inoltre Richard Burton come co-protagonista e Morricone alla colonna sonora. Non andò bene, anzi: L’esorcista II: l’eretico venne accolto negativamente dalla critica e tiepidamente dal pubblico, William Friedkin dopo averlo visto in post-produzione si sperticò poco elegantemente in un profluvio di insulti al film e al suo regista, venne inserito al volo nella top 50 dei peggiori film di sempre piazzandosi al secondo posto sotto Ed Wood e il suo Plan 9 from Outer Space, Linda Blair se ne vergognò descivendolo come “il più grande passo falso della mia carriera”  e John Boorman fece ammenda nelle interviste. Insomma: una catastrofe totale.
Va detto che il film non è di certo un capolavoro, ma neanche questo disastro che tutti decretarono. Ci fu un accanimento feroce, tant’è che il franchise de L’Esorcista con questa batosta fu troncato lì, sul nascere, e venne lasciato cadere nel dimenticatoio.

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“Hehehe signor Burton, stavolta c’ha detto male!” “Zitta cagna maledetta è tutta colpa tua!”

A fine anni ’80 ci fu però uno sviluppo inatteso: lo sceneggiatore del primo film e autore del romanzo da cui venne tratto, William Peter Blatty, viene chiamato a sceneggiare un nuovo film sul Diavolo tratto da un suo romanzo del 1983 intitolato LegionAvrebbe dovuto trattarsi di un film omonimo al romanzo e completamente staccato da L’Esorcista, ma in stesura della sceneggiatura gli dicono: “William, senti un po’ una cosa… Visto che siamo dei pazzi scriteriati abbiamo deciso che il film te lo facciamo fare ma solo se lo fai diventare un sequel de L’Esorcista e se ci piazzi un bell’esorcismo de quelli de paura co’ le cose paurose, eh? Bello no?! Daje William facce fà di nuovo un sacco de soldi!”. Blatty chiaramente ci rimane malissimo ma non si fa scoraggiare, e vista la situazione delicata decide anzi di prendersi carico della cosa in blocco dirigendoselo da solo (in un primo momento in regia doveva esserci addirittura John Carpenter). Nel 1990 quindi accade l’impensabile: L’Esorcista, dopo un limbo di più di dieci anni, torna con un nuovo capitolo, inatteso da tutti e in primis dal suo autore.

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“Sorpresa! Sono tornato!”

Ora, il periodo storico in cui avviene questa cosa è molto importante. Siamo alla fine degli anni ’80 e il pubblico dell’horror è cambiato molto: i gusti sono diversi, lo splatter, il gore esagerato e lo slasher sono usciti dal ghetto dei drive-in e si sono diffusi ad ogni latitudine diventando dei blockbuster, e un film come L’Esorcista, con il suo orrore ansiogeno e senza sangue, sembra fuori dal tempo. Non ce lo vedi granchè ad apparire come speciale del mese su Fangoria.

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chiarire subito le cose

Il film parte quindi sotto i peggiori gli auspici: 1) l’autore si ritrova le premesse dell’opera cambiate in corsa; 2) senza volerlo, si ritrova sulle spalle la responsabilità di redimere e risollevare una saga pesante come L’Esorcista dopo il disastroso secondo capitolo; 3) di conseguenza ritrova su di sè a più livelli la pressione del confrontarsi con il primo capitolo, sia come scrittore che come sceneggiatore, e in questo caso pure come regista; 4) il pubblico del tempo è probabilmente poco ricettivo ad un tipo di horror del genere, soprattutto ad una serie che è rimasta nel limbo per tredici anni.

Blatty non si perde d’animo, lavora per anni alla sceneggiatura, e intelligentemente gioca a sorpresa, fintando sull’horror e procedendo sul thriller sovrannaturale, smarcando il pubblico più giovane e gore-aficionado e puntando direttamente al grande pubblico. Soprattutto decide di raccordare questo sequel direttamente al primo film ignorando completamente il secondo disastroso capitolo, ormai definitivamente condannato alla damnatio memoriae.

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“immagino che non ci abbia tagliato un profiterol, vero?”

L’Esorcista III è infatti un ben strutturato thriller investigativo in cui il personaggio secondario è il detective amico di padre Karras del primo film, il detective William Kinderman qui interpretato dal bravissimo George C. Scott. Egli diciassette anni dopo gli eventi de L’Esorcista si mette sulle tracce di un serial killer tagliatore di teste dato per morto anni prima ma apparentemente di nuovo in attività. Nel cercare il bandolo della matassa incrocerà di nuovo la sua strada con il Male del passato e con l’eredità mai scomparsa di padre Karras.

Per gran parte del film, a parte alcuni omicidi cruenti l’horror nel senso stretto è assente, c’è più che altro una costante tensione, visioni religiose inquietanti, avvenimenti sfuggenti, misteriosi sogni ricorrenti, voci angoscianti. William Blatty gioca qui ancora più di fino che con il primo capitolo, lasciandoci addentrare con le indagini via via nella spirale sulfurea assieme a Kinderman, e facendoci percepire il Male senza nessun vomito verde  e nessuna testa roteante ma “solamente” con alcune scene realmente inquietanti, un grande attore, una regia accurata, una fotografia livida e una frequente assenza di commento musicale che in alcuni momenti diventa tombale.

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“Rob Zombie beccate questa!”

Qui il diavolo viene affrontato in maniera adulta e colta, non ci sono baracconate, si parla del Male in senso assoluto e di come viene affrontato da un ateo e da un credente, sul dubbio e sul rimorso. L’Esorcista III è un film dell’orrore che è un bel thriller, o viceversa: di sicuro è un film elegante, strano e molto personale, perfettamente nel solco dell’atmosfera del primo film che riesce a rievocare senza citarsi addosso, con la stessa cura dei dettagli e dell’atmosfera ma applicati a cose completamente diverse, e a mio avviso riesce anche a rinnovare la faccenda con altre idee, a sofisticarla.

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L’unica parte debole e in cui  cade un po’ di gusto è il finale, con l’esorcismo che come dicevo sopra venne imposto a Blatty dalla casa di produzione, per giustificare il titolo e mettere un po’ di horror più plateale. Nella versione originale non avveniva nessun esorcismo e il finale era ben più asciutto e crudo nella sua semplicità quasi hard-boiled. Purtroppo sono andati perduti i minuti di girato alternativo, altrimenti avremmo da anni un director’s cut, probabilmente con un altro titolo. Ah, anche la comparsata del modello Fabio che fa la blue-steel in una scena onirica oggi risulta un pelo risibile.

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come ti rovino il climax in un fotogramma

Il fatto che non fosse pensato per continuare il primo film è chiaro nell’immaginario di riferimento: in maniera un po’ forzata scompaiono infatti i demoni sumeri e le statuette maledette in favore di un giro nel lato oscuro della fede cristiana più canonica, così come non c’è più traccia di Linda Blair/Regan e la sua possessione. Tolte queste cose il film scorre però senza intoppi ed ha anche un raccordo intelligente con l’Esorcista.

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bello per carità, ma fuori luogo

Alla fine Blatty ci vide giusto e il film ricevette una buona accoglienza, pur non sbancando ovviamente come il primo. Negli anni il film è  invecchiato come un buon vino sia presso la critica (horror e non) che pur non avendolo mai stroncato lo ha gradualmente rivalutato, sia presso il pubblico dove ha assunto lo status di piccolo cult. William Blatty ha riportato in auge con fatica il buon nome de L’Esorcista.

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Ecco, qua ci siamo invece

Se cercate satanassi e sacrifici di vergini non farà al caso vostro: qui non ci sono né sangue né  gli spaventi con i rumori all’improvviso. Se invece avete voglia di un film genuinamente inquietanteallora accomodatevi.

DVD-Quote suggerita

“Finalmente un film sul Demonio per fare bella figura alle cene in piedi”
Darth Von Trier, i400Calci.com

>> IMDb | Trailer

Nota: nel trailer sopra linkato (un po’ spoilerante devo dire, quindi attenzione) sono presenti alcune porzioni del girato alternativo ormai perduto!

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Ip Man 3, o anche Ip Man 0, o anche Ip Man – The Legend Is Born, o anche NO

legend-is-born-ip-manÈ già capitato che su queste pagine l’eccellente Casanova affrontasse la figura del leggendario maestro di Wing Chun Yip Man e la filmografia a lui dedicata, per cui cercherò di rinfrescarvi la memoria limitandomi all’essenziale: 1) Yip Man non si pronuncia ip-men, 2) è realmente vissuto tra la Cina e Hong Kong nella prima metà del 900, il resto della sua vita tende a venire UN PO’ romanzato 3) è il fondatore della scuola dove si formò negli anni 50 un giovanissimo Bruce Lee, ma non è stato il suo maestro (o sifu, se preferite), non direttamente almeno, per motivi logistici (quando hai una scuola di 200 persone è difficile avere un rapporto personale con uno qualunque dei tuoi allievi) e anagrafici (aveva più di 60 anni quando Lee bussò alla sua porta). Scoperto solo di recente dall’industria cinematografica cinese, Yip Man è stato il soggetto negli ultimi 5 anni di ben 5 biopic per motivi che vanno dalla legacy che lo collega al mito di Bruce Lee alla totale mancanza di vergogna da parte dei cinesi quando si tratta di copiare una copia di una copia, passando per gli indubbi meriti sportivi e un presunto ruolo da eroe della resistenza durante la seconda guerra sino-giapponese.

Se il primo Ip Man, ambientato nella Cina degli anni 30, è una favola leghista che affronta con garbo la questione dell’occupazione giapponese (= i giapponesi sono tutti degli animali bastardi figli di puttana privi di onore e umanità e vengono qui per toglierci il lavoro), e Ip Man 2 si trasferisce ad Hong Kong per raccontare con meno fronzoli la stessa parabola xenofoba ma con gli inglesi al posto dei giappi, Ip Man – The Legend Is Born copre l’infanzia e la giovinezza del maestro inserendosi nella saga come un terzo capitolo / prequel e per questo distribuito anche con i titoli di Ip Man 3 e Ip Man 0 — sebbene non lo sia!

Problem?

Problem?

Uscito nello stesso anno (il 2010) di Ip Man 2, The Legend Is Born non ha nulla che fare coi due film diretti da Wilson Yip e con Donnie Yen (che non ha risparmiato critiche ai copycat) nel ruolo del protagonista. Studios e distributori sono diversi e dietro la macchina da presa c’è un tale Herman Yau che non ho idea di chi sia ma a sfogliare il suo profilo su IMDb mi verrebbe da dire la solita puttanaccia hongokongese con una media di tre film all’anno di cui probabilmente nessuno prima di questo era di arti marziali (e se lo era lo nasconde davvero bene), ma ecco la chicca: ben tre attori dell’altro franchise partecipano, con assoluta nonchalance, a questo ricoprendo ruoli diversi! Il primo è Dennis To, che qui interpreta il giovane Yip Man mentre negli altri film era un anonimo sgherro di vari boss minori; il secondo è Louis Fan, qui il fratellastro di Yip, di là un cattivo del primo film che si redimeva nel secondo; il terzo, e hai detto cazzi, è Sammo Hung in persona, che negli altri film coreografava e impersonava un rivale/amico di Yip durante il soggiorno hongkongese, mentre qui si ritaglia la parte, breve ma fondamentale, del maestro Chan Wah-shun, che muore al minuto 10 ma non prima di aver ammesso il giovanissimo Yip nella propria scuola e aver detto al suo secondo “tienilo d’occhio che diventerà qualcuno”.

Funerali di stato per Sammo Hung

Funerali di stato per Sammo Hung.

Dal punto di vista dell’aderenza storica, per quel che ho capito c’è almeno nella prima parte una certa fedeltà — l’infanzia nella provincia di Foshan, la famiglia benestante, l’apprendistato presso Chan Wah-shun e il suo successore Ng Chung-sok; precisissima la digressione su Leung Bik, figlio del maestro di Chan Wah-shun ma rinnegato dalla famiglia per aver “corrotto” il Wing Chun con varianti troppo eccentriche — ma l’ossessione per il melodramma non lascia scampo e anche qui giù di (devo specificarlo? assi improbabili) triangoli e quadriangoli amorosi, fratellastri, sorelle segrete, intrighi a corte, tradimenti e piangeroni che fanno dimenticare, più di una volta e per più di qualche minuto, che questo, in teoria, dovrebbe essere un film di arti marziali.

Che poi, per me il Wing Chun è una figata pazzesca, un’arte marziale “modesta” che consiste di pochissime acrobazie — quindi wirework, effetti speciali e artifici via montaggio praticamente nulli — e lo stesso estremamente spettacolare, tutta fondata sulla velocità e la precisione degli attori/atleti che è veramente uno sballo da vedere. Purtroppo qui è relegata alle, pur magnifiche, sessioni di allenamento e alcune scaramucce presenti nella prima parte, mentre il combattimento più lungo, quello finale, è un deludente e confusionario pastone di kung fu, karate, judo e mazzate alla Bud Spencer riciclando topoi da Kill Bill (Yip da solo contro cento ninja) e Karate Kid (menomato dall’avversario che usa una mossa scorretta pur di vincere, Yip ha la meglio ricordando l’insegnamento solo apparentemente poco importante del proprio maestro impartito all’inizio del film). La parte centrale manco ve la racconto, che se un’intera mezzora è occupata da un’accesissima disputa verbale riguardo l’eventualità di introdurre i calci alti nel Wing Chun (siamo in pieno territorio Episodio II di Star Wars in cui invece di spararsi si proponevano mozioni al Senato Galattico) il resto è una telenovela fatta e finita, tra cazzi amorosi lui ama lei che ama un altro che ama un’altra e lotte per il pacchetto azionario di non ho capito bene cosa. Botte: zero.

Una scena a caso da un tipico film di arti marziali.

Una scena a caso da un tipico film di arti marziali.

Ero preparato all’agiografia (e infatti il ritratto di Yip che ne esce, a parte essere di un insipido allucinante, lo presenta come poco meno che un santo) e al razzismo (geniale, nella sua follia paranoide, l’idea dei bambini giapponesi mandati in massa in Cina come agenti dormienti per preparare l’invasione dall’interno!), potevo sopportare il totale didascalismo, ma che di un film sulla vita di un maestro di arti marziali il massimo che si possa dire sia “è ok quando si ricorda le arti marziali” è un problema grosso.

DVD-quote:

“Che ti è successo, Yip?! Una volta eri fico!”
Quantum Tarantino, i400calci.com

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Ah, dimenticavo, all’inizio dicevo che in 5 anni hanno fatto 5 biopic su Yip: oltre a Ip Man (2009), Ip Man 2 e Ip Man: The Legend Is Born (entrambi 2010), ci sono Yip Man: The Final Fight (2013), seguito di questo con Antony Wong nel ruolo di Yip da vecio, e The Grandmaster di Wong Kar-wai e con Tony Leung, che ha aperto il Festival di Berlino di quest’anno e tutti dicono fa dormire che è una meraviglia.

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Trailerblast: Torque

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Mostrologia: Goro

Il bello di Mostrologia è questo: quando credevate di aver visto tutto con una puntata dedicata a un gigante con un occhio e due braccia, ecco che vi stupiamo con un episodio che si incentra su un gigante con ben due occhi e quattro braccia! Raddoppiamo tutto! E il prezzo rimane uguale! Chi offre di più? Perché io vi offro una SIGLA.

Nome: Goro, come quel piccolo comune in provincia di Ferrara. Se andate sul sito ufficiale di Goro il comune troverete la pubblicità della Sagra della Cozza. Se cercate semplicemente “Goro” con Google scoprirete come sta messo in Borsa il titolo della Gold Resource Corporation – al momento è sceso del 3,77%. Se cercate invece notizie sul suo vero nome, scoprirete che in origine si chiamava Gongoro, finché John Tobias, il creatore del personaggio, decise che suonava male ed era troppo lungo, e lo accorciò in Goro. In breve: anche sforzandosi, il nome “Goro” non offre spunti particolarmente interessanti, quindi passiamo oltre.

Chi gliel’ha dato? Per l’appunto, John Tobias, fumettista americano che, insieme a Ed Boon, è responsabile della creazione del franchise Mortal Kombat. Prima di inventare un universo nel quale gente vestita di giallo può strapparsi la maschera e sputare fuoco, Tobias lavorava al fumetto dei Real Ghostbusters – ve li ricordate? Facevano concorrenza a Ghostbusters quelli della Fantabuggy e di Malefix, concorrenza sleale nel momento in cui hanno deciso di usare come arma segreta un film con Bill Murray e Dan Aykroyd. Cosa questo c’entri con il nostro mostro non è chiaro, ma la quinta puntata della prima stagione di Real Ghostbusters coinvolge un gigantesco troll, inteso come “quei cosi che stanno a guardia dei ponti in nove romanzi fantasy su dieci”, quindi per lo meno siamo tornati in zona creature giganti.

Sopra: il lontano parente di un troll.

Sopra: il lontano parente di un troll.

È colpa degli americani? Teoricamente sì nel senso che John Tobias è un americano, ma non è di questo che stiamo parlando. E quindi la risposta è «no»: Goro è membro della razza degli Shokan, mostri a quattro braccia metà uomini e metà draghi, e da 500 anni campione del Mortal Kombat, torneo di lotta che schiera i migliori guerrieri della Terra e dimensioni adiacenti in uno scontro all’ultimo sangue, il cui obiettivo a breve termine è semplicemente “diventare campione”. Creato dai Grandi Antichi, il MK ha in realtà una ragion d’essere ben più apocalittica: studiato per limitare le guerre tra universi paralleli, si rompe dopo dieci vittorie consecutive da parte dello stesso guerriero, circostanza che consente al guerriero stesso e all’intero esercito della dimensione da cui proviene di invadere la Terra. Goro ha vinto il titolo nove volte consecutive ed è campione imbattuto da 500 anni, ed è a un ultimo massacro di distanza dalla possibilità di far tracimare l’armata del suo capo, Shao Khan, sull’intera popolazione di Los Angeles e dintorni. Per tornare a bomba, quindi, per una volta gli americani sono vittime più che carnefici.

Filmografia: Mortal Kombat del Migliore degli Anderson, uscito nel 1995 e ancora ben impresso nelle nostre memorie di sedicenni, catalogato sotto “delusione totale” e bistrattato forse più di quanto si meriterebbe davvero – come dimostra l’impeccabile recensione del Capo uscita su questi schermi meno di due anni fa. Se si esclude il bizzarro Shopping, MK è in pratica l’esordio assoluto di Paul Vuesse, e in quanto tale soffre di tutte le imposizioni e i divieti che un film così potenzialmente delicato si porta appresso. Fedele alla (vaghissima) storia del primo videogioco della saga, ovvero “c’è il torneo, Liu Kang sfida Goro e successivamente Shang Tsung, fine”, strapieno di riferimenti e citazioni grandi e piccole che dimostrano una certa affezione del regista al materiale d’origine, soffre innanzitutto una certa diffusa indecenza del cast principale. I tre protagonista (Johnny Cage, Liu Kang, Sonya Blade) sono rispettivamente uno che faceva uno dei fratelli di Kevin Costner in Wyatt Earp, uno stuntman e martial artist prestato alla recitazione e la moglie di Pete Sampras; sommati fanno il carisma di un cetriolo e il talento di una zucchina, anche se va loro riconosciuta una certa capacità nel menare le mani.

Più di ogni altra cosa, però, MK è trascinato giù da un’enorme contraddizione: il PG13. Trattandosi di film che andava venduto ai ragazzini sui quattordici anni che riversavano tonnellate di gettoni nei cabinati, non poteva pigiare troppo sul pedale di sangue e violenza per non correre il rischio di floppare clamorosamente a causa di carenza di pubblico in sala. In un periodo storico, però, in cui nelle sale giochi dominava Street Fighter II, ovvero il trionfo della precisione e del talento nel pigiare tasti e smanettare levette, Mortal Kombat non faceva successo per un sistema di combattimento particolarmente raffinato né per un gameplay fluido e a prova di nerd: rigiocato oggi è goffo e impreciso, anni luce dalla perfezione coreografica di SFII. No, si giocava a Mortal Kombat perché tuo cuggino ti aveva detto che la fatality di Sub Zero si faceva con avantibassoavantipugnoforte e poi tipo che gli stacchi la testa con la colonna vertebrale attaccata! E se gli fai il gancio quando c’è il Finish Him! e sei sopra il pozzo lo fai cadere giù e lui s’impala!

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Sopra: FATALITY!

E quindi Mortal Kombat uscì al cinema travestito da paradosso perbenista, e i ragazzini rimasero giustamente delusi da un film intitolato Mortal Kombat nel quale non si vedeva manco una goccia di sangue.

Dove però la quasi opera prima di PWSA brillava di luce propria era nella creatività senza freni riversata in set, costumi e ambientazioni. Anticipando l’inferno Bosch-iano e i corridoi lividi e bluastri della Event Horizon del capolavoro Punto di non ritorno, Anderson restituisce in ogni inquadratura quella sensazione di Mondo Altro che permeava tutte le arene di Mortal Kombat il gioco. Al netto della povertà della CGI, l’Outworld, la patria di Goro e Shang Tsung, è un incubo folle e quasi tolkieniano, fatto di enormi torri di alabastro nero (qualsiasi cosa sia l’alabastro) e vortici viola che inghiottono il cielo. Le cose migliori del film avvengono tutte qui, tra cui la trovata geniale di trasformare Reptile in un gargoyle mimetico sputaveleno in grado pure di prendere possesso dei cadaveri e trasformarsi in un lottatore fatto e finito.

Sopra: bù!

Sopra: bù!

Un vero peccato, quindi, che il vero re di questo inferno muoia in modo ridicolo prima ancora di poterci mettere piede. Nel novero dei mostri che abbiamo trattato in questa rubrica, Goro è a mani basse il più sfigato.

Altezza: tipo un uomo con due torsi impilati uno sopra l’altro, quindi sui due metri e mezzo? Tre? Diciamo due e mezzo che siamo persone modeste.

Specifiche tecniche: nel film è animato, unico mostro del lotto, tramite una combinazione audace di CGI e pupazzoneria passo uno – d’altra parte anche nel gioco il personaggio di Goro era l’unico a non essere un attore digitalizzato ma un pupazzo di argilla animato tipo Pingu. Pur essendo un gigante con quattro braccia e sangue di drago che gli scorre nelle vene, è sorprendentemente educato: si esprime in un inglese corretto e a tratti forbito, odia la maleducazione con cui Kano si abbuffa al banchetto dei re dell’Outworld, ha persino l’accortezza di non sporcare di sangue le arene dove macina vittorie su vittorie. Rispetto al suo boss, in grado di assumere le fattezze di più o meno chiunque, e ai suoi due scagnozzi preferiti, un tizio che congela la gente con le mani e uno scheletro vestito di giallo che sputa fuoco e spara dalle mani un tentacolo che termina in una sorta di pianta carnivora mutante, è privo di qualsiasi potere magico: per vincere non gli serve altro che i pugni che c’ha nelle mani.

«Tu questo ce l'hai, Goro?».

«Tu questo ce l’hai, Goro?».

Vittime preferite: chiunque gli capiti a tiro, da circa 500 anni a questa parte. Goro non fa distinzioni di razza, colore, età, sesso, fede religiosa o numero di diottrie: lui mena le mani e urla soddisfatto quando ha vinto, cioè sempre. In una sequenza presa di peso da un film con Bud Spencer, lo vediamo mettere al tappeto una decina di poveri cristi consecutivamente, o meglio: vediamo un rapido montaggio di corpi gettati a terra come stracci, senza mai veramente assistere al momento in cui Goro spezza loro il collo o trasmette in altri modi il morbo della morte.

Mossa preferita: i pugni in da la fazza.

Omicidio migliore: è anche l’unico a cui assistiamo realmente. Si tratta della morte di Art Lean, amico fraterno di Johnny Cage che dopo un combattimento magari non appassionante ma comunque meno clamorosamente squilibrato dei precedenti viene afferrato dai due braccioni inferiori di Goro e preso a cartoni sul cranio dagli altri due arti, fino al sopraggiungere improvviso di una versione fulminante di un ceppo letale di una variante incurabile del morbo della morte. Occasione sprecata: senza il PG13 avremmo assistito all’esplosione sanguinolenta di quella testa. Non è difficile capire perché dopo MK Anderson abbia deciso di fare un film troppo violento anche per un Rated-R e per questo macellato in postproduzione e accorciato di circa QUARANTA MINUTI DI SCENE TROPPO SANGUINOLENTE.

Come lo si sconfigge? Gettandolo nel vuoto, perché è così che Johnny Cage lo elimina. Anche se il punto di svolta di tutto il combattimento avviene quando Cage fa “giù + pugno debole” e gli allunga un cartone in mezzo ai coglioni. Da lì è tutto in discesa – letteralmente.

«Niente colpi sotto la cintura».

«Niente colpi sotto la cintura».

Assomiglia a una figa? Con tutta la buona volontà, no.

Se fossi un biologo, lo accarezzeresti? Non c’è alcuna prova provata della sua effettiva cattiveria: lui fa solo il suo mestiere, che è quello di tirare pugni a chi lo sfida. Io due coccoline ce le farei, anche per consolarlo della sua sfiga.

Bonus: come lo si sconfigge davvero? Così:

Altro bonus: cosa ci siamo persi davvero per colpa del PG13? Questo.

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Consigli per l’arredamento: Conquest

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In cui Gesù usa la droga per espiare i vostri peccati: Countdown

Countdown PosterSicuramente non sono una gran cima quando c’è da parlare di cinema thailandese e, insomma, nemmeno è un requisito obbligatorio quando bisogna parlare di un film i cui pregi hanno a che vedere con il cinema in generale e non con dei dettagli culturalmente contestualizzati, ma mi pareva comunque giusto informarvi prima che il fissato di cinema asiatico di turno mi venga a dire perché non ho citato quello e quell’altro film in cui c’era quello e quell’altro attore e in cui succedeva quella e quell’altra cose e insomma ogni tanto patisco chi si crede uno spettatore migliore di altri, e dovessi morire per ogni volta che ne ho incontrato uno non mi basterebbero le vite di un paio di gatti. Tutto questo non c’entra nulla e comunque la mia manciata di film thailandesi l’ho vista e la maggior parte non me li ricordo perché ricordarsi tutti i film thailandesi presentati al Far East Film Festival di 3 anni fa mi risulta praticamente impossibile, ma mi ricordo Phobia 2, giusto perché ne ho scritto qui e perché i produttori di questo Countdown, arrivato secondo al FEFF di quest’anno, sono gli stessi, e sono anche gli stessi di Shutter, uno dei film horror di quel posto lì più quotati, così quotato che si è anche meritato un remake americano diretto da un giapponese con Joshua Jackson (madonna le premesse), e che io naturalmente non ho visto. Vi avevo avvisati, appunto.
La premessa è molto semplice: tre coinquilini thailandesi residenti per studio a New York sono in procinto di festeggiare un capodanno tutto fatto quando il disastro occorre: è finita l’erba e il loro amico spacciatore ha deciso di piantarla, nel senso che ha deciso di smetterla e tornare in Thailandia. Si devono quindi affidare ad uno spacciatore a domicilio, Jesus, che non solo li farà fumare come ciminiere ma anche passare una notte di discreto terrore, il tutto al prezzo di pochi spiccioli.
Ora, il problema delle premesse semplici è uno solo: raramente i registi riescono a costruirci sopra qualcosa di concreto e di meritevole fattura. Adagiarsi sulla semplicità è una tentazione irresistibile e il mondo del cinema è pieno di pigri registi del cazzo in grado di mandare a puttane anche il più semplice dei compiti, ma non è questo il caso poiché l’esordiente Nattawut Poonpiriya, sia regista che sceneggiatore, ha quelle due cose che sono sempre un po’ rare da trovare al giorno d’oggi: idee chiare e puzza di nuovo.

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Jesus è uno molto sobrio, ricco di valori, sempre attento alle esigenze dei suoi clienti.

Sarò sincero, forse un po’ di parte, sicuramente obbiettivo ma trasportato da del leggero entusiasmo: negli 80 minuti scarsi di questo film l’unica cosa che potrebbe far storcere il naso è il finale, in cui viene tirata fuori una sorta di morale, un significato con dell’effettivo spessore a giustificare quando accaduto nell’ora precedente. Io il naso non l’ho storto e, anzi, ho apprezzato molto che un film del genere, un film frenetico e fuori di testa, alla fine sia riuscito ad uscire da quella scomoda posizione del fine a se stesso dando un senso filologico alla violenza mostrata, ma capisco chi ci possa rimanere un po’ così, un po’ deluso, un po’ infastidito dalla svolta perché preferiva che tutto fosse semplicemente più brusco. Si tratta comunque solo del finale, e sono sicuro che tutto ciò che lo precede piacerà e divertirà la maggior parte di voi.
Ma cosa dobbiamo ringraziare? Intanto la regia, frenetica, mai ferma in un’unica inquadratura, sempre in movimento nonostante il confine dell’appartamento in cui il 90% dell’azione ha luogo; qualsiasi cosa accada, qualsiasi cambio di tono, anche minimo, è sottolineata da una nuova inquadratura, un nuovo punto di vista, e persino nelle scene iniziali, quelle più tranquille, Poonpiriya fa di tutto per non essere noioso, riuscendoci. Qui bisogna anche ringraziare una sceneggiatura che per quanto riguarda la commedia, il registro principale della pellicola, è sempre ispirata e retta senza sbavature da un cast piuttosto azzeccato. Tra i tre giovani spicca sicuramente Jarinporn Joonkiat, piuttosto nota in patria, l’unica scritta con del dramma alle spalle e per questo l’unica che non spara cazzate per tutto il tempo (cosa che comunque l’altro tizio fa benissimo, tra una maschera a bong e l’altra) concedendosi anche diverse scene in solitaria piuttosto serie, ma ovviamente il grande, spettacolare, diabolico protagonista è Jesus, lo spacciatore pazzo. È interpretato da David Asavanond (che mi ricorda qualcuno ma non riesco a capire chi e la cosa mi sta distruggendo dall’interno) e praticamente è l’incrocio tra Bob di Twin Peaks e Gesù se solo quest’ultimo fosse stato il figlio di un serial killer e di una puttana nato e cresciuto in un manicomio. È completamente andato, è fuori di testa ed è il miglior pazzo dell’anno; è uno che entra in casa, si siede e inizia il suo show in cui urla e ride e urla ancora e racconta storie pazzissime come quella volta in cui il suo cane gli stava mangiando il divano e allora lui gli ha strappato i denti uno ad uno finché non ha smesso di farlo. Poi sbrocca, si incazza, continua a ridere e urlare ma tra una cosa e l’altra picchia tutti senza mai perdere il senso dell’umorismo, un po’ come quella volta che ha ucciso uno con una sparachiodi e ha urlato “NAILED IT!”. Le sue intenzioni sono nobilissime, vedrete, è solo il metodo ad essere un po’, come dire, insolito e non convenzionale.
Non voglio parlarvene troppo, non voglio rovinarvi le varie sorprese che Countdown ha in serbo e ci tengo proprio che voi lo vediate (quando sarà di più facile reperibilità, che ora mi sembra un po’ introvabile – segnatevelo). Anche le mie intenzioni sono nobilissime, non trovate? Ma piuttosto: qualcuno di voi l’ha visto al FEFF? Qualcuno di voi può dirmi, esattamente, quanti applausi sono partiti durante la proiezione? Perché secondo me è successo almeno tre volte, ma mi direte voi.

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Jesus non è il vostro solito predicatore, comunque.

DVD-quote:

“Il vostro classico horror thailandese dell’anno”
Jean-Claude Van Gogh, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

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Il fermo-immagine del Lunedì

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Halloween 4

 

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Fight Night: Iron Man 3

Rubrica settimanale di colonne sonore da combattimento per caricarvi, emozionarvi o punirvi senza motivo con la nostra periodica canzone orribile a tradimento.

Artista: Eiffel 65
Titolo: Blue (da ba dee)
Dal film: Iron Man 3

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