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Una notte al telefono: Den Skyldige – The Guilty

Ciao amici. Come va? Tutto bene? Mi fa piacere. No, vi volevo dire che praticamente qui su i 400CALCI, non so se in questi dieci anni l’avete capito, recensiamo solo film che hanno a che fare colle botte in fazza e il sangue che cola dappertutto, no? Solo che ogni tanto vediamo anche dei film che non c’entrano con quella roba lì. Non sono tanti, eh? Però qualche volta capita. Solitamente lo facciamo per fare colpo sui nostri amanti, per far vedere loro che i nostri gusti – non solo in ambito sessuale – sono a 360 gradi. Se non 370, guarda. Per esempio la settimana scorsa ho fatto vedere alla mia Oliva Wilde Kar Wai un film 1) di una piccola nazione europea (in questo caso la Danimarca) che sapevo essere 2) girato in un ambiente solo, con praticamente 3) una sola persona in scena tutto il tempo, girato con un 4) budget ridicolo. Non sapete la fatica per trovare un film che mettesse insieme questi quattro elementi. Eppure ce l’ho fatta. Ho trovato questo Den Skyldige, opera prima di Gustav Möller, presentata al Sundance nel 2018. Oh, più di così è dura, eh? E infatti la mia Olivia era tutta un fremito culturale. E io? Io ho scoperto una grande eccezione meritevole. Ready, guys? Sigla.

Sì, perché Den Skyldige, aka The Guilty , se preferite Il Colpevole, è sì un piccolo film europeo girato con un budget ridicolo in unità di tempo e spazio con un solo protagonista, ma è anche un grandissimo thrillerone. Ottantacinque minuti di rara tensione senza neanche far vedere un’esplosione o una rissa. Incredibile. Non ci potevo credere. Ovviamente mi sono poi bullato con Olivia dicendo che io seguo il signor Möller da sempre, che queste piccole perle di cinema europeo sono un po’ la mia passione, che c’è tutto un piccolo cinema fatto di idee che sta venendo fuori. In realtà non è vero nulla: se non ci sono le lucine dei megamiliardi di dollaroni americani o cinesi manco mi muovo di casa. Ma va onestamente detto che questo The Guilty è una vera bombetta.

“Ahahaha, che ridere che mi fai, Asger!”

Ok, la storia. Asger è un poliziotto danese. Un poliziotto danese di quelli un po’ sfigghiz a quanto sembra. Uno di quelli che risponde al 112 danese. Ha una sua postazione in un piccolo ufficio della sede della polizia danese, un computer danese e una cuffia telefonica danese. Basta. A lui basta solo questo. Tanto non è che deve fare tanto, eh? La gente lo chiama e gli dice: “Oh, sono stato rapinato!”. Lui vede dov’è il tizio al telefono tramite GPS sul computer, lo calma un po’ e poi gli manda una volante. Tutto qui. Certo, si capisce che Asger è stato messo lì perché ha fatto una cazzata, eh? Non ci viene detto cosa, come o quando, ma è chiaro che Asger è uno tutto azione che adesso è stato fornito di cuffia telefonica danese perché ha fatto qualcosa che non andava fatto. Guarda, io non lo conosco per cui non ci posso mettere la mano sul fuoco, ma da quel poco che si vede nei primi minuti di film, da come gestisce le telefonate, da come si comporta, ti posso assicurare che qui parliamo di uno tosto, ligio al dovere, con una sua morale, che se ha fatto una cazzata vuol dire che l’ha fatta perché non poteva fare altro. Certo, adesso ne paga le conseguenze ma ha anche le spalle larghe, il nostro Asger. Lo pieghi, ma non lo spezzi.

“Uè, Asger, ricottaro: non mi ricordo più dove ho parcheggiato la macchina!”

Dopo un’intera giornata passata a risolvere i problemi di ubriachi e gente che s’è fatta rapinare nel quartiere a luci rosse, Asger riceve una strana telefonata. Una donna che sembra parlare a qualcun altro. Un errore? Capita, eh? Se Asger ti potesse raccontare quante telefonate inutili riceve in un giorno un operatore del 112 danese, guarda… Una volta c’ha provato a raccontarlo a sua moglie ma lei non lo ascolta più da tempo. qualche anno fa la sera si parlavano, si dicevano le cose buffe successe al lavoro. Adesso invece non si parlano più. Lei ha chiesto il divorzio e se n’è andata di casa. Ma non è questo il momento di rimuginare sulle latte danese versato. Bisogna capire cosa c’è di strano in quella telefonata. Perché qualcosa evidentemente non torna. Asger lo sente e infatti capisce che quella donna al telefono si comporta così perché non può parlare liberamente. C’è qualcuno con lei. Qualcuno che non vuole che lei comunichi con un operatore del 112. Ad Asger scatta l’intuizione magica: questa donna è stata rapita. E allora può partire il film.

“cavolo, quanti telefoni!”

The Guilty è Locke, inutile girarci attorno, ma al posto della gettata di cemento e delle questioni famigliari di Tom Hardy, qui c”è un  poliziotto che vuole salvare tutti. È un film su uno che sta al telefono per 85 minuti di film. Uno bravissimo che risponde al nome di Jakob Cedergren, con una grandissima fazza. È un film in cui tutto quello che succede, succede in ellissi, non lo vedi, lo devi intuire, capire, mettere in prospettiva. Esattamente come deve fare il protagonista. È un film in cui la scrittura dev’essere oltre il chirurgico, in cui ogni elemento, ogni piccolo tassello, ogni parola ha uno suo peso specifico. È un film in cui la tensione sale costantemente, di minuto, fino a diventare quasi insostenibile. E sei lì a torturarti le mani mentre tutto quello che vedi sullo schermo è uno al telefono danese. The Guilty è un grande film.

The Guilty era stato candidato agli ultimi Oscar ma non ce l’ha fatta. In compenso, a quanto pare, un remake statunitense con Jake Gyllenhaal al telefono per 90 minuti dovrebbe entrare presto in lavorazione. Non vedo l’ora.

DVD-quote:

“La miglior eccezione meritevole dell’anno”
Casanova Wong Kar-Wai, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

 

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