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Piccoli film che ironicamente si intitolano Colossal

Dove eravamo rimasti, Nacho? Ah, già, al tuo primo mezzo film americano, Open Windows. Ve lo ricordate, amici? Era un film con Sasha Grey ed Elijah Wood, tutto girato in maniera bizzarra dentro lo schermo di un computer. Un film con uno spunto di fondo intrigante, un bel cast, azzoppato però da una furbizia e da spocchia da chi se la sente callissima. Da chi si sente il genietto europeo destinato a rivitalizzare il cinema hollywoodiano a suon di piccole idee. E non dico che così sia stato, eh? Però Nacho, diciamocelo… mi scoccia ammetterlo perché ti reputo un mezzo babbo, sappilo, ma ce l’hai fatta. Anche se a me personalmente i tuoi film, dal Los Cronocrímenes al già citato Open Windows, sono sembrati in caduta libera, sei finalmente arrivato a realizzare una produzione statunitense da 15 milioni di dollari (pochissima roba, sia chiaro, ma per ora ne hai portati a casa più di 600) con un cast che può vantare: il premio Oscar Anne Hathaway, uno dei nostri amici della comedy come Jason Sudeikis, il lanciatissimo Dan Stevens e quella fazza a 47 dimensioni che risponde al nome di Tim Blake Nelson. Oh, a questo punto, che ti devo dire? C’hai ragione tu, Nacho. Certo, non brilli per acume, eh? Ti ricordi quando hai cominciato a fare promozione, prima ancora di cominciare le riprese? Dai, quando per farci capire che il tuo prossimo film sarebbe stato a tema Mostri Grossi, hai avuto la brillante idea di realizzare un poster con delle vecchie immagini rubate di Godzilla… Sento ancora il rumore della manine degli avvocati della Toho che si sfregano… Grande biglietto da visita per il tuo esordio a stelle e strisce. Bravo Nachone! Madonna, che babbo…

cazzo mene.

Mostri Grossi! Colossal è un film di Mostri Grossi! Entusiasmo! No, cioè, aspetta. Così rischiamo di trarre in inganno i lettori. È più tipo una commedia. Meglio: tipo una commedia indie. Con delle tinte da thriller psicologico. E un po’ di drama. E i Mostri Grossi? Sì, ci sono anche loro, tranquilli. Ma sono “un filo” sacrificati. Diciamo che sono in lizza, con ottime probabilità di vittoria, per l’ambito Premio Sylvester Albero della Vita al Peggior Metaforone 2018. Vi spiego perché. Allora, la storia è questa: Anne è fidanzata con Dan. Lui è tutto serio, inglese e figo. Lei è tutta matta, con la frangetta e beve decisamente troppo. Dopo l’ennesima cazzata da alcolista, lui la lascia e a lei non resta altro da fare che tornare a vivere nel suo piccolo paese di provincia, quello da cui si scappa quando si è dei giovani di belle speranze per raggiungere New York. Qui, mentre io stavo pensando terrorizzato a La Mia Vita a Garden State di Merda, rincontra Jason, suo amichetto dell’epoca. Non proprio un uomo realizzato, anzi: un mezzo fallito che è ancora lì a fare il bambinone, a sbronzarsi anche lui tutte le sere coi suoi amici losers (almeno lo fa nel suo bar). Però è buono e simpatico e, com’è come non è, comincia a prendersi cura di lei: la assume come cameriera nel suo bar, le presenta i suoi compagni di sbronze (Tim e uno figo), la aiuta. Ma i mostri (e i Mostri Grossi) sono dietro l’angolo. Difficile non bere, non attaccarsi alla bottiglia appena si può, soprattutto se si è circondata da ‘mbraiconi che sembrano usciti da un film di Judd Apataow sulla bromance. Una mattina Anne si alza. Non si ricorda quello che ha fatto la sera prima, stava tornando a casa tutta fatta quando s’è fermata nel parchetto giochi di fronte alla sua vecchia scuola di quando era bambina. Poi, boh, si dev’essere addormentata su una panchina, si sarà trascinata a casa, non lo sa. Sa solo che stamattina ha aperto gli occhi e il notiziario le ha fatto vedere che in Corea è arrivato un Mostro Grosso e ha distrutto metà città.

Dice: “Ma che c’entra che quella s’è sbronzata nel paesino sfigato dell’America e in Corea c’è un Mostro Grosso?”. Eh, se avete visto il trailer già lo sapete: (DICIAMO CHE QUI TRACCIAMO LA GRANDE LINEA DELLO SPOILER MA PROPRIO PER SCRUPOLO PERCHE’, DAI, NON E’ IMPORTANTE). Non si capisce bene per quale motivo ma quando Anne si trova al parco giochi della vecchia scuola nel suo vecchio paesino, in Corea compare un Mostro Grosso. E la cosa più incredibile è che quello che fa il Mostro Grosso è dettato da Anne. Cioè, se lei si gratta la testa, il kaiju si gratta la testa. Capito? Il Mostro Grosso è il suo avatar. Presa la metafora? Ma non finisce qui, perché dopo che Anne ha capito come funzionano le cose, viene fuori che pure Jason ha un avatar. Se mette piede nel parchetto della scuola, in Corea compare un robottone, uno Jaeger. Aspetta, aspetta. Mi stai veramente dicendo che lei è in realtà un Kaiju mentre lui è uno Jaeger? Ma scusa, ma se nella vera vita sembrano amiconi, forse addirittura destinati a qualcosa di più di una semplice amicizia (nel genere commedia indie, lo sappiamo, le cose andrebbero così) perché sono poi uno contro l’altro? Sì, perché dai, lo sanno tutti che tra kaiju e robottoni non corre buon sangue…

Classica situa da film coi Mostri Grossi.

Ed è qui che Nacho ingrana e approfitta di quella che dev’essere stata l’intuizione iniziale del suo film (“ieri notte mi sono sbronzato ancora: sono proprio un mostro”) per realizzare un sorprendente e cupo thriller psicologico capace di correre a cavallo tra più generi e di sfruttare a proprio uso e consumo i luoghi comuni del film di Mostri Grossi. Ripeto: forse a questo punto sono io. A me Nacho non sta simpatico. Ha sempre quest’aria da nerd primo della classe, di quello che fa il finto modesto, di quello che “Mah, è un’idea che m’è venuta così, neanche io so bene come, guarda”. Però c’è poco da fare: Colossal è un piccolo film capace di stupire, di spiazzare lo spettatore ad ogni repentino cambio di registro. Le sequenze di Mostro Grosso sono poche, tutte girate al buio e chi si aspetta solo quello uscirà frustrato, non c’è dubbio, ma superato il trauma di avere a che fare con uno antipatico si può godere di un buon thriller con alcune sequenze da antologia. Bravo, Nacho. Ma io lo sapevo, eh? Sempre puntato su di te, vez. Come no? Giuro. Dai, portami a una festa con le fighe di Hollywood, va là…

ridere.

Due parole sul cast: Dan Stevens non fa nulla se non l’accento british. Tim Blake lo vedi e sei felice. Personalmente non sopporto la Hathaway, ma il fatto che qui reciti continuamente con sotto mano il De Gerwig: Manuale per Faccette Buffe e Maglie a Righe nel Cinema Indie U.S., la rende perfetta per il ruolo. La parte del leone però la fa Sudeikis, attore capace di sfruttare il suo status di paladino della Bromance per creare un personaggio sfaccettato, disperato e cupissimo. Ma d’altra parte stiamo parlando di quello che si scopa Olivia Wilde. Non si potevano avere dubbi sulla sua caratura di Califfo Maximo.

Nacho si atteggia, Anne si annoia, Jason pensa a quello che farà una volta a casa.

DVD-quote:

“Il metaforico Nacho finally goes Mostro Grosso”
Casanova Wong Kar-Wai, i400Calci.com

>> IMDb Trailer

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