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Wonder Woman + Black Panther = Sheena, regina della giungla (1984)

In occasione del suo 40esimo anniversario, vi abbiamo raccontato del seminale Superman di Richard Donner e dei suoi tre sequel, incluso lo spin-off Supergirl. Ma com’è proseguito il rapporto tra il cinema e i fumetti dopo quel rivoluzionario successo? Scopritelo con la nostra nuova rubrica #EroiDiCarta:

IL PEZZO DI NANNI COBRETTI

Nel 1984 sono stati prodotti due cinecomics: entrambi erano mainstream, entrambi erano ad alto budget, ma soprattutto entrambi avevano una protagonista femminile. Si trattava di Supergirl e di Sheena, regina della giungla. Questa cosa è ormai sparita dai libri di scuola (SPOILER: ha a che fare col fatto che furono due megaflop).
Non so esattamente come andassero i sondaggi all’epoca e come si giunse a questo doppio esperimento, ma posso dirvi che all’epoca il genere era ancora piuttosto acerbo, tant’è che mentre da una parte Supergirl cercava una strada tutta sua (e ve ne abbiamo già parlato), dall’altra per una serie di coincidenze la sceneggiatura di Sheena passa per le mani di quei pochi che avevano già uno straccio di esperienza nel settore, ovvero prima David Newman (Superman 1/2/3) e poi Lorenzo Semple Jr (il Batman televisivo, Flash Gordon).
Ma il vero motore dell’operazione è Paul Aratow, documentarista, che aveva avuto l’illuminazione ben dieci anni prima e inizialmente era riuscito a convincere Raquel Welch a partecipare.
Paul aveva le intenzioni giuste: “Le ragazze oggi hanno bisogno di supereroi,” aveva detto nel ‘74. “Ho una figlia di 6 anni che ha bisogno di qualcuno da ammirare. E voglio che Sheena sia quel supereroe. Voglio che Sheena sia il tipo di personaggio che i genitori mandano i propri figli a vedere, e il tipo di film che possono andare a vedere con loro.”
Capito?
Con premesse simili, a farlo oggi ne esce una specie di incrocio perfetto tra Wonder Woman e Black Panther che incassa cinque volte Endgame.
Il progetto va invece in porto dieci anni dopo, nel 1984, grazie alla Universal, con la regia di John Guillermin (King Kong).
La protagonista è l’ex-Charlie’s Angel Tanya Roberts, che esce tette e culo immediatamente dopo i titoli di testa per nessunissimo motivo, e poi per sicurezza lo rifà una mezzoretta dopo.
E il film ottiene comunque il certificato PG (“per tutti”) – ve lo giuro, quant’è vero che il Kilimanjaro si erge come l’Olimpo sul Serengeti.
Sigla!

Avevo dei ricordi contrastanti di Sheena, per lo più legati alla pubertà e a Tanya Roberts.
Onestamente, rivisto da poco l’ho trovato meglio di come me lo aspettassi.
Una cosa che va evitata immediatamente è – sto per dire la cosa più scontata dell’Universo – l’analisi delle differenze culturali.
Nonostante le belle parole di Aratow, Sheena nasce negli anni ‘30 come fumetto sexy e poco più: non un soft-core, non c’è traccia di nudismo, ma comunque una robetta che inizialmente infilavano nei giornaletti per maschi insieme a fumetti di guerra e avventura e a diversi cloni. Lo schema di solito prevedeva un’iniziale sequenza di lotta con un animale e/o tribù di selvaggi, un rapimento in cui mostrarla legata, liberazione e riscossa tramite fondamentale supporto di amici maschi. Nell’84 le cose erano migliorate, ma la protagonista è Tanya Roberts, non Meryl Streep. È plateale che dev’essere innanzitutto sexy, è scontato che avrà un love interest villoso e coraggioso, non parliamo del campo minato che è chiedere a Hollywood di dipingere una tribù africana in quei tempi, e ovviamente il white saviour complex domina e scorrazza indisturbato. Non c’è nemmeno gusto.
Quello che si può dire è che era mooolto più facile che andasse infinitamente peggio: per esempio, l’attrice che interpreta lo sciamano del villaggio non è – che ne so – Diana Ross, bensì nientemeno che Elizabeth di Toro, vera principessa ugandese, una donna dalla storia incredibile (membro della famiglia reale, attiva in politica, primo avvocato femmina del suo paese, e pure top model internazionale).

Questa è la parte facile, ci riusciva pure Alice Cooper

John Guillermin alla fine tratta la materia non diversamente dal suo King Kong: descrive un mondo reale, credibile, e poi crea meraviglia immergendo un corpo estraneo, un elemento favolistico.
Nudi gratuiti a parte, Sheena è davvero l’eroe di un’avventura per tutta la famiglia, che difende il proprio villaggio da un complotto per entrare in possesso dei loro preziosi e magici terreni.
Guillermin fa di tutto per creare uno spettacolo kolossal come si deve, sfruttando la bellezza naturale dei paesaggi e impiegando una marea di animali addestrati di tutti i tipi (scimmie, leoni, fenicotteri, rinoceronti).
La sua visione è perfettamente a fuoco nella scena in cui Sheena va a liberare sua madre sotto gli occhi dei due giornalisti bianchi appena sbarcati in Africa: non un momento di tensione, bensì un momento di puro stupore in cui mentre questi stanno discutendo, indagando e scattando foto nascosti nella notte, di colpo parte il tema sognante di Richard Hartley in puro stile Vangelis e arriva Sheena biondissima playmate in bikini di pelle a cavallo di una zebra come un puro squarcio nella realtà lasciando tutti a bocca aperta, correndo, saltando, forzando eroicamente il posto di blocco con l’aiuto dei suoi amici animali e portando la madre in salvo. In quel momento, Sheena non è (solo) sexy: è una specie di leggendaria semi-dea apparsa dal nulla, è Superman che salva Lois dall’elicottero in panne quando fino a un minuto prima non concepivi neanche che potesse accadere qualcosa di anche vagamente simile. Per un attimo, pure io non avrei voluto semplicemente essere con lei, ma proprio essere lei.
Peccato che il resto, tra uno script non sempre ispirato, un Ted Wass davvero troppo coglione e una Tanya Roberts fisicamente perfetta ma niente di più, sprechi la spinta di quella sequenza impeccabile e si squagli in qualcosa di simpatico ma alla fine dei conti dimenticabile.
Il film incassò un quinto dei suoi costi, ma oggi Sheena vive comunque salva nei nostri cuori: il reboot a fumetti è stato scritto nientemeno che da Steven E. de Souza, il quale prontamente ha spostato l’ambientazione dall’Africa a – lo avete indovinato – Val Verde.

IL PEZZO DI XENA ROWLANDS

Una piccola Xena a cavallo tra anni 80 e 90 era assolutamente convinta che Sheena – Regina della giungla fosse un capolavoro. Non perché l’avesse visto per intero: aveva solo colto qualche spezzone qua e là, tra lo zapping dei genitori, abbastanza per farsi un’idea e poter giocare il giorno dopo con le sue piccole amiche a “facciamo che eravamo Sheena”, immaginando di poter dondolare appese a liane e di poter comunicare telepaticamente con gli animali mimando un forte mal di testa. D’altronde Sheena e Xena avevano pure un nome simile, e ai tempi non c’era tanta scelta nel campo delle supereroine cinematografiche protagoniste di film a loro intitolati, era tutta un’altra epoca, mica come adesso che ce n’è ben due e abbiamo così sconfitto definitivamente il sessismo.

No, dicevo, la piccola Xena era convinta che Sheena – Regina della giungla fosse un capolavoro, o quanto meno un grande successo globale, perché Italia 1 insisteva a programmarlo tipo tre o quattro volte l’anno in prima serata, bombardando di spot promozionali il resto del palinsesto, e dunque anche la sacra fascia dei cartoni. Più avanti, nei primi Duemila, arrivò pure una serie tv con Gina Lee Nolin di Baywatch, in cui Sheena invece di limitarsi a parlare con le bestie, ci si trasformava direttamente, che era chiaramente l’unico modo possibile di migliorare un concept di partenza straordinario. Con estremo stupore, diventata adulta, l’ex piccola Xena scoprì che Sheena – Regina della giungla era stato un mega flop, di quelli che dopo che succedono vengono utilizzati come metro di paragone per i flop successivi, nonché (insieme a Supergirl, dello stesso anno) la risposta alla domanda «Perché non proviamo a fare un film con un supereroe da fumetto femmina?». Ora Xena la smette di parlare di sé in terza persona, perché non è mai un buon segno, e vi lascia con la prevedibile ma sempre piacevole… SIGLA!

Sheena – Regina della giungla è un film che sulla carta ha tutto quello che serve per essere un grande successo hollywoodiano, uno di quelli che ci immaginiamo vengano concepiti in stanze fumose da grigi executive dal ghigno luciferino, devoti solo al soldo a discapito della vera Arte e di una disinteressata filantropia. Sheena presenta il mix perfetto della delicata formula per generare quattrini:

vera Arte

  • Una protagonista eroica, audace e coraggiosa, iconograficamente già fissata nell’immaginario: forse il personaggio “Sheena” non è celebre come altri personaggi dei fumetti, ma quello della jungle girl è un archetipo abbastanza solidificato, cioè Tarzan femmina e in bikini.
  • Una protagonista bellissima, sull’orlo di essere definitivamente lanciata nello stardom: Tanya Roberts, ex modella, ex playmate, ex angelo di Charlie (rimpiazzò Shelley Hack nell’ultima stagione), futura Bond girl, aveva appena preso parte a un altro fantasy, The Beastmaster di Don Coscarelli, altrettanto poco vestita, ma bruna anziché bionda, ugualmente meravigliosa. Roberts è una Sheena esteticamente perfetta, non solo per la generosità a mostrarsi alla macchina da presa, ma anche perché il suo fisico è atletico, tonico e definito, non è una pin up burrosa e nemmeno una modella iper-magra pre heroin chic. Unite la vaporosa chioma bionda ed è la quintessenza della bellezza Eighties.
  • Un regista di grande esperienza e con una comprovata familiarità con il genere e l’ambientazione: John Guillermin è uno di quei cineasti che, oltre ad aver coltivato la fama di essere uno stronzo irascibile, si è trovato a fare un cinema d’intrattenimento ad alto budget abbastanza classico mentre intorno a lui esplodeva la New Hollywood con la sua politica degli autori; e appunto mentre gli altri diventavano Autori, lui infilava successoni, da La caduta delle aquile a L’inferno di cristallo e poi il remake di King Kong. Soprattutto, per quel che ci compete qui, aveva fatto due Tarzan, il primo dei quali (Il terrore corre sul fiume) era piaciuto molto per l’approccio più adulto e per il suo “realismo”, anche perché era stato girato on location in Kenya e non in un parcheggio di Burbank addobbato in cartapesta.
  • Ecco, appunto, le location: Sheena conta su un budget più che discreto, e viene girato per sette mesi in Kenya, in bellissimi paesaggi della savana africana (diciamo che il concetto di “giungla” è preso un po’ alla larga) fotografati romanticamente da Pasqualino De Santis, e soprattutto con una quantità di animali feroci ammaestrati fatti portare dall’Inghilterra all’Africa e poi viceversa (qui da qualche parte c’è una battuta sulle ironie del colonialismo, ma non me la sento di cercarla). Un elefante, un rinoceronte, cinque leoni, quattro leopardi, quattro scimpanzé, cinque cavalli e sedici generici uccelli, e il WWF muto. (Ognuno ha le sue fisse, il mio apprezzamento per gli animali nei film è, di solito, inversamente proporzionale a quello per i bambini).
  • Su questo esotico sfondo, una bella trama per tutte le stagioni e per tutta la famiglia: l’avventura, prima di tutto, ma anche l’intrigo politico, la natura selvaggia, il romanticismo, l’ambientalismo, un tocco di commedia, Tanya Roberts nuda e naturalmente l’azione.
  • L’azione! Ci sono esplosioni, inseguimenti, terremoti, fughe in elicottero, evasioni, case che crollano, assassinii, complotti, avvelenamenti, filmati trafugati, antiche leggende che si avverano, animali che combattono tutti insieme contro gli esseri umani… Insomma, chi potrebbe mai lamentarsi?

gesto ateltico

È difficile capire cosa sia andato storto, anche se a ciascuno dei sopracitati punti a favore si può affiancare quasi automaticamente un relativo fallimento: Tanya Roberts è meravigliosa e ha il fisico del ruolo, ma non sembra saper recitare, o meglio recita esattamente come facevamo io e le mie amiche da bambine quando giocavamo a facciamo finta che, tra bamboleggiamenti, bronci e primi piani intensi. È un problema anche perché la sua Sheena ne risente proprio sul versante supereroistico, già che il modo scelto per farla comunicare con gli animali è un incrocio tra un facepalm e il principio di un ictus. Non che il resto del cast (che comprende il papà di Blossom in un improbabile ruolo di manzo-love interest con petto villoso, catenina d’oro al collo e capelli via via sempre più fuori controllo) brilli per qualità interpretative.

“la tratti bene, la sua testa!”

Le location sono sognanti ed evocative, ma va a finire che ci si insiste un po’ troppo, con lunghe carrellate su musica epico-lirica alla Vangelis che spezzano il ritmo. La trama vorrebbe essere di lineare semplicità favolistica, ma per questo è anche telefonata, definitivamente affossata da una sceneggiatura spesso idiota. Belli gli animali ammaestrati, ma a volte è così tanto evidente che sono ammaestrati (tranne il rinoceronte, mi fa notare il gran capo Nanni Cobretti: rinoceronte idolo delle folle, ingiustamente snobbato agli Oscar), senza contare la zebra cavalcata da Sheena che in realtà è un cavallo dipinto a strisce bianconere o – forse la mia cosa preferita del film – la coraggiosissima citazione finale a Gli uccelli di Hitchcock realizzata con la stessa rudimentalità e gli stessi uccelli pupazzo di Gli uccelli di Hitchcock. Tutto il film ha poi un ritmo strano, vagamente faticoso, con cali improvvisi e scelte poco comprensibili, tipo quella di appiccicare la sopra citata colonna sonora romantico-epica alle scene d’azione.

idillio

Sheena – Regina della giungla potrà avere avuto pure un budget medio-alto, ma ha una trama da B movie fatta e finita, con un sacco di ingenuità ed esagerazioni e potenzialmente proprio per questo super divertente. Però – anche se oggi è facilissimo ricoprirlo di doppi sensi e battutacce gratuite – non fa mai davvero il giro, non diventa mai davvero camp o completamente scult. Guillermin – così diceva – vedeva Sheena come una figura eterea, separata dal resto del mondo, e la sua storia come una fiaba, che ci sta di brutto (non per niente ci piaceva da bambini). Sembra però che ognuno, su questo set, stia facendo un film diverso, con un registro diverso, che ogni tanto s’incrocia con gli altri quasi per caso, o per dovere. La molteplicità di generi e situazioni (azione! Avventura! Romance! Intrighi! Battute! Tanya Roberts nuda! Cattivi senza scrupoli! Animali ammaestrati!) invece di sostenersi a vicenda e dare un risultato maggiore delle singole parti, sembra più spesso intralciarsi. Il tono generale è una delle cose più delicate da azzeccare in un film, è quello che dà maggiormente il senso di coesione, e qui secondo me il vecchio Guillermin se l’è lasciato sfuggire (non si riprenderà più dal flop, anche perché subito dopo gli fecero fare King Kong 2: ma ha comunque sempre detto che non rinnegava nulla di Sheena, che secondo lui era un film con delle qualità).

intensità

Eppure, se con gli anni Sheena – Regina della giungla è diventato a suo modo e per qualcuno un piccolo cult, non può essere solo perché il palinsestista di Italia 1, tra anni 80 e 90, aveva un debole per le tette di Tanya Roberts. È perché tutte quelle potenzialità sulla carta così evidenti ci sono anche su pellicola, nascoste da qualche parte, tra un primo piano intenso e un fenicottero di pezza. Chissà che nel nuovo film in lavorazione (ma arriverà mai?) non riusciremo finalmente a vederle.

Dvd quote suggerita:

«Salviamo gli animali»
Xena Rowlands, i400calci.com

P.S: Comunque la storia più bella che ho scoperto facendo ricerca per questo pezzo è quella della principessa Elizabeth di Toro, che interpreta la Sciamana che cresce Sheena. Sogno un film su di lei.

>> Trailer | IMDb

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