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Dawn of the Belli in Modo Assurdo: la recensione di Rabid, il remake

“È grave?”

Guardando Rabid, versione 2019, mi è venuta in mente una riflessione che condivido con voi. I remake migliori sono quelli che partono dalla sinossi breve. Realizzare un remake fotocopia, quasi scena per scena, non è che abbia molto senso – a meno che non sia proprio quello il tuo intento, vedi Psycho di Gus Van Sant, ma anche in quel caso è un po’ un giochino fine a se stesso. Invece, se parti dalla sinossi breve, e cioè se tieni presenti solamente due o tre paletti e per il resto espandi, inventi, aggiorni, allora può anche uscirne qualcosa di interessante. Prendiamo a esempio proprio Rabid. La sinossi breve del film di David Cronenberg (courtesy of IMDb) è questa:

Una ragazza inizia ad apprezzare il sangue umano dopo un’operazione di chirurgia plastica sperimentale, e le sue vittime si trasformano in zombie assetati di sangue. La conseguenza è un’epidemia che minaccia un’intera città.

Questa sinossi la possiamo applicare per filo e per segno al remake, diretto dalle (sempre canadesi) sorelle Soska. Anche nel loro film troviamo una ragazza (bionda e di nome Rose) che viene coinvolta in un brutto incidente stradale, viene sottoposta a un’operazione chirurgica miracolosa che dovrebbe rimetterla a nuovo e invece – taaac – le causa una spaventosa mutazione che la trasforma di fatto in un vampiro, e i suoi “morsi” scatenano un’epidemia di rabbia uscita dritta dritta dai Crazies di Romero.

AAAAAAAAAAAAAA

A parte questo, però, i due film non potrebbero essere più diversi. Le Soska capiscono, per fortuna, che sarebbe impossibile replicare il tono dell’originale, grezzo, dritto e intriso di exploitation a basso costo, e decidono di fare l’unica cosa possibile al giorno d’oggi: dare un contesto più elaborato alla storia.

Al posto del background di Rose ridotto all’osso – non abbiamo idea di chi fosse prima dell’incidente e a Cronenberg non interessa nemmeno spiegarlo – la nuova protagonista (interpretata da Laura Vandervoort) ci viene presentata con dovizia di particolari. Sappiamo qual è il suo lavoro – wannabe stilista di moda – conosciamo i suoi amici, rivali, potenziali amanti. C’è una ragione per cui Rose viene coinvolta nell’incidente, laddove nel film di Cronenberg l’incidente era dettato dal caso (ateo goloso!). Di più: Rose era già stata coinvolta in un incidente e il volto le era già stato ricostruito, piuttosto bene, con la chirurgia estetica.

“Non sono ambigiro!”

Una trovata che a me subito è sembrata un po’ gratuita, ma che alla fine serve a due scopi: primo, permette alle Soska di affermare immediatamente che a loro non interessa affatto puntare il dito sulla chirurgia estetica. Nel film di Cronenberg c’è un po’ quel preconcetto tutto anni ’70 che la chirurgia estetica fosse un vezzo per super-ricchi e basta. Oggi quel concetto lì è un po’ superato / ha un po’ rotto il cazzo / è stato usato alla morte, e quindi le registe lo liquidano subito: la chirurgia estetica ha fatto anche cose buone. In secondo luogo, serve come puro trucco narrativo, perché quando Rose viene sottoposta al secondo intervento la sua fazza torna come nuova, talmente perfetta che non si vedono più nemmeno le cicatrici del primo incidente.

E questo ci porta al nocciolo della questione. Il film si apre con un primo piano del volto di una modella bellissima (che poi scopriremo essere uno dei personaggi del film), stampato su un enorme cartellone pubblicitario. Poi incontriamo Rose e salta fuori che lavora nel mondo della moda. Tutto fa pensare che le Soska si stiano dirigendo verso l’ennesima tirata contro la società dell’apparire, e invece il metaforone è un altro: gli abiti che indossiamo come delle armature o delle maschere che ci proteggono dagli urti della società. L’eterno conflitto freudiano tra la nostra natura profonda e animale e il volto che mostriamo agli altri.

Qua si va davvero al cuore del Rabid originale, il cui tema era proprio l’avere vergogna delle proprie pulsioni eppure doverle assecondare per sopravvivere. A Cronenberg piacerebbe molto tutto ciò.

“Figoso!”

E vi sto chiaramente perdendo, per cui stringiamo sul dettaglio che più ci interessa: sì, di gore ce n’è, è abbondante e ben fatto. Quando iniziano a darci dentro con body horror, mutazioni ed esplosioni di violenza, le Soska non sfigurano neppure davanti all’originale. Che, anzi, al confronto era anche piuttosto timido, rispetto alle cose che Cronenberg ha fatto più avanti. Un fallovagina che fuoriesce dall’ascella? Bitch please! Qui c’è un tale assortimento di mutazioni bizzarre e orripilanti che, quando alla fine arriva, il fallovagina può qualificarsi tutt’al più come cameo di lusso.

Non è tutto oro, ovviamente. Rabid 2019 baratta l’asciuttezza dell’originale con una struttura e dei conflitti molto più prosaici, è didascalico dove il film di Cronenberg era enigmatico, cristallino dove l’altro era ambiguo (il chirurgo della clinica qui si chiama William Burroughs, per dire). Eppure le Soska hanno capito quello che Cronenberg aveva anticipato, la sperimentazione delle cellule staminali, e lo usano per colpire basso e dire qualcosa sul nostro presente e, soprattutto, sul nostro futuro. Lo spettro del transumanesimo, la necessità di pensare al di fuori della morale comune per sconfiggere il rischio di estinzione sono temi attualissimi, non tanto distanti dai vari Thanos e Richmond Valentine che vanno di moda adesso. Alla fine tutto si conclude un po’ nel solito predicozzo da cautionary tale, ma non si può avere tutto dalla vita.

DVD-quote:

“Ho fatto un chilo e mezzo di body horror, lascio?”
George Rohmer, i400Calci.com

>> IMDb | Trailer

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