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Buon trentesimo compleanno, Batman di Tim Burton

“Cos’è questa storia che adesso fai film in cui io non ci sono, eh?”

IL PEZZO DI DARTH VON TRIER

Quando uscì il Batman di Tim Burton, in Italia, il personaggio dei fumetti si era praticamente estinto. L’ininterrotta cavalcata editoriale del personaggio iniziata (stabilmente) in Italia negli anni cinquanta attraverso la pubblicazione degli Albi del falco/Mondadori, dritta fino agli anni settanta e proseguita con Williams prima e Cenisio poi fino agli ottanta, si era infranta contro il muro della crisi editoriale dei supereroi. Entro la metà degli anni ottanta chiusero i due licenziatari dei più grandi gruppi editoriali di supereroi statunitensi: nel 1981 la Cenisio con i fumetti DC e a ruota, dopo un declino inesorabile e una strenua resistenza, l’ Editoriale Corno, con i fumetti Marvel.

Mentre quest’ ultima, forte di un radicamento affettivo enorme verso i suoi personaggi, risorse già nel 1985 brevemente con la Labor e subito dopo con la Star Comics, la DC a dispetto di una presenza in Italia già dagli anni quaranta, sparì di colpo e diventò in poco tempo una memoria lontana.  Per noi bambini fumettari dell’epoca era un momento confuso: già i personaggi DC pubblicati in Italia non erano tanti come quelli Marvel ma ad aggiungere il danno alla beffa arrivò quasi un decennio senza avere nemmeno quelli. Batman nei fumetti ormai esisteva solo nelle sporadiche uscite d’autore della Rizzoli, comunque ben tarde (1988) e in qualche ristampa carbonara delle storie di Bob Kane per un manipolo di archivisti, il grosso della presenza mediatica di Batman erano la serie TV degli anni sessanta, le rare repliche dei Superamici e qualche barlume di licensing per prodotti dolciari o di cartoleria. I bambini amavano ancora Superman, Flash e Batman, ma non potevano più esperirli su carta e ben poco in altri modi. Chi c’era ricorderà bene quel senso di spaesamento, quando in quel deserto provavi un imbarazzante sussulto di gioia nel vedere Batman illustrato nella rozza sigla animata della vecchia serie TV o trovavi un mini-giornalino (disegnato da quel padreterno di Garcia-Lopez) nel blister di un pupazzetto dei Super-Powers, con una storia scemissima di poche pagine; quei mini fumetti, a ben guardare, erano gli unici fumetti DC inediti sulla piazza al tempo.

Le pubblicazioni DC in Italia, AD 1983.

Mio padre capiva questo straniamento: leggeva fumetti anche lui e lo visse con L’Uomo Mascherato e Gordon molti anni prima, quindi iniziò a portarmi per rigattieri di libri vecchi. Ai tempi i fumetti erano ancora “i giornalini”, un prodotto in via di nobilitazione da anni ma in sostanza ancora roba per bambini, erano anni in cui giustamente nessuno si vergognava del termine “giornalini” . Nei negozi di libri vecchi ti davano i fumetti dei supereroi un soldo la dozzina, se ti diceva bene trovavi pure qualche edizione originale con le marcature postali per la basi NATO sulla copertina, indirizzati allo svago delle truppe americane nelle basi italiane. Prendevamo tutto: lui gli Albi del falco e dei fratelli Spada, io Corno, Mondadori, Williams e Cenisio. Negli anni ottanta, per una ucronia bizzarra, il mio Batman fumettistico era degli anni sessanta e mentre l’Italia di lì a poco si sarebbe ricreduta, in massa come le pecore, sul cavaliere oscuro grazie a Frank Miller io impazzivo, come se uscissero in quel momento, per il Flash di Carmine Infantino, la legione dei super animali di Superman e soprattutto per il Batman di Neal Adams. A me il tanto amato Batman dark, controverso e d’autore, mi è sempre un po’ rimbalzato. Lo apprezzavo, eh? Ma io volevo solo leggere i giornalini di Batman, quello fatto a forma di Batman! Quello col mantello blu e la tuta grigia, il bat-segnale giallo, la batmobile , quello che ha un respiratore da sub minuscolo in una capsula della cintura. Tutto quello che riuscivano a darmi, invece, era una divagazione, un divertissement, un punto di vista diverso e “adulto”, lasciandomi a chiedermi: “che diamine di punto di vista diverso e adulto volete darmi se non posso avere quello classico e sono pure un bambino, brutti stronzi?”.

“Il Batman a forma di Batman”

Il mio rapporto conflittuale con Tim Burton nasce quindi da subito, quando da ragazzino mi venne proposto “il suo Batman”. Un film in cui speravo di vedere una cosa e ne vidi una diametralmente opposta, consacrando un’antipatia per il regista che non mi ha mai abbandonato, complice una sua ossessione estetica da adolescente darkettino che mi ha sempre causato repulsione. Però, come gli orologi rotti che almeno due volte al giorno danno l’ora esatta, anche Tim Burton qui e lì ha dei  meriti, uno di questi proprio nel suo Batman. A me il film di Burton non piace, non piacque di pancia alla sua uscita e mi piace ancora di meno di testa, riguardandolo oggi da grande, ma riconosco che è una delle volte che ha fatto qualcosa di enormemente rilevante, per dei motivi non così facili da individuare e praticamente invisibili a uno spettatore non meno che scafato fumettisticamente. Come film, inteso come un cast che recita una storia sullo schermo, lo trovo tremendo e l’antitesi del Batman che amo: nessuno dei personaggi è adatto, la love story inserita a calci è patetica, i comprimari sono patetici, Batman quando è Keaton/Wayne è una sorta di monumento equestre al miscasting e quando è in costume è, boh… Lo lascio dire a Daniel Clowes, che nella sua storia “1966” esprime bene come lo recepii.

Di parlarvi male del film, in quanto film, non ho interesse, ci riesce benissimo da solo, a maggior ragione rivisto oggi. Parlerò invece dei suoi meriti, che sono meriti estetici e di linguaggio ma di quel tipo talmente ponderato e ben pensato che non sono cosmetici, adatti giusto all’uopo, ma diventano importanti anche negli anni a venire. Burton, curando tutto l’impianto visivo e scenografico a monte, capisce prima di tanti una cosa gigantesca: la natura intima di Batman è il sogno febbricitante di un uomo degli anni quaranta spaventato da tutto. Spaventato dalla nuova forma ciclopica delle città, dal crimine violento che le domina, dall’impotenza del cittadino di fronte a tutto, minuscolo e indifeso in una città di grattacieli e violenza. Batman un mix paranoico e sotto steroidi di The Shadow, Dick Tracy e del Metropolis Fritz Lang; Gotham City è un affastellarsi di strade sopraelevate, torri, guglie, fari, grattacieli-cattedrali austeri e ieratici che cozzano con una criminalità perversa, folle e debosciata, che tra essi grufola in strade lerce. Tanto non a Burton non interessa nulla del personaggio, delle sue storie a fumetti, altrettanto ne coglie perfettamente alcune cose cruciali che, sintetizzate lì, saranno la cianografia per quasi ogni autore che si cimenterà con successo nel personaggio successivamente.

Gotham City nel film è una città astratta, una massa di ombre e forme deco,  dai colori innaturali e totalmente slegata dall’architettura reale di una città americana, divenendone l’idea distopica più che un alter ego. Nei fumetti lo era stata da sempre, basta guardare come appare persino nella succitata sigla dello show televisivo; questo noi lettori lo sapevamo bene e, anche se teatro di storie camp come negli anni sessanta, sapevamo che il suo cuore rimaneva quello nero, quello della superfetazione urbanistica senza senso delle origini. Alcune scene dal taglio volutamente artificioso, come quella in cui batman rientra nell’edificio visto dall’alto, diventando con la sua ombra un pipistrello fatto di materia oscura rimandano a un cinema in bianco e nero stilizzato ed espressionista più che ai fumetti ma intelligentemente restituiscono la cifra stilizzata di questa senza ricalcarla su un media diverso, come cercherà di fare (pateticamente) Dick Tracy.

La batmobile di Burton è una turbina progettata da Loewe se avesse dovuto progettare il jet privato di Alice Cooper, diversa da quella dei fumetti ma concettualmente grottesca e deco come quella con il mascherone sul cofano della golden age. Il Joker di Burton guarda a quello deforme e allucinato di Dick Sprang, con i suoi zigomi sporgenti e la bocca innaturalmente contratta in una smorfia di riso demente, e come i Joker degli anni quaranta e cinquanta indossa uno zoot-suit viola, usa oggetti farseschi e giocattoli giganti per seminare terrore con trappole grottesche, è vanesio, con movimenti da mimo sotto anfetamine, totalmente fuori controllo e spiazzante. La scena del chirurgo è The Killing Joke condensato in pochi minuti, buttato lì con noncuranza, a conferma che più di Batman a Burton interessa (e capisce di più) il suo antagonista. A oggi il Joker di Burton e Nicholson è una delle cose meglio rese del Batman fumettistico al cinema e delle idee buone del regista, in questo film, è quella invecchiata meglio, a dispetto di un Batman che non è il peggiore di sempre unicamente perché c’è Batman Forever.

Ecco il Joker di Burton, già vestito e truccato, nel 1944

Questi meriti però, nella forma di Burton, sono quasi tutti invecchiati peggio dei frutti che hanno seminato. Il regista ha il grosso limite di essere talmente innamorato della sua estetica da soffocarci tutto e non sempre questa mano pesante può funzionare; i suoi film sono talmente autocompiaciuti e autorferenziali che invecchiano come i cani, sette volte più velocemente del normale e quelle ottime intuizioni diventano uno scherzo pesante tirato per le lunghe, quelle artificiosità espressioniste diventano un circo lezioso e senza un vero orizzonte di longevità. Tra i frutti virtuosi che ne sono sbucati penso principalmente al lavoro mastodontico che ha fatto Bruce Timm con la sua serie animata, la cui rielaborazione della golden age batmaniana pochi anni dopo il film tiene debitamente conto del lavoro di Burton ma lo cristallizza in una forma talmente pura ed efficace che non è invecchiata mai. Il neo-deco di Timm è una versione eterna degli anni quaranta, quello di Burton è finito circa coi titoli di coda del secondo (tremendo) film, ma è stato importante che abbia puntato il faro verso alcune cose del personaggio, indicando una strada diversa e interessante dal di fuori dei fumetti, mentre in questi il senso del personaggio stava sbandando tra incarnazioni estreme e manierismi un po’ sterili.

Bruce Timm che intercetta la palla di Burton e schiaccia a canestro, dal 1992.

Nel mio piccolo mondo di ragazzino, ancora inconsapevole di queste dinamiche, il bonus principale del film fu, nell’immediato, una spinta colossale al personaggio che con la batmania tornava ovunque, in un’orgia di licensing che riportava sul mercato tantissimi artwork classici (spesso a opera del già citato Garcia-Lopez) con cui potevo finalmente sfogarmi. A giro di pochi anni il Batman”normale”  tornò in edicola, nel 1992, con la tribolata edizione Glenàt-RCS per non sparire più. Il Batman che era tornato era però quello contemporaneo, frutto di tanti cambiamenti anche grazie al Batman d’autore e quello cinematografico, un Batman in parte familiare ma anche parecchio alieno a me… Che arrivai a quell’edizione ormai stanco di novità e tornai a collezionare il “mio” Batman “fatto forma di Batman”.

IL PEZZO DI NANNI COBRETTI

Voi ve lo ricordate il primo hype?
Io me lo ricordo.
Era Batman.
Avevo 13 anni: ero IL target.
Ero talmente il target che quando la Warner svelò il costume interamente nero, credo proprio dicendo esplicitamente “così non assomiglia a un pigiama” (potrei averlo sognato), dissi “mi sembra giusto”.
I 13 erano quell’età di passaggio in cui avevo smesso di guardare i cartoni animati e non avevo ancora ricominciato.
Erano quell’età in cui sentivo che le storie dovevano crescere con me o le avrei abbandonate, e non ancora quella in cui mi ero reso conto che certe storie più di tanto non possono crescere, è inutile che ci provino, sono già belle così come sono.
Ero il Batman di Tim Burton. Non ero ancora, come oggi, il Flash Gordon di De Laurentiis.
Il Batman di Tim Burton si presentava così: costume nero e PEM! Era già la cosa più adulta che un cinecomic avesse azzardato fino a quel momento, tutti erano pronti a citare Miller, e poi vinse il Leone d’Oro a Venezia (ok non è vero) (intendo Venezia, a Frank Miller lo citavano sul serio).
Costume nero, Gotham gotica (come il nome suggeriva), oscurità diffusa in diretta opposizione a tutti i cinecomic visti fino a quel momento e via (il Punisher con Dolph Lundgren venne girato in semi-contemporanea, fece probabilmente in tempo a carpirne il mood e spingerci su).
Ma il Batman di Tim Burton rimaneva una favola.

Tim Burton era al suo terzo lungometraggio, ma aveva già un background di artista di tutto rispetto e una sua forte visione autoriale, e nell’ovvio compromesso di un numero obbligatorio di scene action spettacolari riuscì a imporre il suo marchio con convinzione.
La cosa che fece più rumore in assoluto fu l’ingaggio di Michael Keaton nel ruolo del protagonista: un comico, un comico schizzato, ma soprattutto un comico smilzo.
Burton lo conosceva bene perché lo aveva diretto nel suo film precedente, Beetlejuice, ma non poteva essere un ruolo più diverso, tranne nel dimostrare che Keaton non si faceva troppe pare se si trattava di nascondere la sua fazza.
Nelle immortali parole di Kevin Smith: “l’internet non era ancora stata inventata, ma l’internet impazzì”.
Rendetevi conto: all’epoca per protestare non c’era Facebook, Twitter, Change.org.
Dovevi fare casino veramente.
Dovevi farlo fisicamente, con una lettera di carta e francobollo, o urlando per strada nella speranza che passasse qualcuno con una telecamera e/o microfono, o almeno un taccuino.
Dovevi organizzarti.
E, come con tutte le cose veramente importanti, la gente lo aveva fatto.
Al punto che effettivamente i media riportavano la notizia preoccupati.
Eppure, per la visione che aveva Burton del personaggio, Keaton era perfetto.
O meglio, non fisicamente… Fisicamente niente da dire, sono d’accordo con Darth, forse il miscasting per antonomasia.
Si fece un sacco di umorismo all’epoca sul fatto che il costume aveva gli addominali scolpiti per nascondere che a Keaton mancavano.
Ma era il bello del costume, e fu un’innovazione estetica che anche altre opere supereroistiche colsero subito (tipo il ridicolo Flash della tv, quello ’90s con John Wesley Shipp) e fino a ieri ha permesso a Ben Affleck di continuare a spararsi dei gran panini fra una pausa di riprese e l’altra.
Dove Keaton era perfetto era nell’interpretazione che Tim Burton aveva dato di Bruce Wayne.
Tim Burton aveva effettivamente raccolto lo spunto di Miller di descrivere un Wayne problematico, ma “problematico” nella visione di Burton non era semplicemente “depresso”, “tormentato da dilemmi morali”, “torturato da incubi”, ecc…
Macché: il Wayne pensato da Tim Burton era direttamente un solitario con la sindrome di Asperger, un auto-emarginato completamente a disagio nei rapporti sociali, un caso da psicanalisi che trovava la propria realizzazione solo quando indossava la maschera per combattere il crimine e vendicare i genitori assassinati.
Era, insomma, il suo solito personaggio: l’incompreso, una specie di Edward Mani di Forbice in versione supereroe pensato (sfortunatamente? fortunatamente?) prima che Tim incontrasse Johnny Depp per la prima volta.
E Keaton, con i sui caratteristici tic, la sua parlata nervosa da Beetlejuice ingabbiato nel subconscio, rendeva l’idea alla perfezione.

“Mi fido perché sei ricco”

Per questo stesso motivo Keaton riesce in quel miracolo in cui non è riuscito nessun altro dopo di lui: dà personalità a Batman.
In un film ripetutamente divorato da un Jack Nicholson / Joker lasciato libero di divertirsi a piacimento, il Batman di Keaton riesce comunque a distinguersi per non essere il solito semplice blando giustiziere della notte, lo spericolato stuntman mascherato che entra in azione mentre Christian Bale si fa un tè nella sua roulotte: Keaton riesce a dare al suo Batman le proprie personalissime movenze scattose (a loro modo rese ancora più uniche da un costume che gli impediva di muovere il collo), pronuncia un “I’m Batman” immediatamente iconico, trasforma il suo eroe in una specie di creatura leggendaria da un altro mondo tutto suo, quasi un mostro della Universal, come se il timido e incompreso mostro della laguna nera indossasse maschera e mantello per diventare un Dracula dalla parte del bene e solo così si sentisse vagamente accettato. Qui è dove vorrei dire che la love story con Kim Basinger a quel punto è forzatissima, ma boh, è pur sempre miliardario.
Nell’incredibile sequel Batman diventa un vero e proprio caso da Arkham Asylum: Burton getta ogni inibizione e non pretende più di tifare per lui, includendolo in una parata di freaks che finisce per demolire il concetto stesso di supereroe.
Ma questa è un’altra storia.

IL PEZZO DI QUANTUM TARANTINO

Vi ricordate che casino quando annunciarono che nel Batman di Nolan il Joker l’avrebbe fatto Heath Ledger? Lo sconcerto! Lo sdegno! (Cani e gatti che vivono insieme!) Come osava, come poteva pensare il pirletti di 10 cose che odio di te di competere con l’interpretazione magistrale e inarrivabile di Jack Nicholson nel primo glorioso Batman di Tim Burton?
Ora, io all’epoca non avevo un’opinione su Heath Ledger (ci ho messo anni a capire che era lo stesso di 10 cose che odio di te) ma avevo idee abbastanza chiare sul Joker di Nicholson: non mi era mai sembrato niente di che.
Calma. Calma! Siamo tutti d’accordo che ci troviamo di fronte a un attore straordinario, dal carisma eccezionale e dal fascino diabolico, che ha saputo, nel corso della propria carriera, dare volto sfumature di inquietudine e follia come nessun altro. C’è stato un momento in cui prendere lui per fare il Joker pareva l’unica strada possibile, era veramente la scelta più ovvia.

Fotogramma del film o bad photoshop? Non sono sicuro…

Fun fact sul casting di Jack Nicholson: non lo ha voluto Tim Burton. E del resto come avrebbe potuto? Era, appunto, la scelta più ovvia e questo è il regista che per fare Batman, l’energumeno che picchia i criminali ma che è anche un affascinante playboy milionario, ha pensato come prima cosa a Michael Keaton. È la pragmatica Warner Bros. che a un certo punto si guarda nelle palle degli occhi e dice: come lo vendiamo un film del genere? Come portiamo in sala il tuo vicino di casa che non sa una sega di Batman (né gliene frega) se non quello che viene dal telefilm del ‘66, con la pancetta di Adam West e i rumori in sovrimpressione? Serve un nome grosso, che faccia da richiamo e dia credibilità al progetto. E così, vuole la leggenda alle spalle di Tim Burton, senza consultarlo ma anzi imponendoglielo con la forza, alzano il telefono e chiamano il Jack nazionale, gli offrono una quantità spropositata di soldi (più una percentuale sugli incassi, che ne fa ancora oggi il ruolo più reminerativo nella storia del Cinema) e gli promettono una parte talmente su misura che all’improvviso il Joker si chiama come lui. Un ruolo dove essere sostanzialmente se stesso e fare il cavolo che gli pare, solo con un po’ più di trucco rispetto al solito. Il livello di inzerbinamento della produzione è tale che viene aggiunto un personaggio — Bob, lo sgherro del Joker che non serve assolutamente a niente e in più di un’occasione sembra abbastanza chiaramente il suo amante segreto — solo per dare una parte a Tracey Walter, l’amico di Jack Nicholson senza il quale Nicholson si rifiutava di fare il film.

Bros before films

Negli ultimi 10 anni abbiamo visto la critica spellarsi le mani per l’interpretazione fuori misura di Heath Ledger, superata in spellamento di mani solo da quella ancor più fuori misura di Joaquin Phoenix. A trent’anni dal Batman di Burton i tempi mi sembrano maturi per chiederci, in tutta onestà: era altrettanto centrata quella di Nicholson?
Lungi da noi questionare sulla sua bravura, ma alla fine un attore può arrivare solo un po’ più in là rispetto alla sceneggiatura che gli si mette in mano e quella di Batman, possiamo dirlo?, non arriva poi così lontano. Il suo Joker è un cattivo da operetta (stavo per dire “da cartone animato”, salvo ricordarmi di che roba pazzesca sia il cartone animato degli anni 90, e quanto più azzeccato sia il Joker doppiato da Mark Hamill), senza una motivazione reale se non il fatto di essere lì perché serve un cattivo. All’inizio vuole vendicarsi di chi gli ha fatto dei torti ma per buona parte del film il suo problema con Batman, che tutto sommato lo ha sfigurato e fatto cadere in una vasca d’acido, è che gli ruba l’attenzione dei media; viene introdotto come un assassino con una serie di tic da cretino, poi si convince di essere un artista (del crimine? dell’omicidio?), dopodiché si convince di essere il Joker del telefilm del ‘66, fornendo ai suoi sgherri outfit coordinati, automobili verdi e viola e dotandosi addirittura di un “Joker-elicottero”, brandizzato sol suo logo (?!) sulle fiancate. È capriccioso, incoerente, ogni tanto è un gangster e ogni tanto un serial killer, vuole controllare il crimine organizzato di Gotham ma vuole anche avvelenarne la popolazione, anche se la mia parte preferita è quella in cui si ossessiona e inizia a stalkerare Kim Basinger senza nessun motivo al mondo se non che è il 1989 e per dare spessore al conflitto tra bene e male l’eroe e il cattivo dovevano litigarsi una donna.

Stacci!

Sono passati 30 anni dal Batman di Tim Burton e chiaramente non tutto è da buttare, molte scelte si sono rivelate così indovinate da aver dato forma ad aspetti del comic-book movie e della mitologia del Cavaliere Oscuro che permangono ancora oggi, solo un attore strapagato che imperversa sul set senza una direzione precisa non è tra queste. Ti vogliamo comunque bene, Jack Nicholson, e ti ricorderemo come uno dei migliori Joker di sempre, meno intenso di Heath Ledger, ma sempre spanne sopra Jared Leto che spedisce topi morti al cast di Suicide Squad per poi scoprire di essere stato eliminato in montaggio.

IL PEZZO DI XENA ROWLANDS

Ciao a tutti, mi chiamo Xena e non ho mai letto fumetti.
(A parte il Topolino da piccola, e ogni tanto i Tex che mio papà colleziona dagli anni 60).

Ve lo confesso proprio come a una riunione degli alcolisti anonimi: con la presa di consapevolezza di una mancanza enorme, di una lacuna gigante, di un tragico errore del passato che allunga le sue cupe ombre sul mio presente.
Non ho mai letto fumetti e del Batman fumetto non so niente se non quello che m’insegnano, su queste stesse pagine, altri ben più saggi di me. Eppure ci tengo a scrivere anche io due righe sul Batman di Tim Burton perché, semplicemente e nostalgicamente, è uno dei miei film preferiti di quand’ero bambina.

Quando esce in sala sono ancora troppo piccola, ma quando arriva in tv qualche anno dopo sono quasi giusta. Ricordo distintamente la me stessa di allora che lo videoregistra da – credo – Italia 1, e non limitandosi a far partire la registrazione e via ce lo riguardiamo domani, ma seguendo la visione con estrema attenzione per tagliare le pause pubblicitarie, e poi disegna a pennarello nero il simbolo pipistrello di Batman sulle etichette e sulla custodia della VHS. Sì, la nostalgia è una bestia tanto stronza e insidiosa da farti provare una stretta di commozione perfino pensando alle etichette delle VHS.

C’è un motivo già allora chiarissimo per cui a me, bambina che non sa niente di fumetti o supereroi, piace un sacco Batman: perché non ha superpoteri. Lo trovo una specie di strano superpotere, il fatto di non avere superpoteri: mi dico che Batman non è mica come quel fighetto di Superman, un figlio di papà che ha avuto tutto facile grazie all’eredità genetica kryptoniana, no, Batman è uno che si rimbocca le maniche, si fa il culo, si allena durissimo, si sacrifica per il bene superiore sapendo di non essere né immortale né invulnerabile e neanche super forte o super veloce, in fondo è solo un tipo come tanti che decide di impegnarsi in prima persona per cambiare le cose ogni santo giorno (sentite, ero piccola, innocente e incoerente, e facevo finta d’ignorare che Batman/Bruce fosse esattamente il re dei figli di papà miliardari, e rielaboravo la sua figura, che solo più tardi avrei riconosciuto come borderline destrorsa, secondo le coordinate dell’etica del lavoro e dell’eroismo quotidiano propinatemi in parti uguali dal socialismo genitoriale e dall’american dream dei telefilm del pomeriggio).

Fatto sta che mi piaceva un sacco Batman, mi piaceva proprio il personaggio (nonostante, curiosamente, al cinema finisce quasi sempre per farsi rubare la scena da qualcun altro – e infatti ADORAVO senza riserve la serie di Bruce Timm, quella sì CAPOLAVORO ASSOLUTO, ma non è questa la sede per), e mi piaceva proprio il Batman di Tim Burton, quello interpretato da Michael Keaton – ovviamente del tutto ignara della mega polemica sulla scelta di un attore di commedie che aveva scelto il proprio nome d’arte in onore a Buster Keaton, e che chi aveva visto Beetlejuice avrebbe sicuramente preferito come Joker. Perché, come a tutti i bambini, di Batman mi piaceva soprattutto l’aspetto della doppia vita, mi interessavano i dettagli pratici e logistici di dover mantenere una copertura costante come filantropo più in vista di Gotham mentre letteralmente sopra, sui tetti della città, sottoterra, nella Bat-caverna, combatteva il crimine con l’aiuto di tanta tecnologia e del pazientissimo Alfred. Quando ripenso a questo Batman mi vengono in mente scene del tutto marginali, tipo quella in cui Vicki trova Bruce che si dondola a testa in giù per allenarsi, proprio come fosse un pipistrello anche quand’è fuori dall’armatura, o quella in cui i due cenano seduti a un capo all’altro del lungo tavolone nel salone del castello Wayne. Tutte scene in cui Bruce si dimostra platealmente inadatto alla vita “normale”, all’interazione sociale, e in cui la contestatissima scelta di Keaton si rivela azzeccata, magari non per incarnare il Batman ideale, ma certo per essere il Batman di cui aveva bisogno Burton per fare questo film.

E siccome ero una bimba che stupidamente non leggeva fumetti ma in compenso leggeva a nastro una quantità di libri variegatissimi, ci scommetto – ovviamente con una quantità di senno di poi – che di questo Batman mi piaceva pure l’effetto feuilleton, tra Il fantasma dell’opera e Il gobbo di Notre Dame, con l’industrializzatissima città-Metropolis post dickensiana sullo sfondo, il Batman e il Joker che sono il doppio folle l’uno dell’altro e il loro scontro finale, alla luce del pallido plenilunio, tra i gargoyle di un altissima cattedrale.

Se tutti, o quasi, riconoscono a Burton di aver indovinato soprattutto le atmosfere, il tono visivo ma anche narrativo, il ricorso al design espressionista e una specie di riattualizzazione a fine anni 80 di paure dell’eccesso d’industrializzazione da primo Novecento, io penso che fosse proprio questo aspetto a far presa sulla me bambina, che quella VHS se la guardava a ripetizione, pregustandosi i brividi lungo la schiena che le avrebbe dato la scena super horror dello sbendaggio del Joker, e gli incubi che avrebbe fatto ricordando il momento in cui il Joker si trucca, col fondotinta, da essere umano, e si ritrova ancora più inquietante di quando indossa la sua ormai vera pelle malata e bianca.

L’ho rivisto recentemente, il Batman di Tim Burton, che compie 30 anni proprio nell’anno in cui tutti non fanno che parlare ossessivamente del Joker di Todd Phillips Joaquin Phoenix. Mi sono accorta di svariati difetti, e d’altronde, da adulta, ho rivisto più volte con piacere Batman: Il ritorno, mentre questo primo capitolo, per quanto amato da bimba e ragazzina, ho finito per non riaffrontarlo per molti anni. Una delle cose che mi ha stupito è stata accorgermi che dura ben 2 ore e 6 minuti, e che ha un ritmo molto meno incalzante di come lo ricordavo, è molto più povero d’azione di quanto mi fosse rimasto impresso (e d’altra parte l’azione non è mai interessata allo scenografo Burton, nemmeno quando era ancora interessato a fare cinema e non solo merchandising per la Disney), e non facevo che chiedermi: ma com’è che da piccola continuavo a riguardarlo, un film così? La spiegazione è tutta lì: è un’avventura estetica e narrativa in cui vuoi tuffarti volentieri. Non è un’origin story  (o meglio, è un’origin story del Joker, non di Batman), ma – nonostante le ovvie intuizioni puramente autoriali di Burton – è un bel cinecomic. E ai bei cinecomic è davvero difficile resistere.

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