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FrightFest 2011: The Innkeepers

12/12/2011 | recensioni | di Nanni Cobretti

The Innkeepers è un film di Ti West, e come tale a questo punto dovreste dividervi in modo netto tra chi ha apprezzato The House of the Devil e chi no, perché Ti ha messo più volte in chiaro che è quello il tipo di cose che gli piace fare. A Ti piace prendersela comoda e dilatare i tempi all’inverosimile, e la sua bravura sta nel tenerti incollato allo schermo anche per i lunghi tratti in cui non succede niente. Per lui – allontanarsi dal binario 2, metaforone in transito al binario 2 – la parte migliore del salto in alto è la rincorsa.
Di norma prende un personaggio femminile – là Jocelyn Donahue, qui Sara Paxton – e ne compone un lungo e approfondito ritratto in cui si adagia a descriverne i comportamenti nei momenti di nullafacenza, i piccoli tic, quelle cose che si fanno sovrappensiero quando non si ha un cazzo da fare. Gli piace così: prendere momenti di statico quotidiano, e immergerli in un contesto in cui potrebbe succedere qualcosa di terribile da un istante all’altro. Per cui, mentre cattura ogni piccolo gesto della sua protagonista, ogni tanto rallenta di colpo il ritmo, abbassa i volumi, frena i movimenti di camera, e in quei momenti potrebbe succedere di tutto e dovete vedere che facce fa Zitto Petardi quando viene al cinema con me a vedere queste cose, è una cosa imbarazzante. Io le rece di questi film le assegnerei a lui, se non fosse che scrive in un modo che le istruzioni per aggiustare la falciatrice sono più avvincenti e comprensibili. Per lui ormai dire Ti West è come dire Kubrick, perché non riesce a capacitarsi di come si riesca a fare un horror che tenga la stessa tensione di Paranormal Activity senza fare uno spaventerello-porn, ma continuando a mantenere una struttura solida e sostanziosa.
The Innkeepers parla di un hotel, lo Yankee Pedlar Inn, durante il suo ultimo weekend prima della chiusura definitiva, e dei due ragazzi, Claire e Luke, responsabili degli ultimi turni. Luke ha un piccolo sito in cui si diverte a documentare storie di fantasmi, e si è procurato un po’ di attrezzatura per registrare tracce di attività paranormale. Claire è una ragazza spigliata ma ansiosa, che si diverte ad aiutare Luke lasciandosi intrigare, e forse suggestionare, dalle leggende che circondano l’edificio. E sarà proprio lei ad assistere ad alcuni avvenimenti inspiegabili che potrebbero essere finalmente la prova dell’esistenza di una vecchia maledizione, e il tutto si fa ancora più losco con l’arrivo di un paio di vecchi clienti dell’hotel.
Vi faccio un esempio concreto dell’aria che tira. Fate partire il filmato, alzate il volume e guardate attentamente la sedia:

Com’è? Ecco, Ti West è talmente consapevole (e stronzo) che ha messo la stessa gag nel film. Ma proprio questa qui sopra, mostrando appunto la protagonista che si guarda il filmato sull’internet, e poi inquadrandolo in primo piano senza musica. Questo è uno dei suoi trucchi. Qui il Petardi mi ha esultato come al gol di Grosso contro la Germania, e poi è andato in bagno anche se c’era già stato 20 minuti prima.
Il resto della pellicola incanta per come West sappia tenere con mano sicura un equilibrio che mischia lo spaghetto-horror, il più classico indie all’americana e un’atmosfera che riesce a richiamare persino certe commedie e storie di fantasmi che si facevano oltre cinquant’anni fa. Ma il tutto sarebbe un fallimento totale se non fosse che il Ti ha di nuovo azzeccato la protagonista, una Sara Paxton che era del tutto dimenticabile in Shark Knight 3D ma che qui, con un materiale che le si adatta come un guanto, si rivela capace di catalizzare l’attenzione e tenere il film sulle spalle praticamente da sola. E non si può non citare anche una Kelly McGillis invecchiata da paura ma spettacolare nel ruolo di un’attrice fallita datasi al sensitivismo.
In tutta onestà: Ti West mi sta sul cazzo. È il tipo sbruffone che non si fa problemi a dichiarare di non amare l’horror o le cose convenzionali in genere, quello che dice che sì, è inevitabile che certe affinità e paragoni saltino fuori (il primo Polanski è il più ovvio) ma che lui in realtà non sta copiando nessuno. Eppure anche stavolta ha fatto un film che sulla carta avrebbe dovuto annoiarmi a morte ma al lato pratico mi ha ipnotizzato. Non vedo l’ora di bastonarlo, ma al momento ha tutto il mio rispetto.
E con questo il reportage del FrightFest 2011 si può dichiarare finalmente concluso (alla buon’ora).

"...14esimo minuto dei supplementari... calcio d'angolo... Del Piero si appresta a battere... palla tagliata, messa fuori, Pirlo, Pirlo, PIRLO, PIRLO..."

DVD-quote:

“Furbo, lento, ma odiosamente intrigante”
Nanni Cobretti, i400calci.com

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FrightFest 2011: Sennentuntschi – The Curse of the Alps

01/12/2011 | recensioni | di Nanni Cobretti

Siamo a dicembre! Sarebbe anche ora di finire le recensioni del FrightFest, che era ad agosto. E siamo nel 2011! Ogni paese ha diritto alla sua scena horror. Anche la Svizzera. E che si sbilancino un po’ anche loro, no? Sennentuntschi viene venduto come il primo horror Svizzero della storia, e io mi fido a meno che la sola presenza di Michelle Hunziker non faccia di ogni film un film svizzero e che Alex l’ariete venga considerato horror per via di come recita Alberto Tomba.
A differenza di quanto successo per Rabies, il primo horror israeliano, per questo Sennentuntschi se la sono presa abbastanza comoda partendo da una leggenda locale opportunamente ritoccata, sfruttando inoltre due dei più noti simboli della regione: la bellezza mozzafiato delle Alpi, e il carisma e l’intraprendenza del poliziotto Huber. E per non sbagliare, ci hanno infilato pure quella patata clamorosa di Roxane Mesquida a fare la donna muta e selvaggia.
Sigla! (prequel?)

La trama è presto detta: il poliziotto Huber (Nicholas Ofczarek) trova un prete impiccato, e una strana ragazza che si aggira per le strade del piccolo paesello di montagna. Huber decide di prenderla sotto la sua protezione, ma il resto della comunità protesta veementemente, chi per manifesta gelosia per la patataggine incredibile della Mesquida, chi perché sostiene che essa sia in realtà il diavolo incarnato e responsabile del suicidio del prete. Il fatto che lei sia muta e regredita allo stato selvaggio, e che soprattutto venga colta da furiose crisi isteriche in presenza del vescovo e/o di una croce, sembrerebbe avvalorare quest’ultima ipotesi. Motivo per cui Huber decide di chiamarla Giuditta (spoiler: non è vero, ma ci sarebbe stato tutto). Giuditta (chiamiamola lo stesso così per comodità) ovviamente si innamora di Huber, perché a) lui la tratta bene e b) chi non si innamorerebbe di Huber? È praticamente il Dennis Quaid elvetico, ma più giovane e sovrappeso, il che incarna il sogno erotico di ogni casalinga (e forse a questo punto dovrei rivelare che nemmeno lui in realtà si chiama Huber). Da bravo uomo tutto d’un pezzo dai valori morali inattaccabili, il nostro non cede. Però un giorno la abbandona a casa della sua ex per andarsi a fare le sue indagini in santa pace, per cui Giuditta ci rimane male, strippa, dà in escandescenza e scappa. Nel frattempo, in una baita di montagna, il vecchio Erwin, insieme al figlio sordomuto Albert e a un occasionale ospite giunto dalla città per ripigliarsi da delusioni amorose, decide di invocare una Sennentuntschi, mitologica creatura femminile che nasce magicamente da una scopa e qualche straccio per soddisfare ogni desiderio del proprio padrone, tipo la versione stracciona della Donna esplosiva. E indovinate a quel punto chi si materializza alla porta? Segue degenero con pausa sandwich (strizzata d’occhio e gomitino), ma niente potrà fermare la voglia di giustizia del poliziotto più solerte del Canton Ticino.
Sennentuntschi è proprio il tipo di storia che piace a me e di cui esistono sempre meno esemplari: un bel giallo con contorno religioso, fra superstizioni e perversi segreti di provincia, con una gnocca allergica ai preti, dosi abbondanti di sesso e morte e costante ambiguità fra terreno e ultraterreno. Non è girato da dilettanti allo sbaraglio e si vede: il budget è più che adeguato e Michael Steiner dirige con mano solida, equilibrando tutti gli elementi con sapienza e costruendo una storia a incastri che riesce a mantenere vivo l’interesse senza ricorrere a facili trucchi (a meno che non consideriate Roxane Mesquida come il migliore degli espedienti). L’horror a voler essere del tutto onesti è pochino, ma ben piazzato, e per il resto ci si destreggia fra indagini poliziesche e atmosfere da favola nera.
Se comunque conoscete altri film in cui Roxane Mesquida sta zitta e si fa trombare da tutti non esitate a segnalarmeli nei commenti.

ciaouuu...

DVD-quote:

“Mi è piaciuto. Ma di bruto bruto bruto.”
Nanni Cobretti, i400calci.com

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Little Deaths: si sa che noi donne ci mettiamo più tempo a venire…

23/11/2011 | interviste, recensioni | di Cicciolina Wertmüller

…Ed è per questo che anche la recensione di questo bel prodottino uno e trino ci ha messo tanto. In compenso, quando noi donne veniamo non la smettiamo più, ci calmiamo un attimo e poi di nuovo, sorpresa!, ed è per questo che dopo la rece di Little Deaths vi darò in pasto pure l’intervista ai registi, uni e trini. Contenti? Comunque, giusto per riepilogare ciò che il buon Jean-Claude ha già detto: Little Deaths è uscito in DVD questo mese, è un’antologia di corti di circa mezz’ora ognuno, a tema sesso+morte declinato in chiave crudele e perversa. Detto così non brilla per originalità, ma a conti fatti è decisamente insolito e soddisfacente, realizzato con cura e interpretato da buoni attori. Dettagli:

Episodio 1, House & Home, di Sean Hogan: una coppia di benestanti, belli e gelidi, adocchia una giovane e graziosa senzatetto e la “seleziona” per partecipare ad un lauto banchetto a casa loro; si capisce, sono ricchi e annoiati, si sentono in colpa per le disuguaglianze economiche del paese, e anziché dare un fracasso di soldi in beneficenza, come sarebbe giusto fare,  invitano i poveracci a casa loro. Un bel bagno, una bella cena per assaporare i piaceri del capitalismo e poi via di nuovo vestiti di stracci a raccattare rifiuti per la strada. Già messa così è da stronzi dentro. Ovviamente non è solo così, la giovane coppia nasconde un terribile segreto (primo colpo di scena), ma quello che nasconde la ragazza è ancora meglio (secondo colpo di scena). Si tratta di  rendere tangibile, se non appetibile, il sadismo sociale e il cannibalismo di classe – umiliazioni, violenze, budella a volontà, il tutto condito da una spruzzata di metaforone che però non copre i sapori, li accompagna. Girato con colori sontuosi e movimenti di macchina sensuali e avvolgenti, il film riesce doppiamente interessante proprio per lo scarto fra scelta iperestetizzante e storia  adrenalinica, divertente, selvaggia.

"Cara, dove hai messo il Digestivo Antonetto?"

Episodio 2, Mutant Tool di Andrew Parkinson: qui si cambia registro. Colori acidi e smorti per una storia surreale e spaventosa. Jen è una ex-prostituta che sta cercando di liberarsi dalla droga; il suo medico è uno che puzza di criminale pazzo lontano un miglio, ma si sa, le ex-prostitute tossiche queste cose non le sanno discernere molto bene; suo marito, in compenso, lavora per il medico pazzo e gli fornisce materiale umano con cui nutrire un mutante costruito dai nazisti. A cosa serve il mutante? A secernere, tramite un cazzo gigante, una sorta di sperma magico che ti apre il terzo occhio. A cosa serve la ex-prostituta tossica? Ideona del medico: facciamole provare questa nuova dddroga con la scusa che è una medicina tipo il metadone e vediamo cosa succede. Ne succedono di bbbrutte. E bisogna dire che qui la storia si fa piuttosto macchinosa, forse degna di un lungometraggio più che di un corto da mezz’ora scarsa: benché Parkinson sia molto abile a tenere tutti i fili della situazione e benché gli attori mostrino le motivazioni dei loro personaggi in modo chiaro e coerente, si ha comunque la sensazione che la carne al fuoco sia un po’ troppa. Forse le forbici della censura (di cui parleranno i registi stessi nell’intervista) hanno mutilato l’episodio rendendolo un mutante di se stesso, il che sarebbe molto metacinematografico ma non ce ne fregherebbe molto.

"Ma mi si è aperto il terzo occhio!" "Basta scuse, ora apri qualcos'altro!"

Episodio 3, Bitch di Simon Rumley: come ci si poteva aspettare, Rumley fa la parte del leone. Eh, cosa gli vuoi dire? Che vira l’80% delle scene in rosso, in bianco o in blu affinché ci ricordiamo tutti del suo film precedente? Che mette in scena una storia di tortura psicologica in cui l’orrore fisico rimane tutto fuori campo?  Certo; però è il suo episodio a rimanere più impresso, a scioccare, a farti presagire la tragedia con uno stillicidio di errori umani gravissimi, misti a debolezze, incomprensioni, cecità e sordità sentimentale. Diciamo che Bitch (sia nell’accezione letterale di “cagna” che in quella colloquiale di “troia”) è una romcom al contrario: parte già quando la relazione fra i protagonisti è in decomposizione, quando il sadomasochismo insito in due vite mediamente inutili ha perso ogni guida e ogni limite – e solo un terribile, crudele, financo ingiusto contrappasso può mettervi fine. La ragazza che umilia di continuo l’uomo che ama (o amava, o ha amato) e il ragazzo che accetta senza saper dire di no (ma cova una polveriera dentro di sé) si muovono in un ambiente urbano tetro e senza speranza come i loro cuori. Magistralmente scritto, interpretato e diretto, questo episodio è tanto sferzante quanto profondo, tutto giocato sul non visto e non detto.

Occristo, un altro filtro blu! Sono migliaia, scappiamo!

DVD quote:

“Un gran bel prodottino uno e trino”
Cicciolina Wertmüller, i400calci.com

INTERVISTA

I registi: Sean Hogan, Andrew Parkinson, Simon Rumley. L’idea: un film horror a episodi come se ne giravano in passato e come non se ne fanno (quasi) più. Il tema: sesso perverso. La speranza: girare tre corti anziché un lungo deve per forza essere un’idea vincente. Spoiler di Andrew Parkinson: “no, è come girare tre lunghi”.

Dopodiché: gestazione lunghissima. Produttori criminali che osteggiano la realizzazione anziché favorirla. Executives che inveiscono e minacciano l’unica collaboratrice che sembra lavorare seriamente al progetto (l’attrice e produttrice Samantha Wright). Rapporti fra i tre registi che fin dall’inizio naufragano irrimediabilmente. Censori che vorrebbero tramutare un film horror in una romcom da Sundance. Distributori che si inventano sotterfugi per non mostrare il film ai festival specializzati. Una fortunosa uscita in DVD nei paesi giusti, fra cui anche l’Italia come già fatto presente da Jean-Claude. Soldi guadagnati? Bwahahahahahazero.

Nonostante questo ed altro, Sean Hogan è vivace e chiacchierone come sempre, mentre Andrew Parkinson punteggia il fluere lutulentum del collega con due o tre battute pungenti e corrosive; entrambi innaffiano abbondantemente l’ugola con pinte di ale che normalmente va bevuta a temperatura ambiente, ma in questo pomeriggio novembrino, su questo tavolaccio all’aperto di un pub del cazzo, somiglia pericolosamente ad una ice cold lager. Simon Rumley lo devo contattare via Skype per evitare di arbitrare un incontro improvvisato di bareknuckle a tre. (more…)

FrightFest 2011: The Woman

24/10/2011 | recensioni | di Nanni Cobretti

Magari qualcuno si è chiesto come mai ci abbiamo messo tanto a parlare di questo, e la ragione è che abbiamo un piccolo conflitto di interessi. Dovete sapere infatti che in origine The Woman si doveva chiamare The Intern, ed era la storia autobiografica del nostro valoroso stagista Bongiorno Miike. Vedete, Miike è scrittore di grande raffinatezza ed esperienza, e l’idea della metafora per cui lui è rappresentato da una donna e la redazione dei 400 Calci è un’apparentemente tipica famiglia della provincia americana comandata da una carismatica figura autoritaria è tutta sua: non è un modo vigliacco per camuffare i fatti realmente accaduti (quelli sono rimasti più o meno invariati), ma proprio la sua sensibilità di autore intelligente conscio del fatto che a volte una favola sa essere più efficace di un documentario. Dovete anche sapere che quando l’ho catturato assunto gli ho bruciato i documenti, per cui ora risulta clandestino e non può incassare regolari buste paga, e tantomeno royalties, che è il motivo per cui affidammo il suo manoscritto a Lucky McKee, il quale con grande entusiasmo l’ha girato all’esperto di horror domestici Jack Ketchum, e insieme ne hanno tratto un libro scritto in coppia – scaltramente spacciato come terzo capitolo della saga di Off Season e Offspring – e poi questo film.
Prima di passare alla rece voglio farvi vedere un paio di filmati girati durante la prima del film al Sundance Film Festival. Forse li conoscete già. I protagonisti sono i genitori di Bongiorno Miike, il signor Patton e la signora Mignola, e in particolare il padre comprensibilmente scosso. Eccoli:

Apro una parentesi: (mi viene in mente che una volta ero al cinema a vedere Tre uomini e una gamba, e durante l’intervallo un tizio si è alzato, ha urlato “Bravi, voi ridete, ma fuori c’è la disoccupazione!” e poi se n’è andato, giuro, chiudo la parentesi). Detto questo, sicuramente vi siete fatti la vostra idea sul fatto che siano fake o meno, e io vi invito a a) andarlo a chiedere di persona ai poveri coniugi Miike, razza di cinici insensibili, e b) riflettere. È il Sundance. È pieno di mollacchioni che si commuovono davanti a Little Miss Sunshine. Persino al FrightFest ho visto uno uscire a vomitare durante Martyrs, anche se quasi sicuramente è perché aveva bevuto, quindi figuratevi li.
Bon, ora passiamo al film. Lo descriverò in modo imparziale, come segno delle mie migliori intenzioni nei confronti dei miei dipendenti.
Trama! L’avvocato di provincia Chris Cleek (Sean Bridgers), durante una battuta di caccia in solitaria, trova una donna selvaggia – immaginatevi Michelle Rodriguez appena sveglia – che si sta nutrendo di pesci vivi catturati a mani nude in un ruscello. Si arrapa immediatamente, la cattura, la lega allo scantinato e – qui la prima mossa imprevedibile – la presenta subito all’intera famiglia. Quello sarà il loro “progetto” per le prossime settimane: rieducarla e reintegrarla in società come una vera signorina, con le buone o le cattive. Il fatto è che in famiglia da Chris non se la passano benissimo: la figlia maggiore è in piena crisi di insicurezza adolescenziale, quello di mezzo in fase di distaccata apatia con tendenze vagamente psicopatiche e la minore troppo piccola per rendersi conto di qualsiasi cosa, e la moglie è Angela Bettis. Pur con svariate, grosse perplessità, tutti si adeguano ai voleri dell’uomo di casa. E, puntuale e inevitabile come il Disco Samba a Capodanno, scatta il degenero.

Pollyanna McIntosh nella sua celebre imitazione di Michelle Rodriguez appena sveglia

The Woman parte da premesse stile extreme My Fair Lady e, tra una fuorviante canzoncina indie e l’altra, si sposta gradualmente dal modo brutalmente inoppurtuno con cui la famiglia Cleek conduce il suo esperimento alla famiglia Cleek stessa, meno normale di quanto dia a vedere da fuori, ma fin troppo credibile. Funziona tutto alla grande per quei lunghi tratti in cui pare di assistere al lato oscuro di una puntata dei Simpson/Griffin: un padre arrogante e follemente convinto di un’idea balzana (quindi magari più Peter che Homer), con scarsa cognizione di ciò che sta facendo ma illuso che sia la cosa giusta; una pseudo-Marge troppo debole per opporsi, una Lisa cosciente della situazione ma impaurita e anch’essa impotente, un Bart che inizia a dare i primi segni di gravi psicopatologie e una Maggie ignara/indifesa. Poi si alza il tiro, l’arroganza e la misoginia di Chris raggiungono livelli terrorizzanti e la faccenda si fa disagevole sul serio: più delle torture alla donna che tiene nello scantinato, bruciano quelle soltanto un pelo meno esplicite a tutte le donne con cui ha a che fare. La regia non si tira indietro davanti a nulla in quanto a brutalità, e anche se in quanto a gore rimane tranquillamente al di sotto di un Saw qualunque è facile capire perché per certi tipi di persone sia insostenibile. Sono personaggi che nonostante tutto, mentre il puzzle della faccenda si compone lentamente, rimangono fin troppo reali e quotidiani. Sono i tuoi vicini di casa quando non li vedi, e quello che preferiresti pensare che in realtà non succeda nei paesi civili: dei piccoli Josef Fritzl ancora capaci di mantenere una facciata insospettabile, alla Henry – Pioggia di sangue. E ci sono minorenni coinvolti. E Lucky McKee non ci va per il sottile, approfittando di performance spettacolari da parte di un Sean Bridgers che pare una specie di Will Ferrell malvagio, e di una Pollyanna McIntosh magnetica e animalesca.
Non sto a dirvi il finale, ma per chi l’ha visto sappiate che non mi ha dato fastidio e non ha rovinato il rapporto tra me e Miike, comprendo le sue esigenze narrative e gli voglio bene esattamente quanto prima.
Lo so che per via del nostro patto di segretezzacon McKee e Ketchum non lo avete letto da nessuna parte che tutto ciò è basato su una storia vera, ed essendo che loro sono stati bravissimi e assolutamente muti forse non mi credete. Però qualcosa dev’essere comunque trapelato, perché in qualche modo il recensore dell’Observer ne è venuto a conoscenza addirittura al punto da rimanere deluso per la scarsa chiarezza della metafora… vai a sapere.

I vostri vicini di casa

DVD-quote:

“Il lato oscuro dei Simpson”
Nanni Cobretti, i400calci.com

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Frightfest 2011: Final Destination 5

07/10/2011 | recensioni | di Nanni Cobretti

Ve lo devo rispiegare come funziona? No, eh? Bene. Ve li ricordate gli anni ’80, no? La saga di Nightmare? Siate onesti. Tolto il primo e l’ultimo, gli altri li si guardava solo per godere dei modi fantasiosi con cui Freddie Krueger ammazzava le sue vittime, ogni episodio era bello quanto la somma delle sue uccisioni e il resto era fuffa più o meno fastidiosa. Quando 11 anni fa vidi il primo Final Destination mi si illuminarono subito gli occhi: nulla di trascendentale, James Wong non ha neanche lontanamente il mestiere di Wes Craven, ma il film funzionava dove doveva funzionare e il potenziale del concetto base era lampante. Ho iniziato a sperare da subito che ne facessero parecchi. E ci ha messo più del previsto, ma finalmente posso dirmi soddisfatto.
Questo quinto episodio marca due cose importanti:
1) è il primo non diretto nè da James Wong nè da David R. Ellis, che finora si erano simpaticamente divisi i capitoli pari e dispari;
2) è il primo a non accontentarsi di essere un semplice remake degli altri e – colpo di scena – ad aggiungere una clamorosa novità alle regole del gioco.
Ebbene sì, dopo quattro capitoli assolutamente statici, finalmente un’idea nuova: salvarsi dalla Morte è possibile, ma solo a patto di uccidere un’altra persona ed ereditarne così le aspettative di vita. Che è una stronzatina tanto per smuovere le cose nel secondo tempo e viene sfruttata il minimo indispensabile, ma è il passo piu grosso che la saga abbia mai fatto. E sapete qual è il risultato? A pochi mesi da Fast & Furious 5, ecco un altro quinto capitolo che rischia di rivaleggiare con l’originale.
Ora, non voglio illudervi che le scene di contorno siano meno sceme del solito perché non è vero, ma tutto il resto è stato curato con visibile amore, a partire dal riconoscimento di Tony Todd come colonna portante della serie nel ruolo di colui che, parafrasandolo, non fa le regole ma si limita a pulire quando la partita è finita, fino all’ingaggio di David Koechner allo scopo di mettere in cassaforte un ruolo di contorno. Poi ci sono le morti, e io ormai mi ci diverto un mondo a decifrare ogni inquadratura, ogni losco primo piano sugli oggetti, gli indizi, i depistaggi, i meccanismi a catena. Il giochetto è sempre quello, ma quando messo in scena con la giusta dose di ispirazione e imprevedibilità è una goduria, e qua non si sbaglia un colpo – quasi tutte le uccisioni hanno strappato l’applauso in sala.
L’unico vago dispiacere è quindi l’aria nostalgica generale, l’atmosfera di chi vuole festeggiare e chiudere col botto ma lo fa proprio dopo aver trovato uno spunto buono per almeno un altro paio di capitoli in scioltezza. E per chi ricorda i primi episodi con affetto, il finale è una chicca micidiale.
Dovessero finirla qui, mi mancherà.

Finché c'è Tony c'è speranza

DVD-quote suggerita:

“Un signor finale, sperando non sia il finale”
Nanni Cobretti, i400calci.com

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Frightfest 2011: A Lonely Place to Die

06/10/2011 | recensioni | di Nanni Cobretti

Sapete che vi trovate davanti a uno bravo quando vi fa cagare in mano e vi lascia con l’ansia addosso anche durante scene in cui in realtà non si corre nessun pericolo.
Julian Gilbey, regista, è uno che dovrei odiare perché a) nel suo curriculum c’è Doghouse, una delle mille fotocopie sbiadite di Shaun of the Dead uscite negli ultimi sette anni, e b) nel Q&A successivo al film ha sparlato di Cliffhanger. Ma come si permette?!? E poi dicendo cazzatissime tipo “oh ma io mi sono informato e chiedendo per bene a vari esperti di arrampichismo sulle montagne ho scoperto che non è realistico”. Ma in realtà lo stimo e lo ammiro, perché è riuscito a tradurre la sua pignoleria in qualcosa di altrettanto mozzafiato e fare un filmone.
Si prenda ad esempio la primissima scena. I nostri tre protagonisti stanno scalando una parete rocciosa altissima con ripidità a 90 gradi, sono professionisti e sono tutti imbragati a dovere. La cinepresa svolazza fra gli incredibili paesaggi del circondario facendo venire le vertigini. A un certo punto uno di loro scivola male: tutta l’attrezzatura del caso funziona a dovere, per cui il nostro rimane appeso a testa in giù ma è perfettamente saldo e al sicuro, sorretto dalle corde. È come l’acrobata che cade sulla rete protettiva. Ma a te spettatore viene un vigliacchissimo infarto lo stesso. Ed è solo l’antipasto, prima del pericolo vero.
The Trama: A Lonely Place to Die parla di Melissa George e dei suoi amicici che sono in gita sulle montagne in uno di quei posti in cui è stata fatta una petizione affinché non venissero montati gli antennoni ripetitori per la telefonia mobile, petizione a capo della quale, sotto la facciata ufficiale che citava preoccupazione per l’inquinamento, si celava in realtà il sindacato sceneggiatori horror. Mentre gironzolano per i boschi in attesa di arrampicarsi felici, sentono dei versi sospetti e andando a controllare trovano una bambina rapita chiusa in una botola scavata nel terreno. Se solo i telefonini funzionassero… L’unica purtroppo è rinunciare all’arrampicaggio in compagnia e accompagnare la bambina al villaggio più vicino. Il pacco è che a) il villaggio più vicino è in realtà piuttosto lontano, e b) i rapitori si sono già accorti di tutto e sono partiti all’inseguimento armati di fucili di precisione e pessimo umore. E le montagne non sono esattamente il posto più agile in cui scappare.
La prima ora di film, tra ritmo, fotografia e montaggio, è roba che fa continuamente rimbalzare il cuore in gola. Non cercate svolte particolarmente originali: si tratta di pura maestria tecnica, che sfrutta l’ambiente per creare sequenze altamente tese e spettacolari. Poi l’ambizione porta a fare un passo azzardato che probabilmente non tutti apprezzeranno, e al grido di “PURE IO come I guerrieri della palude silenziosa” Julian sposta l’azione al villaggio, là dove i nostri sopravvissuti si credono finalmente salvi e invece sticazzi. Qui l’unico momento di confusione deriva dall’improvviso moltiplicarsi di cattivi, tra i rapitori, i mandanti del rapimento, poliziotti doppiogiochisti e Dio solo sa cosa, ma nonostante ciò, e nonostante il luogo più convenzionale, la tensione rimane a livello fino alla fine.
Ora però voglio fare un discorso. Io lo so che voi amici lettori siete tendenzialmente proletari disagiati con il portafoglio prosciugato dall’economia in crisi. Vi capisco. Anch’io, prima di diventare miliardario con I 400 Calci, ero uno di voi che si faceva prestare le videocassette dai compagni di classe. Ma statemi a sentire: se c’è un film quest’anno, a parte gli ovvi blockbuster ammeregani, che sono contento di aver visto su uno schermo molto grosso, è questo. E visto che so bene che non è sempre tutta colpa vostra, ora lancio un appello ai distributori italiani che so che ci stanno leggendo in questo momento: cari distributori, estraete le vostre carte di credito, compilate tutta la burocrazia del caso, e distribuite A Lonely Place to Die nei cinema italiani! Non costringete gli appassionati a farsi prestare le videocassette dai compagni di classe! Molti di loro non vanno nemmeno più a scuola! No ma sul serio, distribuitelo! Fidatevi di me. Fidatevi di… I 400 CALCI (zan zan zaaaaaan…).

(questo finale di recensione mi è piaciuto moltissimo)

Io mi farei venire a prendere da Gabe Walker

DVD-quote suggerita:

“Che thriller mozzafiato, signora mia!”
Nanni Cobretti, i400calci.com

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Frightfest 2011: Don’t Be Afraid of The Dark

05/10/2011 | recensioni | di Casanova Wong Kar-Wai
Ricorda Emily the Strange. Ed è la cosa migliore del film.

Ricorda Emily the Strange. Ed è la cosa migliore del film.

Io voglio bene a Guillermo del Toro. Un anno -- il 2006, se non ricordo male -- ero al Festival di Venezia. Una mattina alle ore 9,00 mi sono catapultato a vedere un western polacco. Il titolo era Summer Love. Il regista tale Piotr Uklanski. Il produttore? Val Kilmer. True Story. Proprio lui, il gonfissimo Val, che per altro s’è pure ritagliato una piccolissima parte muta (un cadavere). In sala a vedere quest meraviglia eravamo in pochissimi. Io ero in compagnia del mio amico Tommasotty Salt N’ Peppa. Eravamo tutti contenti perché per noi, leggere su un catalogo cose come “western” + “Polonia” + “Val Kilmer”, equivale alla felicità. Poi -- incredibile, amici! -- il film si rivelò una merda. Ma noi c’eravamo. Cosa c’entra Guillermo del Toro? Era l’unica altra persona in sala che sembrava divertirsi. Era lì anche lui per il western polacco con Val Kilmer, da solo, alle nove del mattino e se la rideva alla grandissima. Che simpatico amico diversamente magro!

T.V.B. amico mio!

T.V.B. amico mio!

Poi ovviamente gli si vuole bene per i film che ha fatto. Vogliamo stare qui a fare la lista? Troppa roba. Dico Blade II e ci mettiamo l’animo in pace. Da un po’ di anni a questa parte poi -- quando insieme a Alejandro González Iñárritu e Alfonso Cuarón era finito agli Oscar e tutti hanno fatto uscire la notizia: “Ecco i volti del nuovo cinema del Sud America!” -- gli vogliamo anche un po’ bene come produttore. Grazie a lui ci siamo visti tra gli altri El Orfanato e Los Ojos de Julia. Insomma, un bell’omarino di cinema. Guillermo del Toro ci sta simpatico anche perché è tra i pochi che riesce a fare cose di genere sia con Hollywood che con “il piccolo cinema europeo, quello delle idee e non quello degli effettoni speciali che quei cattivoni non hanno cuore e si sono presi tutto!”. Lui, giustamente, non fa di queste distinzioni: sa cosa gli piace e tenta di farlo al meglio a secondo del tipo di produzione che si trova davanti. Anche da produttore è riuscito a imporre un suo gusto personale, un immaginario che sta ridefinendo il genere in questi ultimi anni: horror familiari con molti elementi del vecchio cinema gotico.

Che intensità.

Che intensità.

La sua ultima creatura è questa ricca produzione che va sotto il nome di Don’t Be Afraid of The Dark. Cast di prim’ordine (Guy Pearce più Katie Holmes che, fun fact, fa ancora l’attrice)  e un regista protégé del Guillermo stesso. Parliamo di tale Troy Nixey che ha alle spalle un corto, a metà strada tra animazione e live action, che si intitola Latchkey’s Lament (a giudicare dalle foto, un bel rip off dell’immaginario di Del Toro, che pare abbia gradito). La storia è questa: dopo un prologo che è la cosa migliore del film (è che comunque è una cafonata senza se e senza ma), scopriamo che Guy Pearce e Katie Holmes sono insopportabili. Sono fidanzati e stanno in una vecchia casa/castello tutta spaventosissima. I due la vogliono ristrutturare per poi venderla a Charles Widsmore di Lost.  Mentre sono lì a fare quelli insopportabili, vengono raggiunti dalla piccola figlia di lui, Sally. Sally è una delle più stereotipiche bambine mena iazza che si siano mai viste al cinema. Capelli neri, faccetta sempre tra il triste e il preoccupato,  passa il suo tempo a disegnare delle spirali nere su un blocco di carta. Parla con un filo di voce, piglia strane pilloline a sei anni, si lamenta più di mia nonna che di anni ne ha 96 e dopo quattro minuti che è arrivata è già lì a dire: “Voglio tornare a casa dalla mamma! Qui non mi piace!” e fa la faccia di una tutta preoccupata. Certo, chiunque non sarebbe felicissimo di dover passare la vita con Guy Pearce coi capelli leccati da un cavallo e scoprire che adesso ti devi far andare bene Katie Holmes con la faccia di cera come nuova mamma. Ma Sally lo vedi da distantissimo che mena una iazza senza precedenti.

Meno iazzaaaaaaaaaaaaaaaaaa!

Meno iazzaaaaaaaaaaaaaaaaaa!

E infatti Sally dopo pochissimo trova una cantina nascosta dove c’è una specie di stufa tutta brutta. Guarda tutto con il suo solito fare preoccupato, avvicina l’orecchio e sente: “Saaaaaaaaaaaaaaaally… mò sono cazzi tuoiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!”. Poi passiamo attraverso la fase “Guy Pearce, tua figlia che mi sembra una patatona, non mi accetterà mai come madre 2 e infatti s’è inventata una cazzata tipo che in casa ci sono degli esseri bizzarri che fanno le marachelle. Invece, secondo me, è lei che è una povera pazza di sei anni!”. Già perché la questione FONDAMENTALE di questo noiosissimo film, è che la casa castello tutta guglie e stanze buie e scantinati e porte che sbattono in profondità di campo una volta che tu hai dato loro le spalle e giardini con le fontane tutte piene di muschio, è piena di… rullo di tamburi… Rubacchiotti.

Ma un imbarazzo che non ti dico!

Ma un imbarazzo che non ti dico!

Vi ricordate I Rubacchiotti? Un bel film inglese del 1997 diretto da Peter Hewitt, aka un genio che ha fatto un capolavoro come Bill & Ted’s Bogus Journey, che racconta dei Borrowers. I Borrowers, o Rubacchiotti, sono dei piccoli esseri che vivono tra i muri e che ti nascondo le cose. Avete presente quando non trovate più gli occhiali da sole e siete lì a dire: “Ma come? Li avevo proprio messi qui! Ma com’è possibile?”. Ecco, non li avete persi voi! Sono stati i Rubacchiotti! Qui in Don’t Be Afraid of The Dark la gag è più o meno la stessa: nella casa gotica ci sono degli esserini che ricordano un po’ delle talpe, ma con il pollice opponibile, che vanno ghiotti di denti di bambini. Sì, avete letto bene, cari amici che in un blog di cinema cercate qualcosa in più di una semplice riproduzione di un comunicato stampa. I Rubacchiotti di Don’t Be Afraid of The Dark sono delle mini talpe nude, col pollice opponibile, che vanno ghiotte per i denti dei bambini. Vengono fuori solo col buio, hanno paura della luce, non si fanno vedere da nessuno e fanno delle cose tutte matte. Perché? Boh. Interessa a qualcuno? Sadly no.

Uno dei Rubacchiotti. Spoiler: non riuscirebbe a rubare una caramella a una bambina mena iazza di sei anni.

Uno dei Rubacchiotti. Spoiler: non riuscirebbe a rubare una caramella a una bambina mena iazza di sei anni.

E quindi tutta una lunga serie di sequenze dove la povera Sally finisce da sola in una stanza della casa castello e, così, POC! salta la luce e lei rimane da sola e arrivano questi cazzo di Rubacchiotti che, oltre a tenere in mano delle piccole armi come dei rasoi, delle forbicine e dei coltellini, non fanno nulla. Cioè, alla quarta volta che sono in 300 sopra una bambina di 6 anni e non le fanno nulla, ti viene anche un po’ il sospetto che non sappiano bene cosa fare per soddisfare la loro fame di denti di pargolo. Dopo pochissimo il tutto ricorda sempre più da vicino una strana commedia degli equivoci: la bambina viene attaccata dai Rubacchiotti, nel momento in cui arriva qualcuno di grande nella stanza a vedere perché questa povera pazza sta urlando come un’ossessa, ovviamente dei Rubacchiotti non c’è più traccia e lei è in situazioni quantomeno imbarazzanti. Potrebbe anche essere divertente descritto così: in realtà -- magari è un problema mio -- non c’ho visto la minima traccia di ironia o umorismo. La sequenza della cena con gli amici, con la bambina che agita una polaroid dei Rubacchiotti che scorrazzano sotto il tavolo nell’indifferenza più totale è piuttosto paradigmatica. Non sapendo poi come giustificare la presenza dei Rubacchiotti e le loro insensate azioni, il film procede totalmente alla cieca (che sia sottile metafora della condizione di simil cecità in cui vivono i mostri?) per i canonici 90 minuti, gettando lì poi dei Maccosa a vanvera e un finale che grida vendetta. Cose importantissime da ricordare! Trattasi di un remake di omonimo film TV inglese del 1973.

Una bella pubblicità del vecchio TV Movie.

Una bella pubblicità del vecchio TV Movie.

DVD Quote:

“Colta citazione de l’indimenticabile I Rubacchiotti!
Grossa noia e risate involontarie a palate!’”
Casanova Wong Kar-Wai, i400calci.com

>> IMDbTrailer

BONUS: il vero Trailer

Frightfest 2011: Kill List

04/10/2011 | recensioni | di Cicciolina Wertmüller

Avete presente come è fatta la curva a iperbole? Parte pianino, sembra quasi una retta, poi comincia a curvarsi pericolosamente, poi mentre tu sei lì che la guardi e dici “oh, frena!” lei è già praticamente verticale. Ora, ci sono i film che vanno avanti in linea retta, vuoi perché sono noiosi o perché fin dall’inizio alla fine sono iperadrenalinici, quelli tipo i due Crank. Poi ci sono quelli che crescono gradualmente, come una linea retta obliqua in cui il livello di tensione sale costante; sono il tipo più comune, boh, prendete per esempio A Serbian Film (che non cito a caso, ma non posso spiegare il perchè altrimenti parte lo spoilerone). Poi c’è Kill List che va su come un’iperbole e fino all’ultima inquadratura non ti lascia pace, esagera sempre di più, cambia genere quando meno te lo aspetti, ti sconvolge, ti devasta.

Ve l'ho girata al contrario così capite l'andamento del film

Però ci mette il suo tempo, parte un po’ come un kitchen sink drama in cui mamma e papà litigano perché sono al verde e lui non si decide a rimettersi in pista, il figliolo non capisce e tace, il gatto mangia gli avanzi di una cena finita in gioco al massacro (verbale, almeno per il momento). Poi il collega/amicone di papà lo convince a rimettersi in pista a fare il suo lavoro, cioè il killer; e insieme si divertono un casino a fare a botte per ridere, viaggiano in alberghi anonimi per incontrare il committente (uno di quelli che ti immagini abbia sepolto tutti i nipotini nel giardinetto di casa, e in effetti…), quando poi si parte col lavoro iniziano dei casini veramente grossi. Allora, quanti film avete visto nella vostra vita che iniziano con “il protagonista deve sbrigare l’ultimo lavoro sporco ma qualcosa va storto e finisce tutto male”? Contateli pure a manate. Ma ricordate che sono tutti diversi da Kill List.

Allegria!

Perché in Kill List gli assassinandi sono vittime a loro volta di un Male che li incatena, al punto da ringraziare i loro stessi assassini. Perché in Kill List vengono staccate mani e aperti cervelli a martellate nel salotto buono senza alcuno sconto alla spettacolarizzazione. Perché in Kill List ci sono invenzioni visive tanto fantasiose quanto quotidiane, un arcobaleno incongruo che irride la sorte dei protagonisti, una giovane vittima sacrificale vestita di banconote svolazzanti nella notte. Perchè Kill List è disseminato di tanti minuscoli segnali inquietanti, primo fra tutti una sorta di Morticia che incide un simbolo strano dietro uno specchio e poi fa delle cose strane con sangue e merda; tutti segnali che verso la fine si ricompongono e tu e il protagonista, ché ormai sei anche tu un amico di famiglia, vi accorgete insieme di essere stati solennemente presi per il naso. E vi fa male. E vi viene voglia di vederlo di nuovo, il film, per capire come si possa essere arrivati a quel punto, per vedere se c’è mai stata una via d’uscita. Secondo me no.

Ma no, figurati, piacere mio <3

Se ancora non siete almeno un pochino curiosi di vedere il film, vi porto una lieta novella: non ci sono i vampiri! Non ci sono i mostri! Non c’è nessun ricorso al soprannaturale! Come dire, c’è già tanto male con cui impressionare (haha, battutone) la pellicola fra uomo e uomo, a che cosa ti servono i mostri? Eppure il sottofinale è un horror a tutti gli effetti. Il regista Ben Wheatley deve avere detto “Va’ là, va’ là che adesso te lo faccio vedere io un inseguimento come si deve fra un’orda impazzita e due poveracci, mica i mostri, dai che qui stiamo girando con due sterline da Screen Yorkshire, altre due dallo UKFC e una e mezza da Film4”. Ben Wheatley chi? Quello di Down Terrace, che faceva anche piuttosto ridere? Quel ciccione con la barba che scrive i film con sua moglie? Cosa vi devo dire: sì.  Qui ha deciso di fare moooolto più sul serio. Gli attori che fanno i due killer sono due suoi vecchi collaboratori, Neil Maskell e Michael Smiley: facce da bravi guaglioni di Sheffield, che però ti fanno gelare il sangue appena vedono un gruppo di reborn Christians che tenta di rovinargli l’umore. La moglie di Neil Maskell è MyAnna Buring, quella di The Descent, che ha due occhi in-cre-di-bi-li.

Se vedete un segno così siete già fottuti

Poche balle, cast perfetto che si cala dritto nel clima di malvagità incombente e onnipresente in cui i killer sono i più buoni e onesti, persone semplici che non sentono il Male soffiargli sul collo, individui che lottano invano contro il potere delle masse. E che, ahimé, parlano con accenti un po’ impestati da capire, per cui fate bene attenzione altrimenti perdete il filo e capite ancora meno di quanto Wheatley ha deciso che dovete capire.

DVD Quote:

“Una cavalcata selvaggia lungo l’iperbole del terrore”
Cicciolina Wertmüller, i400calci.com

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Frightfest 2011: Urban Explorer

25/09/2011 | recensioni | di Nanni Cobretti

Berlino! Tre ragazzi yeah in vacanza conoscono un giovinotto losco del posto che li incanta raccontando loro dei mille tunnel nascosti sotto la cità. Uno in particolare condurrebbe a un vecchio bunker nazista i cui muri sono pieni di graffiti misteriosi: è stato riscoperto di recente e immediatamente murato di nuovo, ufficialmente per evitare che i giovani fanatici di estrema destra ci si rechino in pellegrinaggio, ma il nostro sa come arrivarci, è armato di piccozza, e ha tutta l’intenzione di mettere su un business privato di turismo clandestino.
Faccio una pausa qua: quando il regista di questo Urban Explorer è salito sul palco si è notato subito come il suddetto giovinotto losco fosse stato modellato su di lui. Gli “urban explorers” sono quelli che trattano le città come luoghi misteriosi da esplorare infiltrandosi illegalmente in anfratti nascosti, edifici abbandonati, fogne, ecc… e Andy Fetscher è uno di loro. Tant’è che il film è stato davvero girato clandestinamente nei tunnel sotto Berlino (non tutto ovviamente) e che sono volati aneddoti di come la crew si sia fatta arrestare per aver bloccato la metropolitana, o di come un tecnico del suono si sia fatto sparare da un barbone.
Non è automatico che chi sia ferrato su un argomento sappia tradurre la sua conoscenza in termini cinematografici e ci sappia fare sopra un bel film, ma questo è uno dei casi positivi. Berlino, con la sua musica kraut/industrial e il suo passato scomodo, è lo scenario suggestivo ideale, e musica a parte Fetscher riesce a gestirlo evitando facili sensazionalismi. Diverte inoltre come semini la prima parte di depistaggi: la guida turistica parla di magia nera, racconta una leggenda di pseudo-alieni ed esperimenti genetici, viene aggredita da due neo-nazi col cane… lo spettatore sgamato drizza le orecchie, ma la sorte che attende i nostri protagonisti non riguarda nulla di tutto ciò. Una delle ragazze yeah sovrappensiero fa la mossa più stupida dell’anno, ci scappa il ferito grave, e i soccorsi si materializzano nella persona di Armin, che è tipo una versione crucca, sporca e coi denti storti di Lee Marvin. Armin parla solo crucco (grosso problema nel momento in cui al FrightFest non partivano i sottotitoli), ma è organizzatissimo. Forse troppo. Il problema nasce quando salta fuori che, come certi giapponesi nella giungla, lui si era nascosto nei tunnel di Berlino ai tempi della guerra e non ne era uscito più. Ripensandoci, affinché questa cosa sia credibile considerando l’età di Armin, il film avrebbe dovuto essere ambientato al massimo negli anni ’90… non ricordo niente di tutto ciò, ma magari mi è sfuggito.
Comunque: Armin (un impressionante Klaus Stiglmeier) è brutto, sporco, crucco, incazzato, pazzo, molto pericoloso e uno spettacolo da guardare in azione. Quello che segue non è nulla di nuovo, ma davvero ben fatto. Fetscher conosce i luoghi comuni dell’horror abbastanza da tenercisi a distanza il più possibile, e anche se non sono molte le vie che si possono prendere quando si tratta di un paio di ragazzi in balia di un maniaco nei sotterranei, riesce a tenere la tensione sempre alta, infilare qualche sorpresina e non intimidirsi quando serve un po’ di violenza. Anzi, si registra uno degli ammazzamenti migliori del festival quando a un povero malcapitato viene sfilata la maglietta nonostante fosse già senza. E uno di quei finali che amo e troppo spesso ci negano. Segnatevelo.

No, non è qua per cantare "Paint your wagon"

DVD-quote:

“Loschissimo!”
Nanni Cobretti, i400calci.com

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FrightFest 2011: The Divide

22/09/2011 | recensioni | di Nanni Cobretti

Xavier Gens! Ve lo ricordate? Era nella prima ondata di registi horror mangia-baguette. Il suo contributo era Frontier(s), il cui merito era prendere una sceneggiatura con zero idee zero e portarla a livelli di violenza e delirio allucinanti. La mancanza di idee era talmente lampante che a Hollywood si sono innamorati subito, l’hanno chiamato e gli hanno proposto un altro film che non c’entrava un cazzo, un film talmente promettente che era già stato rifiutato sia dal Vin Diesel dell’epoca Missione tata che dal Jason Statham pre-Crank. Xavier ha accettato di corsa: quel film era Hitman.
Nonostante ciò, Xavier decise di rimanere a Hollywood a trastullarsi con mille progetti diversi, tutti gioiosamente annunciati alla stampa per farsi bello con i suoi connazionali rimasti a casa, anche se in realtà non gliene finanziavano neanche uno. Ma alla fine, dopo quattro lunghissimi anni, ce l’ha fatta. Una cordata crucco-canadese gli ha finanziato The Divide. Di cosa parla The Divide? The Divide parla di una bomba atomica in CGI che scoppia in una New York in CGI, e di una dozzina di personaggi che si salvano chiudendosi nella cantina del condominio di periferia in cui Xavier Gens ha una doppia in affitto con Milo Ventimiglia. Tutto il film è ambientato nella suddetta cantina dove, come i reality show ci hanno da tempo insegnato, la convivenza tra sconosciuti non è sempre rose e fiori.
Ora: io lo piglio per il culo il bravo Xavier, ma in realtà mi sta simpatico. È un discorso simile a quello che facevo tempo fa sul torture porn: se proprio non hai idee, almeno urlale forte. Alza l’intensità. Tienimi sveglio. E Xavier (o chi per lui ha fatto il casting) una signora intuizione in realtà ce l’ha: affidare il ruolo del capo-cantina a Michael Biehn. Di conseguenza, Michael Biehn si divora tutto il primo tempo, quello in cui per forza di cose tocca rimanere moderati perché le storie di sopravvivenza sono una lenta discesa verso la pazzia. È una di quelle prove rabbiose e carismatiche in cui ti chiedi perché è sparito così a lungo, perché ha fatto così pochi film, perché non è il primo della lista ogni volta che serve un duro dal cuore di pietra che schiaffeggia checche e comanda tutti a bacchetta. Recita come uno che si è messo per la prima volta a guardare Alien 3 e ha appena letto la didascalia in cui spiegano che fine ha fatto Hicks. Mi sono spiegato?
Poi, quando le cose sono sufficientemente tragiche, ecco che si può mettere da parte Michael Biehn e fare quello che si aveva in mente fin dall’inizio. La parte divertente. La parte che risponde alla domanda “Cosa succede se si mettono a convivere una manciata di persone in un luogo completamente isolato e gradualmente si toglie loro la speranza di tornare nel mondo civile?”. Tale risposta, secondo l’amico Xavier, consiste in Milo Ventimiglia e il suo scoppiatissimo amico Michael Eklund che mettono su una loro piccola versione di Salò in cui si imbruttiscono, si disumanizzano, iniziano a trombarsi Rosanna Arquette (bentornata!) fino a prosciugarla, si radono le sopracciglia senza motivo e commettono una serie di torture psico-umilianti ai loro coinquilini solo per farsi due risate. Esattamente come in Frontier(s) tu spettatore non è che dici “wow, Xavier Gens nuovo genio perverso alla Miike”, ma dici comunque “wow, un film di Hollywood normalmente non si spinge così in là”. Xavier è piuttosto una versione più onesta e meno saccente di Eli Roth, a parità di sostanziale irrilevanza.
Ma il suo problema è che la cordata crucco-canadese vuole un ritorno commerciale dall’investimento. E per assicurarselo gli hanno imposto un classico di Hollywood, il “si deve capire bene chi è quello buono”. Tale clausola viene perfettamente incarnata da Lauren German. Lauren German, che pure ha fatto Hostel 2, non è per forza la peggior cagna in circolazione, però è la classica fighetta media a cui non importa il contesto in cui la infili perché in ogni caso lei deve rimanere vestita, pura e immacolata. Per cui mentre tutti i personaggi del film si imbruttiscono, dimagriscono, perdono i denti, impazziscono, lei al massimo ha un ciuffo giù di posto ed è un po’ triste. Me le immagino le scene sul set: Milo Ventimiglia che per prepararsi al ruolo ha passato un mese in una caverna a leggere Nietzsche e mangiare topi vivi catturati a mano che arriva sul set a digiuno da tre giorni, poi arriva Lauren scendendo da un taxi dopo una mattinata di shopping a Rodeo Drive che si dà una scompigliata ai capelli, infila una tuta facendo espressioni inorridite e poi dichiara “sono pronta!”. O Xavier che tenta di caricarla almeno per la scena finale: “Lauren, ecco, tu adesso dovresti entrare in una fogn…” [Lauren prende il contratto e fa il gesto di strapparlo] “Ok, ti vestiamo da palombar…” [Lauren torce il foglio] “Ok la facciamo fare alla controfigur…” [Lauren strappa mezzo centimetro] “Ok, vestiamo la controfigura da palombaro.” [Lauren sorride e torna in camerino]
Per cui la pellicola finisce per avere quest’anima ambigua per cui da una parte Ventimiglia e il socio si dannano anima e corpo nel ruolo della vita, e dall’altra la stronzetta protagonista pare al massimo una a cui hanno tagliato l’acqua calda per due giorni.
A parte questo, è un film molto divertente che vi consiglio.

"Non mi calmo finché quella non fa vedere almeno una tetta laterale"

DVD-quote:

“Pocapocalisse”
Nanni Cobretti, i400calci.com

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