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Tim Sutton persona non grata: la recensione di Donnybrook

Pubblicità ingannevole

Che divertente giocare alle citazioni. Basta assumere quell’aria un po’ ribelle da Diego Fusaro in completo bianco da stella del pop cantonese, cominciare a snocciolare virgolettati e la serata diventa subito più frizzantina. Pensa che bellezza: una cena estiva in veranda, un gruppo di amici appassionati del cinema interessante riuniti attorno a una caraffa di cherosene ghiacciato grado alcolico 97°, scatta il gioco delle citazioni. “Il dolore è temporaneo. I film sono per sempre!”, questa è del maestro John Milius e andrebbe tatuata sull’interno narice. “Tendo a pensare ai film d’azione come esuberanti messe in scena morali in cui il bene vince contro il male”, disse un tempo Sylvester Stallone dettando le tavole della legge al popolo eletto di Val Verde. “Uno come Jean-Luc Godard, per quanto mi riguarda, è denaro intellettuale contraffatto paragonato a un buon film di kung-fu”, santo Werner Herzog da Monaco di Baviera, a organo genitale turgidissimo contro tutti i pomposi del cinema. “Il mio obiettivo era di realizzare un film meno d’azione, e più profondo, emotivo”. Scusa? Come hai detto Tim Sutton? Sei sicuro? “Questo film, secondo me, è ispirato da una combinazione tra il primo Malick, il finale di Taxi Driver e Apocalypse Now. Ho fatto guardare più volte Apocalypse Now a Jamie Bell. Donnybrook parla di un viaggio alla fine del mondo. È la distruzione totale”. Perdiana Tim Sutton, hai rovinato la serata a tutti. Oh, Donnybrook. Sigla!

L’inno americano cantato a un ritrovo clandestino di nazi me lo immagino così, interrotto da una pausa sigaretta quando la melodia lo consente

 

La prima cosa bella di Donnybrook non c’entra direttamente con il film, ma si collega. A cercarlo sull’internet, infatti, si scopre che oltre a essere il titolo di un film presentato al Toronto Film Festival in cui c’è Frank Grillo con la faccia del cattivo matto e Jamie Bell con quella del buono risoluto, donnybrook è anche una parola di senso compiuto. Ed è una parola fantastica – significa “tafferuglio” – con un’etimologia ancora più fantastica. A Dublino, nell’eponimo quartiere, ogni agosto e per un paio di settimane succedeva la Donnybrook Fair. La tradizione è cominciata nel 1204 ed è andata avanti fino al 1855, quando ubriachezza molesta e il continuo insorgere di risse fra irlandesi inebriati hanno costretto la città a proibire la fiera e i cittadini a usare la parola donnybrook come sinonimo di tafferuglio. Colleghiamo quest’informazione al film sceneggiato (adattando l’omonimo romanzo di Frank Bill) e diretto da Tim Sutton. In Donnybrook con la maiuscola c’è il reduce di una qualche guerra nel Medio Oriente Jamie Bell che vorrebbe dare una vita migliore alla moglie tossicodipendente e ai due figli, farli uscire dall’incubo di spazzatura bianca fatto di strade dall’asfalto crepato e villette monofamiliari prefabbricate adagiate a caso in mezzo al nulla. L’idea del reduce Jamie Bell è quella di fare un’ultima cazzata catartica prima di cominciare una nuova vita borghese lontano dal crack. E che idea: partecipare a un torneo clandestino di picchiaggio a mani tutte nude, organizzato nel latifondo di un nazista molto ricco e frequentato da gente che signora mia glieli raccomando. Praticamente un Coachella a prezzi calmierati e con il contrabbando d’armi al posto di Instagram. Come lo battezzi un evento così epico? Teste pelate indurite da anni di cinghiamattanza e anfetamine che si menano fortissimo con altri psicopatici, buzzurri e disperati. Lo chiamiamo Rumble in the Campo? Le Naziolimpiadi? No. Meglio chiamarlo Tafferuglio, dice Tim Sutton. Grazie Tim Sutton, hai reso ancora più mesta la serata.

Un torneo clandestino di quelli sobri

Alcuni l’avranno già capito, altri lo temevano, ai più non frega una ceppa: a Donnybrook il film non interessa mostrare Il Tafferuglio che crea Subbuglio, A Donnybrook il film interessa mostrare il viaggio – allegorico, emotivo, di crescita personale e di catarsi – che porta il reduce al Tafferuglio. Jamie Bell affronta la sua odissea nella campagna ignorante americana con tutta la testardaggine e la resilienza – domanda seria: vale la pena affrontare un film che a un certo punto, quando devi parlarne, ti costringe a usare la parola resilienza? – necessarie, lottando contro l’inerzia di un fato avverso (“Quelli come noi sono destinati a combattere per sempre”) e contro l’insistenza di un Frank Grillo spacciatore psicopatico, sulle tracce della sorella/amante/schiava fuggitiva che nel frattempo si è unita al protagonista. “E le botte?” chiede il primo amico della veranda a riprendersi dalla citazione di Tim Sutton di cui sopra, versandosi dell’altro cherosene. Caro amico, le botte latitano; e quando spuntano fuori – in un film dove sarebbero potute e dovute essere uno strumento narrativo ed emotivo molto potente, il gran finale di redenzione con l’asterisco – ti fanno rimpiangere di non essere nato ai primi dell’800, chissenefrega del colera, e di non aver assistito alla sarabanda del Donnybrook, quello vero. Ci deve essere uno sbaglio, dice. Forse stai esagerando, dice. Sentiamo cosa ne pensa Tim Sutton, rispondendo a una domanda su quanto gli piaccia provare scrupolosamente ogni scena, comprese quelle di combattimento: “Dipende tutto dai bisogni dell’attore. Ma in generale non provo troppo. Di solito giro quattro o cinque ciak, compreso quello di prova. E me ne vado. Non ho i soldi per filmare di più. Ma sin dai miei primi film ho capito che quello che mi danno i primi ciak è più vivo. Non faccio troppi coverage (la copertura che si fa di una scena utilizzando diverse inquadrature, ndr). Non sto cercando di ottenere qualcosa di perfetto. Sto cercando di ottenere qualcosa di essenziale, ed è più una sensazione viscerale”. Ora fate questo tentativo: andate da Jackie Chan e proponetegli di coreografare e filmare la sua prossima scena di menare usando solo “sensazioni viscerali”. Vi guarderà peggio di come guardava Chris Tucker quando faceva il minchione sul set di Rush Hour (e non c’erano le telecamere del dietro le quinte buffo). Donnybrook, nelle mani di un regista un po’ meno Tim Sutton, con quel materiale di partenza lì interpretato da quella gente brava lì – Jamie Bell dove lo metti sta, Frank Grillo lo fanno recitare IMPROVVISANDO ed è cattivo vero, Margaret Qualley santa subito – aveva il potenziale per essere una bombetta calciante. Invece a rimanere a galla è tutto lo sforzo, a tratti apprezzabile ma più spesso solo pretestuoso, di uno che vorrebbe un sacco essere il primo Malick, lo Scorsese del finale di Taxi Driver o Coppola, ma che al momento non allaccia le scarpe nemmeno a Refn. Ed è tutto dire.

Va bene tutto, ma una scena di un minuto e mezzo con lei ferma così magari no

DVD quote:

«Poffarbacco, che parapiglia questo tafferuglio»
(Toshiro Gifuni, i400calci.com)

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